Belisario spediva a Bisanzio in segno di sua vittoria le chiavi delle porte di Roma e Leuderi prigioniero: ma egli stesso conosceva la difficoltà di mantenersi padrone di un’ampia città che egli non isperava di poter difendere a lungo dall’assedio onde prevedeva che tosto sarebbe cinta. Malgrado della cura con cui Teodorico aveva atteso a restaurarle, le mura di Aureliano erano in parecchi punti danneggiate ed in parte anche diroccate: egli diè opera tosto a munirle cingendole di larga fossa ed ergendo un saldo spalleggiamento di merli angolari. Ammiravano i Romani questi lavori e ad un tempo si affliggevano al pensiero dell’assedio al quale Belisario s’apparecchiava con tanta sollecitudine. Il Bisantino riempiva i granai publici di cereali tratti di Sicilia e di grani raccolti dalla Campania, ai cui coloni egli aveva imposto che d’ogni parte somministrassero provvigioni. Nè egli errava nelle sue aspettazioni.
Vitige durante l’inverno raccoglieva l’intiero esercito goto, e dopo che lo ebbe fornito come meglio potè di armi, di abiti e di cavalli, affrettato dalla notizia della caduta di quasi tutte le città di Toscana e del Sannio, mosse di Ravenna contro Roma. Per via, alcuni Romani dicevangli che i Greci erano ormai abborriti nella Città, per la qual cosa i suoi spirti guerrieri ne erano accesi ognor più. Senza indugiare alla conquista di Perugia, di Spoleto e di Narni, con mossa affrettata, abbandonata la Via Sabina, scendeva da Via Casperia e da Via Salara. In sull’incominciamento del Marzo 537, dall’alto delle mura della Città, i Bisantini ed i Romani miravano l’oste gota che con aspetto terribile s’avvicinava. Innumerevoli erano le schiere dei Goti (i quali, secondo notizia forse esagerata del secretario di Belisario, sarebbero ascesi a 150,000 uomini): e quella moltitudine di fanti e di cavalieri dai destrieri coperti di ferrea maglia, moveva per Via Salara alla volta di Roma. Il Tevere, serpeggiando con dolce curva intorno a colline di tufo vulcanico, accoglie dalla sua sponda sinistra le acque del fiume Anio, il quale, scorrendo attraverso vallate coperte di bei tappeti d’erba sempre verdeggianti, termina a mescere le sue colle onde del maggior fiume presso al terzo stadio migliare.
Allorchè i Goti videro le mura di Roma elevarsi dirimpetto, si lanciarono all’Anio che li separava dalla Città, mossi da desiderio ardente di traghettarlo. Durante la primavera, il bel fiume accoglie gran copia di acque che ne rendono difficile il guado, per la qual cosa eglino correvano tosto al ponte su cui conviene passare per giungere alla Città, ma lo trovavano munito di una forte torre e ben guardato[362]. Sennonchè il presidio, colto da paura, di nottetempo fuggiva nella Campania; laonde i Goti non durarono altra fatica che quella di spezzare la porta del ponte, varcato il quale, essi mossero contro porta Salara. Ma per via s’imbatterono in Belisario il quale era uscito della Città con mille cavalli per ispiare la mossa del nemico e per trattenerlo dal passare. Procopio tinse il suo pennello nei colori onde splende l’Iliade per dare una energica descrizione della prima pugna che si combattè sotto le mura di Roma. Egli ci dipinge Belisario che montando un generoso cavallo sauro stellato in fronte[363], simile ad un eroe omerico, abbatte nemici sopra nemici, combattendo sotto un nembo di frecce e urtando contro una selva di lance: imperocchè i Goti volgessero il loro studio a colpire il duce il cui destriero lo faceva conoscere da lunge. E poichè speravano di prendere Roma ad un primo assalto, morto il generale, lo stringevano con furore da tutti i lati. Ma la sua sola spada fulminea lo proteggeva da tutti i colpi, e gli scudi delle sue guardie ne coprivano il petto, nel tempo stesso che Goti e Greci formavano coi cumuli dei loro cadaveri un alto baluardo intorno a lui.
Dopo una zuffa violenta di dubbio successo, i Greci sopraffatti dalla forza maggiore dovettero ripiegare: e si ritirarono rapidamente verso il colle, separato per una gola profonda dal monte dei Giardini che s’eleva innanzi a porta Pinciana[364]. Ma l’eroico valore di un Valentino, ch’era maestro delle stalle di Fozio figlio di Antonina, rattenne la foga dei cavalieri Goti che si scagliavano impetuosi contro i fuggitivi, finchè questi si furono ritirati sotto la protezione delle mura della Città. I Goti gli inseguirono con ardore fino alla porta ch’ebbe nome di «Belisaria», e che probabilmente sarà stata porta Pinciana. Le scolte che stavano a guardia delle torri e delle mura della Città, temendo che insieme ai Greci non irrompessero alla rinfusa anche i nemici, non badavano al grave pericolo dei loro compagni fuggiaschi; nè davano retta al comando di Belisario che con voce potente gridava che aprissero, perchè, tutto polvere e sudore non era riconoscibile al lume del sole cadente: ed anzi, reputando che il capitano fosse morto, il presidio teneva con maggior ostinatezza asserragliate le porte. Ma già i Goti s’apprestavano a colmare il fosso per poter superarlo, affine di fare strage dei Greci che stringevansi fra il fosso ed il muro. Allora Belisario confortava i suoi ad un ultimo sforzo, con urto terribile ed improvviso assalendoli, ricacciava i Goti disordinati nel loro campo presso il fiume; indi entrava coi suoi guerrieri in città. I Romani avevano dalle mura contemplato con isguardo di meraviglia quel combattimento simile alle pugne che in tempi antichi avevano combattute i loro padri: ma eglino, che, nepoti di eroi, erano caduti nel profondo della viltà, avevano mirato alla zuffa neghittosi e tremanti di paura. Sembrava che fossero tornati i tempi dell’assedio di Troja, e nel mattino seguente dai baluardi vedevasi il campo della battaglia coperto di migliaia di cadaveri dei Goti e dei Greci. Fra i caduti, lo stesso nemico dovè con lode imparziale celebrare il valore di un Goto: fu questi il prode Visando vessilifero[365]. Combattè fra i più accaniti nella mischia appiccatasi intorno a Belisario, e, caduto con tredici ferite, fu trovato tre dì dopo che ancora alitava dai suoi Goti, che lo trasportarono al campo, ove fu salutato col nome di eroe.
Vitige, deluso nella sua speranza di prendere la Città ad un primo assalto, deliberò di cingerla d’assedio regolare. I Germani, ch’erano abituati a pugnare in campo aperto, ignoravano l’arte degli assedî; ed il Re, mal consigliato, pose con incredibile cecità a giuoco pericoloso il regno gotico dinanzi alle mura di Roma, contro le quali doveva infrangersi la bravura di un popolo guerriero. Il giro estesissimo delle mura di Aureliano non gli permise di circondarle interamente; per la qual cosa egli si restrinse a cingerne la parte più debole che si stende da porta Flaminia a porta Prenestina: e questo è argomento che vale a sollevare dubbio non lieve sulla notizia dataci da Procopio che l’oste gota comprendesse centocinquantamille combattenti. Narra lo Storico che lungo quella linea di mura s’aprissero cinque delle porte principali, ma non ne dà i nomi. Noi sappiamo, per vero dire, che ivi dovevano esistere le porte Flaminia, Pinciana, Salare, Nomentana, Tiburtina, Clausa e Prenestina: per la qual cosa si pare che lo Storico non abbia tenuto conto della penultima, nè, sembra, di porta Pinciana[366]. I Goti posero sei campi fortificati dirimpetto a quelle porte, a manca del fiume; un settimo collocarono a destra del Tevere nel campo di Nerone, ossia in quel piano che si stende dal monte Vaticano a ponte Milvio, situato sotto il colle che oggidì ha nome di monte Mario. Imperocchè loro tardasse di tenere ben custodito quel ponte donde potevano vegliare all’altro di Adriano, da cui s’entrava in città per la porta interna Aureliana. E questa porta, che aveva anche allora nome di san Pietro, era al di qua del ponte di Adriano, e s’apriva in quella parte delle mura che, staccandosi da porta Flaminia e seguendo la sponda interna del fiume, cingeva il campo di Marte. E da quel settimo accampamento i Goti vigilavano anche sopra porta Transteverina, la quale non era differente dalla porta di san Pancrazio presso il Gianicolo[367].
Frattanto Belisario dava opera nella Città a porre in migliore assetto di difesa le porte. Egli faceva murare porta Flaminia, che era troppo vicina al campo nemico, e ne affidava la custodia al valoroso Costantino; alla porta di Preneste preponeva Bessa; ed egli stesso poi stabiliva il suo alloggiamento fra porta Pinciana e porta Salara, ch’erano poste nella linea meno valida delle mura e ch’erano acconce a sortite. Ad ogni altra porta poneva a guardia un capitano; ed a tutti quei suoi luogotenenti comandava che non abbandonassero mai i luoghi affidati alla loro vigilanza per cosa che vedessero o che udissero. I Goti che di quando in quando si scagliavano contro le porte ne trovavano i guardiani sempre parati a difenderle; e silenzio profondo era opposto ai discorsi che eglino dal basso volgevano a quei di dentro, dicendo che i Romani erano traditori e dissennati poichè avevano anteposto alla potenza dei Goti il giogo dei Bisantini, dai quali (dicevano con verità incontestabile) Italia non aveva ricevuto altro profitto che quello di averne tragedi, istrioni e pirati[368].
Nel tempo medesimo in cui gli assedianti cingevano Roma, eglino tagliavano i quattordici acquedotti della Campania che conservavansi ancora in integra condizione: e Belisario (memore dell’assedio di Napoli in cui il suo esercito era entrato di nottetempo per un canale sotterraneo) fè murare con diligente cura le imboccature di tutti i canali della Città. Di tal maniera i bellissimi acquedotti di Roma, meraviglia di tanti secoli, andavano spezzati e distrutti a mezzo, e dopo tempo immemorabile cessarono di spandere la letizia delle loro onde alla Città. Ma i Romani per difetto di acqua non soffrivano tanto di sete, quanto dell’impossibilità di muovere le macine dei loro molini. Questi erano, secondo narra Procopio, e sono anche oggidì, nella Regione Transteverina, sul pendio del Gianicolo, dirimpetto al ponte che oggi ha nome di ponte Sisto, dove le onde dell’acquedotto di Trajano scendendo con impeto, simile a quello di un fiume, poneva in movimento i congegni. La inoperosità di quei molini era causa che si avesse penuria di farine e di pane, per la qual cosa il genio di Belisario ricorreva ad un’espediente del quale i Romani dei nostri giorni, che ancora ne usano, a lui debbono grazie. Egli fè collocare innanzi al ponte sunnominato due barche rattenute da gomone, e pose su quelle la macina in maniera che i congegni ne fossero posti in movimento dalla forza delle acque che con impeto si rovesciavano fra i pilastri del ponte[369]. I Goti tentarono di rompere o guastare quei molini natanti abbandonando alla corrente del fiume tronchi d’albero e cadaveri di Romani, ma Belisario facendo tendere una catena a traverso delle acque rendeva nullo l’intento degli inimici.
Frattanto gli assedianti devastavano la Campania, e impedivano per quanto potevano che s’introducessero vettovaglie entro la Città. Il popolo romano era agitato da grave malcontento via via che crescevano le strettezze dell’assedio: la plebe con alti clamori diceva che non bastavano le forze della Città a sostenere l’assedio, e beffeggiava i Bisantini e Belisario il quale follemente pretendeva di voler difendere con cinquemila soli guerrieri una città malamente munita contro un’oste potente: il Senato mormorava in secreto. Alcuni trafuggitori narravano a Vitige dei torbidi interni, per la qual cosa egli cercava di accenderli vieppiù. E a tal uopo spediva a Belisario un legato il quale, in presenza dei Senatori e dei duci, lo ammoniva che cessasse di aggravare dei mali d’un assedio quei Romani che Teodorico aveva colmati di gioie e resi lieti di libertà: diceva che dovesse persuadersi essere la sua resistenza una pazza impresa: e lo esortava a cedere, promettendo che a lui sarebbe concesso di partirsi liberamente, ed ai Romani sarebbe dato obblio del passato. Ed a questi ultimi l’ambasciatore goto chiedeva, di quali opere malvage gli avessero oppressi i Goti, perchè questi, loro signori, avessero avuto a tradire insieme a sè medesimi: chè invece dopo di avere resi loro beneficî memorandi, ora eglino, loro antichi proteggitori, comparivano novellamente innanzi le mura a liberarli. Gli udivano i Romani tremanti e taciti, chè non erano osi di dare risposta al rimprovero di tradimento. Ma Belisario calmo e imperterrito protestava al legato che egli terrebbe fermo in Roma finchè avesse un sol fiato di vita.
Come l’ambasciatore fu ritornato al campo recando questa risposta, e come Vitige ebbe compreso che Belisario non cederebbe, il Re continuò con maggior ardore nelle opere dell’assedio, e attese a dare apprestamenti all’assalto. Fabbricò alcune torri smisurate di legno la cui altezza superava quella delle mura, le quali con pesanti ruote sopposte agli angoli, dovevano essere trascinate da buoi, ed alle quali erano attaccati con catene alcuni arieti dal ferreo capo, che cinquanta uomini dovevano spingere a percuotere la muraglia. E fè pure costruire lunghe scale e salde che dovevansi appoggiare ai merli tosto che il fosso fosse stato colmato con fascine. A quei goffi apparecchi (e l’arte dei moderni assedî ride di loro rozza semplicità) opponeva Belisario altri provvedimenti. Ei collocava sulle mura alcune balestre congegnate con arte, e grandi frombe da gittar sassi, alle quali davasi nome di asini selvatici (onagri), ch’erano atte a scagliare una freccia con tale impeto da configgere ad un albero un uomo armato di corazza. A difesa delle porte egli eresse alcune macchine dette lupi, che erano saracinesche formate di pesanti travi armate di punte di ferro, le quali d’improvviso facevansi piombare con grande impeto sopra gli assalitori.
Come sorse il giorno decimottavo da che aveva avuto incominciamento l’assedio, Vitige mosse con assalimento generale contro la Città. Dai sei campi posti al di qua del fiume, e dal settimo collocato sulla destra sponda uscirono le spesse schiere dei Goti con loro torri e con iscale. La vista di quelle moli gigantesche che, simili a montagne crollanti, lentamente s’avvicinavano alle mura incuteva alto spavento ai Romani. Ma Belisario ne rideva, e da un merlo di porta Salara, impugnato l’arco, trafiggeva con una prima freccia il condottiero del drappello assalitore; un secondo ne stendeva tosto dopo al suolo e comandava ai suoi arcieri di far segno ai loro colpi i buoi che trascinavano la torre. I Goti videro delusa la loro speranza di avvicinare le loro macchine alle mura: le torri rimanevano immobili ed eglino stessi cadevano invece trafitti nella fossa della Città.
Nel tempo stesso in cui si dava l’assalto a tutte le porte innanzi alle quali i Goti avevano posti i loro campi, una violenta mischia s’era appiccata in due luoghi pei quali gli assalitori speravano di aprirsi un varco: a porta Prenestina e al mausoleo di Adriano. Presso alla porta di Preneste le mura erano assai deboli, particolarmente là dove vi si addossava un antico Vivario, ossia recinto ove custodivansi belve. Questo Vivario, il quale sembra che fosse situato in prossimità di porta san Lorenzo, che allora doveva essere chiamata Prenestina[370], non era munito di torri e di merli e solo celava la fragilità del muro che dietro s’alzava, senza accrescervi saldezza. Vitige stesso guidava la schiera assalitrice, e Belisario avvisato il pericolo, lasciava porta Salara e correva a porsi alla testa dei difensori. I Goti erano già penetrati nel Vivario, e s’apprestavano con ardore a superare la muraglia, allorchè i Greci scagliandosi con impeto gli sgominavano in quell’angusto recinto, indi li volgevano a fuga disordinata verso il loro campo che era assai discosto, e ne ponevano in fiamme le macchine.
Gli assediati con energica sortita respingevano i Goti da porta Salara: porta Flaminia in causa della sua erta posizione non era assalita; ed il così detto Murus ruptus, che stava fra quella porta e l’altra Pinciana, era difeso dall’apostolo Pietro che aveva serrati gli occhi dei Goti. Questa strana leggenda, creata in quel tempo in cui san Pietro era venerato quale patrono di Roma, in cui il suo corpo otteneva l’onoranza del Palladio antico, ci è narrata da Procopio, il quale aggiunge che i Romani prestavano omaggio a quell’Apostolo sopra ogni altro. Una parte della muraglia che si addossa a monte Pincio, di salda e bella costruzione, sostenuta da barbacani contigui gli uni agli altri e coperta di una bella rete di pietre, s’era fin da tempo antico naturalmente infranta, non dal basso ma dal mezzo in su: e rimasta in quella condizione, senza cadere stava con obbliquo pendio. Narra Procopio che fin da tempi antichi i Romani vi dessero nome di Muro Rotto, e noi aggiungiamo che oggidì ancora la appellano Muro Torto. Allorquando Belisario in sull’incominciamento dell’assedio volle munire quel luogo, troppo debole a respingere un assalto, ne lo impedirono i Romani, protestando con fermezza che il santo Apostolo aveva promesso loro di difendere in persona quel muro. E nel giorno dell’assalto e più tardi, i Goti non si scagliarono mai contro il Muro Rotto; per la qual cosa Procopio aveva argomento di meravigliarsi che il nemico, il quale aveva tentato di dare la scalata alle mura di giorno colla forza, di notte coll’astuzia, fosse stato sì negligente da non aprirsi un varco in quel luogo propizio che sembrava invitarlo[371].
Dal lato del Transtevere, i Goti tentarono con infausto successo di impadronirsi della porta del Gianicolo detta anche di san Pancrazio, cui proteggeva il luogo ripido su cui s’ergeva[372]. Ma con maggiore energia e con pugna accanita eglino mossero all’assalimento del mausoleo di Adriano. Procopio ci lasciò la narrazione di questo memorando episodio dell’assedio goto, ed a lui andiamo debitori a quest’occasione della prima ed unica descrizione del celebre mausoleo, quantunque abbiasi a deplorare ch’essa sia imperfetta assai. Gli scrittori che lo precedettero, con grave negligenza, appena badarono a quel monumento; e dalle parole di Procopio non si ricava perfetta notizia della forma e della condizione sua a quel tempo. Egli dice soltanto: «Il sepolcro di Adriano imperatore romano s’alza fuori di porta Aurelia distante un trar di sasso dalle mura. È edificio splendidissimo, imperocchè sia rivestito di marmo pario e le pietre sieno saldamente aderenti le une alle altre, senza che all’interno sieno di maniera alcuna congiunte. Uguali i suoi quattro lati e larghi ciascuno un trar di sasso: la sua altezza supera quella delle mura. Al sommo lo adornano statue bellissime di uomini e di cavalli dell’istesso marmo». A queste notizie si restringe la descrizione di Procopio, e da quelle sembrerebbe che il mausoleo fosse stato una torre adorna di statue di marmo che poggiava sopra un’alta base quadrangolare: se poi l’edificio rotondo andasse via via rastremandosi a parecchi ripiani, se sovra questi si ergessero statue, se finalmente l’edificio terminasse in vertice appuntito coronato di una palla di bronzo, lo Storico greco non dice[373].
La solidità, la grandezza di quella mole simile a una rocca, la sua vicinanza alla Città dalle cui mura vi si riusciva direttamente per il ponte di Adriano, avevano consigliato ai Romani, molto prima del tempo di Belisario, di giovarsi di quel mausoleo a baluardo della Città, comprendendolo entro il circuito delle sue fortificazioni. «Gli Antichi», dice Procopio, «tramutarono quel sepolcro (il quale sembra essere una fortezza eretta a prima difesa della Città) in uno dei suoi baluardi, congiungendolo al muro della Città per mezzo di due muraglie»[374]. Fra gli Antichi però lo Storico non può aver compreso Teodorico, quantunque il Re goto abbia forse restaurato il sepolcro di Adriano oppure ne abbia usato a cittadella ed a prigione dei rei di Stato; chè già fino al secolo decimo il popolo vi dava nome di «carcere di Teodorico», e soltanto posteriormente lo appellava «torre di Crescenzio»[375]. Egli è probabile che Onorio, se non sia stato Aureliano, lo congiungesse alle mura. Per poter comprendere il modo, ei fa duopo che si pensi, che la muraglia di Aureliano sorgendo sulla sponda sinistra del Tevere, partiva di porta Flaminia, e che, interrotta innanzi al ponte di Adriano dalla porta Aurelia, procedeva fino al ponte Gianicolo anzi fino al ponte dell’isola del Tevere, e finiva là dove la muraglia di Aureliano esterna al Gianicolo, toccava le onde del fiume. Disgiunto dal sepolcro per il corso del Tevere, il muro della Città non poteva esservi riunito se non per mezzo di quel ponte; e due muraglie, che se ne staccavano, ponevano in congiunzione il sepolcro e il ponte colla muraglia interna della Città e colla porta Aurelia. Di tal maniera quell’adito importantissimo di Roma era protetto da un baluardo che sorgeva a guardia del ponte; ed al suo presidio era dato di unirsi quando volesse con quello della porta[376]. E poichè le muraglie condotte dal sepolcro al ponte precludevano la via che guidava al san Pietro, ne derivava necessità che vi si aprisse una porta: ed è quella che nei secoli ottavo e nono ebbe nome di porta sancti Petri in Hadrianeo[377].
Belisario aveva affidata la guardia del mausoleo al più valente dei suoi luogotenenti, a Costantino; ed avevagli dato comando che vigilasse anche alla difesa del muro vicino: imperocchè colà, forse a sinistra di porta Aurelia, fossero collocati pochi drappelli; chè il fiume col suo corso giovava a render munito il muro. Frattanto i Goti, conoscendo che quel tratto era difeso da pochi soldati, tentavano di guadare il Tevere sopra barchetti; e Costantino era costretto a correre in persona sul luogo minacciato, lasciando il nerbo dei suoi guerrieri a difendere porta Aurelia ed il sepolcro. I Goti s’avanzavano contro il mausoleo, e cominciavano da quello l’assalto, perocchè sperassero d’impadronirsi della porta tosto che quello fosse caduto in loro potere. Senza trar seco loro macchine di guerra, protetti dai loro larghi scudi, eglino recavano scale. Un portico, o viale coperto, dal tetto sostenuto da colonne, s’alzava in vicinanza del sepolcro e si stendeva fino alla basilica Vaticana[378]. In quello riparavano gli assalitori dai colpi che con loro baliste lanciavano i Greci del castello; indi avvicinavansi destramente alla rocca per le strette vie che erano presso al distrutto circo di Nerone, in maniera che gli assediati non avevano più agio ad usare di loro macchine. Di repente movendo con impeto, scagliavano un nembo di dardi contro i merli della rocca ed appoggiavano le scale, ed avanzandosi da tutti i lati erano già per cingere d’ogni parte il mausoleo e per azzuffarsi coi difensori. In quella strettezza, la disperazione suggeriva ai Greci di giovarsi a guisa di proietti delle grandi e belle statue che ornavano il mausoleo: e messa in pezzi la maggior parte di quei marmi di mole considerevole, come narra Procopio, con ambe le mani ne scagliavano i rottami sui Goti. E ne veniva che il sepolcro di Adriano era per sempre spoglio del suo più splendido ornamento. Precipitava una gragnola tremenda di frammenti di tanti capolavori, di statue d’Imperatori deificati, di Numi, di Fauni, di eroi: gli assalitori Goti cadevano scacciati sotto i bei simulacri degli idoli, i quali, lavori di Policleto o di Prassitele, avevano forse un giorno abbellito i templi di Atene, oppure, quattrocento anni prima, da artisti greci erano stati scolpiti nelle officine di Roma[379]. I Goti non poterono resistere a quella tempesta di marmi, ma costernati dierono indietro; e gli assediati mettendo grida di gioia raddoppiarono i loro sforzi e respinsero pienamente l’assalimento. Con quella zuffa terribile e strana che s’era combattuta intorno alla tomba d’un Imperatore, e che sembrava ricordare la lotta dei Giganti del mito, davasi dappertutto fine all’assalto, e dalla banda di porta Aurelia prima di ogni altra. Costantino, tornando dalla muraglia donde egli aveva impedito facilmente che i nemici scendessero sulla sponda sinistra del fiume, trovava che i Goti già ritiravansi del mausoleo, ai cui piedi ammucchiavansi cadaveri schiacciati e frammenti di statue sozze di sangue.
Vitige, ributtato in quell’assalto mosso contro tutte le porte di Roma, vi perdette il fiore della sua milizia; e forse vi perirono non meno di trentamila guerrieri, chè a tanti li fa ascendere Procopio per notizie avute da duci goti: e ancor maggiore, dic’egli, fu il numero dei feriti, perchè i colpi delle macchine degli assediati menavano grave danno alle ordinanze profonde dei Goti, e perchè i Greci nelle loro sortite avevano fatta grande strage fra i nemici che fuggivano disordinati. Come venne la notte, Roma echeggiava di lieti cantici di vittoria e di lode a Belisario, ed i campi dei Goti risonavano di inni melanconici nei quali piangevasi la sorte dei fratelli caduti[380].
Il rovescio che i Goti avevano tocco nell’assalto mutava la condizione delle cose: ristavano i Goti dai loro apprestamenti; ne divenivano più baldi i Romani, Belisario più operoso. Gli assedianti stavano muniti nei loro accampamenti, nè si avvicinavano troppo alle mura per paura di sortite repentine dei loro nemici, nè scorazzavano più come prima senza precauzioni nella Campania, perchè la cavalleria leggiera dei Mauri di Belisario li molestava dì e notte. La Campagna di Roma è, in tutto il mondo, il territorio più opportuno ai volteggiamenti di cavalleria. Ivi si stendono vastissimi piani che possono corrersi a briglia sciolta: gli interrompono tratto tratto alcuni torrentelli che i cavalli guadano facilmente e con piacere; vi si alzano qua e colà alcune collinette d’origine vulcanica verdeggianti di erbe e sparse di fiori, che il cavaliere sale e scende senza rattenere la foga del suo corridore. I Mauri di Numidia, saettatori terribili, scorrevano in questa classica regione deserta come solevano nelle patrie loro pianure che si stendono a’ piedi dell’Atlante; gli Unni venuti dall’Istro e i Sarmati nati sul Tanai, rinvenivano qui ancora le loro steppe coperte di erbe: e nessuna età vide mai zuffe di cavalleria più terribili di quelle che si combatterono intorno a Roma nel tempo di questo memorabile assedio.
Poichè i Goti non avevano potuto cingere Roma per intiero, era rimasta alla Città libera uscita e aperta la via dal lato di Napoli e del mare, chè Vitige era stato sì imprevidente da non impadronirsi di Albano e di Porto. I Romani or cessavano di schernire all’ardire di Belisario, ed anzi fidenti nel suo genio attendevano con zelo ai piccoli servigî di guardia ch’egli affidava loro. Le loro speranze erano confortate da buoni augurî; imperocchè, malgrado del loro culto ai santi Apostoli ed ai Martiri, eglino non avessero cessato di prestar fede agli auspicî pagani. E Procopio ne racconta alcuni fatti degni di nota del tempo dell’assedio. Nella Campania alcuni fanciulli conduttori di pecore, attendendo fra loro a lottare, avevano posto nome a due dei combattenti Belisario e Vitige. Cadeva il Vitige, ed in pena i furfantelli scherzando lo appendevano ad un albero: ma giunto frattanto un lupo, fuggivano abbandonando il miserello Vitige che, soffocato nella sua giacitura, ne moriva. I pastori ebbero quel fatto a presagio non mendace della vittoria di Belisario, e non ne punirono i colpevoli fuggitivi. Ciò accadeva nei monti Sanniti, ma in Napoli compievasi un portento ancor più eloquente. Nel foro di quella città era un musaico che rappresentava l’imagine del grande Teodorico: lui vivente ancora, era caduto il capo di quella figura e tosto dopo il Re moriva: otto anni appresso cadutone il busto, moriva Atalarico: poco tempo dipoi ne rovinavano le anche, e moriva Amalasunta. Or finalmente durante l’assedio cadevano i piedi, e distruggevasi ogni vestigio di tutta la figura, laonde i Romani traevano ad indicio sicuro che Belisario vincerebbe. Un simile presagio era stato già ottenuto da un Ebreo indovino a’ tempi di Teodato; chè, chiusi in tre stalle trenta majali, dieci in ognuna, e a ciascun gruppo messo nome di Goti, di Greci e di Romani, e tenutili senza cibo, come si apersero le porte, fu trovato che i Goti erano tutti morti, i Greci vivi tutti fuor di due, e i Romani mezzi morti e mezzi pelati.
E nel tempo stesso anche nella Città alcuni patrizî diffondevano un oracolo tratto dai libri sibillini, il quale diceva: che nel mese quintile, ossia nel Luglio, Roma non avrebbe più nulla a temere dai Goti[381]. La rimembranza delle superstizioni pagane riviveva ancora di repente fra i Romani; ed un mattino il Papa era commosso a duolo alla notizia credibile appena, che fra i Romani fossero ancora secreti aderenti del Paganesimo, imperocchè si fosse tentato in quella notte di aprire violentemente le porte del tempio di Giano, e quantunque non vi si riuscisse appieno, fossero però tratte fuori dei gangheri. Si sa che nell’antica Roma spalancavansi le porte del tempio di Giano all’incominciamento di una guerra: quella costumanza era stata distrutta dal Cristianesimo, dopo il cui trionfo, come osserva Procopio, i Romani, cristiani fervidissimi fra tutti, non avevano più aperte le porte di Giano in tempo di guerra. Ma l’antichissimo tempio del Nume s’ergeva ancora appiè del Campidoglio, presso il Foro romano, innanzi al palazzo del Senato, con sue porte chiuse; ed i Romani con pavido rispetto veneravano ancora in quel delubro «l’edificio fatale» della loro Storia. Era, dice Procopio, un piccolo tempio di bronzo, di figura quadrangolare, alto quanto bastava a capire il simulacro del mitico Giano. Anch’esso era di bronzo, alto cinque braccia, di umano aspetto, ma con due facce, l’una volta ad oriente, l’altra ad occaso: le due porte di bronzo s’aprivano innanzi le due fronti del simulacro del Nume.
Dalla menzione che è fatta in questa età del tempio e del simulacro di Giano ricavasi a sicura conseguenza che nè i Goti, nè i Vandali avessero recato oltraggio a quel santuario antico di Roma. E dallo stesso passo meritevole di nota dello Storico che fu testimonio oculare degli avvenimenti, ci è fatto conoscere che in sull’incominciamento del secolo sesto era nel Foro un luogo cui si dava nome di Tria Fata. Infatti Procopio dice: «Il tempio di Giano s’eleva nel Foro innanzi al palazzo del Senato, pochi passi oltre i Tria Fata, il qual nome sogliono i Romani dare alle Parche»[382]. Quella appellazione di Tria Fata dev’essere derivata da tre simulacri antichi delle Sibille ch’erano allora in vicinanza dei Rostri[383]. Nel secolo quinto quel nome tribuivasi anche alle Parche[384], e vedremo in appresso che nel secolo ottavo se ne chiamava un luogo del Foro antico: e vedremo pure che il tempio di bronzo di Giano anche nel secolo duodecimo era appellato Tempio Fatale.
Quest’ultimo alito di vita del Paganesimo, che si agita in Roma a proposito del tempio di Giano, opera una possente attrattiva sulla nostra fantasia: e perciò a quest’occasione non possiamo fare a meno d’inserire nella nostra Cronica un antico inno latino, che è una delle ultime reliquie del culto pagano. Eccone le strofe intraducibili:
O admirabile Veneris idolum
Cujus materiae nihil est frivolum;
Archos te protegat, qui stellas et polum
Fecit, et maria condidit et solum;
Furis ingenio non sentias dolum,
Clotho te diligat, quae baiulat colum.
Saluto puerum, non per hypothesim,
Sed serio pectore deprecor Lachesim,
Sororum Atropos ne curet haeresim (?)
Neptunum comitem habeas (perpetim ?)
Cum vectus fueris per fluvium Athesim.
Quo fugis, amabo, cum te dilexerim!
Miser, quid faciam, cum te non viderim?
Dura materies ex matris ossibus
Creavit homines iactis lapidibus;
Ex quibus unus est iste puerulus,
Qui lacrimabiles non curat gemitus.
Cum tristis fuero, gaudebit aemulus.
Ut cerva fugio, cum fugit hinnulus.
Se l’autore di quell’inno dal senso enigmatico, in cui Venere e Amore sono congiunti con legame misterioso alle tre Parche o alle tre Fate, ebbe cantati quei versi, possiamo rispondergli con quest’altro inno ad onore dei santi Pietro e Paolo:
O Roma nobilis, orbis et domina
Cunctarum urbium excellentissima
Roseo martyrum sanguine rubea
Albis et virginum liliis candida:
Salutem dicimus tibi per omnia,
Te benedicimus, salve per saecula.
Petre, tu praepotens coelorum claviger
Vota precantium exaudi iugiter!
Cum bis sex tribuum sederis arbiter,
Factus placabilis iudica leniter,
Teque precantibus nunc temporaliter
Ferto suffragia misericorditer!
O Paule suscipe nostra peccamina!
Cujus philosophos vicit industria.
Factus oeconomus in domo regia
Divini muneris appone fercula;
Ut, quae repleverit te sapientia,
Ipsa nos repleat tua per dogmata[385].
Ma Belisario aveva bisogno di più valido ajuto che non gli prestassero i vaticinî e le acclamazioni dei Romani. Egli mandava lettere all’imperatore Giustiniano, nelle quali narrava dell’assalimento felicemente respinto, ma non celava la condizione difficile in cui egli si trovava: e chiedevagli con calda istanza rinforzi di milizia. La sua soldatesca, scemata per i presidî lasciati nella Campania e nelle Sicilie, ascendeva a 5000 uomini, e di questi una parte aveva perduta durante l’assedio. Di milizia cittadina non è fatta menzione; e sembra che Roma, antica signora del mondo, fosse divenuta impotente ed indegna di porre in arme i suoi cittadini. Procopio narra soltanto che Belisario avesse accolto nel suo esercito alcuni artigiani senza lavoro, e che se ne servisse di scolte, dando loro stipendio[386]. Ordinati in drappelli, forti di quasi sessanta uomini, dovevano quei Romani a vicenda vegliare alla guardia notturna. E siccome agitavalo sospetto di tradimento e di corruzione, Belisario, con grande previdenza, cambiava due volte ad ogni mese le guardie delle mura di stazione e di comandante; e nell’istesso tempo mutava chiavi alle porte. I comandanti avevano dovere di muovere in giro durante la notte, di chiamare per nome le scolte e di dare al mattino notizia al Generale di coloro che fossero stati negligenti. Alcuni sonatori con loro armonie, di nottetempo tenevano desti i dormigliosi[387]; ed i soldati mauri, che serenavano fuor delle porte e presso il fosso, tenevano presso di sè i loro cani di Mauritania dal lungo pelo, che coll’acutezza dell’udito giovavano a porre in guardia i loro padroni.
Belisario senza dubbio aveva argomento di sospettare della fede di parecchi Senatori; e niuno poteva accusare l’animo suo di durezza allorchè egli faceva cacciare della Città alcuni patrizî. Ma il suo comportamento contro papa Silverio non può ottenere discolpa nell’accusa di secreti accordi coi Goti, che si moveva contro quel Pontefice; imperocchè egli fosse quel desso che aveva pur dianzi confortato i Romani ad accogliere tostamente Belisario entro la Città. Procopio narra di questo triste avvenimento con brevi e moderate parole dicendo: poichè si nutriva sospetto che Silverio, primo prete della Città, ordisse tradimento a favore dei Goti, lo si mandò tosto nell’Ellade, e poco tempo dopo fu eletto a novello vescovo uno di nome Vigilio. Ma la Cronica dei Papi narra che la caduta di Silverio fosse cagionata da intrighi dell’imperatrice Teodora, la quale da un novello pontefice sperava di ottenere che fossero revocati i decreti del Concilio di Calcedonia e che fosse restituito alla sua sede il patriarca Antimo già deposto per sue dottrine riprovate. Profittando della condizione delle cose di Roma, colei si intendeva col diacono Vigilio (romano ambizioso che apparteneva ad una delle più illustri famiglie patrizie della Città e che era allora a Costantinopoli quale apocrisario o legato della Chiesa), e con sue lettere dava carico a Belisario di rimuovere con acconci pretesti papa Silverio e d’innalzare Vigilio al soglio di Pietro.
Belisario, quantunque fosse uomo illustre, era pur sempre un eroe bisantino; e le donne sapevano ben cogliere l’Achille al tallone vulnerabile. Benchè in sua coscienza ne arrossasse, egli obbediva all’impero di due invereconde femmine, della potente Teodora e dell’astuta Antonina, moglie di lui: le quali amendue, per bassa nascita e per abbominevole corruzione eguali, erano socie al male, e fra le lusinghe reciproche temevano l’una l’altra, e si odiavano. Mancava a Belisario il cuore di eccitar contro sè la collera di quelle due, laonde egli sottomettevasi all’abbiezione di farsi esecutore dei loro voleri. Antonina e Vigilio presentarono falsi testimonî i quali giuravano aver più volte papa Silverio scritto lettere a Vitige nelle quali diceva: «fa di venire a porta Asinaria presso il Laterano, che io ti darò in mano la Città e Belisario patrizio». Il Libro Pontificale, indotto forse da ingenua credenza oppure da consiglio di prudenza, narra che quantunque il Generale non prestasse fede a quelle accuse, tuttavia ne lo ponesse in grave timore la moltitudine dei testimonî. Per la qual cosa faceva trarre a sè dinanzi, nel palazzo Pinciano ove aveva posta dimora durante l’assedio, il Pontefice, il quale mosso da paura s’era ricoverato nella chiesa di santa Sabina sul monte Aventino. Il clero che lo aveva accompagnato, rimaneva nella prima e nella seconda sala, e Silverio solo con Vigilio era introdotto nelle stanze riposte, dove il pro’ Belisario sedeva a piedi di Antonina che giaceva in atto voluttuoso sopra un lettuccio[388]. E appena lo vedeva, colei da attrice valente diceva: «Dinne, signor papa Silverio, che abbiamo noi fatto a te ed ai Romani, che tu ne voglia dare in mano dei Goti?» E mentre ancora coprivalo di villanie, entrava Giovanni suddiacono della prima Regione, e, tolto il pallio di collo al tremante prelato, lo conduceva in una stanza vicina, ove, spogliatolo dei vestimenti vescovili, facevagli indossare un saio di monaco: indi usciva, e al clero che attendeva angosciato con brevi parole annunciava, che il Papa era stato deposto e fatto monaco. A quella notizia fuggivano i cherici: e poco tempo dopo da che Silverio era stato tratto in esilio a Patara città di Licia, Vigilio, il quale aveva promesso all’Imperatrice una remunerazione di duecento libbre d’oro, era eletto papa dal Senato e dal clero, i quali, quantunque repugnanti, eranvi astretti dal terrore della potenza greca. La violenta deposizione di Silverio era avvenuta nel Marzo del 537, e probabilmente addì 29 dello stesso mese ordinavasi Vigilio[389]. Quest’opera di despotismo esercitata contro il loro sacerdozio, doveva mostrare chiaramente ai Romani che la signoria dei Goti era ben leggiera; che invece il giogo dei Bisantini pesava assai, e che di pondo sempre maggiore loro graverebbe le spalle.
Ma ora il flagello tremendo della fame (che desolava tutta Italia, in maniera che a Milano madri avevano mangiato delle carni dei loro pargoli lattanti) cominciava ad attristare Roma. La penuria di vettovaglie aveva costretto già Belisario a far partire della Città le donne, i fanciulli e gli schiavi che non erano buoni a difendere le mura. Quegli sventurati uscendo a torme fuor di porta Appia e fuor di quella di Porto, movevano per la Campania oppure s’imbarcavano sul Tevere per irne a Napoli e in Sicilia a cercarvi ricovero ospitale: chè da quei due lati era aperta la via. Allorquando i Goti s’avvenivano nei fuggiaschi, rispettavano pietosi quei tapini e li lasciavano procedere senza molestarli nel loro cammino. Durante l’assedio, la loro umanità fu degna dell’esempio del gran Teodorico; e i loro stessi nemici dovettero confessarlo a loro gloria, chè eglino non fecero oltraggio nè alla basilica di san Pietro, nè a quella di san Paolo, quantunque tutte e due quelle chiese fossero situate fuor delle mura, nel territorio ch’era in loro potere. E quegli Ariani rispettavano le proprietà degli Apostoli, nè turbavano il culto al cui esercizio attendevano i preti cattolici che dimoravano presso quelle chiese senza che ricevessero molestia dagli assedianti.
Ad una sola opera di sangue Vitige fu tratto dalla forza dell’ira. Egli spediva suoi messi a Ravenna con ordine crudele che si dessero in mano al carnefice quei Senatori ch’egli aveva tratto con seco di Roma ad ostaggio. A quell’ingiustizia egli fu tratto dalla rabbia del tradimento dei Romani e dal dispetto del cattivo successo del suo assalimento. Indi cercava di stringere sempre più l’assedio di Roma e d’impedire da ogni lato che s’introducessero vettovaglie entro la Città. A tal uopo egli s’impadroniva di Porto, celebre luogo di approdo della Città sul Tevere. Il fiume si riversa nel mare per due braccia le quali cingono l’isola sacra che ora raggiunge una superficie di dieci miglia. Il porto antico di Ostia, situato sulla sponda sinistra dell’imboccatura del Tevere a due miglia di distanza dal luogo in cui le acque del fiume si mescono a quelle del mare, era divenuto da molto tempo per le sabbie deposte dalle alluvioni inopportuno; per la qual cosa l’imperatore Claudio aveva scavato un porto ed un canale sulla destra riva, edificando un molo che si protendeva nel mare. E questa fu l’origine del Portus Romanus ossia Urbis Romae. Trajano lo aveva ampliato colla costruzione di un novello porto interno di figura esagona cui egli circondava di splendidi edificî. Egli faceva scavare nel tempo medesimo un novello canale, la Fossa Trajana, che oggi si crede di ravvisare nel braccio destro del Tevere detto di Fiumicino. E Porto cresceva così ad importante Città e già fin dai primi secoli del Cristianesimo aveva sede episcopale, ed era reso illustre pel martirio del vescovo Ippolito morto intorno all’anno 229[390]. Negli ultimi tempi dei Paganesimo solevano i Romani andare con festa all’isola situata tra Porto ed Ostia, avendo a capo il prefetto della Città o il console, per offrirvi sacrificî a Castore e a Polluce, e per bearsi nell’amenità dei suoi prati sempre verdeggianti. Avvegnachè nè gli ardori dell’estate, nè i rigori dell’inverno valessero ivi a distruggere la vegetazione dei fiori: e al fiato delle tepide aurette primaverili le piagge dell’isola s’inghirlandavano di rose e spandevano l’olezzo di balsamiche piante, di maniera che i Romani vi davano nome di Libano della dea Venere[391]. Alla conservazione ed all’allargamento del porto aveva più tardi dato opera anche Teodorico, affidando l’officio importante della vigilanza di quello ad un officiale detto comite ossia conte. Ed ai tempi di Procopio, era pur sempre Porto una città considerevole e cinta di salde mura, laddove l’antica Ostia situata sulla sponda sinistra fosse già deserta e senza mura: e quantunque allora fossero puranco navigabili le due braccia del fiume, le barche seguivano la via di Porto. Una bella strada conduceva da porta Portuense a Porto; ed il fiume, cui quella via segue in linea parallela, era animato dal movimento delle barche che spinte non da vele o da remi, ma per mezzo di gomone trascinate da buoi, trasportavano a Roma le derrate di Sicilia e le mercanzie dell’Oriente[392].
Poichè Vitige, senza che trovasse resistenza, si fu impadronito di Porto e vi ebbe posto un presidio di mille uomini, potè tagliare ai Romani la via che conduceva al mare: e siccome il porto di Ostia non serviva più, le salmerie dovevano essere condotte per la strada difficile e mal sicura di Anzio.
A rialzare l’animo degli assediati commosso a tristezza per quella perdita giovava il rinforzo di milleseicento cavalli unni e slavoni, che venti giorni dopo ingredivano in Roma, e coi quali Belisario poteva molestare i Goti con piccole zuffe combattute innanzi le porte, nelle quali la destrezza dei saettatori sarmati riportava vittoria sulla cavalleria gota armata di lancia. Alcuni leggieri trionfi accendevano il coraggio degli assediati i quali chiedevano al Generale repugnante che li conducesse a combattere il nemico con una sortita universale. Belisario profittava del loro accendimento ed ordinava l’impresa in questa maniera: il nerbo della soldatesca doveva uscire della piccola porta Pinciana, e della grande porta Salara; un altro stuolo minore sortendo di porta Aurelia doveva avanzarsi nel campo di Nerone ed affrontare i Goti in modo da precludere loro il varco di ponte Milvio e da vietare così che recassero soccorso ai loro compagni attendati di qua del fiume: un quarto drappello doveva schierarsi all’istesso uopo fuori di porta Pancraziana. I Romani vegliavano agli ingegni delle mura, e Belisario nutriva sì grande sprezzo per la milizia cittadina, che in quel popolo imbelle egli aveva dovuto comporre di artigiani, che la escluse dalle file delle milizie le quali uscivano a combattere, per tema che la sua imperizia e la sua viltà non vi ponesse scompiglio.
Ma i Goti per mezzo di trafuggitori ebbero notizia della sortita che si preparava e si posero in guardia: essi uscirono ad incontrare i Greci in bell’ordine di battaglia, i fanti nel mezzo, la cavalleria ai fianchi. Dopo una pugna di parecchie ore la loro prodezza otteneva una segnalata vittoria: nè ai Greci riusciva di insignorirsi di ponte Milvio, con che essi avrebbero tagliata ai Goti la via del loro campo posto al di là del fiume; nè era dato loro di vincere le schiere nemiche al di qua del Tevere, ma respinti d’ogni parte con grande strage erano cacciati tra il fosso ed il muro. E siccome quei di dentro avevano asserragliate in fretta le porte, eglino andarono debitori di loro salvamento all’effetto potente dei mangani che operavano dai merli. I vincitori si scostarono delle mura, e gettando grida di sprezzo sui vinti tornarono agli accampamenti.
Dopo quella sortita d’esito sfortunato, gli assediati non uscirono più che a piccole zuffe[393], laddove i Goti cercavano di domare la Città colla fame serrandola sempre più strettamente. Fra la Via Appia e la Via Latina, alla distanza di cinquanta stadî dalla Città, era un luogo dove un crocicchio di due acquedotti formava uno spazio atto a porvi un campo forte[394]. Murate le alte arcate dei due canali, i Goti vi posero un accampamento capace di settemila uomini, che impediva il transito di vettovaglie dalla via di Napoli. Ne cresceva la miseria di quei di dentro: le erbe che germogliavano sugli argini delle mura di Roma non bastavano a pascere i cavalli: di nottetempo escivano cavalieri a cogliere biade nei campi (era già trascorso il solstizio di estate), che saziavano per qualche momento la fame dei ricchi. Cibavansi di misere carni; e certe nauseanti salsicce, che i soldati facevano delle carni di muli morti, erano comperate a caro prezzo dai Senatori. Alla fame s’aggiungevano le febbri prodotte dall’ardore dell’estate; e i cadaveri insepolti sparsi per le vie di Roma aumentavano per contagio le morti.
Non potendo più resistere a tanti mali, tumultuava il popolo, e mandando suoi legati a Belisario chiedeva che lo conducesse ad una seconda pugna che sarebbe combattuta coll’ardore della disperazione. Ma il saggio Generale acchetava i clamori colla sua calma incrollabile, e dava loro speranza di rinforzi che tosto sarebbero giunti e di una flotta che veleggiava carica di vettovaglie onde avrebbero ristoro alle loro necessità. E Belisario mandava Procopio lo storico ed Antonina a Napoli, a levarvi soldati accampati colà e nelle vicinanze, e loro commetteva di caricare di vettovaglie quanti vascelli potessero trovare. Finalmente sbarcavano sulle coste d’Italia meridionale soldati venuti di Bisanzio; ed Eutalio giunto a Terracina recando il soldo della milizia, protetto da una guardia di cento cavalli, penetrava felicemente di notte in città, non veduto dai Goti i quali volgevano la loro attenzione al campo di Nerone ed a porta Pinciana, dove combattevansi acri pugne. Ed ora per proteggere dall’assalto dei Goti le salmerie che si stavano attendendo, Belisario muniva di presidio la città di Albano e il castello di Tivoli già diroccato, che gli assedianti con negligenza inconcepibile non avevano tenuto in loro guardia. Affine di molestare il nemico nei suoi trinceramenti della Via Appia, Belisario faceva uscire la cavalleria unna, e ordinava che mettesse campo in vicinanza del san Paolo. Già da quel tempo, un portico che si distaccava da porta Ostiense, seguendo il corso dei Tevere si stendeva fino a questa basilica, ed alzandosi presso un sobborgo, offriva saldo appoggio ad un accampamento militare[395]. Di qui e da Tivoli e da Albano, gli Unni molestavano continuamente con loro scorridori il campo goto posto nella Via Appia; ed i cavalli leggieri di Belisario impedivano ai Goti che andassero per foraggio nella Campania. Ma quei terreni bassi erano afflitti dalle febbri, per la qual cosa i soldati d’ambe le parti non potevano rimanere in quei trinceramenti: la morìa ne faceva strage, laonde i pochi che sopravvissero nei due campi, dovettero partirne. Gli Unni furono richiamati, e il presidio goto dell’accampamento posto fra gli acquedotti, si ritirava negli altri trinceramenti.
I Goti, sparsi nella insalubre Campania che nella state è tribolata dalla mal’aria letale, erano mietuti ogni giorno dalle febbri che spargevano morte. E le loro schiere riunite erano desolate non meno dalla fame in quel deserto che, arso dal sole e non rallegrato da verzura, si stendeva simile ad un cimitero senza confini. L’avvicinarsi di soldatesche bisantine toglieva agli assedianti ogni speranza di giungere al fine di loro impresa. Imperocchè tremila Isauri sotto Paolo e Conone fossero approdati a Napoli, milleottocento cavalli di Tracia condotti dal feroce e sanguinario Giovanni fossero sbarcati a Otranto, e un terzo stuolo di cavalleggieri guidato da Zenone movesse per la Via Latina. Dicevasi che Giovanni lungo la marina s’avanzasse, conducendo un grande convoglio di vettovaglie su carra trascinate da buoi di Calabria, e che già le salmerie fossero giunte presso ad Ostia sotto la guardia di parecchie migliaia di cavalieri, nel tempo stesso che la flotta che portava gli Isauri era per entrare nelle acque del Tevere, dove aveva ad unirsi coll’altro convoglio. Disperando dunque del buon esito del loro assedio, i Goti già pensavano a levarlo, e spedivano un Romano e due dei loro capitani a Roma, per trattare con Belisario. Procopio riferisce esattamente quel negoziato memorando nel quale fu osservato tutto il decoro delle forme parlamentari. I legati Goti parlarono bellamente così:
«Voi, o uomini romani,» dissero, «male operaste con noi, poichè volgeste le armi contro amici e commilitoni vostri, locchè non avreste dovuto fare. Or noi vi parleremo il vero, di cui, crediamo, ognuno di voi deve avere fermo convincimento. I Goti non conquistarono Italia strappandola colla violenza ai Romani; chè già questo suolo era stato tolto all’Imperatore da Odoacre che avealo tenuto in tirannico regno. Zenone, ch’era allora imperatore d’Oriente, volle vendicare il suo socio all’Impero punendo il tiranno, e volle liberarne il paese; ma mal potendo da sè vincere Odoacre, fece appello a Teodorico re nostro, che si apprestava a combattere contro Bisanzio, affinchè, dismessa l’inimicizia, volesse ricever l’onore di patrizio e di console dei Romani, e si volgesse a punire Odoacre della sua mala opera contro Augustolo, promettendo che poscia i Goti sarebbero investiti della signoria del paese in tutte le forme richieste dal diritto. Di tal maniera noi avemmo il regno d’Italia: nè meno degli antichi signori noi ne abbiamo rispettate le leggi e la forma di governo; chè nè Teodorico, nè alcun altro che gli succedette nella signoria, diede a questa contrada leggi scritte o non iscritte[396]. Religione e culto noi abbiamo conservati ai Romani di maniera che niuno degli Italiani mai volontariamente o contro volontà ne mutò, e niuno dei Goti fu mai punito perchè fosse passato all’altra fede. E la più alta venerazione fu da noi tributata ai templi dei Romani, nè alcuno fu oso mai di molestare a colui che in quelli cercava ricovero. Tutte le alte magistrature furono sempre dei Romani; dei Goti non mai. Sorga pure chi voglia e provi, se può, che noi diciamo menzogna. Chè anzi i Goti permisero ai Romani di ricevere ogni anno i loro consoli dall’Imperatore di Oriente. E nondimeno voi che non foste capaci di strappare al barbaro Odoacre quest’Italia vostra che, non per breve tempo ma per ben dieci anni ne ebbe strazio, voi moveste ingiusta guerra ai suoi giusti signori. Or via dunque sgomberate della terra ch’è nostra, recando pure con voi ciò che possedete di proprietà vostra o di bottino!»
A quel calmo e chiaro discorso dava Belisario risposta quale già doveva prevedersi: ben aver Zenone dato carico a Teodorico di guerreggiare contro Odoacre, non già avergli dato il regno d’Italia: al signore antico appartenerne il dominio che i Goti dovevano perdere. Gli ambasciatori goti offrivano allora di cedere all’Imperatore il possedimento della bella Sicilia, ma Belisario deridendoli rispondeva, ch’egli voleva conceder loro piuttosto a dono l’isola di Bretagna assai più estesa. Respingeva egli le loro proposte di cedere la Campania e quel di Napoli: e sdegnando l’offerta di un tributo annuo, diceva essere necessario che rinunciassero senza condizioni di sorte alcuna al regno d’Italia. Si conveniva infine ad una tregua che durerebbe quanto tempo fosse necessario a spedire un’ambasceria a Bisanzio per trattarvi di pace coll’Imperatore.
Nel tempo istesso in cui conchiudevasi la tregua, la Città era commossa ad alta gioia all’annuncio che il generale Giovanni era giunto col convoglio delle vettovaglie in Ostia, e che la flotta isaurica aveva approdato a Porto. E poco dopo la soldatesca entrava in città, e vi giungevano le vettovaglie che, sopra barche spinte faticosamente a forza di remi, erano salite a ritroso del Tevere passando innanzi a Porto e a vista dei Goti che vi erano a presidio. I Goti nelle pattuizioni della tregua avevano dimenticato di convenire intorno a un argomento di sì grande importanza, per la qual cosa dovettero con loro grave corruccio permettere che le salmerie passassero, per non infrangere la convenzione conchiusa. Determinavasi che l’armistizio durasse tre mesi, consegnavansi d’ambe le parti alcuni ostaggi; e legati goti partivano indi, accompagnati da Greci, alla volta di Bisanzio. Era allora il solstizio d’inverno.
Infiacchiti dalla lotta, impediti di procacciarsi vettovaglie dalla via di mare, or maggiormente dalla flotta greca, i Goti non poterono più tenere in loro signoria i luoghi forti che circondano Roma. Appena eglino avevano sgomberato Porto, gli Isauri di Ostia vi entravano; e appena erano partiti dell’importante Centumcella (ch’è l’odierna Civitavecchia), Belisario vi mandava soldati a presidio. Lo stesso avveniva in Albano che Vitige alcuni mesi prima aveva strappato ai Greci. Belisario rispondeva con discorso beffardo ai lamenti che levavano i Goti di quei movimenti, coi quali, dicevano, erasi infranta la tregua. E nel tempo stesso egli mandava il «sanguinario» Giovanni con un grosso stuolo di cavalleria ad Alba nell’agro Piceno, imponendogli che corresse la campagna e che facesse prigioni le donne e i fanciulli dei Goti e che ne rapisse le ricchezze, tosto che i nemici avessero ceduto al desiderio di rompere la tregua.
I Goti spinti da disperazione erano mossi da parecchi e gravi motivi a ricominciare le ostilità: e per fermo da parte loro era la giustizia, quantunque il greco Procopio taccia il vero. La notizia di un grave avvenimento accaduto entro la Città animavali ad operare. Belisario aveva fatto mettere a morte il più valente dei suoi luogotenenti, Costantino, il quale (offeso da una sentenza che il Generale mosso da sentimento di giustizia ma con forme troppo rigide aveva pronunciata contro di lui in un negozio privato) lo aveva minacciato col pugnale. La morte di Costantino aveva irritati i soldati che avevano combattuto sotto le gloriose insegne di lui, e acquistava odio a Belisario: ne giungeva notizia ampliata oltre il vero al campo dei Goti i quali accoglievano speranza di annodare accordi coi faziosi della Città. Eglino tentarono di penetrare per un acquedotto in città. L’Aqua virgo, i cui canali si stendevano appiè di monte Pincio sotto il palazzo di Belisario, sembrava acconcia al loro disegno, ed alcuni guerrieri scendevano celatamente per i suoi ampi e oscuri sotterranei. I soldati ignoranti o superstiziosi che stavano a guardia di porta Pinciana non si sarebbero accorti del loro tentativo, benchè un raggio dell’incerto lume delle loro lampade si svelasse da una fessura. Ma dopo lunghi e tortuosi giri sotterra, i Goti ne trovavano murata la uscita, per la qual cosa redivano in fretta sulle loro orme portando ai loro capitani un mattone che desse prova della esistenza di quella chiusa. Vitige or gettava la maschera e apertamente moveva un mattino colle sue schiere munite di scale e di fiaccole ad assalire porta Pinciana. Il tumulto della pugna, che si combatteva alla porta, svegliava i cittadini; i difensori correvano al loro posto, e dopo breve mischia i Goti scorati erano costretti a ritirarsi. Nè meglio riusciva il tentativo d’impadronirsi di porta Aurelia, di dove Vitige coll’aiuto di due Romani che dimoravano nel quartiere di san Pietro, a sè venduti, sperava di penetrare in città. Il disegno fu tradito e perciò fallì.
Finalmente notizie sempre più tristi inducevano lo scoramento nell’animo del Re. Giovanni rapidamente e senza pietà aveva adempiuta la missione ond’era stato incaricato: battuto e ucciso Uliteo zio del Re, aveva preso Rimini, e già moveva contro le mura di Ravenna, dove Matasunta, mal sofferendo il maritaggio a cui Vitige l’aveva costretta, nel suo desio di vendetta dava speranza al nemico di prendere col favore di lei Ravenna e di ottenerne la mano. A quell’annuncio Vitige cedeva alle istanze del suo popolo stanco della lotta, che, assediato ora esso medesimo, era minacciato dell’estremo esizio dalla fame, dal contagio e dalla spada del nemico. Già entravasi in primavera e i tre mesi dell’armistizio compievansi, nè nuncio alcuno rediva di Bisanzio. Un agitarsi, un muoversi nella Campagna di Roma mostrava tutt’a un tratto ai Romani che qualche grave avvenimento si compieva: nella notte vedevano gli accampamenti dei Goti in fiamme, e all’alba vegnente miravano le schiere nemiche che movevano per Via Flaminia. I Goti partivano. La metà dell’esercito aveva già valicato il ponte Milvio, allorchè di porta Pinciana si scagliavano fanti e cavalieri contro l’oste che si ritirava. Dopo breve e accanita battaglia i Goti s’addensavano in disordine al ponte per gettarsi sull’altra sponda del fiume; i loro drappelli affollandosi al varco, si urtavano; e sotto una tempesta di dardi e sotto i colpi delle spade dei Greci, con gravi perdite e dopochè molti di loro erano precipitati nelle onde del fiume, eglino giungevano alla destra riva. Colà riordinatisi movevano per Via Flaminia alla volta di Ravenna, scorati e tristi del presentimento della distruzione del loro eroico popolo, il fiore dei cui valorosi era caduto bagnando del suo sangue il terreno che si stendeva intorno alle antiche mura di Roma. Di tal guisa, i Goti pagavano il fio dell’opera dissennata di Teodato, il quale, invece di restringere la guerra nel territorio di Napoli, aveva permesso che Belisario fino a Roma si avanzasse. Ed errori aggiungevansi a errori; chè Vitige sciupava le forze di tutto il suo grande esercito raccolto nella insalubre Campagna di Roma, e negligendo di intraprendere nel tempo medesimo opere di guerra nella regione meridionale e nella settentrionale, nè intendendo a dominare il mare romano con una flotta, recava la distruzione al suo popolo di prodi in un assedio mal guidato.
Erano trascorsi omai un anno e dieci giorni dacchè i Goti avevano cinto la Città: e in sull’incominciamento del Marzo dell’anno 538, respinti dalla sorte e vinti dal genio di Belisario, eglino levavano quell’assedio memorando, nel quale avevano combattute sessantanove pugne con esito infelice ma con eroica bravura[397].