XI. QUOD SUPEREST PAUPERIBUS.

Tutto quel giorno fu impiegato a rassettare la casa, a ripulire le mobilie e a distribuirle nelle varie stanze. Le due donne, le stesse che erano nella carrozza, dirigevano questa operazione diligente che è una delle prerogative del loro sesso e che le destina provvidenzialmente al regno della casa. In sulla sera coll’aiuto di venti o trenta braccia fra servi e contadini tutto era a posto, e ciascuno, come suol dirsi in tali occasioni, «poteva andare a dormire nel proprio letto».

Il salotto da pranzo che era anche la sala di ricevimento, era simile al salotto di papà Grandet, senza essere però nudo e grottesco come quello. Le pareti non avevano tappezzerie, ma non avevano nemmeno dipinture: una tinta in foglia morta e nulla più. All’interno pendevano dalle pareti quattro quadri: due grandi incisioni di Washington e di Balilla, e due quadri ad olio, che appena gettato l’occhio sulle persone di casa si vedevano somigliantissimi al padre ed alla madre della famiglia. In giro alle due figure di Balilla e Washington una corona di medaglioncini di bronzo che rappresentavano personaggi celebri del tempo, come Fox, Canning, la Stael, Vergniaud, l’Empecinado, Mina, l’abate dell’Epée, Caracciolo, Parini, Chateaubriand, infine più di cinquanta. Sotto a Balilla una rastrelliera d’armi d’ogni tempo, di ogni forma e d’ogni uso, e tutte tersissime: appiedi ai due ritratti di casa due credenze affatto simili di legno di noce, lucentissime e sopra le quali stavano disposti in bell’ordine un barometro aneroide, una bussola, un medaglione, quattro o cinque pezzi di geologia, due vasi del Giappone, e infilato in una lampada d’ottone un berretto rosso da marinaio. Tutto era assettato; nessun cencio sulle seggiole, nessun ragnatelo sugli angoli; intorno al camino due seggioloni sui quali non sedevano mai altri che il padre e la madre; candide, semplici e tagliate con gusto le cortine delle due finestre, lucido il pavimento, limpidi i vetri, infine un’aria di eleganza casalinga dappertutto che piaceva assai più d’un lusso sfarzoso. Là dentro Teniers vinceva Paolo Veronese.

La famiglia era attorno ad una tavola imbandita colla stessa semplicità e candidezza per la cena. Il modesto pasto era finito e i commensali guardavano in silenzio e quasi assorti il capo della casa seduto colla sua donna ad una delle estremità della mensa.

Era desso un vecchio il quale non dimostrava più di sessant’anni, ma che ne aveva realmente ottanta. La sua persona era alta, le spalle quadre e il portamento diritto, le mani corte, sottili ma callose; la testa era magnifica e avrebbe fatto pensare a Catone come lo descrive Dante, con qualcosa del tipo di Socrate come lo ha scolpito Magni.

Una lunga e bianca chioma, la quale ai raggi del sole s’indorava ancora del biondo colore degli anni giovanili, cadevagli ben ripartita sull’omero. Nella fronte ampia e prominente, il lume scintillante di due occhi neri, i quali, ora placidi e soavi, ora profondi e severi, rivelavano, nella loro originale schiettezza, le passioni dell’anima sua e le riflettevano diremo quasi come cristallo prismatico lo spettro solare. La barba tessuta di sottilissimi fili d’oro e d’argento, folta, lisciata e prolissa, gli scendeva fino al petto in doppia lista e aggiungeva la maestà d’un pontefice a quella testa d’atleta; il naso piccolo un po’ arricciato, indizio di certa finezza; le labbra piuttosto grosse, indizio di certa bonomia, i denti nitidi, il collo taurino compivano quest’immagine che pareva un eroe di Plutarco o un modello di Michelangelo. Il vestire non ricordava più nessuna moda, ma era tutt’altro che eccentrico; semplice, grave, e come oggi suol dirsi: a sè. Raramente camicia bianca, quasi sempre colorita, e il di cui collo, largo e sbottonato, andava a spiegarsi sul collaretto del suo giubbone di velluto che, contro le mode del tempo, portava basso e sottile. Per capire bisogna ricordarsi i ritratti di Byron e di Foscolo; ma tutto men chiassoso e meno ricco. Mai panciotto; il giubbone poi a taglio di soprabito coi bottoni d’acciaio indossava men che poteva, per freddo o per forzata cerimonia, ma indossato abbottonavalo fino al mento. Le brache pur di velluto e larghissime: intorno al fianco una fascia rossa amplissima; o un cappello molle a tese d’ombrello, o una berretta chiozzotta sul capo; ghette o stivaloni ai piedi. In due parole, senza giubbone si vedeva un marinaio ricco, col giubbone un quacchero un poco mondano: in ogni abito la dignità e la forza. La voce aveva carezzevole e melodiosa, all’uopo tuonante e terribile. Raro il sorriso, ma quando brillava sulle sue labbra era franco ed aperto e vi durava a lungo. Come colui che nulla aveva a celare, non sapeva che fosse il sogghigno che si increspa e dispare, e che è la parola della ipocrisia. Così rideva ancora più di raro; ma ridendo lasciava sfogo libero alla sua giocondità che scoppiava istantanea, sonora e fragorosa. Non conosceva lagrime fuorchè pochissime di gioia, ma in cambio conosceva assai il dolore che s’era condensato dentro di lui appunto perchè privo di sbocco.

Quest’uomo, non abbiamo mai presunto celarlo, era il nostro Battista Santafiori; la donna ch’eragli al fianco Rosalia; la famiglia assisa intorno a loro, Giorgio, Livia, e il piccolo Balilla.

Quanto a Michele, al ritirarsi dell’armi napoleoniche, era passato, senza difficoltà e senza sforzo veruno di coscienza, nell’esercito piemontese, e arruolato col grado di sottotenente nei Dragoni della Regina. Stanziava a Mortara dove menava la vita monotona, viziosa e snervatrice di tutti i presidii. Della famiglia raro risovvenivasi, e solo per chiedere denari o per dire che li aveva ricevuti.

Battista era pure pensieroso e contemplò per lungo tratto la sua famiglia senza parlare. Alla fine ruppe il silenzio così:

— Oggi, miei cari, comincia un’altra vita. È una nuova stazione a cui siam giunti e speriamo che sarà l’ultima. Le disgrazie che ci hanno percosso, ci hanno costretto, per essere fedeli all’onore, di vendere quel po’ che si possedeva, e dalla ruina non abbiam potuto salvare che venticinquemila lire o poco più. Con questo io spero ancora di assicurarvi il pane. La fattoria che abbiamo presa ad affitto qui, coltivata con economia e con amore, darà largamente il frutto del capitale. Si poteva forse pagarla meno, ma era proprietà dell’amministrazione dei poveri, e non si poteva esercitare usura su di essa. Del resto, accada quel che vuole, io so nella mia vita di aver compiuto il mio dovere, e se dovessi riprincipiare da capo non cambierei certamente di strada. Gli uomini non mi hanno compensato; la Provvidenza fu troppo spesso severa, ma in cambio la coscienza fu sempre serena e vincitrice. Io non ho che un rimorso, e questo è sincero. Quello d’avermi voluto fare una famiglia, che colle mie idee e nella battaglia continua in cui era avvolto, io non poteva nè custodire nè proteggere. So che voi non me ne fate rimprovero, ma la coscienza me lo fa e basta. Però dacchè il destino ci ha voluti congiungere nella sventura, è nostro dovere portar tutti il fardello che ci è dato sulle spalle; le mie son vecchie, ma lo sosterranno. Vostra madre è una santa e noi tutti possiamo trovare sul suo seno rifugio nelle traversie e un conforto nella sventura. Intanto inauguriamo questo nuovo periodo della vita con una buona azione: sarà il miglior brindisi che possiamo fare. Voi sapete che io ho promesso a Michele duemila franchi all’anno finchè avrei avuto braccio per guadagnarli: il braccio è buono ancora, bisogna dunque mantenere la promessa. Egli ha scritto a sua madre, chiedendo la sua pensione qualche mese prima. Io l’avrei subitamente esaudito, ma vi devo confessare, cari figliuoli, che non ho più un soldo. Le spese d’impianto dell’affittanza mi hanno spelato. Ora io ho pensato a un rimedio straordinario, ma non so se vorrete votarlo...

— Lo votiamo, lo votiamo... — fecero in coro i ragazzi.

— Ebbene, il rimedio è nell’associazione, parola che quando sarete più innanzi comprenderete. — Si tratta d’una colletta fra di noi. Ciascuno offrirà per la pensione di Michele quello che crederà. Io, per esempio, dono il mio orologio, già mi è inutile perchè mi regolo meglio col sole... Mettiamo quattro o cinquecento franchi... ma badate che bisogna averne duemila... A voi Rosalia — fece Battista stendendo un piatto per raccogliere le offerte.

Rosalia alzò su Battista uno sguardo pieno d’ineffabile gratitudine.

— Quest’anello — rispose essa, levandosi dal dito un anello d’oro a brillante che poteva costare i due mila franchi solo esso.

— Eh, eh!... siamo già ricchi! E tu Livia?

— I miei pendenti, babbo — e la fanciulla si staccava i pendenti e li deponeva sopra il piatto.

— Vediamo ora Giorgio.

Giorgio non contava allora più di quindici anni, ma aveva la serietà d’un uomo.

— Non ho altro che il mio archibugio, ma...

— Ti duole privartene?!

— Un poco.

— Ragione di più per donarlo.

— Ebbene, ve lo dono.

— Ora a Balilla — disse Battista. — Che cosa offri tu di regalo a Michele?

Tutti si posero a ridere.

Il fanciullo s’era risparmiato la mela della sua cena. Egli la guardò in atto di ultimo addio e la gettò sul piatto gridando:

— La mia mela!

Tutti risero di nuovo, ma colle lagrime agli occhi.

— Ora veniamo ai conti. Coll’anello della mamma e il mio orologio, io penso che la somma sia trovata, ci avanzeranno dunque gli orecchini di Livia e lo schioppo di Giorgio.