— Battista Santafiori non si sa bene di che paese sia: egli porta due o tre nomi, laonde il mio amico argomenta benissimo che debba essere bastardo. Questo è il meno male. V’è però chi si ricorda d’averlo veduto ragazzetto partire da Genova lacero come S. Quintino, e tornare dopo trent’anni ricco sfondolato, con moglie e figliuoli e una squadra di servitori. Da quello che s’è potuto attingere da fonte certa, in America deve aver fatto il traffico dei negri, venduta carne umana. Altri soggiungono, anche il contrabbandiere e il pirata; ma noi per non fallare possiamo ben dire che un mestiere non avrà escluso l’altro. E qui notate che egli non contentavasi solo di pirateggiare la roba altrui, ma anche le persone, e prova ne sia che sua moglie... non è sua moglie, ma una donna che ha rapito, credesi alle Tonsille.
— Vorrete dire alle Antille, salvo gli errori del popolo — interruppe Romeo, il più istruito della brigata.
— È lo stesso: tutto il mondo è paese — esclamò il pubblico malcontento dell’interruzione.
— Ma quel che è certo è, che egli ha sempre trattato la donna come una schiava.
— Quale orrore!... fece Atalanta con una girata d’occhi al maresciallo.
— Il bello viene adesso. Tornato dall’altro mondo, comperò tenimenti e case nei dintorni di Nizza. E lì, sfoggi e sciali, elemosine da principe, salari grassi ai lavoranti, corte bandita agli ospiti, e tutto, bene inteso, per accattare le scappellate e i battimani dei gonzi che lo stavano a guardare. Ma che credereste!... Alla fin fine la corda troppo tesa si ruppe, e si venne a scoprire che il quod superest date pauperibus era denaro del diavolo.
— Come del diavolo?... — chiese Giosafatte che era un po’ superstizioso.
— Eh sì, certamente. Non è forse denaro del diavolo quello che si truffa a prestito, senza sapere come e quando si potrà pagare? Allora non occorse altro. Fu una leva in massa di creditori; l’amico fu denunziato e confidato alle cure degli uscieri.
— E pagò?!... — disse il maresciallo per ingannare il marito, mentre stringeva di soppiatto la enorme mano di Atalanta.
— Ah questo, maresciallo mio, è un mistero. In prigione non ci fu cacciato; forse avrà battuto moneta falsa e pagato con quella. Fatto sta ed è, che allora dovette battere in ritirata e ripigliare il suo solito mestieraccio sul mare; e su questo bisogna levargli tanto di cappello, chè il mio amico di Genova me lo dà per un vero orso bianco. Ma sia che il mare l’abbia castigato di tutte le bricconerie consumate su di lui, sia che l’industria della moneta falsa siagli ita a male, sia che i creditori me l’abbiano spennacchiato davvero, il caso è che egli tornò a restar nudo come il palmo della mano. Fu allora che Santafiori tirato dal lecco della Calandrina venne a cascare fra noi.
— Per fare altri debiti — fece il salumaio.
— Dovrà essere così, perchè il lupo perde il pelo e non il vizio. Eppoi senza capitali, e di grossi, la Calandrina è una mignatta, un tarlo che roderebbe gli scudi nello scrigno, non è vero, signor sindaco? — chiese il cancelliere.
— La doveva pigliare io per dodici mila lire all’anno, ma il forestiere di cui credo che abbiate parlato, glie ne volle dare quindici. Ora io credo sulla coscienza mia che quindici mila lire non si possano cavare da quelle terre. Quel pover’uomo si rovinerà se pure ha dei fondi.... che questo non si sa.... e a me ne duole, ne duole davvero, tanto più che è padre di una famiglia, sento dire, numerosa.
Il cavaliere sapeva l’arte di accompagnare le parole col tuono, colla faccia, cogli occhi, coi sospiri, tanto che ben pochi avrebbero potuto intendere che non parlasse col cuore in mano.
— Lei è buono, signor cavaliere, ma stia un po’ ad ascoltare — continuò il cancelliere. — Il mio corrispondente di Genova in un poscritto mi aggiunge d’aver saputo dal suo padre professore, un reverendo della compagnia di Gesù, che il Santafiori sia, in politica e in religione, una vera peste. Pare che in altri tempi sia stato un seguace di Murat e della Dea Ragione, e il gesuita sospetta a ragione ch’egli sia «per lo meno» ateo, per non dire luterano e calvinista. Certo è che i figliuoli non conoscono acqua di battesimo nè ginocchiatoi di chiesa, e se volete la cornice di questo bel personaggio, sappiate ch’egli bazzica Framassoni e Giacobini, dei quali il nostro maresciallo potrà dirvi le gesta.
— Ah sicuramente, e che gesta! — rispose in fretta il carabiniere interrotto bruscamente in una delle sue strette più eloquenti colla romantica Atalanta.
— Un luterano?... Non ho abbastanza rotture di capo, dovrò anche aprire un giubileo contro gli eretici! — esclamò il parroco don Fulgenzio, che era lui un ritratto di don Abbondio, tipo eterno dei nostri preti campagnoli, amante della quiete, odiatore delle novità, timoroso d’ogni ombra, e che tutto il ministero sacerdotale compendiava nel breviario, nella messa e nell’assoluzione di quei quattro peccatucci che la popolazione di X.... veniva regolarmente a raccontare, come alla scadenza delle decime deponeva le uova. Ora l’avere in parrocchia un tale che, al dire del cancelliere, era peggio che ateo, gli pareva il principio d’una serie di disturbi, di dispiaceri, malanni, d’indigestioni, di notti insonni, che il povero prete non si sentiva in grado, non che d’affrontare, nemmeno di pensare.
— Quanto al framassone ci penso io — disse il maresciallo — e basta che il signor sindaco e il signor arciprete mi dieno man forte.
— Io le credo spiritose invenzioni; ma la mia fedeltà al re vi è nota — fece il sindaco Arena.
— Io farò quel che posso; ma che man forte vuole che le dia?... — disse don Fulgenzio tutto conturbato.
— Zitto!... attenti — grida a un tratto Romeo — ecco gente che si muove; c’è della polvere sullo stradone; arriva ora.... è in carrozza.... è in calesse....
E i piccini si rizzavano sui piedi; i forti ponzavano di gomiti, i ragazzi s’arrampicavano sugli alberi, tutti gli sguardi degli spettatori, dalla spezieria, dalla barberia, dall’atrio della chiesa e dal palazzo del comune erano rivolti verso un punto solo: lo stradone che Romeo aveva additato.
Chi arriva?... Una carovana di principi?... Un serraglio di mostri marini?... Il convoglio di Dulcamara o il corteo d’un condannato a morte?... Nessuna di queste ghiottornie delle folle.
Una rôzza, vecchia e secca, ma ancora robusta che strascinava al passo un calessino a quattro ruote tutto logoro e scassinato nel quale stava pigiata una nidiata di sette persone che col loro peso facevano sudare quella veterana di tutte le cavalle e quel decano di tutti i cocchi, e dietro loro, a trecento passi, le cime ondulanti di tre carrettoni carichi di masserizie, di stromenti rustici e di provvigioni; ecco quello che arrivava.
S’indovinava facilmente che era il convoglio d’una famiglia che tramutava di casa e che veniva a fissarsi nei dintorni; ma se fosse capitombolato sul villaggio il pallone di Nadar non sarebbesi svegliato tanto battibuglio.
Mentre sfilava non avresti udito uno zitto nel mucchio degli spettatori; parea quasi che passasse una processione di reliquie. La curiosità è una religione per un villaggio dove ogni più lieta novità è un avvenimento che rimescola e conturba le acque stagnanti e immutabili della sua inavvertita esistenza. I commenti, le esclamazioni, i pettegolezzi, rattenuti a stento durante la marcia, scoppiarono poi tutti insieme come il cinguettio d’una uccelliera passato lo sparviero. E l’eco se ne prolungò per mesi ed anni.
Giunto il calesse sulla piazza, un vecchione, che era rannicchiato sul sedile d’innanzi con un bambino fra le gambe, levò il suo cappello a larghe tese e salutò rispettosamente la popolazione. Il resto della famiglia lo imitò, non escluse le due donne che piegarono più volte la testa.
Qualche villano rispose sberettandosi al saluto del vecchio; qualche donnetta agitò la mano in segno d’addio alle donne: gli spiriti forti della spezieria accolsero con una risata l’atto urbano del forestiero, il quale l’udì, ma finse di non accorgersene.
— Che villanzone!... disse Adolfo dal terrazzino.
— Che faccia da Fra Diavolo — disse il parroco il quale non sapeva di bestemmiare uno dei valenti difensori della santa madre chiesa.
— Dicono che sia uomo di molta carità — sussurravano alcuni poverelli appollaiati intorno alla chiesa.
— La fanciulla è belloccia! — pensava Adolfo; mentre per far la corte alla sua vicina, la paragonava «ad un’albicocca caschereccia».
E così via...
Carrozza e carrettoni, traversato il paese, andarono a far capo all’ultima casa, dove entrarono facendo rimbombare fragorosamente l’acciottolato del cortile. Allora le porte furono chiuse e i curiosi lasciati di fuori; noi soli abbiamo il diritto di condurvi, se crede seguirci, il lettore.