Questo libro, quale che siasi, ha una storia che il fortuito riflesso d’alcuni nomi e d’alcune date rende non del tutto volgare.
Esso fu scritto a Caprera, nell’inverno del 1863, e potrei dire quasi interamente pensato sulla cima d’uno scoglio, dove andava tutte le sere a guardar il sole che tramontava nel mare, o Garibaldi che nettava, pochi passi lontano, le foglie degli aranci arsi dal libeccio.
Nella primavera di quel medesimo anno accompagnai Garibaldi in Inghilterra, e non sapendo a chi confidarlo, portai meco il mio manoscritto. Nel ritorno, tragittando la Francia, una cassa di libri del Generale, dono ricchissimo della ammirazione britannica, caduta probabilmente in sospetto alla polizia napoleonica, andò misteriosamente perduta. In quella cassa v’era anche il mio povero manoscritto.
Se non che, la prima parte del romanzo, Il Padre: era stata giù pubblicata nelle appendici del Diritto, e poteva dirsi salva; ma la seconda, era irreparabilmente andata, e Dio sa in che mani?
Ora, di tutto questo, al lettore non importerà probabilmente nulla; ma io padre, non guardo se il mio figliuolo era bello o brutto: l’ho perduto e lo rimpiango.
Tuttavia, il meglio sarebbe stato rinunciare per sempre a una risurrezione impossibile; e se non vi fosse stato in quel romanzo qualcosa di mio, che mi rincresceva veder morire, senza nemmeno un’ora di luce, mi sarei forse rassegnato. Poi, a poco a poco, anche la vanità d’autore cominciò a farmi sentire il suo prurito, e finalmente, nel 1867, mi decisi a rifare tutta la parte rimasta in Francia.
Ora, ma ora soltanto, dopo due o tre pubblicazioni, m’avveggo che fu uno sproposito, perchè anche, a parte tutti gli altri difetti, conviene proprio confessare, che non si può ripigliare, dopo quattro anni, un’opera d’arte, — di scienza sarebbe un altro conto, — senza che l’unità di stile, di colorito, di forma insomma, scompaia interamente, ed anche quella de’ caratteri e de’ concetti si alteri profondamente.
Da ciò, quell’enorme distacco che corre tra la storia del padre e quella del figlio, e che le farebbe credere uscite da due mani diverse, e forse una peggiore dell’altra.
Ora, io so bene quello che attende un libro nato quasi come il mostro d’Orazio e non mi sogno nemmeno di implorare un’indulgenza che in simile caso sarei il primo a negare.
Ma in questo libro non ci sono soltanto le immagini scolorate e informi del mio pensiero; c’è un uomo di spirito e di carne; un esempio, tratto tutto dal vero, di virtù e d’eroismo, ma così vivo e potente, che può sostenere tutti gli sguardi e tutti gli assalti, e basterebbe anche da solo a impedire alla moralità d’una nazione di corrompersi mai.
Degli otto mesi vissuti a Caprera, forse i più belli, certo i più sereni della mia vita, due ricordi mi son rimasti nell’animo incancellabili: Garibaldi che scendeva tutte le mattine, zoppicando sul suo bastone, a lavorare, come il bonus cives, bonus Agricola di Marco Catone, un filare di viti, piantato da lui; e Garibaldi che tutte le sere, durante la cena, davanti a un pane cotto nel forno costrutto da lui, a una zuppa di pesce pescato da lui, a una brocca d’acqua condotta da lui, narrava colla semplice poesia d’un bardo, e colla scientifica precisione del nautico, questo o quell’episodio delle sue venture di mare; maravigliosa leggenda di battaglie e di tempeste, della quale forse i poeti futuri dei due mondi comporranno un Poema.
Ora, con quell’odissea nella memoria, con quell’uomo nel cuore, col mare tutto all’intorno, ho fatto Battista Santafiori.
Esso non è Garibaldi, ma è la personificazione del suo spirito purificato dalle ombre della politica, spoglio dall’aureola dell’apostolo e del trionfatore. Garibaldi, uomo e marinaio; come si rivela nella semplicità della vita quotidiana e nella insospettata intimità dell’amicizia ai pochi che l’avvicinano senza pregiudizio e senza interesse, e sanno studiarlo anche ne’ suoi difetti, amarlo anche ne’ suoi errori, rimaner fedeli al suo nome e dirgli
Scevri di tema o di lusinga, il vero.
Frattanto ho pensato, che in questo contagio di letteratura fradicia e mefitica, un tipo d’uomo, giusto, sano e vigoroso, comunque impicciolito dall’artefice, non potrebbe fare che bene.
Respicere exemplar vitæ, morumque jubebo; quest’è la mia sola giustificazione.
Firenze, giugno 1871.
G. GUERZONI.