IL SEGRETO DI ROSARIO

Il corpo di guardia del piccolo e vecchio forte di Serre la Garde che sorge sui fianchi dirupati del contrafforte d’Ambin, è una stanzetta rettangolare malamente illuminata da tre finestre a feritoia e contiene appena le quattro brande per i soldati, un tavolo, due panche e una stufa di ghisa messa in un angolo che serve anche da unico fornello per la cucina. Un corpo di guardia come tanti altri, colle pareti sudicie e coperte di iscrizioni e di figurine tutt’altro che ortodosse, con una fumosa lucerna a olio, una pala e una scopa in un angolo e la tabella della consegna appesa al muro. La guardia si compone di un caporale e tre soldati e da una sola sentinella di giorno sullo spalto per sorvegliare la batteria ed impedire che estranei si avvicinino a prender piani, disegni e rilievi. Il piccolo forte, assai antico, è facilmente aggirabile in cresta e non ha altra missione che quella di fiancheggiare la fortezza di Exilles che sbarra più sotto la valle della Dora. La guardia, a causa della strada assai malagevole, parte da Exilles fornita di viveri per quattro giorni e si rifornisce per altri quattro giorni a mezzo di uomini di corvée a cui viene consegnata anche la posta.

Il 29 di ottobre, mentre la neve cadeva giù a falde larghissime, avvenne il cambio della guardia: Rosario Esposito che faceva il numero uno, indossò il cappotto e andò a rilevare sullo spalto il suo camerata Chiodini che batteva i piedi gelati sulla neve camminando a bracc’arm.

— Finalmente! — disse Chiodini, con un sospiro di sollievo come vide la muta. E andò a collocarsi vicino alla garetta.

Si scambiarono la consegna a presentat’arm mentre i due caporali discorrevano tra di loro a bassa voce: poi Chiodini levò la baionetta tutta bagnata, l’asciugò col fazzoletto e tutta la muta se ne tornò frettolosamente nel corpo di guardia. Rosario Esposito rimase solo.

Mentre la neve cadeva fittissima dal cielo in fiocchi assai larghi, dal fondo della valle saliva la nebbia: una nebbia densa di un grigiore plumbeo che copriva il paesaggio intorno come una cortina. Rosario entrò nella garetta, si strinse ben bene nell’ampio cappotto da scolta sentendosi gelare il sudore addosso e correre per le vene un maligno brivido di febbre. Tra la nebbia vide ancora la guardia smontante che prendeva le armi e indossava lo zaino; udì qualche esclamazione, qualche raccomandazione dei rimasti ai partenti.

— Buon viaggio!

— Pigliate la scorciatoia!...

— Grazie, va bene!...

Poi riconobbe la voce forte di Pippo Mauri che gridava prima di richiudere la porta.

Salutateme ’a fornarella!...

La porta del corpo di guardia si chiuse e dal tubo che sporgeva dall’ultima feritoia, incominciò a sprigionarsi un fumo nero ed acre che il vento cacciava sotto al naso a Rosario, facendolo tossire.

La notte scendeva rapidamente, un mare d’ombra era davanti a lui, un vento freddo agghiacciava la neve appena caduta.

Rosario Esposito pensò con spavento alle due ore che avrebbe dovuto passare così nel buio, tremante di freddo, raggomitolato in fondo alla garetta, schiaffeggiato dal vento che fischiava per i finestrini senza vetri; e per consolarsi cominciò a pensare al calduccio del corpo di guardia dove la stufa russava, dove nel padellotto il lardo del ragôut canticchiava dolcemente. Col caldo, con una bella fetta di carne e una buona razione di pasta ben condita, con un buon sonnellino il suo malessere sarebbe passato. Era un po’ di freddo, niente altro; non bisognava mica spaventarsi per così poco, diamine! Ci sarebbe mancato altro che ammalarsi ora che il capitano gli aveva promesso la licenza per Natale!

Il pensiero della licenza lo scuoteva, gli faceva rizzare il capo come ai cavalli l’odor della stalla vicina. Faceva mentalmente i calcoli; quattro giorni di viaggio per arrivare, due giorni per passare il Natale a casa colla sua buona vecchiarella facevano sei: due per andare alla macchia della Ferrata a pigliare quella cosa che sapeva lui solo, otto. Poi bisognava far finta di partire per andare a Mezzobosco di nascosto a trovare Carmenella che l’aspettava col bambino. Ah! non gliela volevano dare Carmenella, la sua sorella di latte, perchè egli era figlio di un villano? Ebbene egli se l’era presa proprio il giorno prima di presentarsi al Distretto, ed ora il fratello parroco doveva venire alle buone, ora che c’era di mezzo il bambino. Ma intanto egli non aveva capito bene che cosa fosse andata a fare Carmenella dalla zia a Mezzobosco. Avrebbe voluto rileggere la lettera giuntagli quella stessa mattina, dove si parlava di un sotterfugio, di preparativi, di una chiesetta lontana dove un prete li avrebbe sposati di nascosto. Che bisogno c’era di tuttociò?

Non sarebbe bastato che egli si fosse presentato al fratello Don Fulgenzio col gruzzolo in mano e gli avesse detto:

Don Fulgè embè mo’ è fatta, dateci à benedizione e buona notte?!...

Ma ora che ci pensava, come spiegare la presenza di quella grossa somma nelle sue mani? Rivelare la cosa voleva dire essere obbligato a dividere coi fratelli, mentre a lui conveniva tenersi tutto e far credere a una fortuna insperata cascatagli dal cielo, un terno al lotto, una vincita straordinaria.... Poi la somma era tutta in grossi ducati napoletani di Francesco II. Come cambiarli quei ducati senza destare sospetti? A Mezzobosco non ci sono cambiavalute e a Lauricella nemmeno. Bisognava andare a Napoli o tornare indietro fino a Roma, per convertirli a pochi per volta, dall’uno e dall’altro, in tanti biglietti di banca nuovi fiammanti: ci occorrevano troppi giorni, la piccola licenza non bastava. Allora? Rosario perplesso ritornava daccapo alle suo congetture e non avvertiva nei polsi e nelle tempia un calore insolito, un battito più accelerato, non avvertiva una grande debolezza alle giunture delle braccia o delle gambe, una stanchezza strana per tutte le membra.

Nella neve i piedi gli scottavano e le mani non sentivano più il freddo della canna del suo fucile: il cappuccio lo soffocava e lo abbassò: slacciò anche il cappotto da scolta esponendosi al freddo tagliente di quella serataccia da lupi.

— Queste due ore non passano mai? — pensò.

Gli pareva di trovarsi sospeso sopra un abisso in quel nebbione fitto che l’avvolgeva e gli toglieva quasi il sentimento delle cose: e fissava tenacemente le tre feritoie del corpo di guardia da cui una debole luce usciva, come se quei tre punti luminosi lo tenessero ancora attaccato alla terra. Aveva nelle orecchie un ronzìo fastidioso ed incessante, e la vista gli si appannava. Ricominciò a pensare, a far dei calcoli mentali: mille ducati a quanto potevano equivalere in lire italiane? Non lo sapeva bene ma sentiva che erano una piccola fortuna. E se poi non li avesse trovati nella macchia? Se qualcheduno scavando li avesse scoperti? Impossibile, si sarebbe saputo subito nel paese, sua madre glielo avrebbe scritto. Poi non ci poteva essere che lui che sapeva il segreto, ora che il suo povero babbo era morto nella vigna all’improvviso, fulminato da un colpo apoplettico. Il segreto gli apparteneva, dunque anche il gruzzolo, secondo la sua logica di contadino. Finito il suo tempo avrebbe ingrandito la piccola terra, avrebbe preso con sè sua madre e Carmenella, avrebbero fatto i signori.... Ah! Ah! e Carmenella, la signorina Carmenella, la sorella del curato che era rimasta contadina nell’anima sotto la vernice dell’educazione che le avevano fatto dare a suo marcio dispetto, sarebbe stata sua moglie in faccia a tutto il paese, e i galantuomini di Lauricella si dovevano mordere le mani, si dovevano....

A questo punto parendogli che qualcheduno camminasse sulla neve uscì dalla garetta: un chiarore fioco si avanzava terra terra.

— È il caporale, — pensò con un sorriso di soddisfazione.

— Esposito! — chiamò la voce.

— Presente! — rispose Rosario.

— Venite, il rancio è pronto!

Rosario si gittò il fucile dietro le spalle e seguì il caporale barcollando come un ubbriaco.

***

Nel corpo di guardia ci si stava d’incanto: la stufa era incandescente; un buon odore di ragôut solleticava lo stomaco e le nari. Il caporale e i due soldati avevano disfatto le brande, le avevano collocate vicino al tavolo dove ardeva un piccolo e sudicio lume a olio e mangiavano, chi seduto e chi sdraiato, la loro porzione di umido colle patate nel coperchio della gavetta.

Come Rosario comparve e depose il fucile alla rastrelliera Pippo Mauri e Gennaro Lo Fascio lo accolsero con delle esclamazioni allegre.

Rosà, te si arriscallato?

Tieni fame Rosà?

Hai fatto l’ammore a lu frische?

Ma caporal Catapano si alzò premurosamente prese una gavetta sulla stufa e la porse a Rosario che si avvicinava.

— Mettetevi questo in corpo, vi riscalderà subito!

È meglio de lu foche — aggiunse Mauri.

L’aggio fatt’io.... — disse con gravità Gennaro Lo Fascio.

Rosario Esposito si mise a cavallo della panca, trasse dal tascapane il cucchiaio di stagno e cominciò a mangiare lentamente provando fin dalle prime cucchiaiate un senso di sollievo; però nella pasta ci sentiva un sapore curioso, un po’ amaro. Anche il ragôut aveva lo stesso sapore.

Neh, Lofà? Tu che erba ci hai messo cca’ rinte? Tene ’nu sapore amare....

È la nebbia che te si’ magnate — rispose Lo Fascio ridendo.

Tutti risero e anche Rosario rise: ma non potè finir di mangiare e corse a gettarsi sulla branda sbottonandosi tutto, quasi soffocato.

— Che avete Esposito? — chiese il caporale avvicinandosi.

Me sento male capurà....

Allora anche gli altri scesero dalla branda e vennero intorno a Rosario che smaniava all’irrompere subitaneo della febbre.

Che te senti, Rosà?

Pippo Mauri gli mise una mano sulla fronte che scottava e disse gravemente:

Tene a’ frebbe.

— Mettiamolo a letto — ordinò il caporale.

Tutti e tre si misero a spogliarlo delicatamente guardandosi in viso un po’ spaventati; le carni del poveraccio scottavano come carboni ardenti, i tendini guizzavano nell’imperversare della febbre.

Come l’ebbero messo sotto le lenzuola, il malato balbettò appena intelligibilmente.

Tengo sete!...

— Dategli da bere, — disse Catapane a Pippo Mauri.

Acqua non ce n’era più: Pippo Mauri andò a riempire di neve la sua tazza di latta e la mise sulla stufa perchè si squagliasse. Poi come l’ammalato si chetò e parve dormisse, caporal Catapane disse a Lo Fascio:

— Voi domattina andrete a chiamare il medico ad Exilles.

Va bene capurà....

Fuori il vento era cessato ma la neve continuava a cadere fitta fitta, ce n’era di già uno strato di venti centimetri. Caporal Catapane mise la sua accanto alla branda di Rosario e vi si sdraiò sopra tutto vestito. Mauro e Lo Fascio si misero a cavallo alla panca vicino alla stufa, accesero la pipa e cominciarono a tagliare con un coltello certe castagne che mettevano poi a cuocere sul coperchio di ghisa arroventato, parlando a bassa voce, interrompendosi per mangiare quelle già abbrustolite.

Sta male assai lu piccirillo?

Tene ’a frebbe forte....

È state lu fridde....

Tacquero e deposero la pipa per mangiare silenziosamente le castagne. Erano due pastori di Massinico venuti su insieme, rotti alle fatiche della vita randagia, ma pigri come tutti i pastori.

De che paese è Rosario? — domandò Pippo Mauri.

De Lauricella, addò cce fanno a’ festa pe’ S. Agata.

Come le castagne furono finite si alzarono pieni di sonno e vennero alla branda di caporale Catapane che vegliava.

Capurà, jammo a dòrmere?

— Andate.

Rosario comme sta?

— Dorme.

Sperammoddio che se guarisce!....

— Speriamo, domattina a chi tocca la muta?

Tocca a me, — disse Pippo Mauri.

— Va bene, buona notte!

Bona notte capurà....

Due minuti dopo Mauri e Lo Fascio dormivano saporitamente.

Caporal Catapano si alzò, aggiunse altra legna nella stufa, uscì a prendere un’altra tazza di neve che fece squagliare e collocò sul tavolo vicino al malato. Poi abbassò il lucignolo del lume e si addormentò anch’egli vinto dalla fatica.

Sul piccolo forte perduto la neve cadeva silenziosamente.

***

Alle sette della mattina Pippo Mauri svegliò Lo Fascio: una sottilissima striscia di luce grigia penetrava a stento nel corpo di guardia: l’atmosfera era irrespirabile.

Vedendo che Lo Fascio seguitava a russare, Pippo Mauri si vestì adagio adagio e riaccese la stufa; poi andò alla porta per uscire, ma non gli venne fatto di aprirla per quanto spingesse. Aprì invece le imposte delle finestrine e vide la neve all’altezza della sua persona.

— Siamo in gabbia! — pensò. E svegliò il caporale e Lo Fascio. Unendo i loro sforzi riuscirono ad aprire uno spiraglio per il quale uscirono Pippo Mauri colla pala e Lo Fascio colla scopa, sulla piazzuola della batteria c’era più di un metro di neve e nevicava ancora fitto fitto come la sera prima.

Subito caporal Catapane volle che si sgomberasse dalla neve la batteria, come era scritto sulla tabella della consegna, e si mise all’opera anche lui armandosi di un badile. Lavoravano tutti e tre di buona lena facendo a chi mandava la neve più lontana dallo spalto per riscaldarsi. Pippo Mauri sgomberava dalla neve la garetta e la piazzuola del cannone da 12, in barbetta.

Capurà, oggi nun se monta la sentinella?

— E perchè?

Co’ stu tiempo chi ha da venì? Li lupi?

— Non importa, è prescritto, — rispondeva Catapane inflessibile in fatto di servizio.

Col capural La Pietra quann’è stu tiempo nun se monta....

— E con me si monta invece.

Pippo Mauri abbassò la testa e continuò a lavorare. Ma Gennaro Lo Fascio sospese a mezzo la sbracciata per dire:

E io aggi’ annà a Exilles a chiamà lu dottore? Co’ ssa neve nun s’azzecca chiù à strada....

Catapane rimase pensieroso e contrariato: la nevicata non accennava a diminuire.

— Finiamo di sgomberare la piazzuola, poi vedremo.

Come la piazzuola fu sgombra Pippo Mauri montò in fazione e Lo Fascio e Catapane andarono intorno alla branda di Rosario Esposito che aveva aperto gli occhi e teneva la bocca spalancata per l’arsura delle fauci. Era irriconoscibile, tutto il volto ed il collo macchiato di piccole chiazze violacee, striate di sottilissime vene sanguigne.

Come stai Rosà?

Rosario scuoteva la testa disperatamente, compassionevole a vedersi, con le labbra gonfie e quasi tumefatte.

Vôi bbeve? — Domandò Lo Fascio.

Rosario accennò di sì colla testa. Dopo che gli ebbero dato da bere, Lo Fascio chiamò in disparte Catapane e gli disse:

Mamma mia! E chillo se more!

— Bisogna chiamare il medico subito, subito!

E come se fa? — rispose Lo Fascio accennando con un gesto largo la vallata dove la neve continuava a cadere.

— Bisogna provare, Lo Fascio; volete lasciar morire così un povero cristiano, un vostro compagno?

Va bbene, io ce prove!...

Si legò le racchette alle scarpe, prese un bastone, il cappuccio e partì....

Caporale Catapane ritornò vicino all’ammalato che spasimava ora nell’atroce martirio di una sete inestinguibile ed emetteva un lamento infantile, continuato, doloroso, inframmezzato di tanto in tanto da qualche invocazione alla santa protettrice di Lauricella.

Sant’Agata mia, aiutateme! Sant’Agata mia si me guarisce t’accènno vinte cannele ’e quattro libbre! Mamma mia, me moro!

Caporale Catapane non sapeva come venirgli in aiuto; di già sentiva di aver commesso un’imprudenza a lasciar partire solo Lo Fascio con quel tempo orribile: avrebbe trovato la strada praticabile fino a Exilles, o avrebbe dovuto tornare indietro? Eppoi se anche fosse giunto a Exilles (e non vi poteva giungere prima di sera) il medico si sarebbe arrischiato per quella strada pericolosa sempre, inaccessibile addirittura ora con tutta quella neve? C’era da dubitarne.

Tuttavia sperava che almeno Lo Fascio giungesse ad Exilles per testimoniare, se non altro, che il suo dovere di caporale e di buon cristiano l’aveva fatto.

Intanto ebbe un’idea. Calmare la febbre di Rosario mettendogli della neve sulla testa. I dottori all’ospedale non adoperavano le vesciche piene di ghiaccio?

Dunque?.... Prese un asciugatoio e andò a riempirlo di neve che ebbe cura di premere colle mani perchè pigliasse una certa consistenza: poi annodando le cocche ne fece come una specie di guanciale su cui posò delicatamente la testa del malato; la neve si liquefaceva subito, correva per la branda a rigagnoli, bagnando le membra di Rosario che scottavano.

— Ti senti meglio?

Nu’ poche. Grazie!

Quando l’azione frigida della neve ebbe calmato alquanto la violenza della febbre, Rosario si sollevò sopra un gomito e sbarrò gli occhi in faccia a Catapane.

Capurà io saccio che moro prima de notte....

— Ma no. Che idee! Stai tranquillo, dormi, — rispondeva caporal Catapane tentando di sorridere, ma sentendo che qualcosa di tragico si avvicinava.

Allora Rosario Esposito, a parole interrotte gli disse tutto il suo breve romanzo con Carmenella, la sorella del curato del suo paese, e gli raccomandò il suo bambino che era insieme colla madre a Mezzobosco. E poi si fece giurare il più grande segreto su quanto stava per dire e gli domandò se voleva incaricarsi di eseguire il suo testamento.

— Il tuo testamento? — domandò Catapane meravigliato.

— Sì, una cassetta con mille ducati d’argento, che si trova sotterrata alla profondità di due metri dal suolo alla macchia della Ferrata, nella spianata centrale, sotto la terza quercia a sinistra segnata da una croce e da una cifra: D. Per mio figlio! — disse con voce fioca.

Catapane pensava che delirasse: ma Rosario aveva lo sguardo limpido e fermo, la voce debole ma sicura.

— Ce l’aveva nascosto mio padre quando era al servizio della baronessa Di Castro: per la paura del brigantaggio tutti sotterravano e nascondevano i loro averi: la baronessa li aveva divisi in varie cassette di ferro e li fece nascondere un po’ dappertutto.

«Ma ella era vecchia e sola: durante la rivoluzione la trovarono scannata nel suo castello e mio padre rimase possessore del segreto che rivelò soltanto a me come al maggiore della famiglia....

Aveva parlato molto e la fatica lo aveva prostrato: cadde in una specie di letargo.

Era mezzogiorno: dalla piazzuola della batteria Pippo Mauri chiamava il caporale.

Catapane si ricordò che non aveva il diritto di tenerlo tutto il giorno in sentinella e che nessuno aveva preparato il rancio. E andò a levarlo di fazione.

— Come sta? — disse Pippo Mauri entrando, accennando al malato il cui volto diventava sempre più nero.

— Sta male, molto male!

Povero Rosario! se more?

— Ho paura che non arrivi a sta sera....

Che male sarà?

— Temo che sia tifo.

Mamma mia!...

E corse a riscaldarsi alla stufa sbocconcellando avidamente un quarto di pane. A un tratto domandò:

E Gennaro Lo Fascio?

— È andato a Exilles per il medico.

Se fosse perduta la strada?

— Speriamo di no.

Embè, ma nun se magna, oggi?

— Fate il rancio voi, io non mangio per adesso.

Pippo Mauri mise sul fuoco una gavetta piena d’acqua con un pezzo di carne cruda e un pizzico di sale e si sdraiò sulla panca aspettando che l’acqua bollisse.

Capurà, nevica sempre?

— Sì.

Mannaggia l’arema ’e San Gennaro! E quando fernisce?

— Chi lo sa? — Rispose Catapane pensando a Gennaro Lo Fascio. Poi come il rancio fu fatto, si decise anch’egli per qualche cucchiaiata di brodo bollente e sbocconcellarono insieme la razione di carne guardando di sottecchi il malato che non si muoveva.

La giornata passò tristamente così, accanto al letto del moribondo. Catapane non poteva chiuder occhio, angosciato da cento timori.

Verso sera, mentre Pippo Mauri russava tutto vestito, Rosario Esposito si rizzò per l’ultima volta a sedere sul letto, occhi schizzanti dall’orbita, la faccia carbonizzata. Accennava coll’indice della destra ad un punto lontano e disse a voce quasi inintelligibile:

— Nella macchia della Ferrata.... sotto la terza quercia a sinistra segnata da una croce.... Per mio figlio!

E ricadde sul guanciale stecchito.

Catapane prese dal tavolo la lucernetta fumosa e l’avvicinò al viso di Rosario: il viso era perfettamente nero, orribile a vedersi, e su quel nero il bianco delle orbite si dilatava spaventosamente.

— Mauri! Mauri! — chiamò Catapane con un singhiozzo nella voce.

Mauri balzò in piedi di scatto.

Che c’è, capurà?!...

— Rosario Esposito è morto!

— È morto?!...

Gli coprirono il viso col lenzuolo e si fecero il segno della croce. Poi il caporale si mise in ginocchio vicino alla branda e disse:

— Preghiamo per l’anima sua!...

Pippo Mauri s’inginocchiò colpito da un terrore superstizioso. Fuori, la raffica della neve si scatenava sul piccolo forte abbandonato e il vento passava giù nella valle con ululati sinistri. Il chiarore rossiccio della stufa illuminava di scorcio il triste gruppo, tragicamente.