Era il sindaco del villaggio, cavaliere di S. Maurizio e Lazzaro, che ai suoi tempi non erano ancora divenuti i soliti Santi.
Il Cavaliere, siccome per sineddoche lo chiamavano nel paese, prendendo la parte per il tutto, era rampollo d’una famiglia di vinai, possessori di fiorentissimi vigneti nei dintorni della Lomellina e del Lungo Po, i quali avevano razzolato una portentosa fortuna, ora maritando alle bionde acque del fiume natìo il vino che vendevano all’ombra delle leggi e per cui pagavano gabella, ed ora esercitando un tolleratissimo contrabbando dall’una all’altra sponda dell’Eridano, fra Piemonte e Lombardia, di tutto l’altro vino che non annacquavano.
L’uno di essi, padre del cavaliere, in virtù di parecchie serque di bottiglie vergini regalate a S. E. il governatore della provincia, e più ancora per il ricco censo e per una fama di probità — assai dubbia per noi — era stato eletto sindaco del suo comune ed aveva esercitato le funzioni della sua carica fino al 1798, anno della sua morte e della presa del Piemonte fatta dai francesi.
Il figliuolo perciò trovossi in sui trentacinqu’anni possessore d’un bel milione rotondo in terreni, senza contare il denaro e i capitali che nessuno sapeva precisare, ma che potevano girare intorno ai cinquantamila scudi.
Ma, quanto il babbo era tagliato alla buona, altrettanto sentiva il figlio la prurigine aristocratica dell’opulenta borghesia; epperò, appena fu padrone di sè, non volle più saperne di accompagnare ai mercati la carretta delle tinozze e dei barili, e dedicossi esclusivamente a far coltivare i suoi campi e ad erigere case, non tralasciando mai però di applicare anche in queste industrie i probi ammaestramenti paterni e ingrossando a ogni giorno o per fas o per nefas l’avita eredità.
All’epoca in cui noi lo incontriamo, nel 1820, il nostro nababbo lomellinese era un ometto in sulla sessantina, grigio, secco, gobbetto, giallognolo, con due occhietti da faina sopra un mostaccio da volpe, goffo nel portamento, volgare negli atti, nei giorni ordinari vestito alla carlona degli avanzi disusati della domenica, nelle solennità lucido, inamidato, malgrado suo grottesco, e non scordandosi mai d’avere in tasca una buona scorta di foglie di porro, caso mai quella che verdeggiava perennemente agli occhielli di tutte le sue giubbe si perdesse o si gualcisse.
Economico di parole, perchè calcolatore, cauto, astuto, versipelle, ostinato più d’un mulo, amico di nessuno ma cortigiano di tutti quelli che potevano essergli utili per splendore o per denaro; nell’esercizio del suo sindacato cercatore assiduo dell’aura popolare, purchè l’acquistarla nulla dovesse costare alla sua borsa o alla sua autorità, spregiatore segreto dei bisognosi, tanto più se onesti, ma spettacoloso nelle beneficenze come tutti i principi... d’una volta; largo coi preti e coll’altare, sapendo che il suono dei soldoni gettati a messa grande nel bossolo del questuante è più argentino di quello degli scudi deposti oscuramente nelle mani del povero; istruito tanto che basta per non ingannarsi sulla moneta che corre, e sapere a memoria i titoli di tutti gli alti dignitari dell’almanacco del 1798 e le feste del calendario ufficiale; baciapile e devoto non per amore del paradiso ma per paura dell’inferno, e nulla meno rinfrancato quanto ad esso dalle rivelazioni dei padri gesuiti, dei quali, alla loro venuta in Piemonte, erasi fatto patrono, soccorritore e confidente, e da cui in concambio aveva ricevuto la comodissima dottrina «delle intenzioni oneste, delle restrizioni mentali, del male perdonabile se non scandaloso» con tutte le altre teorie dei secreta monita societatis Jesus, de’ quali eragli stata comunicata una copia.
Quanto a patria non ne parliamo. Vi sono de’ ghiri, crediamo, che amano la tana dove possano ronfare in pace i loro sonni; ci sono degli orangotani che sentono riconoscenza per il ramo di sicomoro che li sfama e li ricovera, ma ci sono degli uomini più duri dei ghiri, più insensibili degli orangotani, che considerano la patria come il poderetto di cui parla Giusti:
Da sfruttare e nient’altro.
Inoltre la patria era abolita dal messale e dal codice, e sarebbe stata cosa non solo inutile, ma pericolosa per un sindaco cavaliere l’occuparsi d’una cosa che dalla Chiesa e dalla Corte era sbandita. Non si induca da ciò ch’egli fosse politico a guisa di Don Girella: tutt’altro. Quando Don Girella ci conta
Che nelle scosse
Delle sommosse
Tenne per áncora
D’ogni burrasca
Da dieci a dodici
Coccarde in tasca
ci si mostra di tale ingenuità che il cavaliere, se l’avesse conosciuto, l’avrebbe compianto.
Barcamenandosi fra tanti scogli, cantando a un tempo
Le Giunte i Club i Principi e le Chiese
stare sempre a galla senza naufragare
Mangiando i frutti
Del mal di tutti
può essere l’ideale della scienza, ma in pratica è cosa oltre il possibile. Il cavaliere la avrebbe chiamata un’utopia.
— In fin dei conti — soleva spesso rimuginare il cavaliere — in fin dei conti, a qualche santo bisogna accendere il lume. Chi tasta i rami e non ne abbranca nessuno casca in fondo. Colpo d’occhio ci vuole sicuramente... ma poi scegliere. Gli è un conto anche questo e bisogna badare di non fallarlo. Quando mio padre vendeva il suo Groppello forse che pensava soltanto a migliori prezzi? Baie!... Pensava anche alla sicurezza dei pagamenti... Non dico nè della ragione, nè del diritto; queste pappolate non pesano un grano: qualche volta possono servir bene come insegna; ma l’oste sa che l’insegna non fa il buon vino... Ora, tutto sommato, io credo più sicuro il Re che i giacobini; e Napoleone a lungo andare si tirerà addosso tutto il mondo, non esclusi i suoi Francesi che non sanno mai quel che si vogliono. No, no... tutto questo tramenìo mi assorda ma non mi toglie il cervello... Eh!... Salomone sa dove va... Per ora fin che passa il temporale, mogi, e pensieri a casa; ma sempre agguantati al più saldo... e più saldi del papa e dell’imperatore che ci ha da essere?... Pinco?... Or dunque concludiamo, Arena mio; acqua queta, ma sempre verso Vienna e verso Roma... e alla prima sfinestrata di sole ben chiaro, fuori del guscio ed «evviva...» evviva chi mo? To!... Evviva chi governa... ma già governare non può che re Carlo Emanuele IV e Papa Pio VI. E se non andasse così?!... Bah! a questi sonagli — e picchiava gli scudi che aveva nelle tasche delle brache — non c’è orecchio che faccia il sordo.... ma Bonaparte trionferà?... c’è sempre tempo e vedremo.
Il lettore capisce che don Girella, se fosse proprio esistito, poteva essere suo scolaro.
Salomone perciò, da buon generale, non perdè mai di vista il punto obbiettivo della sua tattica; non gridò mai «viva i Giacobini» perchè li guardava come sparvieri di passaggio e nulla più, non fece mai professione di fede a Carlo Emanuele IV perchè gli pareva che anche lui ciurlasse sempre nel manico, e inoltre le manifestazioni pubbliche stimavale imprudenze da bambocci.
Per le sue terre passarono via Tedeschi, Francesi, Russi, d’ogni maniera lanzichenecchi direbbe il Guerrazzi; ma lui pronto a ricever tutti col medesimo sorriso, col medesimo bicchiere di vino annacquato, col medesimo fascio di legna un po’ umido, col medesimo letto imparzialmente marmoreo.
La sua casa, come la più comoda e ricca del paese, era sempre designata per ospitare i generali; e poichè egli, come dicemmo, non sapeva far distinzione di nazione e di bandiera ne’ suoi trattamenti, così i generali partivano tutti contenti ad un modo non senza averlo regalato di qualche loro personale ricordo.
Salomone aveva una pipa di Melas, un paio di stivali di Suwaroff e un frustino di Lannes...
— Potrebbero venir buoni — pensava; ma nell’istesso tempo non osava lasciarli in vista e li rinchiudeva, proibito a tutti di casa il farne parola.
Quando, dopo Marengo, il Piemonte cadde in potere del Bonaparte, re Carlo Emanuele abdicò e ritirossi in Sardegna, egli analizzò la situazione e calcolò in lire, soldi e denari se o no gli convenisse con un atto qualsiasi, anco cauto, anco segreto, manifestare alla monarchia proscritta la sua divozione, e conchiuse che no.
— Vedremo il successore... Re che abdica puzza sempre di fallito e non fa per me.
Nè l’irrompere del torrente Napoleonico lo deviò dalla sua strada o gli fece mutare di tattica.
Solamente, quando vide che la voracità e la distruzione erano universali, capì che sarebbe stata stoltezza non prendere un posto a quel vasto banchetto dove i più contumaci e puritani allegramente sedevano, certi che il tintinnio dell’armi e il bagliore delle conquiste confonderebbe il sonito delle loro mascelle, e il ludibrio della loro defezione.
In altre parole, comprese che egli pure al pari di tanti altri, che possedevano quattrini e destrezza, poteva ingrossare d’una locusta di più lo sciame già innumerevole degli impresarii o fornitori d’esercito, e immergere, senza nemmeno parere, la sua grinfa nei tesori e nel sangue dei popoli.
E così fece.
Dubitando però che la nuova industria potesse passare abbastanza inosservata, e guastarsi i semi del futuro, mandò di soppiatto a Pio VI a Savona il dovizioso presente di una scatola d’oro tempestata di gemme, implorando l’apostolica benedizione assieme ad una riga di commendatizia per la bigotta regina Maria Teresa d’Austria, profuga col marito in Sardegna.
— Un colpo al cerchio e l’altro alla botte — diceva a sè stesso, ricordandosi il proverbio del padre vinocultore.
Alla fine il colosso rovinò, e in compagnia dei re d’Europa, tirò un gran respirone anche Salomone.
Quando re Vittorio Emanuele I, succeduto al fratello Carlo Emanuele, reduce dallo esiglio, sbarcava a Genova coronato dall’aureola del martire e preceduto dalla fama di benefattore, Salomone Arena non potè accorrere a festeggiarlo, perchè la moglie incinta avevalo presentato in quei dì di un frutto delle sue viscere e del così detto suo amore; ma in compenso Salomone bandì gran festa per tutto il villaggio, offrì un desinare sontuoso a tutte le autorità, e battezzò il neonato col nome del principe restaurato «Vittorio Emanuele».
Ognuno sa, o non sa, che allorquando questo re risalì sul trono dei suoi padri si trovò stranamente imbarazzato per mantenere la reale parola data «a’ suoi popoli» di rimunerare i fedeli servizi, di castigare le perfide ribellioni, di rendere a tutti quanti la dovuta giustizia.
Ora è noto che una valanga simile alla rivoluzione francese e all’impero napoleonico aveva tutto travolto e scombussolato: leggi, diritti, abusi, proprietà, chiese, tribunali, costumi, arti, letteratura, idee.
È chiaro ancora, che il cataclisma in mezzo a tante cose pessime ne aveva pur recate di buone, e che queste non potevano essere strappate dal seno della società nella quale s’erano radicate, senza lacerarla.
Ma così non la pensava il formicolaio di cortigiani che brulicava nelle anticamere della reggia. Nobili che avevano strisciato con imperturbabile servilità dalla corte del re legittimo a quella dell’usurpatore, rivolevano oggi gli aviti privilegi feudali; soldati che avevano combattuto nelle file del grande esercito, i loro gradi e le pensioni; preti che avevano cantato il Te Deum coll’istessa confidenza nei favori del cielo tanto pro rege nostro che pro nostro imperatore, le abbazie e le prebende; magistrati che avevano perorato in nome del codice della rivoluzione, le torture, i tribunali eccezionali; infine tutti, fedeli e infedeli, avevano un diritto, un monopolio, una carica, un privilegio da ricuperare, tutti avevano patito, tutti erano stati spogliati, tutti erano martiri della legittima causa del trono e dell’altare.
Le sono allumaccature di tutte le restaurazioni; e l’Italia lo sa.
Il povero Re perdeva la testa e non sapeva a che santo votarsi. Crediamo che si sarebbe deciso a riscappare a Cagliari piuttosto che dipanar tanto arruffata matassa.
Per fortuna sua, un inaspettato Paracleto venne in suo aiuto sotto le sembianze del conte Cerruti di Feletto.
Questo vecchio gentiluomo, non appena vide rovesciarglisi addosso il torrente della rivoluzione e tutto andare inabissato nei suoi vortici, re, trono, religione, nobiltà, sentendosi incapace a lottare e volendo pur trovare una protesta ancora più eloquente di quella di Trasea Peto, si ritrasse nella sua terra di Feletto, chiuse gli occhi, turò gli orecchi, barrò le porte, proibì libri e giornali, e non volle più vedere o intendere cosa o persona alcuna che ricordasse anco indirettamente gli avvenimenti che succedevano intorno a lui.
Il suo castello, come l’arca di Noè, era il solo angolo dove non arrivasse il gran diluvio europeo. E però quando un giorno, un amico s’introdusse col ramo d’ulivo nel suo romitorio annunziandogli «che gli alleati erano entrati a Parigi e che l’imperatore aveva abdicato»:
— Che imperatore? chiese meravigliato il conte — Carlomagno o Francesco V di Lorena?...
E non disse di più, riabbassò il ponte del paterno castello e ripigliò la lettura delle origini di Casa Savoia di Ludovico della Chiesa, solo libro che gli paresse ragionevole.
Egli non conosceva ancora le storie del conte Cibrario. Peccato!
Alla fine quando udì ripetere da tutti i vassalli che Vittorio Emanuele I era sbarcato a Genova, si risolse, come don Abbondio dopo la peste, ad aprire un finestrino e lasciar penetrare un po’ dell’aria pura dei vecchi tempi che ritornavano; e finalmente quando seppe, ma proprio dalla Gazzetta Ufficiale, che il Re era giunto a Torino, peritossi a montare nella carrozza dei suoi padri e a ritornare nella reggia.
— Se egli è veramente il figlio di Carlo Emanuele, dovrà ascoltare il mio consiglio — rimuginava strada facendo il conte. — Se no, lo crederò anche lui preso dalla lebbra di...; dell’altro — non voleva nemmeno dire a sè stesso, di Napoleone — e reo d’alto tradimento.
Il re invece andava cercando un consiglio, come Diogene l’uomo.
— Sire — gli disse il baccalare della dinastia dopo essersi inchinato tre volte — non c’è che un mezzo per far paga la giustizia e restaurare l’ordine.
— Additatecela, o conte, noi la seguiremo — disse il re al quale non pareva vero di sgravarsi il petto di quella pietra delle querimonie cortigianesche.
— La M. V. si degni prima di permettermi una domanda — riprese il conte con altre tre riverenze.
Il re cominciò ad abbuiarsi appena sentì quella parola «domanda» che gli fece presagire una delle centinaia di querele di cui era vittima ogni giorno. Tuttavia fece segno al conte di continuare.
— Vuole la M. V. restituire il suo regno alla felicissima condizione in cui trovavasi prima che... di... — e non volendo dire prima che Napoleone lo cacciasse via, perchè, lo ripetiamo, per lui Napoleone non aveva esistito.
— E certamente che lo vorrei — fece Vittorio Emanuele in tuono incredulo — ma come si fa?
— Con un metodo semplicissimo. — Il Re derogò fino ad alzarsi in piedi per ascoltare meglio. — V. M., continuò franco il Cerruti, non ha che a richiamare in vigore il Regio Almanacco del 1798 con tutte le leggi, biglietti e disposizioni che vi si contengono.
— L’almanacco del 1798! — esclamò il re, — e dove si trova?
— Eccolo qui — soggiunse il consigliere, traendo dalle tasche della sua lunga giubba gallonata, ancora alla moda dell’almanacco summentovato, un vecchio volume legato in cartapecora.
— Qui c’è tutto per tutti — fece il Cerruti.
— Per i nobili?... — chiese S. M.
— Per i nobili!...
— Per il clero?...
— Per il clero!...
— Per i magistrati?...
— Per i magistrati!...
Il re guardò l’almanacco o per dir meglio il cartone, e dopo un po’ di pausa:
— Pubblichiamo dunque anche l’almanacco... ma ad un patto che voi vi incaricherete di applicarlo. Ricordatevi che al primo malcontento me la piglio con voi.
Il conte Cerruti s’inchinò glorioso e trionfante rispondendo sulla sua parola da gentiluomo dell’esito del suo ritrovato.
E così fu. Un editto regio del 1814 ritornò in vigore l’almanacco, la di cui unica copia dormiva nella guarnacca del Cerruti, e obbligò per giunta a osservare l’editto, non dal giorno della sua pubblicazione, ma della sua data.
Fu una rivoluzione in un altro senso.
Tralasciamo naturalmente le obbiezioni legali; tralasciamo la parte seria; basti il dire che il medio evo risuscitato veniva ad impancarsi in mezzo al secolo XIX ancora caldo dello spirito di Voltaire e della parola di Mirabeau; basti il dire che la storia di quindici anni — e quale storia! — era cancellata come un poeta pentito cancella da una strofa un verso sbagliato.
Notiamo soltanto la parte comica: generali che erano basiti di freddo in Russia, magistrati che avevano la gotta, proprietari che non possedevano più un piede di terreno, ufficiali d’ogni specie e d’ogni nome, di corte e di gabelle, che erano morti od impotenti, rivivevano per taumaturga virtù dell’almanacco e lasciavano i cimiteri o le cliniche per rioccupare i posti sui quali quindici anni prima avevano seduto.
Lo strillare fu universale e doppio, ma anche in questa nuova confusione alcuni guadagnarono e fra questi non fu ultimo il nostro Salomone Arena.
L’almanacco del 1798 rinominava a sindaco suo padre morto all’anno stesso; ma quando Salomone si presentò al conte Cerruti allora ministro per dirgli:
— V. E. deve sapere che il favore regale arriva troppo tardi: — il conte che non poteva credere alla fallibilità del suo trovato, e non l’avrebbe inoltre confessata rispose:
— Ebbene, succedete voi. L’almanacco non riconferma forse il diritto ereditario?
Salomone naturalmente non rifiutò e nel 1815 si trovò sindaco del villaggio di X... in virtù dell’almanacco del conte Cerruti.
Passata la burrasca dei cento giorni e ben sicura che lo sconvolgitore era incatenato, la regina Maria Teresa poteva oramai tornare fra le braccia del regale consorte.
Essa venne, e col marito gli mosse incontro un nembo di cortigiani, di nobili, di frati, di beghine, di questuanti, di epitalamii, di discorsi, di Tedeum, di adulazioni e di bugie. Le luminarie, i banchetti, le limosine della cassetta particolare, le mostre, tutta la coreografia sacra e profana non fallirono all’usato ufficio; ma il popolo per il quale i re che vengono, o i re che fuggono, sono la suprema delle feste, aveva in quell’anno più fame di pane che di circensi, e lasciò entrare le carrozze della reduce regina sotto le volte di palazzo Madama, mutolo e impassibile, come se in quel corteo avesse veduto il ritratto della scarna carestia che sedeva al suo desco.
Ed era pure il fedele popolo piemontese, quello stesso popolo del quale un ministro d’allora non aveva esitato a dire: «Qui non c’è che un re che comanda, una nobiltà che circonda e un popolo che ubbidisce».
Fra lo stuolo dei questuanti accorse anche il nostro sindaco. Egli aveva due scopi, mettersi in grazia della Corte, e a questo gli servirono la pipa di Melas e gli stivali di Suwaroff, e far fruttare meglio che potesse la commendatizia che teneva da Pio VI per la regina Maria Teresa.
L’austriaca principessa baciò rispettosamente il santo autografo del pontefice e fece buon viso al presentatore.
Maria Teresa santocchia ed avara s’accorse che Arena era ricco e devoto, per fede o per arte a lei non importava, e pensò, sebbene ripugnasse assai alla sua regale superbia, mettere nelle sue confidenze il sindaco villanzone — pensò di trarre tutto il partito dalla sua borsa e dalla sua bacchettoneria. Assunta perciò a forza quell’aria di maestosa umiltà, che la madre del santo re Luigi IX ha insegnato, dice il Nisard, «a tutte le regine,» prese a parlare a Salomone in questi accenti:
— Sapete, o buon uomo, che è nostra intenzione e santo proposito riedificare nei nostri Stati la chiesa di Cristo che la perversità degli uomini ha invano tentato di rovesciare, e di restituirle lo splendore e la grandezza in che i monarchi cristiani l’hanno sempre mantenuta. Però non abbiamo creduto poter meglio inaugurare questa santa impresa se non ripopolando lo Stato dei banditori più fedeli della divina parola, rialzando i chiostri, incoraggiando gli ordini monastici stranieri a rifugiarsi all’ombra del nostro trono, e infine chiamando fra di noi que’ possenti ausiliari della fede, quegli avventurati interpreti del cielo, che sono i padri della Compagnia di Gesù. Ma per quest’opera benedetta ci occorre l’aiuto di tutti i veri credenti e confidiamo che non indarno il vostro cuore religioso avrà ascoltato la voce della sua regina.
— Io non m’aspettava un tanto onore. Vorrà la M. S. offrire ai reverendi padri per il suo umile servo la somma di duemila scudi che sono in questo portafoglio.
E Salomone parlando così s’inginocchiava e presentava la sua offerta alla regina non senza accompagnare le diecimila lire con un sospiro d’addio.
— Il Signore vi rimeriterà — fece la regina; — noi vi facciamo cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro. Avete altra grazia da impetrare da noi?....
— È il momento di riguadagnare i duemila scudi — pensò subito l’Arena. — E fattosi coraggio e poggiato un altro ginocchio a terra cominciò:
— Maestà!... Nel mio granaio ho raccolto da novecento a mille staia di grano, frutto di dieci anni di oneste economie. Ora so che il re vostro consorte (allora non si diceva «lo Stato») sempre generoso e pio, pensa di riparare alla gran carestia che affligge i suoi ubbidientissimi sudditi distribuendo ai poveri del suo regno tutto il grano che poteva comperare. Io offro quello che tengo ne’ miei granai; ma la M. V. si degnerà di comprendere che io non potrei così sprecare i sudori della mia famiglia cedendolo a un prezzo minore del corrente. Se la M. V. si compiacesse...
— Intendo! — interruppe la regina. — Domani avrete un placet regio che vi autorizzerà a vendere il grano come volete. Ma ricordatevi dei nostri padri gesuiti.
— Ho già detto a V. M. che vita e sostanza sono nelle sue mani... — E Salomone Arena partì da Piazza Castello, franco dalla legge sugli incettatori, e padrone di vendere il suo frumento a prezzo d’usura, mentre il popolo spigolava indarno negli aridi solchi il pane che doveva sfamarlo.