Già da un’ora Nennella, inquieta, era alla finestra ad aspettarlo, ma Bista non veniva. Passavano per lo stradone provinciale i soldati a frotte, allegri, puliti, colla trecciuola sul kepy e i guanti della domenica; passavano a frotte i coscritti coi grandi berretti calati sulle orecchie, con quello faccie imberbi di contadini stupefatti, colle membra rigide, col passo stecchito ed impacciato, non sapendo che farsi delle mani infilate in quegli enormi guantoni a calza che parevano manopole da scherma.
Passavano tutti e Bista non passava.
— Cosa gli sarà successo, Madonna mia? — pensava Nennella spaventata.
Cominciava ad imbrunire; in quella magnificenza di tramonto invernale le cose intorno pigliavano tutte una molle tinta di viola e veniva dal mare una brezzolina fresca piena di profumi d’alghe e di catrame.
Nennella discese in bottega dove la vecchia madre dormiva accoccolata sopra una sedia; i canestri, di fuori, erano quasi vuoti, levò dai sacchi le noci, le castagne secche e riempì i canestri.
Frattanto guardava fuori in direzione del quartiere, fissamente, cercando di penetrare collo sguardo traverso alle finestre di quel grande edifizio cupo, le cui linee severe sembravano ingigantire sfumate dal tramonto. Un soldato si fermò per comperare un soldo di noci.
— Addio Nenne’.... — disse tentando di pizzicarle una guancia.
Ma Nennella di cattivo umore, alzò impazientemente le spalle; poi gli guardò la nappina del kepy e riabbassò subito lo sguardo, desolata; il soldato era della 2ª compagnia, Bista della 9ª, non si potevano conoscere.
Il soldato prese le noci, guardandole ad una ad una, pesandole sul palmo della mano per scegliere le migliori, mentre Nennella rimaneva lì appoggiata allo stipite, nella posa rassegnata di chi aspetta, collo sguardo fisso sullo stradone provinciale che si faceva deserto.
Oramai era notte, Napoli si illuminava; milioni di fiamme nella città, nel mare, nelle colline si accendevano, e saliva il grande e caratteristico frastuono della vita notturna napoletana. Si avvicinò a passi affrettati caporale Lo Cicero dalla parte del vicolo della Morte, e chiamò:
— Nennèe!...
Nennella si volse di scatto e riconobbe l’amico di Bista. Impallidì.
— Che nuove ci portate, Lo Cicero?
— Brutte nuove, Nennè, Carmelo è consegnato.
— E cosa ha fatto? Perchè?
— Non mi ricordo bene; ma mi ha detto di salutarvi e di dirvi che a mezzanotte l’aspettate.
Nennella disse stupefatta:
— A mezzanotte? Ma lo fanno escì a quell’ora?
— Non lo fanno uscire, Nennè, salta la barra.
E Lo Cicero fece l’atto di chi salta un muro.
— Madonna santa! s’avessero da scoprí li superiori! — disse Nennella impaurita.
Lo Cicero alzò le spalle per rassicurarla. L’aveva saltata tante volte lui!... E mentre le spiegava il modo di farla franca, Nennella lo interruppe.
— Lo Cicero, che giorno è oggi?...
— Sabato — rispose Lo Cicero alquanto meravigliato, e seguitò il discorso.
Sabato: Nennella si sentiva rassicurata: sempre il sabato a notte suo marito pescava a Mergellina e non tornava che alla domenica dopo la vendita in mercato; meno male, meno male. Ma le era rimasto nell’anima un fondo di paura, un presentimento di cattivo augurio.
— Lo Cicero, ditegli che non venga....
— È inutile — rispose lui alzando le spalle — Bista è più testardo di un mulo: ha detto di venire, verrà! — E se ne andò.
Ad un tratto Nennella si vide innanzi Cicillo, il garzoncello di suo marito, quello storto malizioso che le era sempre tra i piedi colla sua aria di bertuccia malvagia.
— Cosa vuoi Ciccillo? — disse Nennella quasi spaventata dalla subita apparizione.
— Mi manda don Nicola per le lenze piccole; questa notte stiamo fuori.
Sgattaiolò su per le scale con un sorriso malvagio sulle labbra bianche, dondolando le anche deformi, e ricomparve poco dopo tenendo in mano le lenze ed una torcia da pompiere.
— Volete niente per vostro marito?
— Tanti saluti e buona fortuna! — fece Nennella offrendogli un pugno di noci.
Lo storto prese le noci e se ne cacciò subito in bocca una, scappando senza ringraziare: quando fu arrivato alla barca dove don Nicola l’aspettava, depose le lenze e la torcia e cominciò a vogare al largo. Vogando sorrideva di quel suo sorriso sinistro che portava sempre disgrazia.
— Don Nicò, ve volete senti ’nu fattarello?...
— Conta, conta, Ciccillo — rispose don Nicola a prua, accendendo la pipa.
— C’era una volta un pescatore ammogliato....
E lo storto maligno rideva, rideva....
***
La vecchia in bottega, rannicchiata sopra una seggiola, russava allegramente. Nennella aveva le lacrime agli occhi: quello storto maligno portava la jettatura, doveva succedere qualche disgrazia, doveva succedere.
Adagio, adagio, prese il sacco delle castagne e cominciò a tagliarne la scorza con un coltellino che le pendeva dal grembiale, poi accese il fuoco e le mise ad arrostire sulla padella bucherellata: lo stradone s’era fatto buio, solo lunghe file di carri carichi di vino, passavano lasciando nell’aria rumori di sonagliere e schiocchi di fruste.
Cuocendo le castagne Nennella pensava a lui. Perchè glie lo avevano consegnato? Che cosa aveva fatto?...
E le pareva di vederlo a mezzanotte arrampicarsi furtivamente sul muro di cinta e spiccare un salto. Dio! Dio! quell’idea la faceva fremere. Quel maledetto muro era tanto alto!...
Intanto qualche soldato rientrava in quartiere, l’ora della ritirata si avvicinava e lo stradone si andava rianimando. Carmela la Rossa riapriva il balcone per vedere se Gigli, il caporal maggiore della 6ª, rientrando in quartiere guardava Nennella: tutte le comari escivano sulla strada chiacchierando e i monelli correvano incontro alla fanfara che si avvicinava.
Anche Nennella sulla porta della bottega aspettava Lo Cicero: voleva pregarlo di decidere Bista a rinunziare al suo progetto; aveva paura che gli succedesse qualche cosa; ma non gli riuscì di vederlo in quella confusione di gente che marciava compatta dietro le trombe squillanti. Due o tre coscritti si fermarono a comperare delle castagne poi passarono in frotta molti sott’ufficiali e al passo di corsa i ritardatarii, poi più nulla.
Nennella chiuse la bottega, mise a letto la vecchia madre addormentata sulla sedia e aspettò.
Sulla porta del quartiere Bista fermò Lo Cicero.
— Hai fatto?
— Ho fatto.
— Che disse?
— Hai paura che ti scoprano: bada a te!...
E si separarono.
***
Battista Carmelo era un bravissimo giovane. Non aveva che un difetto: era caparbio come un mulo: quando si metteva in testa qualche cosa aveva da essere quella ad ogni costo. Invano gli amici e i superiori l’avevano avvertito più volte che quel difetto poteva portargli conseguenze assai gravi: Bista non voleva correggersi.
Quel giorno il tenente osservò che il caporale Carmelo non prestava la solita attenzione all’istruzione delle reclute e lavorava di malavoglia; dopo averlo più volte ammonito, visto che le parole tornavono inutili, lo consegnò.
Quella prima punizione fece a Carmelo l’effetto di una coltellata. Appunto quella sera aveva bisogno d’esser libero, e Nennella lo aspettava per un certo progetto.... No, no; era impossibile, lui in quartiere non ci voleva stare; sarebbe uscito lo stesso malgrado la consegna; ma.... e poi?...
Uscire non era possibile; alla porta c’era d’ispezione il sergente della sua compagnia che lo avrebbe fermato senz’altro, e poi lo avrebbe dato mancante alla chiamata dei consegnati. Allora pensò di saltare la barra e pregò Lo Cicero di avvisare Nennella.
Saltare la barra era presto detto; il muro di cinta era alto, le finestre della camerata altissime; inoltre il muro di cinta era guarnito da una quantità di vetri rotti acuminati e taglienti che dovevano rendere poco agevole la scalata. Così pensando girava per il cortile come belva in gabbia, cercando di orientarsi, di trovare una soluzione al problema. E si domandava come avevano fatto certuni che si vantavano di aver saltato la barra tante volte; allora si ricordò di Gamberini della 7ª l’amante di Rosa Catena, che assicurava di aver seguitato un mese a star fuori tutte le notti, e cominciò a cercarlo dappertutto.
Finalmente lo trovò: lo invitò a bere in cantina, e lo pregò a volergli insegnare il modo di farla franca. Gamberini diede le indicazioni necessarie, e promise che a mezzanotte in punto si sarebbe trovato sul posto per aiutarlo.
In quelle tre lunghissime ore, dal secondo segnale del silenzio alla mezzanotte, Bista soffrì le pene dell’inferno; qualcosa dentro gli diceva che avrebbe fatto meglio a dormire, che qualche disgrazia gli poteva capitare, ma egli chiudeva l’orecchio alla voce della prudenza, e si incaponiva sempre più; gli pareva che il suo proposito dovesse essere irrevocabile ora che Nennella lo aspettava.
E frattanto tutti dormivano e il tempo non passava mai.
Alle undici, dopo essersi voltato e rivoltato da tutte le parti senza poter trovare una posizione comoda, si alzò, si vestì pian piano, traversò la camerata in punta dei piedi e scese in cortile. Quasi a farglielo per dispetto, il cortile era magnificamente illuminato da una luna splendida; passeggiare non si poteva, c’era da essere scoperti. Ritornò in camerata e si gittò sul letto ad aspettare, febbricitante d’impazienza, non avendo un muscolo che tenesse fermo: quell’ora non passava dunque mai?
Quando la mezzanotte gli parve vicina, sorse con precauzione dal letto ed uscì dal camerone che gli pareva di soffocare; in cortile respirò, non c’era nessuno. Si avanzò fino al luogo del convegno trepidante e commosso; Gamberini non c’era ancora, bisognava aspettarlo. Suonarono le undici e tre quarti all’orologio del quartiere, poi suonò la mezzanotte, e Gamberini non si vedeva. Come fare? per scalare ci voleva un aiuto, una mano, una corda, qualcosa insomma, e a quell’ora come trovare quegli oggetti? Finalmente gli balenò un’idea; le scrostature del muro gli fecero pensare che altri dovevano esservicisi arrampicati appoggiandosi agli spigoli dei mattoni. Se altri erano riusciti perchè non sarebbe riuscito lui?
Volle provare; agile e destro come era, in un istante fu a cavalcioni del muro; aveva indovinato il punto buono; dalla parte opposta c’era un salice enorme che gli tendeva i rami come un invito. Si aggrappò ad un ramo e si lasciò scivolare giù sino al tronco robusto, poi spiccò il salto e si trovò in campagna.
Appena raggiunta la strada provinciale vide in distanza una finestra illuminata, quella di Nennella; evidentemente la povera donna lo aspettava; procedè avanti quasi di corsa col cuore gonfio di gioia. A venti passi dalla casa fece il solito fischio e Nennella spalancò la finestra e disse:
— Vengo!
Ma nello stesso momento una mano poderosa lo afferrò alla nuca, ed egli sentì penetrarsi tra le costole la lama diaccia d’un coltello. Fu un istante. Carmelo cadde bocconi senza dir parola, e mentre Don Nicola si dileguava a gran passi per il vicolo della Morte rimettendo in saccoccia il coltello insanguinato, Ciccillo, il malefico aborto, bussava alla porta di Nennella, gridando a perdifiato:
— Donna Filomè!... donna Filomè!... mi manda vostro marito a dire che ringraziate la Madonna, chè la pesca è stata buona stanotte!...