Tutta la sapienza del defunto babbo del cavaliere era nei proverbi e noi abbiamo forti ragioni per credere ch’egli imponesse al suo marmocchio il nome di Salomone per il gran rispetto che aveva per il Re Proverbiatore.
Comunque sia, quando nel verno del 1798 sentì i primi attacchi di catarro senile, papà Arena incominciò a proverbiare.
— Ah!... io me l’aspettava: «sereno d’inverno, pioggia d’estate e vecchia prosperitate non durano tre giorni» e dopo uno scoppio di tosse — «nè mai buon tempo lungamente dura» disse il vecchio senza sapere di recitare un verso dell’Orlando innamorato. «Quando la campana ha suonato è inutile dir di noi...» Regoliamo i nostri conti, spegnamo il lume e così sia.
E chiamato al capezzale Salomone gli sciorinò quest’altra litania:
— Senti!... «La morte non sparagna Re di Francia, nè di Spagna»... Io me la sento sulla groppa e se non ci sono pei capelli, poco ci manca... «Ma già chi nasce convien che muoia»... Prima però di fare quest’altro viaggio ti devo dare un consiglio, figliuolo mio. «Consiglio di vecchio non rompe mai la testa». La casa ingrandisce e i negozii moltiplicano; ai negozii ci starai tu quando io me n’andrò ma alla casa chi ci penserà? Ricordati che «chi non cura sua magione non è un uomo di ragione»... Eppoi non basta avere la casa; è giusto il dire «innanzi il maritare abbi l’abitare»... ma «la bella gabbia non nutrisce l’uccello»... Capisci già dove voglio venire... Volta e rivolta «la casa e la moglie si godono più d’ogni cosa». Pigliala dunque... così me n’anderò più tranquillo... ma pigliala per bene. Ricordati «che chi mal si marita non esce mai di fatica»... sopra tutto non farmi la corbelleria di innamorare... «chi si marita per amore, di notte ha piacere e di giorno dolore». Bada poi a non lasciarti tentare dai fronzoli... «Donna specchiante è poco filante,» e non fa per casa nostra... Cercala del tuo stato e se un po’ allocca, meglio... «Abbi donna a te minore, se vuoi essere signore»... Quando l’avrai guardi la casa e nulla più... «Camera adorna e donna savia»... Tu poi tieni gli occhi aperti, ma non dimenticarti «chi è geloso è...» — e un colpo di catarro gl’impedì (forse per rispetto al pudico lettore) di continuare. Ma guarda bene «che restare in casa e mandar fuori la moglie semina roba e disonor raccoglie». Tienti a una cosa mezzana, nè bella nè brutta perchè «se è bella è vanitosa e se è brutta è fastidiosa...» Quanto al governarla lascio fare a te... Pensa però che «senza pastor non va la pecora». Io non ho mai avuta l’occasione di farne la prova, ma so che «donne, asini e noci vogliono le mani atroci». — E voleva dire di più, ma un ultimo e più violento urlo di tosse gli ruppe nella gola la paternale filastrocca.
Trenta dì dopo il poverello pronunciava l’ultimo suo proverbio; e sei mesi appresso Salomone chiedeva a un filatore di seta dei dintorni «riccuccio anzi che no» la signora Lorenzina ***... il cognome non monta; e scorso l’anno di lutto se la menava all’altare.
Il nome di Lorenzina era il solo diminutivo che portasse con sè la novella sposa; ma dopo tre giorni di matrimonio le tolse anche questo, e da allora in poi la chiamò Lorenza per tutta la vita. Da ciò si poteva facilmente arguire che la luna di miele dei due sposi aveva fornito rapidamente il suo corso.
La signora Lorenza, lo ripetiamo, non era nè bella, nè brutta, il suo volto non aveva difetti, ma pareva di legno; i suoi capelli erano folti e lunghi, ma sembravano di canape, i suoi occhi erano grandi, ma spenti, la sua taglia era regolare ma.... ahimè sembrava un rettangolo, infine il tipo proverbiale che il defunto suo suocero aveva sognato, poteva dirsi trovato.
Ma questo che importava?... se in cambio era buona, casta, casalinga e sinceramente pia, ottima madre e moglie, rassegnata?... Rassegnata fin troppo; rassegnata tanto che la si poteva credere stolta. Ma che volete?... La poverella aveva tale invincibile paura di suo marito che, appena questi alzasse la voce o aggrondasse un sopracciglio, avesse ella pure tutte le ragioni del mondo, non osava più fiatare, tanto era rassegnata, da scordare fino talvolta i suoi doveri di madre e la sua dignità di donna. Per questo il marito, dopo averla abbrutita, spregiavala, e i figli stessi che si ricordavano d’aver spesso ricorso indarno alla sua protezione, e che l’avean trovata sempre impotente a difenderli, non la rispettavano. Soltanto Giusta, la terza figliuola, comprendeva le invisibili torture di quell’anima e l’adorava.
Noi non abbiamo che a parlare di tre dei suoi figli. Adolfo, quello stesso azzimato che vedemmo nella spezieria, Virginia la secondogenita e Giusta che vedremo tra poco. L’ultimo, battezzato solennemente col nome di Vittorio Emanuele non fece molto onore al suo regale omonimo e morì pochi mesi dopo in cuna.
Quando Adolfo ebbe dieci anni, fu il caso di metterlo in collegio. Allora eravamo nel colmo dell’impero, e le scuole ed i collegi erano appestati di tale infranciosamento che, senza condividere le antipatie di Salomone Arena, si poteva benissimo provar ripugnanza ad abbandonarvi un figliuolo.
Eppoi scuola sì, ma economica. Il padre perciò — giacchè la madre non era nemmen consultata — per conciliare l’uno e l’altro scopo, cioè economia e non francesi, pensava al seminario. Non già col proposito di fare del figliuolo un prete, giacchè la sottana, sebbene la rispettasse pel potere, eragli sospetta e uggiosa; ma nel disegno di fargli acquistare una educazione che Salomone chiamava «scelta» e gettarlo così munito di tutti i beni dell’intelletto nella palestra degli affari e dei guadagni.
Adolfo adunque entrò nel Seminario Maggiore di Genova e vi stette fino a 18 anni.
Quando ne uscì non sapeva nè il latino nè l’italiano, nè la storia sacra nè la profana, e dell’ermeneutica non aveva ritenute altre lezioni fuor di quelle che interpretavano il Tarocco e il Faraone. In compenso s’impinzava di quanti romanzi e novelle potesse trafugare sotto il suo capezzale. Siccome però egli udiva continuamente tuonare dalla cattedra il maestro barbassoro contro il nascente romanticismo, ed egli era troppo grossolano per sentire René in Chateaubriand e Werther in Goethe, così tutto il nutrimento delle sue notti riducevasi alle sdolcinature dell’abate Chiari ed ai laidumi del Batacchi e del Casti, i quali gli accendevano nel sangue vampe di desiderii intollerabili e gli addottrinavano lo spirito, prima ancora di corrompere il corpo, in tutti quei vizii, dei quali la comunanza invigilata o violenta dei seminarii era, in tempi più corrotti dei nostri, facile scuola.
Buttato via il collare, suo primo pensiero fu di gettarsi a corpo perduto ne’ piaceri, dei quali aveva palpate le larve nei sogni irrequieti del dormitorio.
Chiese perciò al padre licenza e danaro per viaggiare e l’ottenne.
— Ma ad un patto — disse Salomone — non in Francia.
— No babbo!... l’Italia soltanto.
Il babbo forse non sapeva che anche nell’Italia d’allora ce ne era abbastanza per guastare un seminarista... fosse stato S. Luigi Gonzaga. Ma il sindaco cavaliere (allora aveva di già questa doppia qualifica) pensava che viaggiando il figlio si romperebbe alle scaltrezze della vita ed ai raggiri dei negozi.
Quale meraviglia invece e quale dispetto, quando Adolfo, in capo a quattordici mesi, tornava carico di debiti, di vizi, di ignoranza, di superbia e di magagne!... Costretto allora dalla volontà del padre a restare in casa per riparare le piaghe sofferte, Adolfo divenne il zerbino o come suol dirsi oggi il leone del villaggio, e siccome in certe prodezze, i più stolti sono i più forti, così ebbe fortuna.
Lo vedevate anche nei giorni feriali passeggiare in scarpini verniciati in mezzo ai zoccoli risuonanti de’ contadini e mettersi tutto unto e profumato sulla porta delle stalle in compagnia di villane che non si lavavano mai.
Parlava un piemontese infarcito d’un italiano leccato ne’ suoi viaggi, ma tuttavia anco con quel gergo più barbaro di quanti barbari gerghi soldateschi e burocratici siano favellati in Italia, il nostro Ganimede riesciva a ingarbugliare la testa delle paesane ed a passare nell’accademia della spezieria del villaggio per un uomo di lettere.
La secondogenita, Virginia, era belloccia, tonda, lenta, egoista, indifferente, dispettosa coi fratelli e colla madre, contrita in faccia al padre, al quale riportava per giunta tutto quanto vedeva e sentiva.
Maltrattava gli animali e le piante, trapassava a colpi di spillo tutte le farfalle che poteva cogliere e dilettavasi a spargere nella camera di sua sorella Giusta — che ci pativa fino a piangerne — le foglie di abbossino che aveva divelte dalla siepe del giardino.
Ombra d’amore non era ancora passata su quell’anima, ma non crediate però che essa dormisse sul santo origliere dell’innocenza. Libri non ne leggeva dacchè il convento ne l’aveva svogliata, ma nessuna avventura, per quanto scandalosa, di dieci miglia all’intorno erale ignota. Tutte le sue confidenti avevano doppia età della sua, il che, lo sappiano le madri, è il pericolo maggiore delle fanciulle. — Giusta era il fiore di quel deserto, la Venere Diana di quel crepuscolo.