È mio intendimento narrare in questi volumi la storia della città di Roma durante il medio evo, che ancora non ebbe chi ne scrivesse in ordinato racconto. Imperocchè, quantunque possediamo un gran numero di lavori storici intorno le gesta dei Pontefici e sulle relazioni di Roma coi popoli dell’orbe, e quantunque storie sieno state scritte le quali trattano di avvenimenti che colla grande città durante l’età media hanno particolare riferimento, manca tuttavia una storia di lei speciale e in sè compiuta. Gli eruditi romani, meglio che quelli di ogni altra nazione, bene avrebbero potuto scriverne, ma poichè ne gl’impedirono ostacoli di cui qui non conviene fare parola, mossi da carità di patria, diedero opera con laudabile diligenza a studî pregevolissimi, i quali servissero alla compilazione di una storia prammatica della loro città nei tempi di mezzo, ch’essi non vollero scrivere. Dopo i Romani e dopo gli Italiani nessun altro popolo, all’infuori del tedesco, ha diritto maggiore a trattarne: e ciò perchè coi popoli germanici ebbe Roma relazioni assai più antiche che non con altre nazioni: chè già i Goti sottomisero la Città colla forza e dipoi la riposero in onoranza; ed i Franchi, al tempo di Pipino e di Carlo, la strapparono alla dominazione dei Longobardi e dei Bizantini e la resero independente; e poi specialmente perchè il sacro romano Impero tenne Germania per lunga serie di secoli in gloriosa relazione con Roma. Non già che la Scienza, bene sommo ed egualmente ripartito tra gli uomini, conosca legami di nazione, ma questo dico perchè sono di patria Tedesco e vivo lontano dal mio paese natale e scrivo in terra straniera. Imperocchè l’ansioso desiderio, proprio ai miei connazionali, di vedere la grande città, a Roma mi trasse, dove da anni siedo e medito la sua storia e ne contemplo i monumenti.
Allorchè la prima volta concepii in mente il disegno di un’opera sì difficile, accolsi speranza ch’essa presterebbe servigio non lieve alla Scienza e nello stesso tempo a me sarebbe cagione di compiacimento. Deliberai quindi scrivere la storia di Roma durante il medio evo, traendola dai documenti storici già esistenti, per quanto a me fosse dato di sottoporli ai miei studî, e illustrandola colle notizie che porgono la contemplazione dei luoghi che furono teatro degli avvenimenti e lo studio dei monumenti eretti in quegli antichi tempi. Per medio evo della città di Roma io intendo quel periodo che comincia dalla conquista della Città fatta dai Visigoti nell’anno 410, e si stende fino ai tempi di papa Clemente VII, ossia all’ultimo saccheggio di Roma operato dalle soldatesche del Borbone e del Frundsberg nell’anno 1527. Io non voglio narrare unicamente gli avvenimenti politici che succedettero entro alla cerchia delle mura di Roma, ma è mio intendimento dare un quadro completo delle condizioni della città e del popolo, narrare tutto quanto successe di memorando dentro alla Città durante questo lungo periodo di più che undici secoli, tutto legando in un compiuto racconto. Egli è certo uno dei cómpiti più difficili per lo Storico congiungere insieme ordinatamente materie sì varie fra loro; ma ciò che io non farò bene, uomini migliori di me potranno imprendere nell’avvenire. Il graduale ordinamento della Chiesa entro alle mura di Roma; la forma che il culto cristiano e lo spirito stesso dell’età di mezzo ebbero ad assumere entro alla Città; le relazioni dei Pontefici coi Romani, le lotte di questi contro i Papi, contro gl’Imperatori di Germania, e le loro discordie intestine; gli sforzi ripetuti per ottenere libertà di republica sull’esemplare di quella dei loro grandi antenati; la costituzione cittadina ai differenti periodi; le costumanze del popolo, la forma tradizionale della vita di Roma antica, la poesia delle leggende romane; le condizioni della Scienza e dell’Arte durante i secoli della barbarie e sotto il reggimento dei Pontefici che la Città a sè sottomisero; l’influenza che Roma esercitò sulla civiltà di Occidente; tutto questo ci è mestieri considerare e raccogliere in ordinata narrazione. Oltracciò ne tornerà spesso necessario in quest’opera considerare le relazioni tra Roma cristiana e la pagana, imperocchè la novella Roma sorse dall’antica come la civiltà cristiana ebbe suo svolgimento dalla pagana. Edificata sulle rovine e con rovine dell’antica, Roma novella mostra nella sua natura organica la più perfetta affinità di cultura colla prima, ed è aperto e luminoso esempio delle metamorfosi che subisce la storia del mondo, le quali farebbero credere a portento di occulta magia. Chi scrive dunque la storia di Roma nel medio evo, deve tessere anche la storia delle rovine della Città e del decadimento del popolo e delle trasformazioni esterne ed interne che subì quella illustre tra tutte le città dell’orbe. Imperocchè due fiate a capo del mondo civile, ch’essa la prima volta dominò colla violenza dello Impero assoluto e la seconda volta guidò colla possanza della Chiesa assoluta, Roma sola può intitolarsi col superbo nome di «Città eterna», laddove tutte le altre città della terra, fornito il cómpito temporaneo a cui erano state per un certo periodo appellate, storicamente muoiono e spariscono per sempre.
Tra le città dell’Asia v’ebbero nell’antichità alcune illustri che durarono potenti lunga pezza di tempo: tali furono Babilonia e Ninive, Tiro e Persepoli, ma la loro influenza si ristrinse a formarne centri di civiltà dei popoli indigeni. Gerusalemme sola esercitò un’opera universale su tutta l’umanità. Capitale del piccolo territorio ove aveva stanza il popolo d’Israello poco numeroso, fu sede alla credenza in quel Dio da cui procedette il Cristianesimo; laonde quella città, duplice monumento della religione più perfetta d’Asia e d’Europa, andò debitrice al suo principio religioso di novella vita, ch’ebbe tanta parte nella storia del mondo durante il medio evo, a lato di Roma ed in relazione con essa. I Romani nei tempi antichi aveanla distrutta, il popolo suo errava disperso pel mondo, la sua missione sacra era stata trasfusa nella Roma cristiana, nella Gerusalemme novella; eppure nel secolo undecimo, dalla profondità ov’era caduta rialzò il suo capo venerando, e dalla tomba di san Pietro volgendo al sepolcro di Cristo gli animi commossi dei popoli di Occidente, ridivenne durante il lungo periodo delle Crociate la città santa dei popoli cristiani, fu l’oggetto della gran pugna tra Asia ed Europa, fu il centro di rivolgimenti che scossero il mondo, finchè nel secolo decimoterzo ricadde con quelle idee di cui essa era stata l’espressione simbolica.
Non parlo delle città che fiorirono nell’Egitto antico, quali Memfi, Tebe, Sais, Cartagine ed Alessandria. In Europa però fu Atene che l’umanità compresa di ammirazione, la quale non sarà mai per venir meno, celebra gemma della terra e santuario di civiltà. Vincoli indissolubili uniscono Atene e Roma, e chi rammenta l’una è condotto di conseguente alla ricordanza dell’altra città. Perocchè esse rappresentano quell’antichità così detta classica, e l’una all’altra è complemento, e si rispondono fra loro come il concetto all’azione, come il conoscere al volere, come l’idea all’opera pratica, in maniera che in quelle due altissime creazioni della civiltà la forza operosa dell’uomo si mostrò in tutto il nerbo della sua vigoria. Esse rappresentano dunque le forme della cultura del mondo, ed hanno perciò sì alta importanza da non essere alcun’altra città che possa farsi loro emulatrice. Atene commuove ad amore, Roma incute ammirazione e rispetto. La felicità, ossia la perfezione di natura cui tutti, individui e nazioni, si sforzano di pervenire, in Atene toccò il massimo grado. Tutte le più nobili produzioni dell’intelletto e della fantasia si raccolgono ivi in un foco centrico della cultura, il cui calore feconda, la cui luce abbellisce la terra in tutta la sua estensione: le leggi fondamentali della libertà (bene massimo in cui tutti i beni si accolgono) ricevono pratica applicazione nella vita publica operosissima. Per la qual cosa questa Republica resse tutto il mondo nell’ordine delle idee con pacifica signoria, la cui potenza è inapprezzabile perchè dura oggidì ancora nella cultura dei popoli, e durerà eterna.
Non così Roma. Chi si fa a considerare anche superficialmente la sua storia, vede energia, valore, senno politico senza pari rendere soggetto mezzo il mondo e correre alla distruzione o alla rovina di nazioni fiorenti, compresa pure quella Grecia sì splendida, di maniera che chi contempla tanto rovinio e tanta opera di disfacimento e ne fa il paragone coll’operosità pacifica di Atene, sente orrore di quel popolo despota che compieva quella riprovevole opera di soggiogamento. Laddove da una parte si considerano i rigogliosi frutti che dava la splendida cultura di Atene, si vede di rincontro Roma difettare dei principî fondamentali della civiltà. In essa, potente soltanto la tendenza politica alla conquista e alla signoria universale; in essa l’intelletto non intende che alle grandi necessità della vita pratica, e quindi alza un edificio gigantesco di legislazione, perfetto sino nelle particolarità più minute: i vasti e liberi campi della scienza sono invece deserti, e tutto quello che vi fiorisce è trapiantato da straniere regioni. Le creazioni stesse dell’arte onde Roma nel corso dei tempi si abbella, sono un’altra forma sotto cui si palesano le vittorie della tirannide, che dietro al suo carro trionfale tragge in ceppi le arti costrette ad ornare delle loro opere quella crudele conquistatrice. Nè tutto si comprende in questa incontestabile verità. Roma sorse da un germe, da un principio che si asconde nelle tenebre fitte del mito: cresciuta poco a poco, giunse a tale apogeo di grandezza da sottomettere essa sola tutto il mondo: fenomeno che nel corso della storia è il più meraviglioso, se ne togli il fatto dell’origine e della diffusione del Cristianesimo, il quale poi doveva porre sua sede nella capitale del mondo che il corso degli eventi andavagli preparando, quasi soglio sublime su cui si sarebbe eretta la figura colossale della Chiesa che, durante il medio evo, doveva tenere la signoria morale del mondo. Chi volesse indagare in che stesse il principio di forza di Roma antica, che rendeva questa città signora dispotica di tutte le nazioni, e quali fossero gli elementi di una natura così accentratrice, avrebbe opera di una difficoltà senza pari. Era una forza assoluta che, raggiando da un centro, esercitava un’influenza di attrazione e di assorbimento simile a quella che regge il sistema planetario: che se per conoscere questa forza fatale della nazione intera, tu ti faccia a considerare l’indole dell’uomo romano, tu non vedi che valore in guerra e disciplina severa, natura ardita e vaga d’imprese, fermezza, prudenza, intelligenza somma nell’ordinare Stato e colonie, indole facile ad accogliere le costumanze di strani paesi e capace di porre sua stanza in qualunque regione e sotto qualunque clima, ingegno versatile che abbraccia in sè la natura di tutti i popoli del mondo, popolo infine che nel tempo stesso in cui accoglie in sè poco a poco lingua, costume, arte, religione degli altri popoli stranieri, non ne perde per questo il suo proprio genio nazionale dotato di sì potente energia. Le vittorie di Roma sopra popoli liberi e illustri che eranle di gran lunga superiori nella cultura intellettuale, quali ad esempio i Greci, appariscono a prima giunta trionfi della forza materiale che vince ed opprime la civiltà dell’ingegno: tuttavia dobbiamo riconoscere ch’elle erano le vittorie dell’intelletto che volgeva sua operosità ai fini pratici della vita, e la cui vivissima energia si esplicava nella formazione del diritto privato e publico donde traeva le idee perfette intorno l’essenza della persona e intorno la costituzione della famiglia e dello Stato; era l’operosità di un intelletto prosaico quanto si voglia, ma i cui risultamenti nella vita pratica erano di gran lunga superiori a quelli dell’intelletto che spazia nei campi ideali. Tutti gli eventi convennero con rara felicità a trarre i popoli ai piedi di Roma, e l’uomo in cui il cuore batte forte di amore per l’umanità, si cruccia pensando alla sorte del mondo retto per un tempo troppo breve dal genio benigno e incivilitore della libertà e della scienza, perocchè il monarcato dei Cesari e la barbarie sopravvenuta al cadere di quello involgessero in lutti lunghi e dolorosi la terra. Ei lamenta che il genio della civiltà non ispiccasse il suo volo dall’Acropoli, che Atene aveva sacrata a Minerva, per conquistare con pacifiche lotte il mondo, per riunirlo e per reggerlo; e che invece il Giove feroce del Campidoglio abbia soggiogato le nazioni in mezzo a torrenti di sangue. E Roma diventava grande, e l’Ellade bella, e Asia e Africa cadevano prive di vita fra le braccia di ferro di quella città che s’impadroniva dei tesori della civiltà e si ornava delle spoglie gloriose di tre parti del mondo, in mezzo alle quali, nella contrada più bella della terra, essa sorgeva sublime. Incapace di creare col proprio suo genio l’Arte e la Scienza, era però in altissimo grado valente a far suoi gli studî degli stranieri, i quali poi insieme colla sua grande civiltà pratica diffondeva nel mondo.
Le spedizioni di guerra, le grandi strade edificate, le colonie militari e civili dei Romani, erano innumerevoli vie per le quali si diffondeva la cultura fino alle più remote regioni della terra. I Romani facevano il mercato universale dei prodotti dell’agricoltura e delle industrie del mondo, e la letteratura classica e l’arte lasciavano splendide tracce di sè sulle rive del Reno e del Tamigi, dell’Eufrate e dell’Istro. Ed oggi ancora l’ardito viaggiatore che penetra nel deserto africano di Fessan, in mezzo a quella selvaggia regione ove è muta l’armonia della voce dell’uomo e a cui crescono orrore le urla dello sciacallo, mira ruderi di splendidi monumenti di architettura romana e resta attonito di meraviglia al pensiero della grandezza di quegli antichi i quali portavano la loro civiltà in quelle regioni remote, ove ora regna squallore di morte[1]. Se fosse stato concesso alle nazioni di vivere continuamente sotto la mite signoria di Trajano o di Marco Aurelio, egli è probabile che non avrebbero mai mosso lamento di essere cadute sotto la soggezione di Roma, e quel sistema di accentramento, che in certe condizioni è tanto dannoso, e che per la prima volta, rompendo i legami di nazione, ordinava i popoli soggetti in un impero in cui parlavasi una sola lingua, che era retto da una uniforme legislazione e da un mite governo, quel sistema sarebbe stato anzi celebrato come opera sapiente di Roma che avrebbe superato il senno di Grecia. Imperocchè tutti gli avvenimenti onde si tesse la storia tendano evidentemente a condurre i popoli al pareggiamento ed all’unità; laonde fino dalle origini del mondo v’è nel corso degli eventi uno sforzo a trovare quel centro ideale di gravità in cui può aversi equilibrio. Tuttavia la vita dell’umanità è soltanto un prodotto di leggi composte svariatissime, e quella società in cui sono annullati i contrasti, ha in sè il germe che trarralla a morte inevitabile. La monarchia dispotica dei Cesari colla prepotenza di un fato doveva inaridire le rigogliose oasi di cultura greca; e le sorgenti di libertà, di amore nazionale, di carità del natio loco, di scienza, di ogni virtù civile, poco a poco venivano disseccate da turbini di arena uniforme; decadevano sempre più le città; le nazioni simili a stupide greggi erano amministrate da turbe di uffiziali publici, privi di amore del bene dello Stato. Quantunque l’organamento e le leggi dell’Impero, rette da una certa tolleranza tradizionale, non permettessero che la monarchia degenerasse fino agli ultimi eccessi del despotismo orientale, tuttavolta le nazioni soggette all’Impero, perduto ogni interno vigore, miseramente agonizzanti, traevano la catena della schiavitù. Così quello Stato, onde si era diffusa la civiltà a tutto il mondo, era mutato in un vasto deserto, in cui la forza vitale si fiaccava, ogni movimento s’intorpidiva, il genio speciale di tutte le nazioni periva, finchè sopra quello squallido e morto Impero si lanciavano le torme dei Barbari, la cui missione era di salvare l’umanità dal morire affranta sotto il despotismo romano. Gli è vero però che, prezzo di questa redenzione, era la distruzione della civiltà universale; chè i funerali di Roma celebravano i Barbari con loro tremende danze di guerra, e coi loro orribili banchetti di morte onde funestavasi il mondo tutto. Ma è vero puranco che, duranti quei secoli, si ristoravano tante perdite coi nuovi elementi di civiltà che andavano lentamente elaborandosi, perocchè i Germani, nei quali era fervidissimo il sentimento dell’independenza, facessero rivivere quell’amor di nazione che Roma aveva soffocato, e ne dessero ripetute prove lottando contro il novello sistema di accentramento che da Roma, ove aveva posta sua sede la Chiesa assoluta, ebbe origine anche la seconda volta.
La grandezza, la decadenza, la fine dell’Impero romano, lasciarono scolpite tracce di sè anche nella città di Roma. Imagine della monarchia e della civiltà universale, edificata colle spoglie e coi tributi, col sudore e col sangue dei popoli depredati, Roma era il Panteon delle favelle e delle religioni, l’accademia delle arti e delle scienze, il mercato dei prodotti, il ridotto dei piaceri e dei vizî della umanità. Quantunque Atene la superasse di gran tratto per bellezza artistica, non è città nè potrà essere mai, che sia a paragonare alla maestà sublime di quella metropoli, ch’era creazione e monumento della storia del mondo. Al tempo degli Antonini, Roma, sacra donna delle nazioni, città splendida ed eterna, si ergeva meraviglia del mondo, cui ogni uomo contemplava con venerazione. Ma quell’albero gigante della civiltà andava appassendo via via che il tarlo del despotismo rodevagli i germi della vita, finchè cadeva estinto. La lenta decadenza di Roma è un fenomeno sì meraviglioso come già fu il suo grandeggiare, e per iscrollare ed abbattere quel colosso di leggi, d’istituti, di monumenti, faceva al tempo mestieri di uno sforzo non minore di quello che già eragli stato necessario a innalzarlo.
E qui incomincia la storia di Roma in linea discendente; laonde sarà una parte del mio cómpito descrivere la successiva decadenza e la fine di lei: argomento elevato ed in un pietoso, che impone severa meditazione a qualunque pensatore anche di animo leggiero, e che indirizza la mente dello Storico a investigare le ragioni per cui di quella città eccelsa non doveva rimanere che qualche cumulo di rovine. Sette anni avanti che i Barbari del settentrione irrompessero per la prima volta in Roma, Claudiano, l’ultimo poeta dei Romani, dall’alto del Palatino ove aveva accompagnato l’imperatore Onorio, mirava a Roma ancora indomata che stava a’ suoi piedi; e commosso dal sublime spettacolo, scioglieva il canto a celebrare le bellezze indicibili della canuta imperadrice dei popoli, a descrivere i numerosi templi dai tetti sfavillanti d’oro, e gli archi di trionfo ornati di trofei, e le colonne e le statue torreggianti sublimi, e gli edificî smisurati nelle cui basi colossali l’arte umana rivaleggiava colla natura: ma i suoi versi non erano che un debile eco di quel commovimento che voce umana non vale ad esprimere[2]. Duecento anni circa dopo di lui, il vescovo Gregorio, che sedeva allora sulla cattedra di san Pietro, in un suo sermone ai congregati Romani, paragonava quella città, che era stata un tempo sì grande, ad un vase spezzato, e quel popolo, che anticamente aveva dominata la terra, paragonava ad un’aquila che, spennacchiata e decrepita, giacesse morente sulle sponde del Tevere. Ottocento anni dopo Gregorio, al tempo di papa Martino V, dai ruderi del Campidoglio, Poggio Bracciolini volgeva il triste pensiero all’antica Roma di cui rimanevano poche rovine gigantesche, avanzi di templi atterrati, infranti architravi, archi sconnessi e crollati; e lo spettacolo degli armenti che pasceano tra i ruderi ond’era coperto il sacro terreno del foro, muoveva l’animo di lui a meditare sulla varietà della fortuna, che fu sempre oggetto agli studî del filosofo e dello storico[3]. Trecento anni dopo di Poggio, l’inglese Gibbon sedeva nel Campidoglio, nel cui recinto allora andavano sorgendo palazzini pigmei di stile moderno, e mentre anch’egli, come quel Fiorentino, contemplava le rovine di Roma, pensava con ammirazione non minore alla varietà delle sorti della città e deliberava farne tema a una storia, ch’egli poi allargò nel concetto più vasto onde ebbe origine l’immortale sua opera del decadimento e della fine dell’Impero romano. Quantunque grande possa sembrare l’audacia di porre me, perchè scrivo questa Storia, dopo quegli uomini illustri, coi quali non ho di comune che la venerazione per Roma e il desiderio di meditare la varietà dei casi dei popoli, io voglio pur dire ch’io mi trovai nella medesima condizione di quelli. Imperocchè allorquando, or fanno sei anni[4], vidi per la prima volta questa Roma due fiate illustre, fu tanta la meraviglia ond’ebbi commosso lo spirito, che determinai di scrivere la storia della caduta di essa, argomento che agli occhi miei sembrò il più elevato fra tutti quelli che sono offerti alla investigazione dello Storico.
Ma non già soltanto la storia della caduta; imperocchè se si studiassero le sole rovine di Roma, se ne avrebbe quel senso di tristezza e di disgusto che ci prende alla contemplazione di un cadavere che si putrefà. Nel tempo medesimo in cui Roma declinava alla sua fine, essa cominciava già a rinnovellarsi, ond’è che alla storia della caduta di lei succede, in una maniera di cui non abbiamo altro esempio, la storia del risorgimento. Il Cristianesimo, per opera del quale periva l’antico Impero e la città antica dei Romani, faceva sorgere dalle catacombe, sua armeria sotterranea, una Roma novella. Ed anche questa, come già l’antica, ravvolgeva l’origine sua nei misteri del mito, perocchè se Romolo e Remo furono fondatori della antica, due santi Apostoli, Pietro e Paolo, erano gli edificatori della Città del medio evo. Ed essa pure crebbe lentamente in mezzo a molte e terribili mutazioni di fortuna, finchè giunse a quell’altezza da cui doveva avere impero su tutto Occidente e venerazione di Città santa del tempo di mezzo. Indagare la causa per cui Roma, durante quel lungo periodo della storia dell’umanità che ha nome di medio evo, ne diventasse la forma generale, come già un tempo era stata la forma dell’antichità, è impresa a cui lo storico deve volgere tutte le forze del suo ingegno, per iscoprire gli elementi che in quella città nuovamente si accoglievano, e che dovevano porre per la seconda volta in sua balia lo scettro del mondo. Da questa città che, dopo la caduta dell’Impero si alza, Ararat della civiltà, sopra i flutti del diluvio della barbarie, ebbe vita l’umanità durante il medio evo, librandosi intorno a Roma come intorno ad un centro della cultura; cosicchè i varî gruppi di popoli latini e germanici, come i pianeti che camminano in loro orbita intorno al sole che in essi infonde la vita, sembravano muovere in continua attrazione intorno alla Città eterna. Ed è soverchio ai limiti del discorso poter dire in poco che fosse Roma durante il medio evo, e quali forze partissero dalle mura di lei per diffondersi in mille torrenti su tutta intera l’Europa.
Il medio evo alcuni chiamarono età di barbarie, altri di romanzo: di barbarie, perchè sulle rovine della civiltà antica avevano posto loro sede ignoranza, superstizione, fanatismo, violenza brutale che non conosceva ritegno di legge: di romanzo, perchè una forza energica ispirava negli uomini di quel tempo il genio ad imprese ardite e avventurose, e gli agitava una tendenza mistica al soprannaturale, trasportandoli dai campi della realità nel regno incantevole della fantasia. Nel medio evo troviamo lotta di elementi disparati e contrarî che l’antichità non aveva conosciuto. Sotto l’impero despotico di Roma il mondo stava intorpidito nelle sue forze vitali: sopravvenne il turbine delle migrazioni dei popoli che nel suo rivolgimento ruppegli il sonno profondo, e infranto quel grande ordinamento che aveva nome d’Impero romano, una esaltazione febbrile s’impadronì dello spirito umano. Il Cristianesimo, il più potente dei rivolgimenti morali, colle sue grandi dottrine e col principio della libertà, infondeva un’anima novella nel mondo; ond’è che il medio evo è quel periodo in cui si ammirano gli sforzi ardenti per porre in atto l’idea della religione cristiana. Animata da sentimento profondo di religione, fu quella l’età in cui ebbe signoria assoluta la Chiesa: e laddove tutte le altre istituzioni umane vacillavano e perivano, essa sola rimaneva inconcussa ed educava le nazioni colla legge religiosa; e promuovendo la fede, suscitando la speranza, giovandosi della coscienza timorata, lentamente e spesso anche a fatica elevava lo spirito di quegli uomini. La Chiesa aveva suo seggio in Roma. Nel tempo in cui il Cristianesimo si diffondeva nell’Impero romano, gravi discordie facevano temere che andasse scisso in parecchie sette e in chiese nemiche. Le passioni dell’umana natura, la superbia, il desiderio d’impero, la vanità, movevano guerra al principio fondamentale dell’eguaglianza democratica dei fedeli e dei sacerdoti. Se nei tempi in cui la Chiesa era oppressa dalle persecuzioni, i Vescovi di Gerusalemme, di Antiochia, di Cartagine, di Alessandria, di Milano e di Roma, alzavano il capo timidamente, vinta finalmente la pugna dal Cristianesimo, egli fu duopo che uno di essi ottenesse la dittatura della Republica cristiana. E quest’uno non poteva essere che il Vescovo romano. La Chiesa di Roma, la ricca e la potente fra tutte, era stata fondata dall’apostolo Pietro, che aveva ricevuto sua missione sacra direttamente da Cristo; onde essa sosteneva che i suoi Vescovi, quali succeditori di Pietro vicario di Cristo, avevano soli diritto ad essere i capi apostolici di tutta la Chiesa. E le sue pretensioni trovavano fondamento nell’avere suo seggio in quell’antica metropoli del mondo che le acquistava il rispetto e l’obbedienza dei popoli; nell’essere erede del genio, della disciplina, delle virtù, dell’indole conquistatrice dei Romani antichi, dei quali se era caduto l’Impero, ne rimaneva il congegno, grande ancora benchè inanimato. Le province conservavano ancora i solchi profondi lungo i quali Roma aveva spinto il suo carro trionfatore, ond’è che la Città della Chiesa diffuse di bel nuovo la sua signoria nel mondo per quegli stessi solchi che Roma pagana aveva già impressi.
La trasformazione della Città profana nella Città santa, del Monarcato imperiale nel Papato, dello Stato romano nella Chiesa romana, è il fenomeno forse più meraviglioso che si riscontri nella storia. Dopo la caduta dell’Impero, mentre ancora durava la tradizione del suo organamento universale, quel sistema che era stato puramente politico si tramutò lentamente in ordinamento ecclesiastico di cui era centro il Pontefice. L’antico Senato circondava questo monarca spirituale elettivo sotto forma di consiglio di Cardinali e di Vescovi; il principio di governo costituzionale, che i Cesari non avevano adottato, era introdotto nei concilî e nei sinodi; e le province inviavano loro rappresentanti al Laterano di Roma, ove risiedeva l’universale Senato. I governatori di quelle province ecclesiastiche erano i Vescovi consecrati da Roma, che li teneva sotto la sua sorveglianza: i chiostri fondati in ogni parte rassomigliavano alle antiche colonie romane, ed erano altrettante piazze forti e stazioni della dominazione spirituale di Roma e della civiltà; e dopochè i Barbari pagani od eretici di Britannia, di Germania, delle Gallie e delle Spagne furono soggiogati dalle armi incruente di Roma e ne furono inciviliti, la Città eterna imperava di bel nuovo alla parte più bella del mondo e le indiceva leggi morali. In qualunque guisa si voglia pur considerare il sistema di accentramento che per la seconda volta diffondevasi da Roma, esso trovava il suo fondamento nella debolezza e nei bisogni degli uomini di quella età: per la qual cosa il primato cattolico di Roma può dirsi quasi essere stato una necessità di quei secoli rozzi e sferrati da ogni legge, ed aver conservato l’unità del Cristianesimo. Perocchè, se la Chiesa assoluta non fosse stata, se stato non fosse il senso di soggezione dei Vescovi verso di Roma, per il quale, con energia degna di Scipione e di Mario, reprimevano nelle province ogni tendenza a discostarsi dagli insegnamenti ortodossi, il Cristianesimo si sarebbe facilmente scisso in cento religioni create dalla fantasia dei popoli secondo i loro antichi miti nazionali. Tuttavia la storia di Roma e del mondo doveva due fiate ripetersi, ed era finalmente ai Germani che toccava d’infrangere per la seconda volta il giogo assoluto di Roma novella, e di conquistare con un ardito rivolgimento la libertà del pensiero e della coscienza.
La reverenza figliale dei popoli del medio evo per la città di Roma non aveva confini. In Roma, come nella grande arca dell’alleanza della civiltà cristiana, vedevano riunirsi le leggi, gli ammaestramenti, i simboli del Cristianesimo; nella Città dei Martiri e dei Principi degli Apostoli veneravano il tesoro donde emanavano tutte le grazie soprannaturali. Ivi era la novella Delfo, la Gerusalemme novella, il terreno sacro da cui Dio reggeva l’umanità; ivi il centro della Chiesa universale; ivi sedeva il grande Sacerdote del novello patto che rappresentava Cristo sulla terra. Ogni opera spirituale e mondana innanzi a quell’altare riceveva consecrazione divina, ogni malvagità riceveva innanzi a quel tribunale sentenza. Le fonti del potere che rimetteva le colpe, della gerarchia ecclesiastica, della maestà imperiale e di ogni potestà suprema, le fonti tutte, a dir breve, della civiltà, sembravano scaturire dai colli sacri di Roma, simili ai quattro fiumi del Paradiso che si riversavano ai quattro lati della terra a recarvi fecondità. Da questa mistica Città era partita la luce che aveva illuminate tutte le nazioni; i vescovati, i conventi, le missioni, le scuole, le biblioteche erano tante colonie fondate da Roma. Monaci e sacerdoti, come altra volta consoli e pretori, erano stati spediti nelle province che avevano convertite alla soggezione di Roma. Di Roma trasportavansi al di là dei mari e dei monti quelle reliquie sacre che avevano onore di sepoltura sotto gli altari nelle più remote contrade di Britannia e di Germania. La lingua usata nei riti e nelle scuole tra i Barbari era quella che Roma parlava: la letteratura sacra e la profana, la musica, le matematiche, la grammatica, l’architettura e la pittura avevano in Roma loro seggio e di qui diffondevansi. E quegli uomini che traevano loro vita oscura là nei più remoti confini dell’occidente e del settentrione, e che avevano appena contezza delle città vicine al luogo ove avevano stanza, tutti pur sapevano di Roma; e quando loro feriva l’orecchio quel nome «Roma», tremendo comeo il fragore del tuono, e che da secoli innumerevoli riempieva il mondo di sua grandezza, prendevali un senso di venerazione tremebonda come dinanzi ad un mistero ineffabile; e Roma alla loro fantasia scossa vivamente si pingeva come un Eden splendido di bellezze, nel quale si aprivano o si chiudevano le porte dorate del cielo. Nel medio evo furono lunghi secoli nei quali Roma era legislatrice, maestra, madre dei popoli, e questi, figli suoi, accoglieva ad unità con triplice abbracciamento: perocchè in essa aveva sede l’autorità spirituale col Papato, la temporale coll’Impero, di cui i re di Germania cingevano la corona in san Pietro, in essa finalmente era la fonte della civiltà universale, retaggio che i Romani antichi avevano lasciato al mondo.
E basti questo a dimostrare l’altezza a cui durante il medio evo era pervenuta Roma qual centro di civiltà, in cui si accoglieva la forza che dominava la società cristiana tutta quanta. Ma di rincontro a questa azione benefica ci avverrà pur troppo di dover parlare dei mali che uscirono più tardi di Roma, delle intemperanze del potere papale, della inquisizione e dei roghi, delle superstizioni e della tirannia nelle credenze. Tuttavolta chi sappia cogliere il concetto storico in tutta la sua ampiezza, tempera nella sua mente anche le brutture dei tempi più oscuri, pensando che le peccata dell’antica tiranna dei popoli meritano qualche venia, allorchè si guardi alla potenza dell’idea religiosa diffusa ed al grande concetto dell’unità armonica del mondo, concepimento che Roma mandò ad effetto liberando l’Europa dalle tenebre della barbarie e salvandola dall’abbrutimento.
Mio intendimento si fu di porgere un’idea delle condizioni di Roma durante l’antichità e il medio evo. Il leggitore potrà chiedere però, innanzi che io lo introduca a considerare la storia della Città nei tempi di mezzo, che io abbozzi l’imagine di Roma imperiale, qual era ai tempi che precedettero la sua caduta sotto la dominazione dei Visigoti. Tale ricerca potrebbe appena ottenere compiuta soluzione da chi fosse vissuto in quel tempo; poichè una dipintura imperfetta deve dare chi non ha altre fonti di scienza che libri e ruine, e a guida mal sicura la propria fantasia. La grandezza di Roma si eleva sopra il concepimento di ogni imaginativa feconda, ed io mi proverò di dare la descrizione di alcune sue parti, indugiando su quelle più importanti; imperocchè l’occhio abbarbagliato di quella ricchezza indescrivibile, non possa cogliere che i punti culminanti, simili alle cime elevate di una pittoresca regione montana che si distende innanzi allo sguardo.
Durante i tempi republicani, ornavano Roma pochi monumenti di stile semplice e maestoso, sacri alla religione ed alla patria, chè suo massimo decoro erano le grandi virtù cittadine. Ma, spenta la libertà, mentre rovinava all’interno, cominciava Roma ad ornarsi splendidamente all’esterno. Quando Augusto si rese signore della Città, era questa un ammasso informe di case strettamente addossate le une alle altre e di vie edificate sopra alcuni colli e nelle valli formate da questi. Augusto partilla in quattordici Regioni, ed in unione con Agrippa la ornò di tali edificî da poter ben dire, aver trovata una città di argilla e lasciarne una di marmo. Durante i primi tre secoli della dominazione imperiale, Roma crebbe gigante e si riempì di templi, di portici, di terme, di palazzi, di delizie di ogni genere, in cui era tanta profusione di statue da sembrare che in sè accogliesse un’altra popolazione di marmo. Ai tempi di Onorio, Roma raggiunse l’estensione stessa che ha oggidì, racchiusa tra mura quasi eguali alle odierne. La attraversava il Tevere con duplice curva dolcissima, in modo che sul lato sinistro e dalla parte del Lazio stavano tredici Regioni della città, e sulla sponda tusca a diritta si stendeva la decimaquarta Regione che comprendeva il Vaticano, il Gianicolo ed il Transtevere. Dai lati di settentrione, di mezzogiorno e di oriente la città si alzava sopra otto colli, che presentavano una splendida scena allo sguardo dell’osservatore con loro templi di marmo, con loro castella, con palazzi, con giardini, con ville. Il poggio dei giardini, il Quirinale, il Viminale, l’Esquilino, il Celio si alzavano da una vasta radice che insieme li congiungeva alla base, e scendevano fino al centro della città formando alcune vallate: gli altri tre colli, l’Aventino, il Palatino, il Campidoglio, abitati già fino dalla antichità, si ergevano isolati. Lungo il corso del Tevere si stendeva una bassa pianura assai vasta, ch’era attraversata dalla Via Flaminia e dall’altra Via Lata edificata in successione alla prima, ambedue adorne di archi trionfali. Molti magnifici edificî avevano innalzato gli Imperatori in quella pianura che al popolo non giovava, perchè il campo di Marte, che ivi era situato, in quel tempo serviva più a sollazzo che a dimora; laddove ai tempi posteriori, sotto il Papato, abbandonati alcuni degli antichi quartieri collocati sui colli, in esso addensossi la popolazione.
La Città si era formata diffondendosi tutta all’intorno di un centro, che al tempo della Republica era il Foro, ed il Campidoglio che sopra di quello sorgeva. Se intorno al Foro ed al Campidoglio si conduca una linea irregolare che, comprendendo il monte Palatino, vada radendo il Celio, l’Esquilino e il Quirinale, si vede formarsi un territorio non troppo esteso sulla sponda sinistra del Tevere. Era quello, così ai tempi della Republica come a quei dell’Impero, il vero cuore di Roma, perchè quelle colline da varie direzioni convengono tutte verso il Foro. Quivi era l’antica residenza del popolo libero, la sede della vita politica republicana: sopra di esso il Campidoglio, rocca sacra ove avevano posto dimora gli Dei, ove si conservavano le leggi e le spoglie trionfali di Roma. E lì vicini erano i luoghi destinati ai publici sollazzi dei Romani, perchè il Circo massimo, ove tenevansi giuochi solenni, era situato sotto il monte Palatino, cosicchè erano uniti in vicinanza il Foro del popolo, il Campidoglio di Giove, l’Ippodromo, i tre grandi indici della vita della Città durante i tempi republicani.
Gl’Imperatori che trassero Roma in ischiavitù, aggiunsero a quelli un quarto monumento, il loro proprio palazzo, il castello palatino. Benchè Augusto ed i suoi succeditori accuratamente conservassero ed abbellissero gli antichi monumenti sacri del Campidoglio, vi fondarono tuttavolta pochi edificî novelli, ma lo ornarono di statue, e alla base di esso dalla parte del Foro, eressero statue e colonne ed archi di trionfo. Circondarono il Foro del popolo di bei monumenti, e se allora, sotto la monarchia dei Cesari, aveva propriamente perduto la sua importanza politica, di esso restarono le gloriose rimembranze, e fu sempre la gran piazza publica a lato della quale gl’Imperatori ne edificarono altre magnifiche a monumento di loro superba signoria. Così furono costruiti i Fori imperiali di Cesare, di Augusto, di Nerva e di Domiziano e quello bellissimo di Trajano. Coll’architettura sublime di questo Foro la città imperiale raggiunse l’apogeo di suo splendore artistico, perocchè Roma non avesse ancora veduto sorgere nulla di più perfetto, ed è ancora dubbio se quell’opera meravigliosa sia stata superata dalla stessa basilica di san Pietro che in Roma sorse più tardi. Trajano, sotto del quale principalmente la potenza imperiale giunse al più alto grado, condusse a compimento anche il Circo massimo, e prima di lui, Vespasiano e Tito avevano innalzato l’anfiteatro gigantesco, palestra di ludi cruenti, il celebre Colosseo, che sorge ancora monumento dei trastulli dei despoti e del popolo schiavo. Chi, partendo dal Colosseo, avesse percorsa la Via Sacra, e, passato l’Arco di Tito, varcati il Palatino e il Foro del popolo, attraversati il Campidoglio e la serie delle piazze imperiali, fosse pervenuto al Foro di Trajano, avrebbe veduto i monumenti giganteschi di Roma imperiale succedersi dappresso in modo che l’occhio sarebbe stato stanco e confuso all’aspetto di tante meraviglie. E dopochè Adriano ebbe innalzato nelle vicinanze della Via Sacra il tempio maggiore della Città, sacro a Venere e a Roma, non rimase nel centro di Roma antica un solo palmo di terra ove si potesse edificare; ella era come una spessa selva di belli e sontuosi templi, di basiliche, di portici, di archi trionfali, di monumenti; e al di sopra di quel mondo di meraviglie qui si alzava lo smisurato anfiteatro Flaviano, ivi il torreggiante castello imperiale, più discosto il Campidoglio dallo sfavillante tetto dorato, ed a grande distanza sul Quirinale, secondo Campidoglio, il bel tempio di Quirino.
Al di là di questo recinto, che formava il nucleo della Città, si stendeva Roma imperiale da ogni lato, verso nord-est e a mezzogiorno sui poggi, a nord-ovest lungo la pianura formata dalla valle del Tevere e nelle regioni del Vaticano e del Transtevere dall’altra sponda del fiume. Le colline su cui, come sull’Aventino, nei tempi della Republica eransi innalzati di begli edificî, offrivano ampio spazio al genio edificatore che si era diffuso dopo il tempo di Augusto. Sull’Esquilino, sul Viminale, sul Quirinale furono condotte di belle vie fiancheggiate da palazzi; e giardini magnifici, e piazze pei mercati e terme si andarono costruendo fino ai tempi di Costantino, e qua e là acquedotti dagli alti ed arditi archi rendevano lieta la città delle acque che si diffondevano con corso maestoso. Più in là, nella valle che dal Campidoglio si stendeva lungo il fiume, si elevavano monumenti sì spessi, che l’occhio non poteva numerarli, nè la parola descriverli, fra i quali il teatro di Marcello, il circo Flaminio, lo splendido teatro di Pompeo cogli edificî annessi, che formavano un vero mondo di delizie, il Panteon di Agrippa colle sue terme, i monumenti degli Antonini colla colonna di Marco Aurelio (bel riscontro di quella di Trajano), il grande stadio di Domiziano e finalmente, torreggiante a somiglianza di monte ed ombreggiato da belle piante, il mausoleo di Augusto dove dormivano le ceneri degli Imperatori. Ad esso faceva riscontro dall’opposto lato del Tevere l’altra mole, ove avevano pur sepoltura i Cesari defunti, il sepolcro meraviglioso di Adriano, che respiceva sui giardini vaticani dai quali si passava alla regione del Transtevere men bella di tutte, situata sotto l’antica cittadella del Gianicolo.
Simili a splendida cintura, magnifiche muraglie degne della maestosa città erano state edificate dall’imperatore Aureliano ad abbracciare quell’ammasso di monumenti di marmo e di metallo, sui quali era scolpita la storia del mondo. Quel vasto mare di edificî della Città crescente di grandezza si era spinto al di là della linea segnata dalle antiche fortificazioni di Servio, laonde Aureliano al dilatarsi della città prefisse un confine con quelle mura, che furono in pari tempo baluardo contro i Barbari che andavano sempre più avvicinandosi. Soltanto una parte della regione Transteverina e della Vaticana non aveva Aureliano compresa entro le mura, le quali circondavano tutto il resto della città da ogni lato con numerose torri rotonde o quadrangolari, forti arnesi di guerra che le davano aspetto imponente, e, come il poeta Claudiano si esprime, ne rendevano veneranda la fronte. Quelle tristi muraglie di colore oscuro, che nel corso dei secoli videro tante tempeste frangersi contro, in parte crollate e poi riedificate, ma che si mantennero sempre nella medesima linea del vallo, riempiono anche oggidì chi le contempla di stupore e di ammirazione; quasi che formassero una cornice di pietra su cui si leggono nomi di Consoli, d’Imperatori, di Papi, e si mirano imprese cavalleresche del medio evo e mille ricordanze che vi inscrissero i secoli. Gl’imperatori Arcadio ed Onorio, per munirsi contro gli assalti dei Goti, restaurarono nell’anno 402 le mura di Aureliano, come ne porge notizia l’antica iscrizione che leggesi sopra la porta di san Lorenzo. Se si badi al computo fatto da un geometra sette anni più tardi, il circuito di Roma sarebbe stato di ventun miglia romane[5].
Per sedici porte uscivasi di Roma alla campagna[6]. Ventotto grandi vie militari (oltre alle piccole strade intermedie) selciate di mattoni poligonali di basalto, da Roma conducevano alle province, e, simili a rete lanciata dal centro dell’Impero, partivano dal milliarium aureum, ossia dalla pietra migliare dorata che Augusto aveva innalzata ai piedi del Campidoglio. Esse attraversavano la Campagna di Roma, fiancheggiate da monumenti sepolcrali, che in forma quale di tempietto, quale di torre circolare o di piramide o di elevato sarcofago o di urna, si elevavano innumerevoli, quasi a narrare i fasti della morte che Roma lungo quelle strade aveva portata al mondo. La Campagna, vasto territorio di genere sublime, or pianura verdeggiante ed ora deserto arso dal sole, circondava la città. La tristezza di quel sepolcreto era ivi interrotta da templi e da cappelle e confortata dalla vista delle ville di Imperatori e di Senatori. La solcavano quattordici acquedotti, monumento mirabile dell’arte, di cui ci scuote la grandezza onde ci sono saggio i ruderi oggi esistenti. Trasportavano essi le acque verso la città in linea retta per il corso di lunghe miglia, simili alle schiere distese delle legioni trionfanti ch’entravano in patria. Per loro arcate gigantesche versavano entro le mura di Roma con cataratte di dolce declivio le acque accolte da ogni parte, e spandendole alle innumerevoli fontane erette da Agrippa e dagli Imperatori, splendide di bronzi e di marmi, dissetavano il popolo colle terse loro onde, e dopo di aver provveduto alle delizie dei giardini, delle ville, dei laghi, dei giuochi sulle acque, si diffondevano alle terme senza numero, fonti di sanità e di voluttuosi piaceri[7].
Così Roma al principio del secolo quarto era pervenuta all’apogeo dello splendore esterno. Ma allorquando ebbe raggiunto quel limite di maturanza al di là del quale comincia uno stadio di sosta che precorre la vecchiaja, essa rimase per un periodo di due secoli nelle condizioni di una decadenza lenta e quasi insensibile in causa della sua stessa grandezza. E a decadere incominciò sotto Costantino, e, se si voglia determinare con esattezza, fu al tempo in cui quell’imperatore edificò Bisanzio, novella Roma, ch’egli rese splendida e popolata, mentre l’antica Città rapiva di molti capolavori dell’arte e rendeva deserta di molte famiglie patrizie. Il Cristianesimo, allora onorato quale religione dello Stato, recò alla canuta Città l’ultimo colpo, e come la storia dei monumenti di Roma si chiude coll’erezione del grande arco trionfale di Costantino, così s’inizia la storia delle sue rovine coll’incominciamento del san Pietro, che si eresse coi materiali tratti dal distrutto circo di Caligola e probabilmente anche colle rovine di altri edifizî. Tuttavia era ancora sì splendida questa Roma deserta dagl’Imperatori, in cui il Cristianesimo cominciava qua e colà una opera di disfacimento, che ai tempi dell’imperatore Graziano, in sul torno dell’anno 384, il retore Temistio sclamava: «Immensa è Roma, Città celebre e illustre, mare di bellezze, che parola non vale ad esprimere»[8]. E Ammiano Marcellino, Claudiano, Rutilio ed Olimpiodoro celebrano con fervidissima ammirazione gli splendidi e numerosi suoi monumenti.
La storia di Roma nel medio evo prende le mosse dai tempi imperiali: laonde è forza che il leggitore conosca quali fossero i monumenti principali della Città in quei tempi, quale il loro pregio, in quali quartieri fossero situati. Lo scompartimento della Città in quattordici Regioni fatto da Augusto, era rimasto sempre invariato, colle istesse vie per ogni quartiere dette Vici, cogli stessi magistrati del quartiere, colle medesime coorti di guardia. Ed i nomi delle Regioni erano questi: I. Porta Capena, II. Coelimontium, III. Isis et Serapis, IV. Templum Pacis, V. Esquiliae, VI. Alta Semita, VII. Via Lata, VIII. Forum Romanum Magnum, IX. Circus Flaminius, X. Palatium, XI. Circus Maximus, XII. Piscina Publica, XIII. Aventinus, XIV. Transtiberim. Queste denominazioni, se non furono date alle Regioni nello scompartimento ufficiale, furono consecrate dall’usanza popolare e ne è conservata ricordanza in due Descrizioni topografiche della città compilate al tempo di Costantino ed a quello posteriore di Onorio o di Teodosio il giovane, Descrizioni conosciute sotto il nome di Curiosum Urbis e di Notitia. Sono una specie di catalogo ove con narrazione regolare si descrivono i monumenti compresi in ciascuna delle quattordici Regioni. In sulla fine v’è aggiunta l’enumerazione delle biblioteche, degli obelischi, dei ponti, dei colli, degli orti, dei fori, delle basiliche, delle terme, degli acquedotti, delle vie di Roma, e da ultimo una breve statistica. Le notizie che se ne ricavano, benchè sieno talvolta oscure e dubbie, hanno tuttavia valore inestimabile, perchè sono uniche fonti autentiche a cui possiamo attingere per formarci un’idea delle condizioni di Roma al secolo quarto ed al quinto. E dietro la loro guida condurremo il leggitore ad avere contezza dei luoghi e dei monumenti che furono teatro agli avvenimenti succeduti durante l’età di mezzo[9].
La prima Regione di Roma, detta Porta Capena, si spingeva al di là dell’antica porta aperta nel vallo di Servio fino alle mura Aureliane, oppure ancor più in là oltre la porta Appia, oggidì detta di san Sebastiano. Attraversata dalla Via Appia e dalla Via Latina, si stendeva verso la città fino alle falde del monte Celio. Comprendeva la celebre valle della ninfa Egeria col suo bosco sacro, un santuario eretto ad onore delle Muse ed il tempio famoso di Marte in prossimità del quale scorreva il rivo dell’Almo celebrato nelle due Descrizioni che ci sono guida, e da cui era conservata viva la ricordanza del culto della dea Cibele. Non molto lungi, sulla Via Appia ed entro la cerchia delle mura, s’elevavano tre archi trionfali ad onoranza di Druso, di Vero e di Trajano: e di essi, uno che si reputa esser l’arco di Druso sta ritto anche al dì d’oggi, di fronte alla porta odierna, benchè l’invidia del tempo gli abbia recato guasto non lieve. La popolazione in questo quartiere deve essere stata assai densa, perchè esso formava un sobborgo che metteva capo al circo di Massenzio ed al sepolcro di Cecilia Metella. Questi due monumenti ai tempi di Onorio erano ancora in perfetta condizione: il circo era il più recente ed ultimo edificio di quel genere che privata persona avesse eretto in Roma e probabilmente non era allora più in uso: il sepolcro già antico e coperto di musco era tuttavia rivestito perfettamente del suo intonaco esterno di marmi e adorno di suoi fregi, chè ancora erano lontani i tempi barbarici nei quali doveva essere tramutato in fortezza. In questo quartiere avevano sepoltura le salme dei Pagani e dei Cristiani di Roma, perocchè al di sotto delle tombe della via Appia fosse e sia ancora l’ingresso al cimitero di san Calisto, dove con lunghi e stretti corridoi e con celle che scendevano a tre ed a cinque ripiani sotto terra, i Cristiani da lunghi anni andavano costruendo una necropoli, fino al tempo in cui l’Editto di Costantino poneva in onoranza alla luce del giorno la figura della Chiesa, che involta nel secreto era cresciuta nelle cripte dei Martiri. E già nel secolo sesto un luogo della via Appia i Romani denominavano: ad Catacumbas[10]. Oltre ad altri edificî di niuna importanza esistenti in quella Regione, la Notitia parla anche delle terme di Severo e di Commodo e del misterioso Mutatorium Caesaris, di cui non ci curiamo come di quello che non ha importanza nella storia del medio evo[11].
Coelimontium era la seconda Regione. Nel suo territorio non molto esteso comprendeva il monte Celio, da cui si estendeva dietro il Colosseo. La Notitia ci narra che qui erano situati il tempio di Claudio, il Macellum Magnum ossia la grande piazza del mercato, la stazione della quinta coorte della guardia, i Castra peregrina ossia l’accampamento ove in tempo posteriore ebbero stanza le legioni straniere, il Caput Africae ch’era una via di cui occorre menzione soventi volte nella storia di Roma dei tempi di mezzo[12], ed edificî eretti presso l’anfiteatro di Vespasiano nei quali avevano loro dimora i gladiatori.
Di quell’edificio mirabile che non era ancora chiamato Coliseo, come ebbe nome nel secolo ottavo, fanno menzione le due Descrizioni antiche allorchè parlano della terza Regione, Isis et Serapis. Cento sessant’anni prima che Onorio ivi desse i suoi giuochi, Filippo, a render solenne il millesimo anniversario della fondazione di Roma, aveva celebrate feste secolari splendidissime in quell’anfiteatro, che poco tempo innanzi Alessandro Severo aveva restaurato dal danneggiamento che in parecchi luoghi vi aveva recato una folgore scoppiata nell’anno 217. Ai tempi di Onorio questo edificio magnifico era in condizione perfetta, con tutte le arcate che sostenevano i suoi quattro ripiani, con tutti i suoi pilastri; nè una mancava di tutte le sue statue, nè uno dei suoi seggi che, stando alle notizie tramandateci nelle descrizioni più volte citate, ascendevano a ben 87,000. La Regione in cui era situato l’anfiteatro conservava ancora il nome originale Isis et Serapis che le era derivato da santuarî eretti ad onore delle due divinità d’Egitto e dei quali più non si conserva vestigio. E in simil modo niuna traccia è rimasta della Moneta, onde aveva nome la Zecca imperiale situata in questo quartiere, niuna traccia del Ludus magnus e del Ludus Dacicus ch’erano bellissimi ginnasî di gladiatori; nè pietra rimaneva dell’accampamento dei marinai del Miseno (Castra Misenatium) e del portico di Livia. Il luogo ov’erano situate le terme di Tito e di Trajano, che le Descrizioni qui pongono, conosciamo dai ruderi che ne rimangono. Egli è incerto però se quegli splendidi bagni di cui Tito aveva gettate le fondamenta là dove sorgeva l’aurea casa di Nerone e che erano stati poi compiuti da Trajano, fossero ancora ai tempi di Onorio il convegno degli uomini eleganti di Roma, posto che le terme di Diocleziano, di Costantino e di Caracalla avessero innumerevoli visitatori. Tuttavia in quel tempo il Romano poteva ancora deliziarsi in quella sontuosa casa di piaceri, poteva mirare il gruppo del Laocoonte nel luogo ove in origine era stato innalzato, e ricreare l’animo colla vista degli splendidi dipinti, che coi vaghi concepimenti dell’arte mitigavano la tetra severità di quei corridoi e di quelle sale dalle vôlte elevate[13].
L’anfiteatro segnava il confine tra la terza e la quarta Regione. S’alzava quest’ultima di fronte al Foro romano e si stendeva fino ai Fori imperiali ed oltre alla Via Subura fino alle Carine. Aveva avuto il suo nome prima dalla Via Sacra, indi dal tempio della Pace. Nelle due Descrizioni non troviamo però più alcun cenno di questo illustre monumento eretto da Vespasiano, perocchè già nell’anno 240 il folgore l’avesse ridotto a un cumulo di macerie. Prossima all’anfiteatro s’alzava allora la fontana di Domiziano, la Meta sudans, i cui ruderi elevantisi in figura conica eccitano tristezza in chi li mira. In quel tempo esisteva ancora il celebre colosso di Zenodoro, che eretto prima ad onoranza di Nerone, era poi stato da Adriano trasportato sotto il gran tempio da lui innalzato al duplice culto di Roma e di Venere. Questo tempio, monumento sublime eretto da Adriano, colle smisurate colonne d’ordine corinzio e col suo tetto dorato, era ancora la più splendida creazione dell’arte in Roma. La quarta Regione era illustre fra tutte per la bellezza degli edifizî che s’alzavano entro i suoi confini presso l’arco di Tito e lungo la Via Sacra, tra i quali s’ergeva, bellissimo fra tutti, la Basilica nova, che, edificata da Massenzio, era stata inaugurata nei tempi di Costantino, e le cui grandiose ruine furono in Roma per lungo tratto di tempo reputate erroneamente ruderi del tempio della Pace. Nelle Descrizioni è fatto cenno del tempio di Giove Statore, del tempio di Faustina, della basilica di Paolo, del Foro Transitorium, del quale ammiransi ancora i magnifici ruderi d’un portico dedicato a Minerva[14]. Vi è fatta menzione del tempio della Terra, della celebre Via Subura, e parlano del Tigillum Sororium, monumento che esisteva nel Vicus Cyprius a ricordanza di Orazio e della sorella da lui uccisa, e che i Romani conservavano con cura gelosa, come già diligente opera davano alla conservazione della sacra casa di Romolo sul Palatino e della favolosa nave di Enea sulla sponda aventina del fiume.
Nella descrizione della quinta Regione la Notitia ci tragge sul monte Esquilino e su una parte del Viminale. Ci parla dal Lacus Orphaei, ch’era un serbatojo di acque adorno della statua di quell’antico; ci descrive il Macellum Liviani o Livianum, grande piazza del mercato delle grasce edificata da Augusto, ed i portici sotto i quali erano i venditori del mercato; ci descrive il Nymphaeum di Alessandro, bel monumento eretto da Alessandro Severo a ornamento d’una grande fontana[15]. Sappiamo che più lungi erano l’accampamento della seconda coorte della guardia, i giardini di Pallante, famoso liberto di Claudio, il tempio eretto da Silla ad onore di Ercole, l’Amphitheatrum Castrense, il Campus Viminalis, il tempio di Minerva Medica ed il santuario di Iside Patricia. E quest’ultimo dev’essere stato situato nella via più bella del quartiere, nel Vicus Patricius, dove fra le altre terme erano quei bagni di Novato, di cui è ricordanza nella storia dei primi secoli di Roma cristiana. Al tempo della decadenza della Città, in tutto il territorio dell’Esquilino, del Viminale ed in una parte del Quirinale avevano dimora le classi più povere del popolo, alle quali davano sovvenzioni negli ultimi secoli gl’Imperatori colle imposizioni onde gravavano le terme. Le descrizioni non collocano in questa Regione, come fanno il falso Vittore e Rufo, le terme di Olimpia poste sul Viminale al di là della Subura e neppur ne fanno menzione. I Martirologî narrano che in questo quartiere morisse santo Lorenzo e la tradizione ricorda che qui si innalzasse la chiesa antica di san Lorenzo in Panisperna.
Le rimanenti terme di Roma erano situate nella sesta Regione, Alta Semita. Riceveva il nome da una via, la quale credesi che dal Quirinale si volgesse alla porta Nomentana. Ivi sul Quirinale le due Descrizioni che ci sono guida collocano il tempio antico e bello della Salute ed il tempio di Flora, che s’ergeva in vicinanza del Capitolium antiquum. Era questo l’antico Campidoglio di Roma posto sul vertice del colle ed opera di Numa, col celebre tempio ove in triplice cella erano collocate le statue di Giove, di Giunone e di Minerva. Ed uno dei più mirabili fatti di cui ci conservi ricordanza la Notitia è che questo modello antichissimo del Campidoglio, che in tempi posteriori sorse sul Tarpeo, ergevasi ancora in piedi nel secolo quinto. E sappiamo dall’istessa fonte che esisteva pure il tempio di Quirino, uno dei più celebri e belli monumenti sacri della Città, il quale ad opera di Augusto era stato con magnificenza restaurato. Non havvi dubbio che esistesse ancora il bel portico di Quirino sostenuto da colonne che Marziale celebra in un epigramma, e sembra che ancora durasse in piedi non lungi dal tempio quella statua di piombo di cui era stato autore quell’antico Mamuro Veturio che aveva gettato in metallo lo scudo ancilio. Ed infatti le Descrizioni la dicono situata fra il tempio di Quirino e le terme di Costantino. Questo gigantesco edifizio destinato al bagno fu l’ultimo che vedesse sorgere Roma pagana, fu l’ultimo grande monumento costruito nello stile artistico dell’antichità, e con esso si chiuse la lunga serie delle opere imperiali destinate ad utilità del popolo. Al tempo di Onorio, e molto dopo ancora, s’ergevano dinanzi a quelle terme i due celebri colossi dei domatori di cavalli. Quell’edificio però deve essere stato in cattiva condizione, forse a causa di un incendio o di qualche altro danneggiamento che lo scrollò nell’anno 367, quando il popolo si sollevò contro il prefetto Lampadio il cui palazzo sorgeva nelle vicinanze, e nel 443 ad opera di Perpenna dev’essere stato racconcio.
Ancor più grandiose e magnifiche erano le terme che Diocleziano aveva edificate in questa Regione sul Viminale. Erano le più estese di Roma, ed esse e le terme di Caracalla erano il ridotto più gradito a cui accorreva tutta la Città. Testimonî vivi di loro grandezza rimangono anche al dì d’oggi ruderi giganteschi. Al tempo d’Onorio erano ancora nel loro splendore primiero, ed i Cristiani di Roma dovevano mirare ad esse con orrore e con disdegno pio, perocchè Diocleziano a fabbricarle avesse usato dell’opera di parecchie migliaja di schiavi cristiani. Ma la bellezza dei marmi e dei dipinti, e le sale suntuose, e le stanze adorne di splendidi musaici, e la raffinatezza d’ogni voluttà le rendevano grato convegno degli uomini eleganti. Se si creda ad Olimpiodoro, nelle stanze di quei bagni contenevansi duemillequattrocento vasche[16].
Non meno celebri erano gli orti di Sallustio che dal Quirinale si stendevano nelle vicinanze di monte Pincio ed in direzione della porta Salara. Erano soggiorno favorito degl’imperatori Nerva ed Aureliano, splendide dimore in cui si riunivano le delizie dei giardini, dei bagni, dei templi, del circo, dei bei viali fiancheggiati da alte colonne. Ne fa menzione la Notitia senza dire però che queste case sallustiane fossero già cadute in rovina. Imperocchè fossero i primi edificî di Roma che cinque anni dopo il trionfo di Onorio rovinassero. Sembra che presso questi giardini fosse situato il Malum Punicum e la così detta Gens Flavia. Era il primo un quartiere il cui nome «Melogranato» dev’essere derivato da qualche monumento colà esistente o da qualche albero che in quello spazio avesse fiorito. Ivi Domiziano aveva trasformato le sue case in un tempio destinato ad accogliere dopo morte la sua salma ed a sepolcro della gente Flavia.
Gli orti di Sallustio erano situati all’estremo confine della sesta Regione, di fronte a monte Pincio, verso porta Pinciana: l’ultimo confine di quella Regione nella direzione della porta Salara e della porta Nomentana tenevano i Castra Praetoria. Non fa cenno il Curiosum di questo accampamento dei Pretoriani sulle rive del Tevere, ma ne parla abbastanza chiaramente la Notitia, quantunque Costantino lo avesse distrutto e Aureliano prima vi avesse condotto sue mura.
Per passare alla settima Regione, dai tre colli volti a nord-est si discendeva nella bassa pianura situata sotto il monte Quirinale ed il Capitolino, verso il campo di Marte. La denominazione Via Lata aveva ricevuta dalla via che corrisponde precisamente alla parte inferiore del Corso odierno. La Notitia conserva ricordanza di un arco di trionfo ivi eretto detto Arcus Novus, ma senza darne illustrazione: sembra che fosse eretto là dove la Via Lata si congiungeva alla strada Flaminia. Il più splendido edificio di questa Regione era il celebre tempio da Aureliano innalzato ad onore del Sole sul pendio del monte Quirinale, edificio gigantesco di magnificenza orientale, che nel secolo quinto doveva reggersi ancora in piedi ma che nel secolo sesto già rovinava[17]. Al di sotto di quello era situato probabilmente il campo di Agrippa, piazza magnifica ornata di bei portici e ridente di giardini che servivano ai sollazzi del popolo. Il grande numero di portici come i Gypsiani ed i Constantini, l’ampio Forum Suarium ove tenevasi il mercato dei majali, e i vasti giardini (Horti Largiani) dimostrano che questo quartiere della Città situato in quel basso territorio dev’essere stato un centro animatissimo di vita popolare, collocato com’era tra il campo di Marte e quella Regione che comprendeva il Foro romano, le piazze imperiali ed il Campidoglio.
Nella Regione più illustre, nella ottava, che aveva nome di Forum Romanum Magnum e che poteva dirsi il centro in cui doveva svolgersi la storia di Roma, specchiavasi la grandezza dell’Impero del mondo: perchè ivi monumenti sublimi d’ogni genere e innumerevoli, ivi splendide ricordanze che la vista dei templi, delle colonne commemorative, degli archi di trionfo, dei rostri, delle basiliche rendeva più vivaci. Egli è prezzo dell’opera indugiarvici sopra alcun tempo, tanto grande era ancora lo splendore di quelle opere magnifiche, delle quali non era spenta la maestà se anche interrotta l’operosità d’un tempo, riunione di monumenti giganteschi che i secoli posteriori non vedranno più e che ad imaginare è impotente la fantasia più vivida e calda.
Cominciando dal Campidoglio, dei cui edifizî la Notitia non dà particolare descrizione, tutti comprendendo nel concetto generale di Capitolium, ciò che a prima vista ne colpisce lo sguardo è il tempio di Giove Capitolino. Da quel tempio riceveva il Campidoglio nome di aureo, e probabilmente ne deriva la dizione di Aurea urbs onde Roma durante il medio evo era appellata. Perocchè il tetto fosse ricoperto di lamine di bronzo dorato, e le colonne avessero dorate le basi ed i capitelli, e riccamente dorati fossero bassi rilievi e statue. E le porte erano di bronzo dorato, e lamine d’oro ne coprivano i battenti. Ricchezza sì grande di prezioso metallo doveva eccitare l’avidità dei conquistatori: eppure nè i Goti, nè i Vandali toccarono a quei sontuosi ornamenti del tempio; chè uno Storico pagano ci narra: primo Stilicone aver messe le ingorde mani sulle lamine ond’erano ricche le porte. Che il tempio, quantunque spogliato, si conservasse in perfetta condizione ancora ai tempi di Onorio, sembra potersi ricavare da Claudiano; e Procopio in termini positivi cel dice[18]. Quale fosse in quel tempo l’aspetto del Campidoglio, in quale stato fossero i suoi templi antichi, il suo Asylum, il suo Tabularium di cui ammiriamo ancora gli avanzi, se ancora avesse l’ornamento di un numero infinito di statue, non vogliamo indagare. Mesto alla vista e crollante sarà stato quel delubro antico ed illustre dopochè la Religione cristiana ebbe posto in bando quel culto che ne rendeva venerate le sacre mura.
Se discendiamo il Clivus Capitolinus e lungo la via dei Trionfatori procediamo verso il Foro (siamo al tempo di Onorio), troviamo sotto il Tabularium parecchi templi che allora s’ergevano in tutto lo splendore primiero e di cui oggidì vediamo cumuli di rovine: sono il tempio della Concordia situato dietro l’arco di Severo, il tempio di Saturno, e quello di Vespasiano e di Tito. Di tutti conserva ricordanza quell’antico catalogo e fa menzione dell’aureo Genio del popolo romano ossia del tempio a quello eretto, e parla della statua equestre di Costantino che deve essersi conservata lungo tempo ancora presso l’arco di Severo e che non può certo andare confusa con quella celebre di Marco Aurelio[19]. In vicinanza altre statue s’ergevano, ed una era stata innalzata ad onore del grande Stilicone. Ricorda la Descrizione il Milliarium aureum ossia la pietra migliare dorata che Augusto aveva eretta presso l’arco di Severo, e la distingue con precisione dall’Umbilicus Romae. I rostri erano situati in tre luoghi: gl’imperiali in vicinanza dell’arco di Severo, i rostri giulî di fronte al tempio del Divus Julius, i rostri del popolo dirimpetto al tempio di Castore. Le Descrizioni citate non parlano dell’arco di Severo nè di quello di Tiberio, eppure al quinto secolo dovevano elevarsi di fronte al tempio di Saturno. Ed ambidue ornavano la fronte del Foro ove il Campidoglio scende in pendio.
L’enumerazione dei rimanenti edificî che fa la Notitia nel descrivere il Foro, non è completa; vi si ricordano soltanto i più illustri. Prima d’ogni altro parla del Senato, e sembra che ne descriva il novello palazzo eretto da Domiziano là dove sorge oggidì la chiesa di santa Martina e quindi situato poco lungi del luogo ov’era l’arco di Severo, nel lato del Foro che per lungo tempo fu il più cospicuo per bellezza di monumenti. In quel tempo conservavasi forse ancora la Curia Julia più antica, situata sul declivio del Palatino. Non ne fa cenno la Notitia; ma siccome essa parla di una Curia vetus posta nella decima Regione, Palatina, così può cogliere nel vero chi sostenga che desse quel nome alla Curia di Giulio Cesare, per distinguerla dalla novella Curia ossia dal Senato. Un’iscrizione trovata nella chiesa di san Martino parla di un Secretarium del Senato edificato nell’anno 399, che ad opera di un prefetto fu nel 407 racconcio[20]. Sembra dunque che non più nella Curia antica, ma in questo novello palazzo si congregasse il Senato ai tempi di Onorio, per iscansare forse litigi coi senatori cristiani.
Nell’istesso quartiere era anche il tempio illustre di Giano Gemino. Non ne è fatto cenno dalla Notitia, ma Procopio ne parla diffusamente, ed a noi toccherà spesso di tenere discorso di questo tempio che il popolo nel medio evo reputava fatato. La Notitia ricorda che da questo lato del Foro s’ergeva la Basilica Argentaria situata presso il Clivus Argentarius (detto oggi Salita di Marforio); non fa cenno però nella descrizione di questa Regione, della basilica di Emilio Paolo, di cui parla ove discorre della Regione quarta, limitrofa alla ottava. Il sontuoso monumento della famiglia Emilia, adorno di belle colonne di marmo di Frigia, era situato presso al luogo dove sorge oggidì la chiesa di santo Adriano, e ad esso faceva riscontro dall’altro lato del Foro la basilica Giulia, di cui gli scavi praticati hanno fatto conoscere la posizione precisa. La Descrizione ci fa sapere che alla parte del Foro volta a mezzogiorno era il Vicus Jugarius, lo stadio greco, la basilica Giulia, il tempio di Castore, e finalmente il santuario di Vesta. Per la qual cosa vediamo che ai tempi ancora di Onorio, il Foro splendeva in tutta la sua pompa; e nel terreno che stava intorno all’arco di Severo, era movimento di vita politica, miserando avanzo dell’antica vita operosa.
Di qui si passava alle piazze imperiali. Secondo la narrazione della Notitia erano quattro, tutte limitrofe, il foro di Cesare e quelli di Augusto, di Nerva e di Trajano. Al tempo in cui furono compilate le due Descrizioni, duravano ancora in tutta la pompa di loro bellezza antica; il primo col tempio di Venere e colla statua equestre di Cesare; il secondo col grande tempio di Marte Ultore, di cui oggi stanno ancora ritte in piedi tre magnifiche colonne corinzie maestre dell’arte antica; il terzo col tempio di Pallade; il quarto finalmente doveva accrescere per lungo tempo splendore alla Città colla colonna celebre di Trajano, monumento sacro di Roma, che, dal barbarico medio evo rispettato, pugnando cogli anni dura meraviglia del mondo. Ed in quel tempo l’osservatore era commosso ad ammirazione alla vista delle due Biblioteche, della statua equestre del grande Imperatore e del suo arco trionfale che probabilmente colà ergevasi ancora in piedi: imperocchè, siccome ad onoranza di Trajano erano stati innalzati in Roma parecchi archi di trionfo, sia opinione tra gli Archeologi quasi universale, che quell’arco sorgesse nel suo Foro e che poi si rubasse delle sculture e dei fregi per ornarne l’arco di Costantino. Quanta fosse la meraviglia a cui era commosso l’animo di colui che contemplasse questo Foro stupendo, cel dice Ammiano Marcellino in un bel passo in cui è celebrata la splendida magnificenza della grande Città. Quarantotto anni innanzi che Onorio facesse il suo ingresso in Roma, vi veniva l’imperatore Costanzo accompagnato dal principe persiano Ormisda. «Visitava egli», dice Ammiano, «i quartieri tutti della Città posti sul vertice e sul pendio dei sette colli e nelle vallate sottoposte; e via via che la percorreva, credeva che le bellezze vedute da altre non potessero essere superate: ammirava il tempio di Giove tarpeo, splendido come opera divina l’umana antecede; vedeva le terme vaste come borgate, la mole dell’anfiteatro, che costruita dei massi di marmo di Tivoli s’ergeva eccelsa sì che occhio umano poteva a fatica osservarne le cime; e mirava attonito il Panteon colle sue vôlte sublimi simile a rotonda sfera celeste, e le altissime colonne a cui si ascendeva per dolcissime scalee adorne delle statue degli antichi Imperatori; e lo empievano di stupore il tempio della Città e il foro della Pace e il teatro di Pompeo e lo stadio e i monumenti tutti onde l’eterna Roma va illustre e superba. Or com’egli fu venuto al foro di Trajano, a quel miracolo d’arte, che male non ci apponiamo se diciamo unico in suo genere sotto il sole, e cui non potrebbero mancare gli Dei stessi di tributare ammirazione, restò simile ad uno scosso dal folgore, quasi trasognato fissando lo sguardo su quei monumenti titanici che lingua non può descrivere, nè artefice mortale può presumere di eguagliare. E cadutogli l’animo di provarsi in qualche opera simile, disse: Il solo cavallo di Trajano, che portava la statua di questo Principe collocata nel mezzo dell’atrio, volere e poter imitare. Ma il principe Ormisda che stavagli accanto, acutamente gli diceva: Concedi però, o Imperatore, che a simil cavallo simile scuderia devi prima preparare, se tu il possa; il destriero che tu ti proponi di costruire non può che in uno spazio splendido sì come è questo essere collocato. E chiesto quel Principe che pensasse di Roma, rispose: Esser lieto di ciò solo, che aveva saputo, anche a Roma gli uomini essere mortali[21]. E dopochè l’Imperatore ebbe tutto veduto con meraviglia profonda, accusò la Fama di impotente o di maligna, perocchè essa, che sempre e tutto esagera, fosse tuttavia insufficiente a narrare lo splendore di Roma. E consigliato a lungo seco stesso che far dovesse, deliberò voler aggiungere alle bellezze di Roma altre di genere simile, ed innalzò nel Circo massimo un obelisco di cui a luogo opportuno parlerò.» Nel foro di Trajano erano erette statue ai grandi filosofi, ai poeti ed agli oratori dell’antichità, ed altre in seguito furono aggiunte. Così una fu innalzata a Claudiano più tardi, sotto il reggimento di Avito, ed una fu collocata ad onore del poeta Sidonio Apollinare. E ai tempi ancora del poeta Venanzio Fortunato, sul principio del secolo settimo, nelle sale della biblioteca Trajana leggevansi i poemi di Virgilio, e recitavansi i versi ampollosi o aspramente sonanti dei poeti viventi in quella età[22].