La dipintura che Ammiano Marcellino dà di Roma ai tempi di Costanzo, possiamo confortare della testimonianza di uno scrittore contemporaneo. Ai tempi di quell’Imperatore, uno Scolastico, di cui non ci pervenne il nome, compilava un’opera in cui proponevasi di dare la descrizione del mondo e delle province del romano Impero e singolarmente d’Italia, sotto il cui nome egli voleva significare propriamente l’Italia centrale. Dopo di averne celebrate le città e di aver lodati i vigneti del Piceno, del Sabino, di Tivoli, del paese tosco, soggiungeva: «Oltrecciò quel paese possiede, bene massimo, Roma splendida di edificî divini. Perocchè tutti gl’Imperatori ivi innalzassero opere superbe che ne eternassero la ricordanza. E chi può numerare i monumenti di Antonino? Chi può descrivere le bellezze delle opere di Trajano? Ivi si trova il circo, edificio superbo, illustre per le statue di bronzo che ne sono decoro sontuoso[23].»
Il Circus Flaminius, nona Regione, era situato là dove è oggi la parte più popolata della Città. È quella vasta e bassa pianura che dal Campidoglio si stende fino alla odierna piazza del Popolo dirimpetto al ponte di Adriano. Comprendeva dunque quel celebre campo di Marte, il quale, al tempo di Augusto, era splendido e bello da strappare a Strabone una descrizione animatissima in cui esprimeva l’ammirazione più viva. Ma un incendio scoppiato ai tempi di Nerone, e le innovazioni operate da quegl’Imperatori che gli succedettero e che fecero a gara nell’erigere monumenti, mutarono l’aspetto di questa estesissima Regione. Splendidissimi edifizî di ogni maniera sorsero d’ogni dove ricoprendola intieramente in modo da poter essere chiamata novella Roma imperiale e brillante di tanto splendore, che allo stesso Strabone sarebbe venuta meno la potenza di divisarne le bellezze a parole. La Notitia, senza accennare al circo Flaminio che negli ultimi tempi del Medio evo stava ancora nella massima parte in piedi, parla delle scuderie, che erano vicine, per i cavalli del circo. Ommettendo di discorrere dell’anfiteatro di Statilio Tauro, parla subito dopo di tre teatri, di quello cioè di Balbo che comprendeva 11510 stalli per gli spettatori, di quello di Marcello la cui negra e gigantesca mole tuttora oggi lascia in parte riconoscere l’antico splendore e che aveva 17580 seggi, del teatro di Pompeo che ne capiva ben 22888. La Notitia tace dello Ecatostilo, ossia portico di Pompeo, e ci abbandona alle forze della fantasia nel pensare ai bei viali di platani e alle piazze che rendevano incantevole quel luogo. Degli altri portici che sappiamo essere ivi esistiti, fa cenno soltanto di quello di Filippo avo di Augusto; nè parla dell’altro prossimo di Ottavia, che Augusto aveva formato allargando quello antico di Metello e che, al tempo in cui fu compilata la Descrizione, doveva conservarsi perfetto. I suoi ruderi grandiosi vediamo ancora nelle vicinanze del Ghetto odierno.
Non lungi di lì era il portico a due navate di Minucio, Minucias duas, come lo intitola la Notitia, ossia Minucia vetus e frumentaria; e sotto quest’ultimo portico facevansi negli ultimi tempi dell’Impero le distribuzioni di grano agli operai bisognosi e scioperati. Trovavasi lì presso la cripta di Balbo, ch’era probabilmente un portico coperto che conduceva al teatro di lui. Se a tutti questi portici si aggiunga l’altro sostenuto da colonne ed eretto da Gneo Ottavio, che dal circo Flaminio conduceva il passeggiero al teatro di Pompeo, si può avere una idea della moltitudine di edificî mirabili che coprivano quel territorio, il quale viene a corrispondere presso a poco allo spazio che dal palazzo Mattei si stende oggidì al palazzo Farnese. Più in là, in direzione del fiume, Teodosio, Graziano e Valentiniano, ventitre anni circa prima che Onorio entrasse in Roma, avevano edificati di bei portici (porticus maximae), ed un arco trionfale dirimpetto al ponte di Adriano, che si conservò fino alla più tarda età del medio evo e la cui iscrizione copiata dal pellegrino di Einsiedeln fu a noi tramandata.
A dritta dell’arco, era il portico di Europa di cui tace la Notitia; come tace di quello di Ottavio, laddove fa menzione del portico degli Argonauti e di quello di Meleagro, i quali, mettendo capo alla basilica di Nettuno, devono essere stati situati nei dintorni della Septa Julia. E questo recinto, ove i Comizi centuriati anticamente radunavansi, e la Villa Publica adiacente, in cui gli ambasciatori dei popoli stranieri ricevevansi, la Notitia oltrepassa in assoluto silenzio.
Se di qui ci volgiamo nella direzione ov’è oggidì piazza Navona, veniamo in luogo ov’era situato il campo Marzio, in quella parte più ristretta della bassa pianura ch’è esterna al campo Flaminio ed al Tiberino. L’antico campo Marzio, dall’altare di Marte eretto al di là del Mausoleo di Augusto, si stendeva forse fino al ponte Milvio, in maniera che la parte maggiore del sobborgo rimaneva fuori delle mura erette da Aureliano. Perocchè la porta Flaminia che si apriva vicino al punto ov’è l’odierna porta del Popolo, desse sulla parte centrale del campo Marzio, e la muraglia della Città guernita di torri, stendendosi lungo il corso del fiume, si spingesse fino al ponte del Gianicolo (S. Sisto). Nel terreno del campo di Marte, compreso tra le mura dall’un lato, e la Via Lata e la Via Flaminia dall’altro, si ergevano gli edificî di cui la Notitia fa cenno, benchè nella sua descrizione non si spinga fino alle vicinanze del Mausoleo di Augusto.
Qui era il grande stadio di Domiziano capace di 33088 seggi, edificio mirabile sul cui terreno è costruita la bella piazza Navona. Più in là, il Trigarium, circo di dimensioni minori, e l’Odeum destinato alle prove musicali, che va rinomato tra le opere celebri di Costanzio e che quindi dev’essere stato mirabilmente bello. Sul Panteon di Agrippa non occorre fermarci di troppo, perchè questo monumento splendidissimo, eretto dal grande benefattore di Roma, è ancora una delle gemme dell’arte onde la grande Città va altera, conservatosi perfetto anche dopo che caddero in rovine i bagni ai quali in origine era congiunto, insieme a quelli di Nerone situati a piccola distanza da esso, e che da Alessandro Severo furono ampliati. Degli uni e degli altri, che esistevano ancora, fa cenno quella Descrizione antica.
Dall’altro lato del Panteon era il tempio di Minerva, sul cui terreno si alza oggidì la chiesa di S. Maria sopra Minerva. Poco distante era un tempio dedicato ad Iside e a Serapide. In direzione della Via Lata altri edificî avevano eretto gli Antonini, ad imitazione di quelli fatti costruire da Trajano e da Adriano; perocchè ivi fossero la basilica di Marciana e quella di Matidia, un tempio innalzato ad onoranza di Adriano, una colonna alla memoria di Antonino, ed ivi il Senato avesse edificato un tempio a Marco Aurelio, e a ricordanza di quel Principe avesse elevata la grande colonna che, insieme a quella di Trajano, doveva sopravvivere alla caduta di Roma. Di due illustri monumenti che avevano avuto origine sotto l’impero di Augusto, il secondo dei quali esisteva certo nel secolo quinto e lungo tempo dipoi, tace la Notitia: vogliamo dire del gnomone od orologio solare, il cui obelisco vedesi oggi sul monte Citorio, e del bel mausoleo che quell’Imperatore aveva eretto a sè ed alla sua famiglia. E la Notitia ommette di descrivere la parte esterna del campo Marzio verso le mura di Aureliano, ove molti cittadini ragguardevoli e parecchie famiglie illustri avevano sepoltura. Ivi erano la tomba di Agrippa, collocata presso a poco ov’è l’odierna piazza del Popolo, e i sepolcri della famiglia Domiziana eretti su quel terreno in cui era stata più in antico deposta la salma di Nerone, e situato al di sotto dei giardini Domiziani e Luculliani che stavano sul monte Pincio. Ed ancora ai tempi di Belisario, il palazzo dei Pinci su quel colle ridente di bei giardini si ergeva, abitazione sontuosa.
La decima Regione comprendeva il monte Palatino, che, dai palazzi degl’Imperatori ivi esistenti, ebbe nome di Palatium. Queste splendide case dei Cesari che coprono oggidì il colle di rovine colossali, quali sparse in tortuoso labirinto, quali in tristi cumuli ammonticchiate, ai tempi di Onorio ed a quelli posteriori degli Esarchi erano abitate, quantunque in più parti cadute e dell’antica magnificenza di ornamenti deserte. Molti Imperatori da Augusto ad Alessandro Severo avevano dato opera ad edificarvi: Augusto e Tiberio ne avevano gettate le fondamenta, ed avevano edificate le parti principali del palazzo alle quali la Notitia dà nome di Domus Augustiana e di Tiberiana. Settimio Severo vi aveva aggiunto il Septizonium, grande e bel portico che si volge in direzione del monte Celio e del Circo massimo, che durò in piedi lunghi anni, e di cui vedevansi le rovine ai tempi ancora di Sisto V e di cui ci accadrà di parlare soventi volte nella storia della Città durante l’età media. La Notitia lo ricorda sotto il nome di Septizonium Divi Severi. Di altri edificî illustri del Palatium è fatto cenno in quella Descrizione: del tempio di Giove Vincitore, del tempio di Apollo eretto da Augusto, in vicinanza del quale era la biblioteca Palatina. E nel tempo stesso in cui narra che ancora conservavansi avanzi della casa di Romolo e del mitico Lupercale, ci fa conoscere che i Romani guardavano con gelosa cura ogni cosa che richiamasse la sacra ricordanza delle origini di loro Città.
Il Circo massimo situato ai piedi del monte Palatino e sotto l’Aventino, con tutto il territorio vicino che da questo colle si stendeva al Velabrum ed al Janus Quadrifrons, formava la undecima Regione che ne riceveva il nome. Era il circo maggiore di Roma, capace, se si stia alla Notitia, di 385000 persone. Costanzo avealo adorno di un obelisco, emulando Augusto, che pel primo uno ne aveva ivi eretto. Era l’arena frequentatissima ove facevansi le corse dei cavalli ed i grandi giuochi, e che durò nel suo splendore perfetto fino al tempo in cui cadde la dominazione dei Goti. Nelle sue vicinanze erano gli antichi santuarî del Sole e della Luna, della Magna Mater, di Cerere e del Diespater: la Porta Trigemina conduceva su pel Clivo Publicio all’Aventino. Il territorio di questa Regione si stendeva al di sotto del Palatino fino al Velabrum ed al Foro boario[24].
Le due Regioni che seguivano, ed erano le estreme della Città al di qua del Tevere, formano oggidì la parte più deserta e più squallida di Roma; si spopolarono durante il medio evo, prima di ogni altro quartiere della Città antica. La duodecima Regione aveva nome di Piscina publica da publici bagni ivi esistenti, di cui oggi non è conservata alcuna traccia. Erano le terme di Antonino od i bagni di Caracalla, ove al secolo quinto ancora accorrevano frequenti visitatori allettati allo splendore di quel ritrovo; solo monumento dell’arte antica onde fosse illustre quel quartiere. I ruderi che ne coprono il terreno, tra i quali furono rinvenuti tanti capolavori di scultura, come la Flora di Napoli, l’Ercole Farnese, il toro Farnese, e che dir si possono miniera sotto cui stanno sepolti tanti tesori artistici, muovono ad ammirazione chi li contempli, e, più che altre rovine di simil genere, ci sono maestri della pompa orientale, della magnificenza, della estensione gigantesca degli edificî che sorgono monumenti della possanza imperiale.
La decimaterza Regione comprendeva il monte Aventino e la valle bagnata dal fiume. Eravi ancora il tempio antico di Diana che in tempi remoti Servio aveva innalzato a santuario della confederazione latina, il tempio di Minerva; e, quantunque la Descrizione non ne faccia menzione, doveva esister ancora il tempio di Giunone Regina e della dea Bona. Più lungi stavano i bagni di Sura e di Decio. Vicino alle sponde del fiume era l’Emporium ove i navigli del Tevere scaricavano loro mercanzie, e lì presso, ove sono oggi i Marmorata, stavano gli Horrea, ossia granai, ed altri edificî destinati al commercio ed al movimento del porto[25].
Or non ci rimane che a dire brevemente della decimaquarta ed ultima Regione di Roma. Chiamata Transtiberim, abbracciava tutto il territorio posto al di là del fiume, il Gianicolo, che Aureliano aveva compreso entro le mura, e il colle Vaticano, che soltanto nel secolo nono fu cinto di mura, coi campi vicini. A questa parte di Roma situata di là del Tevere mettevano i ponti che qui sotto enumeriamo.
1) Il Pons Sublicius, l’antichissimo di Roma edificato in legno. Egli è incerto quando sia perito; nè è probabile che sia da considerarsi per l’antico Sublicio il ponte che cadde distrutto al tempo di Sisto IV, nell’anno 1484, ed i cui avanzi oggidì ancora sorgono fuor d’acqua in vicinanza di S. Michele.
2) Il Pons Aemilius, oggi conosciuto sotto il nome di ponte Rotto, che gli fu dato dopo l’anno 1598. Era detto anche Pons Lepidi dal nome forse di M. Emilio Lepido che probabilmente lo avrà restituito a buono stato. Il popolo lo chiamava Lapideus ed anche Palatinus. Nel secolo decimoterzo era detto ponte di S. Maria ed anche Pons Senatorius.
3 e 4) Il Pons Fabricius ed il Pons Cestius, che esistono ancora, mettono ad un’isola sul Tevere. Il primo, oggi da un’erma quadrifronte chiamato de’ quattro capi, conduce alla Città; il secondo, che dal nome di uno dei suoi riedificatori Valentiniano, Valente e Graziano fu detto anche Pons Gratiani ed oggi ha nome di S. Bartolomeo, congiunge l’isola col Trastevere.
5) Il Pons Janiculensis, che restaurato sotto Sisto IV nell’anno 1475 ne fu chiamato ponte Sisto, nella Notitia è detto Aurelius e negli Atti dei Martiri ha nome di Antoninus, probabilmente perchè fu anticamente edificato da Caracalla o da M. Aurelio Antonino. Nel medio evo, fino al tempo di Sisto IV, fu chiamato ponte Rotto.
6) Vi seguiva tosto il Pons Vaticanus. Lo edificava Caligola per averne una via pronta ai suoi giardini Domiziani. Questo ponte, detto anche Pons Neronianus e Triumphalis, cadeva già prima dell’anno 403, perocchè la Notitia lo oltrepassi in silenzio assoluto. Ne vediamo ancora i ruderi in vicinanza di Santo Spirito.
7) Il ponte Elio, opera magnifica di Adriano, suppliva al ponte Vaticano caduto in rovina. Già al secolo ottavo ebbe titolo di ponte di S. Pietro, perocchè i viandanti che si dirigevano alla volta della Basilica vaticana, sopra di esso traghettassero il Tevere[26].
Gl’Imperatori avevano adorna la Regione trasteverina di belle opere d’arte. Ivi erano magnifici giardini, come, ad esempio, quelli di Agrippina, quelli di Nerone, sorti più tardi, ed i celebri parchi Domiziani, onde il territorio del Gianicolo e del Vaticano era reso incantevole soggiorno e preferito a qualunque altro dai Cesari, che ivi avevano ville. La Notitia dà un cenno degli Hortos Domities, ma troppo vago e indeterminato. Sotto nome di Vaticanum essa comprende il territorio tutto aderente, e sembra intendere sotto il nome di circo di Cajo (Gaianum), per quello celebre di Nerone, che, sorgendo nei giardini Neroniani, era reso illustre dall’obelisco di Caligola, il quale oggi si alza, splendido ornamento, nella piazza del san Pietro. Nel tempo di cui parliamo e durante tutto il medio evo, fu il solo degli obelischi di Roma che non crollasse ed ergevasi sulla spina del circo, entro il quale, fin dai tempi di Onorio, era edificata la basilica del Principe degli Apostoli. La Notitia fa menzione di recinti destinati alle naumachie che erano in questa Regione: tace però della tomba di Adriano, che oggidì ancora esiste trasformata in castello, e ai tempi di Onorio sorger doveva nel suo splendore antico, perchè non ancora i Visigoti di Alarico, nè i Greci di Belisario vi avevano dato saccheggio, nè l’avevano per sempre rapita dell’ornamento delle sue statue.
La Notitia, come del Vaticano, dà la descrizione del Gianicolo. Non sappiamo però in quale condizione si trovasse l’antica rocca che coronava il vertice di quel monte. Più densa che nelle altre Regioni era la popolazione che aveva stanza nel Transtiberim sulle pendici del Gianicolo, e nel corso dei tempi si conservò. Fa cenno la Notitia di molini, di bagni, di vie, di orti, di templi ivi esistenti, e lì esser dovevano i giardini di Geta i quali, edificati probabilmente da Settimio Severo, si stendevano forse fino a porta Septimiana. Di questa porta o piuttosto del territorio adiacente la Notitia fa cenno speciale; e poichè essa in origine aprivasi in quelle fortificazioni di Aureliano che comprendevano il Gianicolo entro due lunghe braccia di mura che si spingevano alla riva del fiume, sembra che derivasse il suo nome da Settimio, il quale aveva eretti in vicinanza suoi edificî.
Egli è incerto se anche l’isola del Tevere fosse compresa nella decimaquarta Regione. La opinione concorde dei Topografi ve la pone a ragione, quantunque la Notitia non ne faccia cenno, come pur taccia del tempio di Esculapio, del tempio di Giove e di quello di Fauno. Sembra che ai tempi di Onorio la possente famiglia degli Anicî ivi avesse un palazzo. Durante l’età media quell’isola avea nome di Licaonia; donde lo ricevesse non si sa[27].
Alcune tavole statistiche compilate nell’ultimo periodo dell’Impero, ci forniscono di notizie intorno al numero delle case, degli edificî publici e persino delle statue esistenti in Roma. Vi sono numerati 2 Campidogli, 2 grandi ippodromi (oltre ai minori), 2 grandi piazze pel mercato delle grasce (macella), 3 teatri, 2 anfiteatri, 4 splendidi ginnasî per gladiatori (Ludi), 5 naumachie per giuochi sulle acque, 15 ninfei ossia bei monumenti che ornavano i gettiti d’acqua, 856 bagni publici, 11 grandi terme, 1352 bacini delle acque e fontane. Di publici edificî di altro genere sono ricordati: 2 grandi colonne spirali, 36 archi trionfali, 6 obelischi, 423 templi, 28 biblioteche, 11 fori, 10 grandi basiliche, 423 quartieri della città, 1797 palazzi o Domus, e 46602 case o Insulae[28].