L’UOMO VOLANTE DALLE MEMORIE DI UN VOLONTARIO.

················

Il secondo segnale del silenzio era suonato da più di un’ora senza che io avessi potuto chiudere un occhio e trovare una posizione comoda in quel letto di Procuste che è il tavolaccio di una prigione. Ogni rumore nel quartiere era cessato, tutti dormivano: la vita pareva sospesa in quel silenzio.

— Avessi almeno un compagno con cui scambiar quattro parole! — pensavo.

La solitudine è sempre una dura cosa; è durissima poi a diciotto anni, quando il cuore è naturalmente espansivo e l’anima non peranco avvezza a bastare a sè stessa.

Ad un tratto, quasi il cielo avesse voluto esaudire il mio desiderio, alcuni passi si udirono nel corridoio, un bagliore di luce penetrò nella prigione per il piccolo finestrino. La chiave girò nella toppa, il chiavistello stridette negli anelli rugginosi, e la porta si aprì dando il passo al nuovo venuto.

Alla luce rossiccia del Marzocchi che un soldato di guardia teneva in mano, riconobbi il mio ex-istruttore, il caporal maggiore Saporetti. Balzai dal tavolaccio, gli corsi incontro a mano tesa, il volto atteggiato alla più grande delle meraviglie.

— Come? — esclamai — tu quoque?

E riflettendo che egli non era obbligato a capire il latino, volgarizzai subito la domanda:

— Anche tu?...

Saporetti mi rispose con un cenno del capo: era ancora in tenuta d’uscita, pallidissimo, lo sguardo smarrito, le mani che gli tremavano nel consegnare al soldato il cinturino e il kepy.

Lo liberai dalla coperta che distesi sul tavolino vicino alla mia, mentre il caporal di guardia ne chiudeva dentro a due mandate augurandoci la buona notte.

Rimanemmo in un buio perfetto e mentre mi stendevo sul tavolaccio poggiando il capo sul cappotto ripiegato, non seppi resistere alla curiosità e gli domandai ancora:

— Ma che diamine hai fatto?

— Ho tardato alla ritirata, sono rientrato in quartiere adesso.

— Tu??!

— Già!

— Qualche avventura amorosa eh? fortunato briccone?!...

Non mi rispose: sentii che si ravvoltolava nella coperta e mi volgeva le spalle, poi dopo qualche minuto mi disse con una voce che non mi parve la sua:

— Buona notte, Lamberti!

— Buona notte!

Mi voltai anch’io sul fianco sinistro e cominciai e pensare.

Saporetti in prigione? Se non lo avessi avuto lì sotto gli occhi, non ci avrei creduto. Saporetti era la perla dei caporali maggiori del Reggimento, uno di quei graduati come se ne trovano pochi; in venticinque mesi di servizio non un giorno di consegna; attento, energico, rispettoso, autorevole, superiori ed inferiori lo stimavano tutti e gli volevano un gran bene, benchè fosse di carattere assai riservato e fuggisse tutte le occasioni di trovarsi in compagnia. Noi volontari poi, che eravamo stati suoi allievi, lo amavamo e lo rispettavamo come un fratello maggiore, subivamo l’ascendente del suo carattere serio e un tantino misterioso, della sua equità inflessibile, della bontà del suo cuore. Benchè egli non si fosse confidato con nessuno, si buccinava che volesse contrarre la firma e passar sergente; difatti usciva di rado, lo si vedeva sovente in camerata o in cortile con dei libri in mano leggendo o studiando. Nessuno gli conosceva un’innamorata vicina o lontana, non scriveva lettere, non ne riceveva mai.

Come dunque spiegare la sua prima mancanza? Che cosa poteva aver egli fatto fuori di quartiere fino a quell’ora? Perchè era rientrato così agitato, così sconvolto, con lo sguardo smarrito e le mani tremanti?...

Quella angosciosa emozione non poteva ragionevolmente attribuirsi al dolore della prima punizione, poichè la mancanza non era grave e il colonnello che gli voleva bene, non gli avrebbe inflitto più di tre giorni di prigione semplice. O allora?...

Tra questi pensieri e con questa curiosità nell’anima mi addormentai.

***

Un furioso dimenar di gambe sul tavolaccio, un rantolo selvaggio come di bestia soffocata, mi destarono di soprassalto. E subito sentii nel ginocchio un dolore vivo: uno dei piedi di Saporetti mi aveva colpito con forza.

— Saporetti, per Dio! diventi matto? — gridai spaventato liberandomi dalla coperta.

Il rantolo continuò più soffocato, più straziante: poi sentii le membra dell’infelice dibattersi disperatamente come se fosse in preda ad un insulto epilettico.

Ebbi paura: balzai a sedere sul tavolaccio, cercai sotto il traversino di legno un moccolo di candela che mi serviva per leggere nelle ore di insonnia, e l’accesi.

Alla livida luce del fiammifero ebbi una di quelle raccapriccianti visioni che fanno drizzare i capelli sulla testa.

Saporetti tentava di strangolarsi colla cinghia dei pantaloni; se l’era messa intorno al collo a guisa di nodo scorsoio e tirava rabbiosamente con tutte e due le mani, già paonazzo nel volto, la bocca orribilmente spalancata, gli occhi schizzanti dalle orbite.

Buttai il fiammifero e gli fui sopra. Accadde nel buio una tragica lotta che mi parve durasse un secolo. L’infelice voleva morire a tutti i costi e tirava con furore il pezzo di cinghia che gli era rimasta tra le mani; io riuscii ad afferrare quelle sue mani callose che parevano d’acciaio, a strappargli violentemente la cinghia tenendolo sotto di me colle ginocchia sul petto.

— Lasciami morire! lasciami morire! — supplicava egli colla voce strozzata.

E mentre io, padrone omai della cinghia, spalancavo con un pugno il finestrino e gli sbottonavo il cappotto e la camicia perchè respirasse con maggior libertà, egli ruppe in un pianto disperato supplicandomi ancora tra i singhiozzi.

— Lasciami morire, per carità, lasciami morire!...

Piangeva, dunque era salvo. Che fare? Chiamare il caporal di guardia perchè mi portasse un lume, perchè mi aiutasse a persuader l’infelice di star tranquillo e calmarsi? A quale scopo? L’indomani tutto il quartiere avrebbe saputo il tentativo di suicidio, si sarebbero volute scoprirne le cagioni, ne sarebbero derivate al povero Saporetti un’infinità di seccature e di fastidii.

Ma.... e se avesse ritentato?

A buon conto avevo gettato la cinghia dal finestrino e mi proponevo di vegliare tutta la notte. Accesi dunque il mio pezzetto di candela e mi avvicinai a lui, gli presi le mani tra le mie.

Saporetti ora, spossato dallo sforzo e dalla lotta, giaceva supino sul tavolaccio le braccia distese, il collo gonfio, il volto livido, l’occhio dilatato. Respirava a fatica. Fortunatamente dal finestrino spalancato penetrava nella piccola prigione un’ondata di aria freschissima che allargava i polmoni: a poco a poco la sua respirazione si fece più regolare, le guance, le labbra ripresero il loro colorito un po’ acceso, gli occhi, la cui fissità mi aveva spaventato, si riempirono di lacrime.

E le lacrime cominciarono a scendergli per le gote, silenziosamente, come due rivoletti che pareva non dovessero disseccarsi più mai; scendevano, scendevano senza che un singhiozzo sollevasse il suo petto, scendevano continuamente, disperatamente, senza posa. Quel dolore muto straziava l’anima.

Io lo lasciai piangere senza dir parola: quel pianto rappresentava senza dubbio la crisi benefica dopo la quale i suoi nervi pacificati si sarebbero distesi nel sonno. E intanto pensavo, le membra corse da un brivido d’orrore: mio Dio! E se non mi fossi svegliato? e se mi fossi svegliato troppo tardi? Avrei giaciuto tutta la notte vicino ad un cadavere!... Che cosa avrebbero detto l’indomani? E se avessero accusato me della morte? Fremevo a quell’idea, pur nondimeno chi avrebbe potuto provare che non fossi io l’assassino? Sudavo freddo.

Ad un tratto mi sentii stringer la mano e udii la voce fioca di Saporetti, una voce d’oltre tomba, che mi diceva:

— Perchè.... perchè non mi hai lasciato morire?...

— Morire! Povero Saporetti! Si muore forse alla tua età?...

— Si muore a tutte le età quando si è infelici, quando si è maledetti....

— Ma, disgraziato, non hai dunque un padre, una madre? Non hai nessuno cui la tua esistenza sia cara, nessuno che la tua morte avrebbe gittato nella disperazione?

Saporetti si mise a sedere sul tavolaccio e appoggiò la schiena al muro; asciugandosi le lacrime disse a bassa voce come parlando a se stesso:

«Nessuno! Sono un povero diavolo io.... chi vuoi che si curi di me? chi vuoi che pianga per me? Un padre? una madre? Certo li ho avuti, ma non ne conservo che una rimembranza lontana e confusa. Avevo sei anni quando mi trovai solo, sull’imbrunire, in mezzo ad una strada. Fu caso? fu colpa? Chi lo sa?... Passò di là il pagliaccio di una compagnia di saltimbanchi, mi regalò una ciambella, mi prese per la mano e mi portò via.

«Da quel giorno invece che carezze non ebbi che frustate e fui tirato su a calci e a pezzi di pan nero; da quel giorno e fino al momento di venire sotto le armi feci il saltimbanco. Vedi? non ho più un membro che non sia slogato, un osso che non sia rotto. Oh! è una storia allegra la mia, caro Lamberti! Tutto quello che era fattibile io l’ho fatto: il clown, il pagliaccio, il ginnasta, l’uomo-serpente, l’uomo-salamandra, l’uomo-volante.

«E ognuno di questi mestieri mi è costato qualche cosa: a Barcellona caddi da cavallo e mi lussai una spalla, a Lione per fare il triplo salto mortale mi rovinai un ginocchio, a Berlino poco mancò non mi rompessi il collo nel salto del plongeur, e finalmente a Trieste, saranno due anni, facevo l’uomo volante; una sera dopo i soliti esercizii sui due trapezi mi buttai nella rete: il salto fu così violento che la rete mi sbalzò fuori e mi ruppi due costole contro il parapetto del circo, hai capito?»

Io stavo ad ascoltarlo a bocca aperta: nella semioscurità della prigione egli parlava ora con una voce cupa che mi faceva raccapricciare, con un’ironia tagliente, con un disperato sarcasmo che mi facevano paura.

«Dopo l’ultima disgrazia che mi inchiodò per sessantacinque giorni in un letto d’ospedale, il Direttore della Compagnia vedendo che di me non poteva omai far più nulla, mi mise in mano il provento di una colletta fatta tra gli artisti e mi mandò con Dio.

«Mio primo pensiero fa quello di tornare a Torino dove era un tempo la mia famiglia: mi presentai da uno zio che tien bottega di pizzicheria in via S. Massimo e fui duramente respinto:

« — Chi siete? Chi volete?

« — Son vostro nipote, Giorgio Saporetti, il figlio di Vincenzo vostro fratello.

« — Mio fratello è morto e quanto a Giorgio credo sia morto anche lui all’età di sei anni....

« — Vi dico che Giorgio son io, che a sei anni appunto fui preso dai saltimbanchi....

« — Animo, meno chiacchere: a me non si raccontan frottole: ho altro da fare io che perder tempo con uno straccione come voi....

« — Ditemi almeno dove sta mia madre, vostra sorella.

« — Non lo so: è partita da Torino che saranno cinque o sei anni....

«E mi sbattè l’uscio sul muso.

«Tutte le ricerche per trovare mia madre riuscirono vane; mi rivolsi senza frutto al Municipio ed agli antichi vicini di casa; soltanto il vecchio portinaio mi disse che cinque anni prima mio padre era stato assassinato in borgo Vanchiglia e l’assassino rimase ignoto come ignota fu la cagione del misfatto. Dopo la morte del babbo la mamma e mia sorella lasciarono la casa e nessuno ne aveva avuto più notizie.»

— E allora? — domandai io vivamente interessato.

« — Allora venni via da Torino e mi presentai al Distretto colla mia classe. Ci venivo volentieri sotto le armi, non avevo una casa, non un parente che si interessasse di me e mi volesse bene non avevo nemmeno un mestiere, io che ne avevo fatti tanti e pensavo che, dopo tutto, avrei potuto farmi nell’Esercito il mio piccolo posticino.

«Al Distretto non mi volevano ricevere perchè il mio nome non figurava nelle liste; scrissero però al Municipio di Torino e di laggiù risposero che Giorgio Saporetti era morto, anzi mandarono anche una copia dell’atto di morte. Capisci? ero morto io.... Qualcuno doveva aver avuto un grande interesse a farmi scomparire dalla scena del mondo!... Basta: ci volle del bello e del buono per far constatare la mia identità: finalmente fui incorporato in questo Reggimento dove vivevo da quasi due anni se non felice almeno tranquillo e un po’ riconciliato colla società».

— E allora perchè volevi morire?

«Aspetta, non ho finito; l’orribile cosa viene ora».

Una nuova e dolorosa crisi di pianto lo interruppe.

Aspettai che si calmasse, in silenzio.

***

— Una peggiore sciagura — continuò — una peggior vergogna mi erano riserbate. Quello che sono per dirti esige però da te la promessa di una segretezza assoluta.

Gli serrai fortemente la mano.

— Puoi fidarti di un amico sincero, — dissi.

«Ascolta dunque e giudica tu se non avevo ragione di voler morire.

«Saranno cinque o sei giorni, mi trovavo a passeggio nel giardino di Piazza Vittorio. C’era molta gente; operai, soldati, balie, cameriere, donnine allegre, tutto il pubblico solito di Piazza Vittorio insomma. Ad un tratto mi si accostò una ragazza in capelli, piuttosto belloccia, bionda, con un’aria un po’ sfrontata: e nel passarmi accanto mi guardò arditamente negli occhi e mi disse sottovoce in dialetto piemontese:

« — Ciao bel gougnin!

«Lì per lì non ci feci caso e tirai diritto; evidentemente era una di quelle povere diavole che vivono alla giornata sui capricci erotici di questo e di quello; però prima di tornare in quartiere la incontrai ancora tre volte e tre volte ella mi sorrise invitandomi collo sguardo. Quella fisonomia non mi riusciva nuova: dove diamine l’avevo altra volta veduta?

«Tornando in quartiere pensavo a tutti i tipi di ragazze che avevo incontrato qua e là nella mia vita vagabonda, ma nessuna mi rammentava i lineamenti di quella lì, che nonpertanto avrei giurato di aver conosciuto in altri tempi. Ci pensai tutta la notte inutilmente e il giorno dopo tornai al giardino di piazza Vittorio. La vidi, ma non era sola: discorreva in un angolo con un giovanotto imberbe e malvestito, un operaio forse, e poco dopo si allontanarono insieme lungo la via Buonarroti. Li seguii alla lontana per mera curiosità, non senza un secreto dispetto però, e li vidi entrare in un portoncino basso che portava il numero 14. Aspettai un pezzo e, come la coppia non ricompariva, me ne tornai in quartiere sopra pensieri. Omai l’immagine di quella disgraziata si era impadronita del mio cervello e mi compariva dinanzi ad ogni momento. Sorprendendomi a pensarci mi indispettivo; nella mia povera vita di funambolo vagabondo, ero stato troppo sovente a contatto del vizio, perchè ogni forma di esso non dovesse suscitare nell’animo mio il più profondo disgusto. Ma che cosa legava dunque il mio pensiero all’immagine di quella povera creatura abbietta?

«Trascorsero tre giorni durante i quali non mi fu più possibile vederla; pensavo con un’inquietudine di cui non mi sapevo spiegar la causa, che ella fosse malata e ne soffrivo. Anche, la sua assenza, eccitava in me il desiderio malsano di possederla.

«Questa sera, verso le otto, l’ho ritrovata pei viali del giardino. Era sola e mi fece collo sguardo e colla mano un cenno di invito. Io la seguii.

«Non saprò mai descrivere che cosa abbia provato nel breve tragitto dal giardino alla via Buonarroti. Sul portoncino ebbi l’ispirazione di tornare indietro; mi pareva che qualcheduno mi spingesse violentemente sulla strada; il ribrezzo mi saliva alla gola come un’ondata di nausea: tuttavia entrai e la seguii su per la lurida scaletta.

«Era una delle solite volgarissime stanze d’affitto a una lira per notte, dove quelle sciagurate esercitano il loro triste mestiere; una camera squallida, sporca, in cui il vizio trasudava dai mobili e dalle pareti; il letto era basso, duro, con una gran coperta rossa piena di macchie.

«Arrossii di me stesso ma mi mancò la forza di fuggire.

«Nella sua impudicizia serena e abituale, ella si spogliò in un attimo, decisa a spicciarsi, poichè anche per quelle sciagurate il tempo è moneta, e mi si avvicinò sorridendo del suo solito sorriso.

«Io la guardai a lungo. Era assai bella: il collo delicato e bianco pareva uno stelo, le spalle d’avorio scendevano con una curva molle piena di grazia, le braccia ed il seno erano squisitamente modellati.

«Dimenticai tutto, vinsi il disgusto.... e cedetti.

***

«Suonava la ritirata quando mi accingevo ad andarmene. Ella era stata assai gentile con me, mi aveva dimostrato una sincera simpatia, aveva saputo dominare la sua impazienza; inoltre aveva avuto l’intelligenza di capire che io non amavo i discorsi inutili e me li aveva risparmiati.

«Mentre io deponevo la mercede sul tavolino da notte, ella girandosi sulla testa lo scialle e disponendosi ad uscire per proseguire la notturna caccia all’uomo, mi disse:

« — Tornerai cit?

Risposi evasivamente.

«Eccoti il mio biglietto di visita per ogni caso.

E mi mise in mano un piccolo cartoncino a stampa su cui gittai uno sguardo distratto. Il cartoncino in piccoli caratteri portava scritto un nome che mi colmò di meraviglia: «Maria Saporetti».

«Rimasi perplesso con un dubbio angoscioso nell’animo, con la paura che il dubbio diventasse da un momento all’altro un’orribile realtà.

« — Maria Saporetti? di Torino?

« — No, di Cuorgnè.

« — Di Cuorgnè? tuo padre come si chiamava?

« — Vincenzo, perchè?

« — E tua madre?

« — Giovanna: ma perchè mi fai queste domande? Sei il delegato tu?

«Io sudavo freddo, rifiutavo di credere; domandai ancora:

« — Non hai uno zio che si chiama Pietro?

« — Sì.

« — Che tien bottega di pizzicagnolo in Via S. Massimo?

« — Sì, sì.

« — E tuo padre non faceva il calzolaio a Torino?

« — Appunto!...

« — Non fu ucciso cinque anni fa in borgo Vanchiglia?

« — Purtroppo! Ma tu chi sei?

« — Rispondi ancora. Non avevi un fratellino che si chiamava Giorgio?

« — Sì, — disse Maria guardandomi trasognata.

« — Che ne è stato? È vivo? È morto?

« — Hanno detto che è morto: io non me ne ricordo, ero tanto piccina!...

« — Un’altra domanda. Di tua madre che ne è stato?

« — Non lo so: dopo la morte del babbo ha sposato un mercante d’ombrelli ed io sono fuggita di casa per non star col patrigno; dopo — aggiunse con una grande indifferenza — non ne ho saputo più nulla. C’è chi dice che sia andata in America....

« — Ascolta, le dissi fuori di me, stringendole i polsi, fissandola intensamente negli occhi; — da quanto tempo fai questo mestiere?

« — Perchè vuoi saperlo? Chi sei tu?

« — Rispondi, per l’anima di tuo padre!

« — Da quattro anni.

« — Chi è stato il tuo primo amante?

« — Un sergente di cavalleria, — balbettò spaventata.

«Ricaddi su quel letto d’infamia come fulminato; tutto il sangue mi era affluito al cervello, vedevo tutto rosso, sentivo un sinistro ronzio nelle orecchie, il rossore della vergogna mi bruciava le guancie. E mi nascosi il volto tra le mani scoppiando in singhiozzi.

« — Ma che hai? Chi sei dunque? Chi sei? — gridò Maria spaventata avvicinandosi alla porta, pronta a chiamar gente o a fuggire.

« — Chi sono? Chi sono? Ah, disgraziata!

«Ma un lampo attraversò il mio cervello; perchè rivelarmi? Mi affibbiai il cinturino, mi gittai in capo il kepy e fuggii come un pazzo sentendo di non poter padroneggiare il desiderio, il bisogno di baciarla e di strangolarla. Mia sorella! mia sorella! Quella disgraziata, quella prostituta, quella donna che si vendeva al primo venuto, che si era venduta a me, era mia sorella!...

«Dove andai, che cosa feci io non lo so: fuggivo come un pazzo per le vie di Roma e mi pareva che tutti sapessero la miseria mia, che tutti leggessero il mio nome a caratteri di fuoco in una gran macchia di fango. Vedi Lamberti, io sono un povero figliuolo senza istruzione, senza coltura, cresciuto in un ambiente tutt’altro che virtuoso; pure ho anch’io delle idee sull’onore, ho anch’io un onore personale, intimo, che ho sempre tenuto alto in tutte le circostanze e quest’ultimo colpo che me lo rapisce è troppo forte, è troppo atroce. Ma che ho dunque fatto perchè la maledizione del cielo mi perseguiti così? Ritrovare una sorella amata, desiderata, vagheggiata nei sogni della fantasia, ritrovarla in una casa infame, l’aria sfrontata, le guancie coperte di belletto!!... Ritrovarla dopo essere stato il suo amante di un’ora, dopo averle pagato il piacere di un’ora!... Ma di’ tu dunque, dimmi, non avevo ragione di voler morire?»

E il disgraziato scoppiò per la terza volta in uno scoppio irrefrenabile di singhiozzi; tra i singhiozzi si faceva strada ostinatamente una domanda angosciosa:

— Perchè.... perchè.... non mi hai lasciato morire?

Io tacevo, annichilito.