II. IL CAPITANO GORDIGLIA.

E, cosa rara, divenne ricco.... Il capitano del brigantino sul quale era partito nel 1748 da Genova era invecchiato; le fatiche soperchiavano già le sue forze, ed egli, con rammarico sì, ma doveva cedere all’impero degli anni e ritirarsi dal mare. Il vecchio marinaio, chiamato un giorno Murena che era già secondo a bordo della sua goletta succeduta al Costante, divenuto invalido anche esso, gli parlò così:

— Senti, Murena mio!... Tu vedi che lo scafo è in rovina; che la carena fa acqua e che non v’è catrame per tapparla. Bisogna tirarsi in secco e aspettare che venga l’ora d’essere gettati al fuoco.

— Che cosa volete dire, capitano Gordiglia? — questo nome che Murena gli dava era il suo.

— Eh! voglio dire che io navigare non posso più. Non c’è da scuotere la testa, caro Baciccia, la è così.... E siccome la goletta se ne ride delle raffiche e tu sei più solido della goletta e di me, così ho deciso di nicchiarmi in alcuno di questi isolotti e di mandare te attorno a portar cannella e caffè in luogo mio.

— Vi ringrazio della fiducia, ma pensate che vostro figlio....

— Mio figlio è un ragazzaccio, un buono a nulla; non dico il cuore, ma la testa... ah la testa è più matta d’un delfino e più vuota d’un canotto.... e la mano non ti dico.... bucata come un canestro. Egli sarebbe capace in una settimana di mangiarsi la goletta colle sartie, i paranchi, e tutto. Quando c’era io a tenerlo in riga, tant’era! filava al lasco; ma senza di me sarebbe come mettere in mare un bastimento senza timone.

— Scusatemi, capitano, ma io non la penso così; vostro figlio ha più bisogno di dolcezza che di rigore. Un amico che lo trattasse con amore potrebbe trasfigurarlo da cima a fondo. Credete a me: Livio non vale meno degli altri; ma l’asprezza finirà col mutare in colpe i difetti di gioventù. Promettetemi una cosa, capitano, e accetto il comando della Saetta — così chiamavasi la goletta di Gordiglia.

— Parla — fece questi.

— Lasciatemi prendere a bordo come secondo il vostro Livio.

— Fa come vuoi — rispose il vecchio capitano senza poter dissimulare la contentezza che provava nel sentire che suo figlio non era indegno della stima del suo amico — ma te ne pentirai!

— Spero di no....

E il patto fu conchiuso.

Una settimana dopo, capitano Gordiglia aveva comperato in una ridente vallata di Haiti, poco discosta da Porto Principe, una casa, un podere, de’ boschi e delle mine, e vi si era installato. La Saetta, carica di caffè di Portorico, comandata da Murena e in secondo da Livio, con una fresca brezza di Sud-Est faceva vela verso lo stretto di Gibilterra.

Erano già da parecchi giorni ancorati a Cadice e alla vigilia di partirne carichi di lana e di crini per l’Inghilterra. Capitano Murena attendeva sul ponte alle operazioni d’imbarco delle mercanzie, mentre il suo secondo stava a terra per sorvegliare il trasporto. I consigli amichevoli e le cure paterne di Baciccia non avevano ancora ottenuto gran frutto sull’animo sbrigliato e indomito del suo giovane allievo, ma egli, senza mai indietreggiare d’un palmo, quando trattavasi di mantenere rispettata la sua autorità a bordo, non cessava mai dal credere che l’amore soltanto avrebbe potuto ravviare il giovane ricalcitrante.

Mentre adunque Baciccia-Murena attendeva alle sue faccende, ode da terra un tumulto d’alte grida e vede in confuso un gran tramenìo di gente. Passargli pel capo un presentimento, indossare una giubbaccia, far ammainare il canotto e gettarsi a voga arrancata sul molo, fu la cosa di pochi minuti.

Giungendo, egli s’accorse che non s’era ingannato. Era Livio che tutto scapigliato, lacere le vesti e la persona, imbrattato di polvere e di sangue, lottava disperatamente contro tre colossali facchini del porto, due dei quali lo tenevano per le braccia, mentre il terzo gli maciullava la faccia con dei terribili pugni che rintronavano come colpi di mazza sul ceppo.

Nel momento in cui Livio s’accasciava sotto l’ultimo dei colpi sferratogli in piena faccia, compariva il capitano Baciccia. Preso al collo il primo dei facchini che gli cascò sotto, con una stretta e una giravolta lo mandò ruzzoloni, cogli occhi fuori dell’orbita, cinque passi lontano. Tirato un pugno nel petto ad un altro gli tolse per più minuti il fiato, mentre del terzo egli con Livio già rinsensato non provarono gran fatica a sbarazzarsi.

La folla che batteva le mani alla sconfitta di Livio, fece largo, ringhiosa ma circospetta, al nuovo gladiatore. Baciccia presosi sotto braccio l’amico suo, che a stento poteva sostenersi, passò in mezzo alle genti gettando intorno a sè una di quelle occhiaie che parevano dire: «Non mi toccate!» e si rimbarcò.

Adagiato, medicato il suo amico nella sua cabina, Baciccia chiese:

— E cosa fu?....

— Oh, capitano.... le solite! — rispose Livio.

— Cioè?....

— Passava per la strada una sgualdrinella; una di quelle che in questi paesi chiamano Manolas; io le ho voluto pinzare il fianco, e i ganzi o i parenti mi sono rovinati addosso.

— Ma Livio mio!... chi ti dice che quella donna sia una sgualdrinella e non una fanciulla onorata?.... E quand’anche fosse stata una di quelle sciagurate, non sai che non si insulta mai nemmeno al disonore, perchè anche il disonore ha diritto al perdono?... E non sai che anche la prostituzione ha il suo pudore? E lasciamo là, questa parola prostituzione. Quanto a me trovo che la società ci ha la sua gran parte.... Ma poi insultare una donna, Livio! e non ti viene in mente tua madre e tua sorella?... ed hai dimenticato che gli Spagnuoli sono la gente più gelosa del mondo?... Ma figlio mio!... È già la terza volta che io ti levo da simili brighe, e ti ricorderai che nella taverna di Santa Padilla a Oporto mi sono buscato una coltellata al braccio per te. Allora m’avevi promesso di non ricadere più in codesti bordelli, e dopo un mese ci ricapiti. Tuo padre è un uomo che non ha mai mancato ad una promessa. Imitalo.

Livio lo guardò lungamente in silenzio. Poi mosse le labbra come avesse l’intenzione di rispondere, ma non seppe mandar fuori altro che un sospiro.

Battista comprese quel sospiro.

— Accetto — disse — la tua seconda promessa e son certo che la terrai. Ora lascia che ti ricambi queste compresse. Non ci sono che i bagnuoli per queste ferite.

Livio ritentò un’altra volta di pronunciare almeno un grazie, ma un’altra volta gli s’ingroppò nella gola la voce. In luogo della parola gli uscì un gemito, e dietro di esso un’onda di pianto copiosissima che allagò gli origlieri, la cuccetta e il petto del suo amico, chino su di lui a medicarlo.

Quel pianto fu come un rivo che scava nella roccia un sentiero e lo rende accessibile. La strada del pentimento era aperta; il buon angelo poteva inoltrarsi; il cattivo ne era già fuggito via.

Da quel giorno infatti Livio cambiò temperamento, come una stanza malsana quando l’inondano l’aria e la luce. Egli prima d’allora non amava Battista; l’invidiava anzi per la sua perizia, il suo valore, il suo posto di capitano che, secondo lui, eragli stato usurpato.

Ma ora ogni sentimento malvagio erasi dileguato dall’animo suo; egli si ricordava quanto aveva fatto per lui quell’uomo così buono e così onesto, sentiva dentro di sè ch’egli l’avrebbe amato per tutta la vita.

Irrequieto, violento, attaccabrighe, giuocatore, donnaiolo, mediocre marinaio, mediocrissimo ufficiale, Livio proponevasi di tornare umano, prudente, lavoratore, non indegno dell’arte che suo padre avevagli messa fra le mani, non indegno di aver un posto nella famiglia dei giovani onesti.

Due anni dopo questa scena, in un bel pomeriggio d’estate, capitano Gordiglia montato sopra uno dei pianori del Cobao fissava a occhio nudo un punto bianco sull’orizzonte. Aveva veduto e rivedeva ogni giorno tante vele sopra quei mari che non si poteva capire la causa di quella straordinaria attenzione. Ma il vecchio capitano aveva un presentimento; e nessuno poteva togliergli dal capo che quella stella bianca a fior d’acqua non fosse la Saetta che tornava dal suo viaggio in Levante.

Egli non s’ingannava. La sera del giorno stesso la Saetta, ad onta di un vento un po’ fresco, entrava a vele spiegate e senza nemmeno piegare un terzarolo, nel porto di San Domingo dal quale era partita.

Ci sarà volentieri perdonato se non diciamo le feste, gli abbracciamenti, i racconti, i brindisi che si fecero allo stabilimento del signor capitano, così chiamavano gl’italiani la casa sua, ma noi non vogliamo lasciarci smuovere dal proposito di abbreviare questi episodii che son lontani dal nostro tema e che accenniamo soltanto per l’intelligeoza delle cose future.

Quando s’ebbe pianto, riso, novellato, bevuto, brindato; quando Gordiglia ebbe abbracciato tre o quattro volte il suo Livio, rinsavito e rinnovato, condusse il figlio e l’amico in un altro stanzino che servivagli di studio e disse loro:

— Lasciate che vi benedica entrambi. Voi Battista per il bene che avete fatto a mio figlio; tu Livio per esserti reso degno dell’affetto di tuo padre e di quest’uomo. Quanto a me sono una carcassa di cui fino i sorci non vogliono più sapere. Uno di questi giorni me n’andrò anch’io a ingrassare gli aloè e buona notte.... Ora sentitemi. Voi, Battista, mi riportate due cose che appartengono a voi e non a me. — Un milione e un altro figlio tutto diverso da quello che io vi aveva dato. Io però sono un egoista e il figlio me lo voglio tenere io — il milione lo do a voi e non voglio che facciate cerimonie.... Non è che io voglia fare un prezzo al vostro benefizio. Tutt’altro!.... so bene che voi a Livio non avete salvato soltanto la vita, ma l’onore, e ciò è impagabile. Ma infine, ditemi voi, Battista, che avete studiato più di me, che cosa si può dare nel mondo per compenso delle buone azioni?.... La gratitudine?... l’avete!.... L’amore?... ne avanza. Prendetevele pure tutte queste cose; ma fate i conti e vedrete che un milioncino d’accanto non può starci male.

Battista Murena aveva tentato invano di interrompere questo discorso buttato fuori come una cannonata; però, quando il vecchio ebbe finito, egli placidamente rispose:

— Quel che ho fatto per vostro figlio era mio dovere, e il compenso del dovere adempiuto è la buona coscienza. Del resto il merito principale è della fortuna, eppoi di queste due braccia, che se avessero pesato meno, di Livio e di Baciccia non ce ne sarebbe più l’insegna. La è così, capitano mio. Non credete però che io voglia fare il santo e ascoltatemi. Come marinaio, se ho avuto fortuna e se lo merito, datemi pure un compenso: io lo accetterò; ma non maggiore di quello che mi viene e che ho guadagnato. Dare a me solo il milione che abbiamo razzolato in tre, la vostra goletta, Livio ed io, sarebbe un’ingiustizia. Di più ci sono dei marinai nell’equipaggio che hanno lavorato più di tutti noi insieme, e se il mondo andasse come dovrebbe, cioè se il più grosso non dovesse sempre vivere alle spese del più piccolo, sarebbero i soli degni di ricompensa.

— E va bene! Cosa dite debba fare per essi — interruppe il vecchio...

— Per oggi una buona mano qualsiasi, una specie di strenna per il buon viaggio, in seguito una pensione per la vecchiaia. Io vi dirò i nomi dei più fedeli, dei più anziani e dei più bravi che sgraziatamente son pochi. Per me gli è un altro negozio. Quando salpai per l’Europa fu convenuto, a bocca, perchè la carta fra noi sarebbe stato un sacrilegio, che il quinto del guadagno netto sarebbe toccato a me, i salari di capitano per giunta. Io non voglio, non posso pretendere più del pattuito; ma i miei salari li cedo ai marinai per la mia parte di regalo.

Capitano Gordiglia e Livio, insistettero, disputarono, pregarono, finsero di andare in collera; fu inutile, capitan Murena non volle accettare che 150,000 franchi, avendo preso, per il resto del conto, la Saetta che malgrado la lunga campagna era uno dei migliori di bandiera americana. I marinai ebbero ciascuno una manata di scudi, e il più vecchio di tutti, già impotente, la pensione. Il giorno in cui toccò la prima mesata, saputo che quel beneficio veniva dal capitano Baciccia, egli sclamò:

— Quest’uomo è troppo generoso!... gli capiterà male.

Dopo un mese di riparazione e di riposo, Murena abbracciava sul molo di Porto Principe il vecchio Gordiglia e riprendeva colla Saetta, proprietà sua, la via fortunosa dell’oceano. Livio, sebbene sicuro del suo mestiere, per non scostarsi dal padre più grave d’anni e d’acciacchi, faceva con un piccolo brik la navigazione fra le Antille e le coste del Messico.

I primi viaggi di Baciccia furono fortunati, ma nell’arcipelago indiano un violento tifone lo sbalestrò contro una delle tante secche che perfidiano sotto quelle acque e gli fu giocoforza gettar la mercanzia per cavar fuori la goletta già trafitta a morte anch’essa e ormai impotente alla navigazione dei grandi mari.

Coi fondi che aveva in deposito presso i suoi corrispondenti si costruì un altro legno, e ripigliò in capo a pochi mesi la sua corsa e i suoi traffici, e la fortuna manomessa ristorò prontamente.

Ma in uno dei piccoli porti della Provenza francese, due o tre anni dopo, uno degli stessi marinai che aveva beneficato, gli rubò il portafoglio che conteneva lettere di credito per circa mezzo milione; e allora si trovò col solo bastimento e tranne alcune migliaia di lire e un po’ di fiducia presso i suoi corrispondenti, costretto a ripigliare da capo.

E riprincipiò senza scoraggiarsi nell’avversa come senza insuperbire aveva perseverato nella buona fortuna. Giorgio, il figlio suo, il nostro protagonista, trovò più tardi nelle memorie di suo padre, dalle quali desumiamo questi cenni, un foglio che narra per disteso la storia di quel furto e la fine di quel ladro.

«Una sera — dicono le ultime pagine del racconto — pochi mesi dopo il nostro installamento sulla riviera di Nizza, mi si affacciò, poco discosto da casa, una donna sui quarant’anni, smunta come la fame e macilenta come la febbre, cenciosa e sudicia come lo è quasi sempre la miseria o la colpa. Essa, gettandosi ginocchioni attraverso i miei passi, con uno scoppio di singhiozzi si pose ad articolare alcuni suoni che erano più gemiti che parole. Io la rialzai e la incoraggiai a parlare.

«Mio marito è da tre mesi malato... e non dico moribondo, perchè spero nella Madonna benedetta... In questi tre mesi ci siamo mangiato tutto, fino i chiodi delle muraglie... figuratevi, signore, se possiamo pagare l’affitto di casa... Ma non la vogliono intendere... siamo in sei, noi due e quattro bambini, e il più alto ha dieci anni..... Eravamo ricchi; molto ricchi! ma oggi siamo più miserabili di San Rocco; colle mie vesti copro i miei figli, e la mia gonna serve di coltre al letto di mio marito... Come si fa a pagare?.... Eh!.... sì!... Gli uscieri non capiscono nulla... e vengono a gettarci fuori di quel po’ di casa che ancora ci ripara... Casa! dovrei dire «canile...» ma almeno ci si sta al riparo dal freddo e dalle tramontane, non è vero?... Oh mio signore... aiutatemi.... dicono tutti che siete un santo.... perchè i vostri nemici sono i ricchi.... non i poveretti... Pensate... signor mio benedetto, che se ci cacciano fuori; mio marito muore... ed io e i miei figliuoli siamo sulla strada.

«La lasciai sfogare e poi le dissi: Non affliggetevi buona donna, ci si rimedierà, e accompagnatemi verso la vostra casa.

«La seguitai e dopo un quarto d’ora di cammino mi trovai in una delle tante caverne sordide affumicate e pestilenti, dove due terzi del genere umano marciscono e muoiono.

«Sul buco dell’antro — che pareva una porta — stavano due uomini occupati a scrivere sopra una cassa tarlata che serviva da tavolino, credo un processo verbale.

«Quando mi videro s’alzarono con rispetto. Io dissi loro: « Quanto vi deve questa gente?...»

— Duecento franchi!...

«Li aveva con me e li sborsai; i due uscieri ripiegarono i loro fogliacci e se n’andarono.

«Allora m’accostai al giaciglio dell’ammalato per vederlo... Quale sensazione!.... Egli aveva gli occhi sbarrati, la bocca spalancata e bavosa, i capelli irti, mentre un rantolo uscivagli fischiando dal petto. Voleva dirgli qualche parola per acquietarlo, quando un guizzo di luce, una larva altra volta veduta passò davanti a’ miei occhi e mi arrestò.

«Io scopriva in quel miserabile morente il ladro del mio portafogli.

«Egli pure m’aveva riconosciuto, e snodata alla fine la sua lingua, ululava tremando e balzando dal suo letto:

«Grazia!... Grazia!?..

«Io domai un primo impeto d’avversione, gli stesi la mano e — abbassando la voce perchè i suoi figli non mi udissero — gli dissi:

« — Vi perdono!... Voi avete espiato;... contate su di me... Se guarirete e diverrete migliore avrete un amico... Addio!...

«Lasciai alla sua donna un po’ di moneta che m’era rimasta in saccoccia e partii. L’indomani egli era morto, e la moglie trambasciata venne da me a raccontarmi che l’ultima sua parola era stato il mio nome.

«Io feci ogni sforzo per togliere quella famiglia alla miseria, perchè la legge che punisce nei figli la colpa dei padri; perpetua l’odio e la vendetta sia essa insegnata a nome di Dio o degli uomini, è iniqua e feroce».