XVII. LA BENEDIZIONE DEL TEMPO.

In sul cadere di una caldissima giornata di luglio, un temporale accumulavasi sopra la nostra terricciuola. Udivasi da lungi il brontolar cupo del tuono, due nuvoloni da tramontana, color piombo, montavano insieme dall’orizzonte finchè incontratisi non formarono che una sola e nera massa di vapore, l’aria era afosa e pesante, le rondini radevano il suolo coll’ala, le cavalle stupite tendevano la testa ad odorar l’acre profumo dei fiori e dei cespugli; e nembi d’insetti scendevano nelle più basse regioni dell’aria involandosi al freddo che li incalzava nell’alto.

In meno di un’ora il temporale sarebbe scoppiato nel paese. I mietitori lasciavano i solchi e correvano a salti verso le case; le massaie superstiziose spiccavano dalla parete il ramoscello d’olivo pasquale, e ne bruciavano la fronda miracolosa in faccia al nembo, per scongiurarlo.

Oltre agli scongiuri particolari, di casa in casa, c’erano quelli generali che faceva la chiesa e de’ quali era affidata la direzione e la responsabilità al curato don Spiridione, la cui riputazione di invincibile esorcizzatore correva per miglia e miglia all’ingiro e gli fruttava non iscarso frutto di decime, di privilegi e di rispetto.

Appena il turbine s’annunziava, egli aveva dovere di mandar tosto il campanaro a dar di picchio nella campana maggiore, la quale doveva continuare il lugubre rintocco fino a che la collera del cielo non fosse placata. Intanto egli doveva uscire sotto l’atrio della chiesa colla miracolosa reliquia che conteneva un pezzo della greppia di Betlemme e con essa trinciar crocioni per aria, interpolare le litanie a mistiche parole ch’egli solo sapea, e costringere i demoni che ululavano nell’aria a cedere il campo.

Il lettore ne avrà vedute o udite narrare molte di codeste scene; però il più mirabile si era che don Spiridione non doveva già ricacciare gli spiriti maligni nelle loro sedi infernali, ma confinarli in qualche prossima terra; perchè potessero a loro agio satisfare sul campo del vicino la loro rabbia devastatrice. Caina carità del prossimo!

La campana adunque martellava; don Spiridione in stola e cotta, con gli occhi sbarrati fuori dell’orbita, colla bocca bavosa, con orribili contrazioni di labbra e di vene, agitando a manca ed a dritta la taumaturga reliquia, battagliava già da oltre mezz’ora contro il temporale, ma questi faceva orecchio di mercante, se n’infischiava degli esorcismi e si avanzava. In breve la nube scrosciò, s’aperse, e lasciò cadere proprio a perpendicolo sulla campagna di S... una grandine così fitta e così grossa che poteva proprio ritenersi per infernale. Cascò egualmente sui palazzotti e sulle casipole, e percosse, senza un miccino di rispetto per nostro Signore, fin le invetriate della sua chiesa. E vi fu anche il complemento del fulmine, il quale attratto dalla cima maggiore del campanile e trovata una via conduttrice nelle corde delle campane, colpì il misero sacristano nel bel mezzo del corpo e lo incenerì.

Al saettar della folgore, Spiridione, perduta ogni fede nella greppia, fuggì a gambe levate in stola com’era, e lasciò sole le sue pecorelle nel cimento col cielo.

Ma all’apparir dell’arco baleno il miserando caso del campanaro fu noto; il campanile apparve scimato, i colti falcidiati e «tutto perchè il curato esorcizzatore avea abbandonato il suo posto». L’ira popolare era in bollore: un altro temporale ben più fiero del primo sovrastava al male avventurato Spiridione. Il contadiname raccoltosi in folla sulla piazza cominciò a sbraitare che se la grandine era caduta era colpa del prete; che se il sagrestano era ucciso, era perchè il prete non sapeva più maneggiare la reliquia, che doveva essere in disgrazia di Dio e forse d’intesa con Satana in persona.

— Bisogna scacciarlo — gridava uno.

— Bisogna dargli fuoco alla casa — esclamava un secondo.

— È lui stesso che la deve pagare — urlava un terzo brandendo un enorme bastone.

E l’atto fu interpretato, sancito ed eseguito. La folla, più aizzata dalla sordida rabbia pel danno patito che briaca di un superstizioso terrore almeno sincero, si scaraventò sulla casa del curato, in un attimo fè balzare le sbarre, si precipitò dentro, cercò, frugò, di su, di giù, di qua, di là per tutte le stanze, per tutte le tane della casa: nulla. Il prete per orti e per vigneti era scampato.

Dove?...

Non ci vuol molto a capirla: nella casa di Battista.

E la capirono subito anche i villani. E allora il fiotto, come governato da un vento opposto, via furiosamente verso la casa di Santafiori.

— Ah? — diceva ii caporione della turba — ah! il signor curato si rifugia in casa dell’eretico.... È il momento di fare un falò di tutti due.

E s’apprestavano ad abbattere anche quella seconda porta, quando il portello si aprì e Battista si presentò sulla soglia.

— Morte a don Spiridione — morte all’indemoniato!... Siamo stufi di stregoni nel paese.

— Il curato non l’avrete se non passando sul mio corpo — fece il vecchio con voce ferma e secca, fissando il suo occhio calmo e profondo sopra i suoi assedianti, i quali s’arrestarono compresi forse da un duplice sentimento di paura e di venerazione. — Il curato si è ricoverato in casa mia; voi non potete pretendere ch’io tradisca il dovere d’asilo e che commetta la viltà di consegnarvelo. — Egli è per me più colpevole che per voi stessi perchè vi ha ingannati sopra una virtù che non poteva avere. Ma voi siete ancora più colpevoli di lui che l’avete incoraggiato ad ingannarvi e minacciandolo per giunta se nol faceva! Fate senno, miei cari. Credete forse che Colui che invia il sole e la tempesta, che comanda a quei due grandi mondi che nessuno conoscerà mai per intero, il cielo e l’oceano, credete che indietreggi perchè un curato nel fondo d’una campagna gli avrà insolentemente mostrato un pezzo di legno, o fatte le fiche con un cencio creduto miracoloso? Dite su: se mostraste i vostri Agnus Dei all’esattore del re, quando viene per portarvi via l’ultima pentola o l’ultimo scudo, credete forse ch’egli si arresterebbe? E volete che Dio sia men loico d’un gabellotto?... E che faceva don Spiridione? Comandava alla gragnuola di cadere nei campi del vicino a devastare i frutti del prossimo vostro. Professate la legge evangelica «non fate ad altri quello che non vorreste fatto a voi stesso»; e la osservate così? Vergogna! Se la grandine è caduta è la sua stagione.... è un danno, lo so, ed io ne piango per me, e pei poverelli che l’avranno sofferta; ma se c’è alcuno che se la possa prendere coll’elettricità, coi venti, o colla pioggia che si congela prima di toccare la terra, si faccia avanti. Il povero campanaro è morto ed è una grossa disgrazia; ma chi vi ha ficcato in testa che sbatacchiando una campana, che è fatta credo per chiamarvi in chiesa, il temporale scappi via?

«C’è chi pensa invece che anche lo scampanellìo ecciti lo scoppio dell’elettricità, ma non è ben certo.... Ad ogni modo sapete quel che è successo? È successo che l’elettrico delle nubi ha trovato fra il suolo e sè stesso la vetta del campanile ed ha esploso là piuttosto che altrove; così avrebbe fatto sopra un albero se fosse stato vicino e più alto. Son leggi naturali che nessuno può mutare, miei figliuoli. Siate ragionevoli. O che il curato, se avesse potuto, non avrebbe volentieri cacciato il temporale? Non ci aveva egli tutto a guadagnare e nulla a perdere? Oggi che ha fallito non ha forse compromessa la riputazione del mestiere? Credete a me; se avete fede nella religione non adopratela mai contro le leggi della natura, che son le leggi di Dio».

Fosse la voce, fosse l’aspetto, fossero le buone ragioni del discorso, o che la prima ira fosse svampata, o che i ricordi delle buone azioni di Battista ripigliassero il sopravvento, il fatto sta che quella gente, mezzo convinta e mezzo commossa, bassò la testa, mise la coda fra le gambe, come il branco di segugi di cui si parla nei Promessi Sposi, e si ritirò di là borbottando più cose, ma concludendo «che Battista aveva ragione, e che il curato era un furfante lo stesso».

V’è, l’abbiamo osservato più volte, maggior rettitudine e generosità nelle moltitudini che negli individui. La coscienza collettiva, come oggi suol dirsi, è migliore che l’individuale, e mentre la storia dell’umanità illumina la marcia trionfale del progresso e della civiltà, la storia degli individui si offusca ogni tratto colle turpezze della materia e colle rabbie cruenti dell’egoismo.