IX. SPETTACOLO AL VILLAGGIO.

Siamo nel piccolo villaggio di X... Una sfilata di dugento case sulla riva destra del Po nei felicissimi Stati di S. M. Vittorio Emanuele I.º re di Sardegna.

Il fiume il quale, a dir del Tasso, pare

Che guerra apporti e non tributo al mare,

è la fortuna e la rovina insieme dei suoi ripuari. E nessuno infatti che venisse da lontano ignaro delle sorti della contrada, avrebbe potuto immaginare che il verde sempre vivo di quelle praterie che stancano l’occhio, l’incantevole infrondatura di quei vigneti, l’onda d’oro di quei campi di spighe, e la maestosa e odorante distesa di quei boschi di quercie e di pioppi che avvolgono diremmo quasi in un amichevole amplesso il villaggio; tanta ubertosità e tanta ricchezza avessero per nemiche le stesse acque del fiume paterno che le aveva procreate.

Eppure più d’una volta il villaggio d’X... nel bel mezzo d’un’annata promettitrice era stato schiantato e portato via, case e colti, alberi ed armenti, dal furore improvviso del Po, rimasta appena ai superstiti abitatori, riparati sulle alture, la speranza d’una nuova messe riparatrice della perduta.

In sullo scorcio del 1815 a mezzo del novembre, quando i raggi del sole autunnale contrastano a mala pena il passo ai primi soffii gelati che brezzeggiano dalle Alpi, e le mattinate sorgono brinate, frizzanti, ma lucide e calme, tutta la popolazione disponibile (in questa categoria comprendiamo, tutti i fannulloni e gl’impotenti, il sindaco, il parroco, il carabiniere, il segretario della comunità, lo speziale, il pizzicagnolo, il droghiere, gli storpi, i gobbi, i cronici, la maestra, la comare, tutta la filatessa delle zitellone, delle beghine e delle trecche, infine la universa monelleria fanciullesca, e se alcuno ne manca suppliscavi il lettore), tutta la popolazione disponibile, dicevamo, nel villaggio di X... era per la strada principale, che è come la spina dorsale del paese, ai balconi e sulle porte; i più distinti o favoriti sulla bottega dello speziale il signor Romeo, del pizzicagnolo il signor Giosafatte, o del barbiere Gigi Squarcia, o sotto l’atrio della chiesa, o sul terrazzino del palazzo comunale, infine dappertutto dove si potesse vedere ed essere visti a contemplare con più comodo e decoro uno spettacolo qualsiasi.

A quel che pare gli spettatori avevano anticipato d’assai sugli attori, poichè da una buona oretta ciascuno s’era appostato e aveva avuto tempo di accaparrare una pietra, una nicchia, una sedia, di raschiare, di soffiarsi, di stirarsi, di dire sessanta volte al minuto: — Che bella giornata!... ma un po’ freschetta — senza però che il sipario desse segno di muoversi, e che un personaggio qualunque comparisse sulla scena. Ora siccome in quel teatro mattutino, continuiamo la metafora, la musica faceva diffalta, così noi cercheremo di riempire il vuoto, dando, a guisa di sinfonia, il prologo degli spettatori, avendo l’onore di assicurare il lettore che non ne sarà mai tanto lacerato quanto lo saria stato dai miagolati dell’unico violino e dal grugnito dell’unico contrabasso che componevano la orchestra del villaggio di X...

Nella spezieria, specie di posti scelti, c’era come a dire la crema degli omoni e dei maggiorenti. Oltre allo speziale Romeo, il sindaco Salomone Arena, don Fulgenzio parroco, don Spiridione curato, il maresciallo dei carabinieri Malagana, il cancelliere Frustadenti e la sua consorte Atalanta nata Magrograssi. Sulla terrazzina che poteva passare per una loggia, la solita frega delle mamme colla solita mostra delle figliuole da marito, la più fraschetta delle quali, sorrideva alle galanterie tutt’altro che matrimoniali che le veniva sfringuellando il figlio del sindaco, Adolfo Arena, ganimede del villaggio, chierico schiericato. La botteguccia del barbiere, la piazza, le strade, che ponno pigliarsi per la platea, erano occupate dal popolino al quale non resta che accomodarsi della parte di coro.

— E non si vede ancora nulla sullo stradone — saltò su interrompendo un momento di silenzio generale il cancelliere Frustadenti, un omicino piccino come il noto Tom Pouce, ma più alto di gambe che di torso, onde ricordava lo struzzo, nera la barba che si radeva una volta alla settimana e che pareva una spalmata di nero d’avorio, neri i capelli corti e ritti come le penne d’un riccio, neri i sopraccigli e gli occhiali in grazia d’una malattia d’occhi che lo costringeva come le nottole a schivare la luce, e perciò vedendo nera ogni cosa scambiando sovente nell’esercizio delle sue funzioni il colore della carta con quello dell’inchiostro, onde riscriveva spesso sulla medesima linea e cancellava non di rado quello che aveva scritto con quello che scriveva. Malgrado la sua picciolezza tenebrosa, e fors’appunto perciò, egli era pieno di sè, vano, ostentatore, trinciatore, ridendo solo soletto dei propri epigrammi, raccontando inesorabilmente a tutti due o tre prodezze della sua gioventù, citando in ogni discorso tre o quattro sentenze di autori che non aveva mai letto, sapendo dire il nosce te ipsum ma non appropriandoselo mai, storpiando a memoria due o tre terzine di Dante e avendo inventato una biografia sua particolare del Metastasio che faceva nascere a Mondovì, guardandosi in giro quando aveva pronunciato un parere, rialzando la sua statura, con un cappello a cilindro (nero s’intende) alto quasi come lui e una cravattona nera proporzionata al cilindro, camminando sempre ritto ed impettito come un caporale tedesco, e per corona a tutto questo scrivendo Itaglia col g e P’ho in questo modo. Ma oltre a questi meriti letterarii che l’avevano fatto scegliere per cancelliere del Comune, egli aveva i morali che il sindaco cavaliere sapeva conoscere e ricompensare.

Nessuno infatti avrebbe potuto ordire un intrigo, mascherare una trappola, dare di fiato nella tromba della popolarità, straziare la riputazione di un avversario meglio del piccolo Frustadenti; laonde egli era per Salomone Arena un confidente, un aiutante e un portavoce sicuro e prezioso.

— Eppure, salvo gli errori del popolo, non dovrebbero tardare molto a comparire — rispose al cancelliere, il Romeo speziale, un buon diavolaccio in fondo, ma curioso, leggero, pettegolo, acchiappa-nuvole, credenzone, brutto, arruffato, sporco sempre, bisunto dei suoi oli e inzaccherato dei suoi decotti, tirato e sparagnatore per sè, ma non esoso verso gli altri, pratico della sua cucina farmaceutica e a dir vero tutt’altro che ignorante, ma appunto a cagione della sua curiosità e della sua credulità, che son le madri della mutevolezza, un titubare sospettoso sul conto degli uomini e delle cose, un’incertezza guardinga nei giudizi e nelle parole che lo avevano condotto ad adottare per intercalare dubitativo di tutti i suoi discorsi: «salvo gli errori del popolo».

— E quanti saranno i carrettoni del fittaiolo? — fece il salumaio Giosafatte, un coso tozzo, grasso della propria e della grascia della bottega, che non aveva mai potuto uscire quanto a fortuna della più grama mediocrità, meno assai per colpa propria, chè citrullo non era, o delle aringhe che smerciava, che per colpa della mogliera che me lo aveva regalato di dodici figli i quali colle loro ventiquattro mascelle rodevano i frutti del paterno commercio. Nulla ostante, se non era stimato per ricco, era stimato amico dei ricchi, della proprietà e dell’ordine, quindi favorito di un certo credito presso Dio e presso Cesare, quindi consigliere comunale, fabbriciere e priore della dottrina comunale.

— Da otto o dieci — rispose Romeo.

— Cosa vi salta in mente... da otto o dieci!... non tanta abbondanza amico caro, interruppe il cancelliere.

— L’han detto anche a me... salvo però sempre gli errori del popolo — replicò subito lo speziale malcontento di non aver premesso a tempo il suo intercalare.

— Ma per condurre l’affittanza del Calandrina ci vuoi roba e capitali; se no gli è come possedere il basto e non il ciuccio. Non è vero; signor arciprete? — disse Giosafatte.

— Pare anche a me; la è una tenuta che non si coltiva mica colle intenzioni come la vigna del Signore — rispose l’arciprete don Fulgenzio.

— Specialmente quando le intenzioni sono cattive — sparò fuori con una gran risata il piccolo cancelliere, gonfio come una rana di questa sua annacquata spiritosità. Gli altri pure accompagnarono con una di quelle risate false e stentate che non trova paragone se non col riso artefatto dei comici sulla scena e che vuol quasi sempre significare: «Ridiamo, ma non sappiamo il perchè».

Solo il sindaco aveva ben compreso e per questo fu il solo che finse il contrario. Egli perciò domandò il cancelliere «dove volesse parare con quel suo motto!»

— Eh... a nulla, signor cavaliere.

— Dite, dite — fece lo speziale pungolalo da tutti gli aculei della curiosità.

— Vuol farsi pregare come una damina — esclamò il maresciallo sogguardando maliziosamente la signora Atalanta di cui mirava a fare la conquista. E la signora Atalanta — una specie di botte ambulante, come se ne veggono tante nelle caricature di Gavarni e di Cham — colta a volo l’allusione, avvallò modestamente gli occhi ed esalò dall’otre del suo petto tale sospiro che tre o quattro ricette distese sul banco di Romeo volarono via.

— Ma lei signor maresciallo deve saperne più di me — rispose il Frustadenti.

— Il primo dovere della mia carica — rispose solennemente il carabiniere — è sapere e tacere.

— Eh... via... dite su — fece il salumaio — se un forestiere capita nel paese sta bene conoscere chi è e chi non è. Se è un galantuomo o un mariolo.

— E religioso sopratutto — aggiunse il curato Spiridione.

— Buono!... buono!... le son giustamente queste qualità che Battista Santafiori possiede — disse il maledico cancelliere con un tuono d’ironia, che nemmeno quei citrulli poteano ingannarsi.

Romeo era lì per scoppiare: un sottilissimo sorriso sfiorava le labbra taglienti di Salomone Arena.

— Eh!... parlate una volta — saltò su la signora Atalanta — se nol volete dire voi, lo dirò io che avete ricevuto una lettera di Genova, che racconta per filo e per segno vita e miracoli di questo «lupo di mare che minaccia di piombare in mezzo all’ovile e disperderlo come la neve del deserto al soffio dell’aquilone».

La signora Atalanta che poteva passare per un’agreste azzurra, leggiucchiava romanzi, e questo mazzetto di scelte comparazioni era un saggio delle sue letture.

— Una lettera da Genova — sclamarono tutti quanti — mostratela: fuori la lettera... viva la lettera.

— Ma se il signor cavaliere permette... — interrogò il Frustadenti.

— Io? me ne lavo le mani — rispose il sindaco piantandosi sulla porta colle spalle voltate al cancelliere come per testimoniare «ch’egli non ascoltava». — Non vorrei — continuò — si pensasse che io serbo rancore al nuovo fittaiolo perchè m’ha portato via il boccone dal piatto.

In fatto egli ascoltava e godeva.

— Invece di leggere, vi dirò il sugo. La lettera è scorretta; dei gargarismi, dei sillogismi.... cose da nulla, ma che guastano l’effetto.

Gli uditori presero quelle due parole per barbarismi e solecismi, e Frustadenti tirò dritto.