III. PRESAGI DI RIVOLUZIONE.

Battista Santafiori, ripetiamolo, aveva l’animo temprato come le molle d’acciaio, più sono compresse e più scattano. Egli s’era fatto del suo legno un amico, dei venti una famiglia, dei pericoli una festa, del mare una patria, e come si suole delle cose caramente dilette, accettava volentieri da esse i torti e le traversie in cambio dei molti gaudi che gli avevano arrecato. Ma per dire tutto, Battista non era avido di guadagno; ne’ traffici adoperavasi con perspicacia, ma con la più scrupolosa illibatezza e persino con disinteresse; non rifiutava dal cogliere il frutto de’ suoi sudori, ma il denaro non lo ingolosiva e non aveva mai pensato in sua vita di far fortuna. Quando fu derubato cercò egli stesso il ladro, ma non lo perseguitò, non lo denunziò, non volle sapere di polizia nè di tribunali, e la sera in cui fu spogliato cenò del miglior appetito dicendo «che aveva un nemico di meno a cui fare la guardia».

Tornò dunque a navigare e a trafficare e in altri dieci anni rifece il perduto. Nelle sue memorie di questo periodo troviamo, che avendo incontrato sulle coste del Senegal un mercante negriero il quale avevagli proposto un trasporto di negri per 10,000 dollari, egli lo sfidò al coltello, lo uccise e lo gettò in mare.

Nel 1793 — aveva allora 36 anni — egli approdava di nuovo a Porto Principe, e i primi passi furono verso la casa del suo amico; ma il bravo Gordiglia non c’era più e in luogo suo gli vennero incontro Livio figlio, una bella signora e una bambina.

— Ti presento mia moglie e mia figlia; Rosalia, questo è il mio migliore amico.

Dopo le cose affettuose e le notizie, venuta la sera, Battista prese un’aria di gravità che sposata alla sua bonomia pareva ancora più solenne, e incominciò:

— Livio! Ho deciso di fissarmi anch’io in America.

— E di prender moglie? — fece Livio sorridendo.

— Perchè no! Ma quando avrò trovata la donna, allora se ne parlerà; per ora non è di questo che si tratta. Non voglio che mettere in terra quei soldi che ho razzolato in mare e cercarmi un campo qualunque dove piantar la tenda.

— Avete smessa anche voi l’idea di tornare in Italia?...

— In Italia?... A far che?... Dove?... A Genova?... Alla prima occasione mi vendono come hanno venduto or son pochi anni la Corsica alla Francia[2]? a Milano?..... ci sono troppi cicisbei e le carezze di Maria Teresa mi fanno tanto paura quanto la inquisizione e i Gesuiti di Roma. A Torino, vi regnano i cortigiani, e i tamburini. A Napoli i Borboni, sinonimo di birboni. Fossi sì gonzo!... Ma ci fosse almeno una Italia!... Certo non me ne starei di qua dell’Atlantico — e preferirei il tozzo di pane nero nel mio paese, a tutto l’oro del Perù. Almeno un angolo dove ripararsi al sicuro dai preti, dai birri, dagli imbecilli, e dagli avventurieri. Io a nove anni ho cominciato a menar le mani pel mio paese; ed esso sebbene si chiami ancora la serenissima repubblica di Genova, è più schiavo di prima. Per ora in Italia no! Se verrà ch’essa si svegli, dovessi vendere l’ultimo bozzello del mio brick, correrei anche io al mio posto, perchè la patria non si può mai abbandonare.... Ma per ora alla larga... Ah!.... — E qui si passava una mano sulla fronte come per afferrarvi un’idea surtavi all’improvviso. — C’è inoltre un’altra ragione — continuava — ma te la comunicherò quando saremo soli.

All’indomani i due amici passeggiavano lungo un viale di palme. Battista parlava concitato e quasi ispirato; Livio ascoltava senza fiatare, ma animato da una interna commozione facilmente riconoscibile.

— Non bisogna rifiutarsi a questa missione: il vecchio mondo si trasforma, ed io son sicuro, non a profitto dell’errore. Io che ho viaggiato ne ho veduto in tutti i paesi i segni precursori; società segrete solcano la terra; e leghe filantropiche si stringono da un capo all’altro del mondo....

A Londra Wilberforce e Fox parlano pubblicamente della emancipazione dei negri; in Francia v’è un pugno d’uomini ancora oscuri, ma che un giorno saranno i re del pensiero moderno — savi, stolti, diversi, ma tutti terribili, che rinnovano la favola dei giganti e sovrappongono montagne a montagne d’idee. I filosofi si danno la mano e i principi tremano. Un copiatore di musica, Rousseau, ha ricevuto nella sua casipola le visite della corte di Luigi XV; un epigramma di Voltaire mette sossopra tutta la corte di Roma; un dramma di Beaumarchais getta lo spavento nei nobili e nei re... Infine, non importa che io ti dica tutti i loro nomi perchè essi si chiameranno in tutti i secoli futuri con un nome solo: l’enciclopedia. Anche la nostra Italia dice il suo verbo in codesta buona novella. Un marchese di Milano, Beccaria, butta fuori un libercolo contro la pena di morte che onora la nostra patria assai più della bussola e del telescopio, e che un giorno o l’altro sconvolgerà il mondo. Non basta. I re stessi, quelli che non sono affatto corrotti e imbecilliti, perdono la testa e vogliono essere, o fingono, riformatori e filosofi. Intanto ti so dire che alla corte di Luigi XIV si leggono le sentenze repubblicane di Bruto e si applaudono. Prova a viaggiare, prova ad osservare, prova ad ascoltare: anche senza volerlo ti cascano nell’orecchio delle parole che avevi perdute, o che avevi obbliate; Libertà — popolo — ragione — diritto — e talvolta sono marchesi e conti che le pronunciano, come un certo Bolinbroke e un certo Montesquieu.

Potrei continuare, ma non ti dirò più che una cosa sola: Volgiti alle colonie del Nord... non ti pare di sentire in lontananza il muggito d’un temporale... forse chissà!... chissà che non tocchi alla giovane America il suonare la sveglia. Certo noi siamo prossimi a un gran cataclisma. Noi siamo alle porte di un’era nuova, all’era dei popoli, alla nostra o Livio. Tutto ciò che è tarlato, vecchio, putrido, mefitico, è destinato a scomparire nella voragine, e noi dobbiamo esser pronti colla marra in mano per gettarvi sopra l’ultimo strato di terra. Non ti pare, o Livio, che noi siamo i primi soldati di questa battaglia; che ci va del nostro interesse, che la bandiera è quella delle nostre credenze? Orsù, Livio, non te lo nascondo più. Io mi sono buttato dentro in quest’opera durante i miei viaggi; ho impegnato la mia parola e non posso più retrocedere anche volendo. Conosco tutte le fila, sono amico di tutti i Capi, ho la parola d’ordine di tutte le congiure e porto le notizie di tutte le società segrete degli innominati di Svezia e d’Inghilterra, dei filaleti di Francia, dei framassoni di tutto il mondo, i quali, profittando dei miei viaggi, mi hanno eletto il corriere della nuova propaganda.

E qui Battista mise a parte Livio Gordiglia de’ suoi progetti. Lo consigliò ad entrare nella frammassoneria, non tanto perchè egli prestasse fede ai riti e alle formole strane della società, quanto perchè considerava il titolo di massone un segno d’unione e un utile pretesto. Disse che lo scopo finale era l’emancipazione dei bianchi in Europa, dei negri in America, del popolo dovunque. Manifestò l’intenzione di comperarsi un terreno in qualunque degli Stati delle colonie inglesi, giacchè non amava nè gli Spagnuoli crudeli, nè i Francesi prepotenti, affine di potere più agevolmente propagare le loro idee, estendere la massoneria e formare un centro da cui potesse partire il grido della riscossa.

Frattanto egli darebbe la libertà a tutti i neri che potrebbe comperare, ma li farebbe lavorare nelle proprie terre per dimostrare coll’esempio quanto maggiormente produttore sia il lavoro del libero che quello dello schiavo. Altrettanto dovrà fare Livio per S. Domingo: si terrebbero in corrispondenza e conti d’ogni novella.

Così fu convenuto e Battista partì.

In sul principiare del 1794, noi lo troviamo installato in una vasta fattoria della Virginia poco lontano da Monte Vernon e i di cui terreni confinavano con quelli del piantatore Giorgio Washington; capitano Murena aveva pagato 20,000 dollari quella tenuta che ora ne costerebbe il doppio.

Aveva trenta negri ed altrettanti bianchi impiegati nella lavorazione dello zucchero e del cotone. I bianchi erano di tutti i paesi, di tutte le razze, di tutte le religioni. Irlandesi e Tedeschi, migratori ab antico per bisogno, Italiani e Francesi venturieri per istinto, cattolici, protestanti, quacqueri, puritani, un pandemonio. Egli voleva che lavorassero, mangiassero, abitassero, vivessero sempre in comune fra di loro e coi negri, e non parrà vero, il più difficile non era ad amalgamare i colori, ma la religione. Tutta quella gente che adorava o bestemmiava un Dio diverso, offriva l’immagine di un serraglio di fiere sprigionate. Non ci volle che la fermezza di Battista per gettare un po’ d’amore in quelle anime ebbre di odio e d’intolleranza religiosa.

Ai negri poi, mano mano che gli venivano, faceva un discorsetto così: — Siete liberi... siete eguali a questi — e additava i bianchi — ed a me. Essi vi rispetteranno, voi dovete amarli. Io voglio che formiate tutti una sola famiglia.... e vi avverto che qui non ci saranno nè privilegi, nè differenze, le capanne sono vaste e sane, il pane sarà buono e sufficiente; medicine e conforti, se ammalate, non mancheranno; il salario in proporzione del lavoro. Se lavorerete poco, guadagnerete poco, se molto, molto. Ora io vi consiglio ad essere economi se volete trovare nella vecchiaia gli sparagni degli anni virili. Per i vostri bisogni, pei vostri interessi, pei vostri lagni nominate fra voi o gli Europei degli arbitri e sarà questo il primo atto della vostra libertà. Io non ho che una proibizione a farvi: acquavite poca: mezzo bicchiere alla mattina e basta. Chi non è contento se ne vada pure. Io scaccerò il primo ubbriaco. Fra pochi giorni festa e banchetto di fratellanza. Siamo intesi!...

I negri o commossi dalla promessa di libertà o uzzoliti dalla prospettiva del banchetto, o per una ragione o per l’altra, gridarono unanimemente: «Viva il nostro Massa[3]» e lo nominarono presidente degli arbitri. Certo i battimani dei negri somigliavano assai all’applauso che si fa ai discorsi della corona; ma fosse stato pur vero, quando videro che quella corona manteneva insolitamente la sua parola, si affezionarono sinceramente e illuminati da quella insospettata luce di libertà risalirono dal tetro abisso di miseria, di depravazione, di ignoranza in cui la schiavitù e l’odio li avevano scaraventati. L’impresa di Battista riescì... Bianchi, neri, colorati, cattolici, protestanti si diedero la mano e si dissero fratelli; una vera società di mutuo soccorso s’istituì fra di loro coi loro risparmi; la piantagione prosperò; il nome di Murena divenne l’esempio e la meraviglia di tutti gli Americani. Fra di essi taluni lo fuggivano come un ateo; altri lo canzonavano come un matto; i più lo denunziavano come un uomo pericoloso e turbatore degli ordini costituiti.

Un uomo solo in quei dintorni pensava: e quell’uomo era Giorgio Washington. Quando i due vicini s’incontravano sul confine dei loro poderi, il discorso cadeva sempre su quell’unico tema, e il futuro liberatore d’America sentiva qualcosa d’insolito muoversi dentro di lui quando Battista gli raccontava i prodigi della sua piantagione.

— Ad ogni modo — quest’era la conclusione di Washington — ad ogni modo oggi è troppo presto.

— Non è mai troppo presto signor Giorgio per compiere una giustizia — rispondeva il nostro marinaio; e l’uno convinto e l’altro dubitante, entrambi si separavano.

Il dubbio di Washington fu il cancro della sua patria; oggi l’America deve amputarsi o morire.