Dall’atto del mio arruolamento nel 98º Reggimento fanteria può dirsi incominci la storia della mia vita.
Non so perchè, ma sino dall’infanzia ebbi sempre una spiccata predilezione per i militari. Mi ricordo benissimo che le mie prime corse, i miei primi salti di allegrezza li ho fatti in piazza d’armi, tra le zampe dei cavalli, tra le file dei soldati; e siccome ho sempre visto che la simpatia è reciproca, così i cavalli mi rispettavano ed i soldati mi volevano bene.
D’altronde il mio padrone (uno spregevole ciabattino che io consacro al disprezzo dei posteri) mi allungava più calci che pezzi di pane e mia madre, appena fui divezzato, mi trascurava per abbandonarsi a colpevoli amori con gli altri cani del quartiere.
La piazza d’armi dunque era il mio rifugio; oltre al pane quotidiano ci trovavo qualche volta dello stupendo companatico, come buccie di formaggio e rimasugli di carne che i soldati lasciavano cadere; passavo così delle mattinate magnifiche accovacciato al sole con qualche osso tra le zampe e colla mente assorta in un’idea fissa.
Diventavo grandicello ed anche abbastanza brutto (questo almeno mi dicevano i cani degli ufficiali che subodoravano in me un futuro rivale); si trattava di farsi una posizione onorevole nel mondo, di assicurarsi un pane per la vecchiaia; quello del ciabattino oltre all’essere nero e di cattiva qualità, era troppo spesso accompagnato da un detestabile companatico di legnate, perchè io non pensassi a cambiarlo.
— Se diventassi il cane del Reggimento! — pensai tra me.
Questa idea orgogliosa mi faceva sorridere, ma mi perseguitava di giorno e di notte, nei miei sogni come nelle mie matte scorribande.
A forza di pensarci, finii per trovarla ragionevole e per cercare i mezzi di metterla in esecuzione.
Per i soldati sarebbe stato il meno; la nostra reciproca amicizia datava da un pezzo; il difficile stava nel cattivarsi la simpatia degli ufficiali e specialmente quella del Colonnello, la cui faccia burbera mi impensieriva non poco.
Allora come un innamorato sapiente, cominciai a far la mia corte al Reggimento armandomi di pazienza e di amabilità.
Al mattino, all’ora della sveglia, ero già sulla porta del quartiere. Bisogna dire, però, che le prime accoglienze non furono le migliori; la prima volta che mi appostai in faccia al portone della caserma, ignorando ancora il Regolamento di servizio territoriale, andai a scodinzolare intorno alla sentinella per darle il buon giorno ed ahi! una terribile calciata di fucile nel.... treno posteriore, mi insegnò che in servizio non c’è amicizia che tenga.
Ma non mi sgomentai per così poco; tornavo tutte le mattine al solito posto e stavo per delle lunghe ore dinanzi alla porta facendo un attento studio delle varie fisonomie per sapere se dovevo aspettarmi un calcio o una carezza.
Al sopraggiungere di qualche ufficiale mi alzavo rispettosamente e lo salutavo a modo mio, accompagnandolo per cinque o sei passi.
Dopo un mese li conoscevo tutti e cominciavo a sperare che il mio sogno si sarebbe realizzato.
Allora cambiai tattica: ogni volta che il Reggimento usciva dal quartiere, io lo precedevo e galoppavo dinanzi ai trombettieri colla coda alzata e le orecchie all’aria abbaiando di contentezza, poi fuori della città mi mescolavo tra le file.
I soldati mi chiamavano per ischerno Zulù, e il brutto nomignolo diventò ben presto il mio nome abituale.
È curiosa! Sono ormai dieci anni che ci vado almanaccando su, e non riesco ancora a sapere che cosa significano quelle quattro lettere messe in fila.
Ma torniamo a bomba.
I primordi della mia vita militare furono duri anzichenò; mi toccava a fare delle marcie lunghissime in quella terribile campagna siciliana, col muso nella polvere, o colle quattro zampe nel fango, secondo la stagione; non si arrivava mai, e certe volte prima di partire non avevo nemmeno mangiato.
Ma ci si abitua a tutto ed io mi abituai anche a quello, tanto più volentieri in quanto vedevo rapidamente avvicinarsi il momento che doveva decidere del mio avvenire.
E questo momento fu affrettato dalla benefica protezione di due ufficiali. Uno di questi era un capitano alto, magro, con una faccia di pensatore, sulla quale splendevano due occhi pieni di intelligenza e di bontà; non appena lo vidi mi andò subito a sangue e cominciai a seguirlo da lontano.
Tutti i giorni alle quattro usciva dal quartiere e se ne andava in campagna, ciò che eccitava al più alto grado la mia curiosità. Diavolo! che cosa ci poteva essere di interessante in campagna all’infuori della polvere e del fango?
Volli vedere a che punto finivano le sue gite e cominciai a seguirlo prima alla lontana e poi avvicinandomi sempre più e cercando di attirare su di me la sua attenzione.
Un giorno lo vidi chinarsi e raccogliere un sasso. Io, naturalmente, me la diedi a gambe, sicurissimo che me l’avrebbe lanciato sul groppone, ma con gran mia sorpresa, quando mi fermai, lo vidi ancora lì nella stessa posizione guardando il sasso con aria soddisfatta; poi se lo mise in tasca e continuò il suo cammino. Io lo seguii pensieroso: che cosa poteva esserci di così interessante in quel sasso? Perchè era proprio un sasso, lo avevo veduto io con i miei occhi, un sasso come tutti gli altri, senza nessuna particolarità. Allora perchè se l’era messo in tasca?
Mentre facevo queste riflessioni il capitano si fermò e ne raccolse un altro; tirò fuori di tasca quello di prima e li confrontò tutti e due guardandoli contro luce. In verità io non ci capivo nulla; andai di corsa sul posto, guardai, annusai quel mucchio di sassi, ma non mi venne fatto di scoprirvi nulla di straordinario.
E il più curioso si è che questo strano incidente si ripeteva tutti i giorni. Dove portava il capitano tutte quelle pietre? Voleva forse costruirsi un palazzo? Non ho mai potuto saperlo con certezza ed ho finito per concludere che gli uomini sono una manica di originali. Il fatto sta che la mia compagnia cominciò a piacere al capitano; mi chiamava, mi accarezzava sulla testa, mi chiamava bitonto (uno strano epiteto che è rimasto sempre un enigma per me) e alle volte lo sorprendevo a guardarmi fisamente con un interesse speciale, con un’aria soddisfatta, come quando guardava i sassi che raccoglieva per la strada.
Una volta mi disse staccando una pietruccia da un muro:
— Povero bitonto! tu non ne capisci nulla di geologia, eh?
Io rimasi a bocca aperta; alla sera corsi da un mio vecchio amico, un cane di Terranova che passava per un mostro di erudizione, per chiedergli la spiegazione di quelle enigmatiche parole.
Ma il vecchio si strinse sdegnosamente nelle spalle e mi rispose alzando la gamba contro un paracarro:
— Cosa vuoi che ne sappia io!
E se ne andò lasciandomi con un palmo di naso.
Malgrado queste stranezze il capitano ed io diventammo inseparabili. Una volta mi portò a casa sua, mi fece un mondo di complimenti, ordinò al soldato che mi preparasse una zuppa, e mi fece entrare nella sua stanza. Quale non fu la mia meraviglia quando vidi sopra un mobile, perfettamente allineati, tutti i sassi che gli avevo veduto raccogliere da un anno a questa parte!... Naturalmente non fui tanto indiscreto da fargli delle domande, mi contentai della zuppa e mi sdraiai in un cantuccio....
***
L’altro mio protettore era un sottotenente (ora è capitano, beato lui!) piccoletto, tarchiato, con un paio di baffi alla chinese, con un’aria insolente che era un piacere a vederlo. Si chiamava, mi pare, Giuliani.
Giuliani dunque mi introdusse in società e mi fece fare le più strane conoscenze; di giorno non lo vedevo mai, ma di sera gli tenevo compagnia fino a tarda ora per tutte le strade più buie e meno frequentate di Palermo. Anzi posso dire che il Palermo vero, il Palermo dei sobborghi, dove non mi sarei arrischiato di entrare, me lo ha fatto conoscere lui.
Però il suo campo di battaglia era la piazza dell’Ucciardone; quante passeggiate in lungo e in largo per quella piazza benedetta!... Alle volte mi seccavo discretamente, ma la pazienza è sempre stata il mio forte.
Finalmente verso mezzanotte Giuliani infilava la porta di casa (ma allora non era più solo) e io dietro. Le prime volte mi lasciava nel corridoio, fuori dell’uscio, ma una sera che faceva molto freddo preso dalla compassione mi disse, aprendo la porta:
— Povero diavolo, entra anche tu!
Ed io entrai.
Da quel giorno, anzi da quella notte, la mia posizione nel Reggimento fu fatta.
Protetto dal capitano e da Giuliani, le vagheggiate porte del quartiere e quelle anche più vagheggiate della mensa ufficiali, si spalancarono dinanzi a me. Allora incominciai a provare tutte le voluttà del lusso: d’estate dormivo in giardino al fresco, d’inverno nella camera dell’ufficiale di picchetto accanto alla stufa; il pane dei soldati che mi era sembrato per l’addietro tanto buono, non solleticava più il mio palato che si andava abituando a ben altre ghiottonerie. I miei gusti si affinavano nella compagnia degli ufficiali, il mio pelo sotto lo strofinìo del sapone e della spazzola, diventava lucido e brillante; smisi le mie abitudini girovaghe per contrarne di più signorili e casalinghe, diventai insomma aristocratico e guardavo dall’alto in basso quegli altri poveri diavoli di cani randagi che mi rammentavano l’umiltà della mia origine. Per questo fatto anzi il tenente Mario Sferra, l’unico ufficiale a cui non andassi troppo a genio, mi chiamava, e non so perchè, Rabagas e gli altri ridevano mentre io mugolavo dalla rabbia e di nascosto gli mostravo i denti.
Allora, nella prima ebbrezza della popolarità conquistata, nella folle certezza che il favore dei potenti sarebbe eternamente durato, io non capivo quanto la mia superbia mi alienasse l’animo dei poveri soldati che erano quelli che mi avevano aiutato a salire, e odiavo il tenente Sferra che non mancava di chiamarmi coll’odioso nome di Rabagas, ogni volta che mi incontrava per i corridoi, o per le scale del quartiere. Lo odiavo cordialmente e meditavo già di fargli un brutto tiro, quando improvvisamente la mia felicità crollò come un castello di carte.
Se volete saperlo è andata così.
Un giorno il Colonnello annunziò sull’ordine del giorno che il nuovo generale di Divisione avrebbe passato in rivista il Reggimento nelle rispettive camerate.
Io dall’insolito affaccendarsi dei soldati a lustrar bottoni e giberne, dalla frequenza delle riviste preparatorie, mi accorsi subito di ciò che c’era di nuovo, ma non me ne diedi per inteso. Ne avevamo passate tante riviste di generali!...
Cosicchè al mattino quando la tromba di guardia suonò il duplice attenti, il Colonnello, gli ufficiali superiori ed io, corremmo incontro al generale nell’atrio del quartiere. Io gli feci anzi una quantità di finezze strofinandogli il muso contro i pantaloni, tanto che mi guadagnai subito una famosa pedata.
Quel generale che (lo seppi dopo) aveva dei cani una paura irragionevole ed assurda, dopo avermi gratificato di quel calcio tutt’altro che gentile, si volse al Colonnello con un’aria corrucciata e spaventata e domandò:
— Ma di chi è questo cagnaccio?
Io, fermo a rispettosa distanza, mi aspettavo naturalmente che il Colonnello avrebbe preso le mie difese dichiarando che io ero il cane del Reggimento; ma la domanda del generale e quella parola cagnaccio erano state pronunciate con un tono di voce così poco incoraggiante, che il Colonnello, capita l’antifona, rispose con voce strozzata:
— Ma.... non so.... sarà entrato per caso....
E rivoltosi al maggiore più giovane gli disse seriamente:
— Maggiore, lo faccia cacciar via!
— Cani in quartiere — disse il generale rasserenandosi, mentre io mi allontanavo — non ce ne vorrei vedere....
— Non dubiti! — rispose il Colonnello salutando.
Fui cacciato via.... come un cane. E come se la pedata del generale e lo schiaffo morale subìto, non fossero stati sufficienti, il caporal di guardia mi scaraventò sul groppone la sua gavetta che io avevo sdegnosamente rifiutato poche ore prima e la sentinella mi ficcò due centimetri di baionetta nel sedere.
Allora ricominciarono le dolenti note: la persecuzione veniva dall’alto, di là dove mi erano piovuti i favori, e incrudeliva in basso presso coloro che io avevo sfuggito nei momenti della buona fortuna. Ahimè! la camera dell’ufficiale di picchetto, la bella sala della mensa, furono per sempre chiuse per me. L’ordine era perentorio: cani in quartiere non ce ne dovevano entrare ed io mi trovai in mezzo alla strada, morente di fame, guardando supplichevolmente ed invano tutti gli ufficiali che entravano ed uscivano.
Una mattina (anche la vergogna ultima mi era riserbata!) il terribile laccio dell’accalappiacani mi sorprese nel mio malinconico via vai dinanzi alle porte del quartiere.
— È finita! — pensai rassegnato, mentre due mani d’acciaio mi chiudevano sul capo il pesante sportello del carro.
E mi rincantucciai in un angolo stoicamente, preparandomi alla morte.
La salvezza, la vita, la libertà dovevano venirmi dall’uomo che io odiavo di più, da colui che mi chiamava col nome schernitore di Rabagas, dal tenente Mario Sferra.
Appena conobbe la mia sciagura egli corse al Municipio, pagò la tassa, mi fece uscire dalla prigione.
— Povero Rabagas! — mi disse accarezzandomi la testa — anche tu hai provato l’instabilità della fortuna e del favore dei grandi. Vieni con me; ti odiavo quando godevi di tutti i privilegi, ora che tutti ti abbandonano io ti offro un ricovero e un pezzo di pane. Vieni!...
Io lo ringraziai piangendo: tutto il mio odio era svanito dinanzi alla generosità di quell’azione. Che animo grande! che nobile cuore!... Anche all’inferno lo avrei seguito se me lo avesse comandato.
E diventai il suo amico fedele.
***
Ora ho due palle di revolver nelle costole che mi fanno soffrire come un dannato e il veterinario dice che non c’è più speranza, che è questione di giorni. Pazienza! muoio contento perchè a mia volta ho salvato la vita al mio generoso benefattore; non dico con questo di essermi del tutto sdebitato, ma insomma ho fatto del mio meglio per dimostrargli la mia riconoscenza, no?...
Fu l’altra sera: una serataccia da lupi. Si andava al solito posto, una casettina in campagna dove c’era una signora bionda bella come un angelo e una stupenda levriera che mi faceva l’occhietto. Io facevo la guardia pur non mostrandomi sordo agli inviti civettuoli della simpatica levriera.
Ad un tratto un uomo armato balza nell’anticamera e vuol precipitarsi alla porta affidata alla mia custodia. Naturalmente io lo afferro ai polpacci per impedirgli il passaggio ed egli urlando come un dannato pin! pan! mi scarica due colpi a bruciapelo. Io ho visto le stelle, ma ho tenuto duro e ho morso bene; l’importante fu che il mio tenente e la signora ebbero tempo di salvarsi dal furore di quell’indemoniato. Sarà l’unica cosa buona che abbia fatto nella mia vita, e se morirò pazienza! Saranno in due a compiangermi, a esclamare sulla mia tomba:
— Povero Zulù! Che brava bestia!...