XIX. UNO DEI PRELODATI LUPI.

La storia del Piemonte del 1817 ci pare ben riassunta nelle seguenti parole di Angelo Brofferio, le quali se fossero più solenni o accademiche mal risponderebbero alla meschinità degli uomini ed alla volgarità degli avvenimenti.

«Domata la Francia, — scrive l’arguto autore, — stabilito l’equilibrio europeo, repressi i liberali, soffocate le idee, partiti a poco a poco dal Piemonte gli Austriaci, dalla Liguria gli Inglesi, Vittorio Emanuele si trovò finalmente assoluto dominatore. Il suo governo non ebbe più altri nemici che la fame nelle strade, le petecchie nelle case, i lupi nei boschi, i cortigiani nei pubblici uffici e i ladri da per tutto».

A sentire i racconti dei cronisti, i quali per vero dire ci sanno un po’ dell’artefatto, un’orda di lupi, cacciata dalle nevi e dalla fame fuori dei natii ricoveri alpini, avrebbe in massa trasmigrato verso il piano, vi si sarebbe disseminata come il capriccio o l’istinto famelico la portava, e senza curarsi d’ostacoli avrebbe varcato mano mano la Dora, il Tanaro, la Scrivia gettando fino nelle strade dei villaggi, fino alle porte della città, l’allarme e lo spavento. Nè la lupesca masnada si sarebbe accontentata di assaltare gli armenti e di penetrare negli ovili, ma pungolata dalle viscere affamate, avrebbe insanguinato il dente feroce fin nelle membra di molte dame e di molti bambini sconsigliatamente avventuratisi sui sentieri solitari.

Quando leggiamo sui gazzettini di guerra certe vittorie e certe stragi ci regoliamo alla stregua che il generale Bugeaud applicava ad un altro eroe d’Africa, Saint-Arnaud: «Crediamo una metà e discutiamo l’altra». Così faremo anche in questa guerra lupigna, perchè in fin dei conti non è ancora provato che i lupi sieno più crudeli degli uomini. Certo però che una calata straordinaria ci fu e se non altro ce lo dimostra la famigerata notificazione dell’intendenza di Torino che la moderna eloquenza burocratica potrà uguagliare sì, ma vincere mai.

Continuiamo a saccheggiare il Brofferio e riproduciamo il documento.

«Commossi noi (questo noi dell’intendente che accenni davvero ai lupi commensali?) da sì doloroso spettacolo non meno che dalle clamorose voci delle sbigottite popolazioni e del pericolo sovrastante ai viandanti ed all’inerme gioventù e prevedendo che ogni ritardo si rende vieppiù pernicioso sia per l’aumento della specie che per l’incalzamento della brumale stagione, per provvedere opportunamente a maggiori disastri dell’umanità e dei bestiami

«NOTIFICHIAMO

«1.º Che tre distinti premi verranno pagati a chi riescirà a far preda di uno dei prelodati lupi». E dopo essersi caldamente raccomandato, dice lo storico, di dar opera allo «sgombramento delle provincie da sì implacabili nemici dell’uman genere, per l’amore della gloria, per la dolce soddisfazione di rendersi utili ai nostri simili e la sicura condegna ricompensa dei ben intesi sudori» si ordinava che «il cacciatore o lo armigero dovesse presentare la fiera allo ufficio secondo il solito praticato».

Che ne dite? Non è questo un projcere margaritas.....? Davvero bisogna essere lupi per non essere commossi.

Comunque, eravamo già nel verno del 1817 quando uno dei prelodati lupi staccatosi dagli altri, o sviato o acuito da appetito maggiore calò fino in Lomellina a poche miglia di lontananza del nostro villaggio.

I campagnuoli paduani, che avevano letto e riletto con la più grande emozione il bando torinese (poichè i lettori là ed altrove non eran più colti degli scrittori) ma che si erano fino allora creduti al sicuro dagli invasori, furono tutti sottosopra alla nuova terribile, inaspettata. Cominciarono a tener sbarrate tutte le porte, a non uscir più di notte, a non venturare più un passo senza portare addosso un arsenale di tromboni, di coltelli e di pistole, e persino a scoprire la miracolosa greppia di Betlemme ed a snocciolare il rosario.

Alle precauzioni della paura vennero però compagne le precauzioni del coraggio. I carabinieri, cui non mancava polso, percorrevano alla sera lo stradone a molte miglia fuor della terra, intanto che otto o dieci dei più arditi, armati fino ai denti, decisero di ordinarsi in due o tre squadriglie sotto la direzione e il comando dei due Santafiori, e di perlustrare le viottole dei campi e i cascinali dei dintorni.

Le pattuglie continuarono per alcuni giorni senza che la temuta fiera si facesse vedere in alcun luogo; poi si cominciò a non parlarne più, e si aggiunse finalmente che avesse cambiato sede e direzione. Per questo la caccia cessò, l’allarme acquetossi, e tutto nel villaggio riprese il primo aspetto di pace e di sonnolenza.

Una domenica, la popolazione dopo messa grande era sulla piazza a ciarlare del più e del meno, quando all’improvviso dal fondo della strada maggiore, quella che abbiam detto esser la spina dorsale del paese, s’ode levarsi un gran trambusto, uno sbattere di imposte, un fuggi fuggi, un accalcarsi a catafascio d’uomini e di donne e di fanciulli, tutti a corsa verso la chiesa e strillanti a una voce disperatamente: — Il lupo!... il lupo!...

La minaccia fu sì repentina che anche i più intrepidi voltarono le spalle e seguirono la corrente dei fuggenti: in un attimo piazza e strade furon vuote: chi era riparato nelle case, chi nella chiesa stessa, dove, a porte chiuse, con un batticuore che facevagli tremar la voce, l’arciprete intonava le Litanie dei Santi.

Non restarono fuori che tre persone; un fanciullino in capo alla strada, immobile colla bocca aperta, gli occhi invetrati, il corpo tutto in un tremito — una donna, una madre che strideva — «il mio bambino!... salvatemi il mio bambino!...» — senza trovare il coraggio di muovere un passo in suo soccorso, e Battista che aveva indarno tentato di arrestare la fuga e inutilmente rinfacciati i codardi, e che s’apprestava a tener testa solo alla belva che l’occhio linceo dello spavento aveva scorta da lontano. È qui il caso di credere al proverbio: «E’ non si grida mai al lupo ch’e’ non sia in paese».

L’animale infatti che spiccava così chiaramente sulla linea retta dello stradone, trottava a passi misurati, lunghi, veramente lupeschi, col muso proteso, la coda bassa, il pelo irto, fiutando senza sviarsi, ogni cespuglio e ogni pietra, mirando dritto al bambino che aveva adocchiato col digrigno sulle labbra e colle fiamme nello sguardo. Dovea essere fieramente affamato se perigliavasi così in mezzo all’abitato di pieno giorno; ma non era tempo quello di chiedere il perchè del moto, come il filosofo sofista; bisognava muoversi.

Intanto che il lupo correva sulla preda, Battista marciava sul lupo. Egli avevo invano cercato intorno alla deserta piazza un bastone, una pietra, una difesa qualunque: affrontava inerme, ma fermo e risoluto l’ignoto avversario.

Giunsero insieme: e intanto che s’arrestava sulle quattro zampe, per prendere la rincorsa e spiccare il salto sulla preda, Battista con una mano agguantava il fanciullo, se lo buttava di dietro in modo di fargli usbergo del suo corpo e riceveva egli stesso nel petto l’assalto della belva.

Un pugno, rimbombante come una martellata, un pugno che avrebbe ucciso di certo un uomo, accolse l’assalitore nel mezzo della fronte, e lo rovesciò ruzzolando nella polvere. Allora Battista veduto l’avversario atterrato, credette approfittare del lucido intervallo per chinarsi ad afferrare un sasso che era a pochi palmi de’ suoi piedi. Fu la sua perdita. Il lupo stordito, ma non impotente, inasprito della percossa, ingagliardito dalla rabbia e dalla disperazione, nel momento stesso che Battista erasi curvato replicò il salto su di lui, e conficcategli le zanne sitibonde dentro la gola, vi restò furiosamente, mostruosamente appeso.

L’atleta ottuagenario, vinto ma non domo, azzannò con la sua mano poderosa la strozza dell’animale, e mentr’egli procombeva sotto la mortale ferita, il suo avversario schizzava dagli occhi il furore e la vita.

Intanto alcuni contadini fattisi cuore s’eran gettati alla lor volta in soccorso del Santafiori: ma era tardi. Quando giunsero il lupo non respirava più, ma Battista era morente. La notizia della tenzone era corsa rapidamente a casa sua insieme a quella della catastrofe. Giorgio sciaguratamente era ne’ campi e quando, richiamato, arrivò, il padre si dibatteva nei rantoli dell’agonia.

Vi sono momenti che non si descrivono, dolori che superano la parola e l’immaginazione, pei quali il sublime nolo consolari quia non sunt di Rachele sarebbe una espressione tuttavia impotente. Ma colui che seppe di quanto religioso amore fosse quell’uomo in quella casa adorato, — colui che conobbe di quale devota riconoscenza l’avesse circondato per oltre trent’anni la donna che gli dovea la sua e la vita di suo figlio, — colui che ha compreso il cuore di Giorgio tutto trasfuso e immedesimato nel cuore di suo padre, — colui che può rompere il terribile velo dell’avvenire preparato a una casa che ha perduto a un tempo il capo, il cuore, la guida, il conforto, — chi ha contate tutte le lacrime degli infelici ch’egli ha asciugate, — chi sa a mente tutte le benedizioni dei poveri ch’egli ha beneficati, — chi sente tutto il prezzo della virtù che si spegne, tutta la grandezza d’uno spirito che rivola al suo cielo — chi può superare la terribile e sublime poesia di quelle parole del martire dei martiri: «Consumatum est» — il sacrifizio è consumato — venga qui, prenda la penna e scriva come si pianse, si pregò, si patì ai piedi del letto di morte, su cui giaceva Battista Santafiori.

La jugulare era spezzata; il medico aveva già scrollata la testa: bisognava morire.

Ci fu a questa sentenza uno scoppio di singhiozzi. Battista si scosse, chiamò collo sguardo — perocchè l’occhio d’un morente è d’arcano senso dotato — tutti i suoi cari, e questi uno per uno, Rosalia poi Livia, poi Giorgio, poi il piccolo Balilla, alcuni vecchi fedeli famigliari infine; — tutti vennero a lui, accostarono la lor bocca alla sua bocca e vi assorbirono l’ultimo bacio.

Battista sorrideva, ma quando gli condussero la madre del bambino ch’egli aveva salvo dal lupo, la sua fronte s’illuminò di una gran luce, aureola incontrastabile, suprema, divina che la schietta riconoscenza di quella povera femminetta posava sul capo, tante volte sputacchiato, del suo benefattore.

Un uomo picchiava alla porta nello stesso momento: era don Fulgenzio che veniva ad offrire la sua ultima mediazione col cielo.

Battista chinò la testa come per dire: che venga. Don Fulgenzio entrò pallido come una delle sue candele. Il cuore gli tremava; egli non sapeva come parlare a quell’uomo che gli avevano dipinto per eretico, e di cui pure sentiva tanto rispetto.

Però si fece coraggio e chiese agli altri di allontanarsi. Battista fece cenno di no e tutti restarono.

— Non ho niente da nascondere — disse il morente con voce semispenta e trascinando le parole. Vorrei solo che chiedeste perdono per me a quelli che ho offesi.... Grazie della vostra premura.... Se verrà giorno in cui insegnerete che il paradiso è nella propria coscienza e che tutta la religione è in una parola: il dovere.... io dirò ai miei figliuoli di seguitarvi.... Giorgio.... Miche.... Ah! — E l’ultimo suo pensiero fuggì involato dalla morte nel seno dell’eternità.

La famiglia stette tutto quel giorno a contemplarlo in silenzio come le donne di Galilea contemplarono un altro giusto ai piedi di un patibolo. Ed oh quale fantastica e dolorosa visione!

Di quando in quando pareva che le labbra del trapassato stessero per aprirsi ad un ultimo addio — dei chiarori improvvisi brillavano attraverso il cristallo appannato delle sue pupille, e si sarebbe detto che l’anima tornasse a visitare il suo frale per riaccendervi un’altra fiata la vita. — Ora erano le scene epiche e svariate della sua odissea che sfilavano sul suo fronte, — ora il cantico delle sue virtù echeggiava per la mortuaria dimora, — ora le ombre di grandi uomini a cui egli avea preparata la gloria e l’immortalità, scendevano a prenderlo per mano e lo guidavano alle loro sfere luminose dove era fatto partecipe delle loro apoteosi.

Tale fu per tutto quel giorno la fantasmagoria di quella vedova e di quegli orfani, intraducibile per chiunque non ha provato a meditare accanto alla bara d’una cara persona nel silenzio della notte, faccia a faccia colla certezza della morte e col mistero del cielo.

Ma l’ira degli uomini dovea raggiungerlo oltre la tomba e forse, chi sa, perseguitarlo nella sua progenie.

Don Fulgenzio, più per paura di castighi spirituali che per animo maligno, corse a raccontare a Don Spiridione il caso della sua visita in articulo mortis. Disse le ultime parole del defunto, e narrò che era morto senza confessione e ripudiando la santa religione cattolico romana. Sapevasi inoltre che non si era mai presentato alla chiesa e tenevasi da tutti per un luterano. Ora che fare? seppellirlo in luogo sacro non potevasi, e sarebbe stato uno scandalo pei fedeli, ed un tirarsi addosso tutte le censure ecclesiastiche — non seppellirlo era confessare di non aver saputo convertire un miscredente, e di più toccava il dolore di vedersi in parocchia una tomba protestante!

— Ah, che fare! che fare! — sospirava il povero Don Fulgenzio, prevedendo che ei farebbe almeno una indigestione.

Don Spiridione fu per rifiutare la sepoltura — il sindaco se ne lavò le mani — ma radunato il consiglio ecumenico della parrocchia, cioè oltre i due preti, i fabbricieri, i priori della dottrina cristiana, ecc., fu deciso di interpellare immediatamente l’ordinario e di aspettare la sua decisione.

E la decisione venne all’indomani ed era: «Si escluda da luogo consacrato».

Il consiglio ecumenico era di diviso parere, ma nelle tenebre avreste veduto la livida faccia d’Arena sogghignare come Mefistofele alle spalle di Margherita.

Ci fu un po’ d’imbarazzo e di esitazione per dare la nuova a Giorgio, che oramai riguardavasi come il capo della casa, e si pensò alla scappatoia d’una lettera.

I Santafiori in generale stupirono, ma non si addolorarono a quest’annunzio; solo la povera Livia ne ebbe le convulsioni e Giorgio rispose:

«Signor Arciprete,

«Mio padre soleva dirmi che è benedetto ogni angolo di terra dove si compie una buona azione; credo perciò che tutto il mondo sia degna tomba per lui. Se la nostra famiglia poteva desiderare che egli fosse seppellito nel campo santo comune, non era già per vederlo in morte entrare in grembo a quella Chiesa alla quale in vita non aveva creduto, ma perchè ci sembrava che la compagnia degli uomini che aveva beneficati lo dovesse consolare anche dentro la fossa. Voi scagliate l’anatema, ma esso non raggiunge il suo spirito più che non commuova la nostra curiosità. Quanto a me, signor arciprete, da un anno era nel dubbio religioso e il mio cuore cercava tormentosamente una fede. Le dico però d’aver fatto fin da questo momento il voto di non appartenere mai ad una religione che non perdona nemmeno agli estinti.

«15 febbraio 1817.

«Giorgio Santafiori».

La sera stessa furono fatti i funerali di Battista, senza corteo, senza ceri, senza canti, di soppiatto, alla muta, come le esequie d’un ladro

«Che lasciò sul patibolo i delitti».

Giorgio avea scavato nell’angolo di una boscaglia attinente alla Calandrina una fossa profonda, vi area piantati giovani cipressi e salici piangenti, e per difenderla dalle ingiurie del passeggiero, ricinta d’una barriera di mirto e d’albospine. Apprestato il tumulo egli stesso volle calarvi la bara di suo padre, mentre la madre e i fratelli la spruzzavano di terra recente, umida delle loro lagrime e consacrata dal loro dolore. Fatto ciò, mentre la candida vela della luna viaggiava tranquillamente per lo stellato firmamento, e la terra obbliosa dormiva nel suo notturno lenzuolo, i pietosi s’assisero come le iliache donne intorno al sacrato ascoltando le infinite voci del sepolcro e riannodando a poco a poco le pagine monumentali di quella vita che era stata tutta un olocausto a cui s’aspettava per sua sola epigrafe lapidaria «il dovere».