V. RITORNO IN PATRIA.

Battista non aveva interrotto nè le sue relazioni politiche nè i suoi viaggi. Egli arrivava in Europa nel colmo della rivoluzione francese, in quel momento infernale e sublime che sarà, per tutti i secoli, lo spettro dei re e il rimorso della libertà: il novantatrè. La testa di Luigi rotolava sul palco: Collot e Saint-Juste decretavano il delitto, Carnot la vittoria: di qui Valmy, Jemappes, di là gli annegati di Nantes e gli agghiacciati di Avignone; dovunque la vertigine del sangue, del martirio, della grandezza. La Francia era un’ossessa che fra mostruose convulsioni rivelava il futuro. Innanzi ad essa l’Europa abbrividiva e sperava. I re movevano i loro battaglioni ma facevano le loro preghiere: i popoli aspettavano come gli antichi millenari il giudizio universale. Però la nostra coscienza è ancora incerta su quell’epoca ciclopica e vediamo che non meno dubbiosa è la storia. Chateaubriand condanna, Michelet compiange, Thiers esalta, Blanc giustifica, Capfigue maledice: tutti ammirano.

Fino ad ora il giudizio più profondo e più esatto è quello di Victor Hugo: «Una rivoluzione è una nube che i secoli hanno carica d’elettrico. Viene il momento in cui la nube tuona, la folgore scroscia. Allora chi fa il processo alla folgore, erra; deve farlo ai secoli che hanno fecondato d’elettrico la nube».

Ma se dubitiamo noi che siamo lontani e che, ad ogni modo, cogliamo il frutto senza insanguinarci la mano, quale sarebbe stato l’animo nostro se, come Battista, fossimo vissuti in mezzo alla tragica epopea?...

A lui pareva d’assistere a un sogno di spiriti soprannaturali quali devono essere apparsi alla fantasia di Milton nel sognare la battaglia degli Arcangeli e de’ Demonii.

Egli sentiva di essere chiamato a decidere fra la fede sublime e sacrosanta della libertà, e la legge ancora più alta e divina dell’umanità e dell’amore. Alcune volte considerava il Comitato di salute pubblica come un tribunale di Dio mandato in terra a giudicare le colpe di venti generazioni di re; tal’altra vedeva la folla inzuppare i fazzoletti del sangue dei Girondini e pensava a Cristo che aveva fondato una legge d’amore col proprio martirio, e preconizzava alla Francia la fine di Nemrod e di Encelado. Conosceva taluni convenzionali a Parigi e specialmente Grégoire; egli andò, parlò, perorò, ma comprese che era stoltezza tentare di arrestare quell’uragano nel suo cammino. Egli ripartì abbagliato e atterrito. Allora corse per l’Italia, a Milano, a Firenze, a Napoli, a Roma, ascoltò giudizi diversi, ma nessuno conforme al suo ideale. Liberali che invocavano la repubblica dalle armi straniere; plebi che si preparavano a combattere contro la libertà a favore di regoli che le imbecillivano e le eviravano; chi sognava un’Italia francese, chi un’Italia borbonica, chi un’austriaca, nessuno un’Italia italiana; ed egli fuggì ancora. Le illusioni gli erano cadute a lembi a lembi come dal capo d’una sposa tradita il serto di nozze.

L’invasione del Piemonte, Bonaparte, Massena; Genova, Marengo, i Giacobini, i Barbetti, la Marsigliese, la Carmagnola, passarono sopra di lui come una pioggia sopra un terreno granitico.

Conobbe Birago, Pino, i pochissimi altri che aspiravano a una libertà umana e a una Italia non francese e s’iscrisse per mezzo loro alla società dei raggi, cui aiutò largamente del suo denaro. Ma incredulo degli eventi e degli uomini, non fu più l’audace e attivo cospiratore che in sul finire dell’altro secolo aveva aiutata la rivolta degli Inglesi e dei Negri di S. Domingo. Egli adorava e aspettava sempre una libertà, ma sentiva che la sua ora non era per anco suonata.

Per questo si ritrasse nella sua villa di Nizza, in seno alla sua famiglia che l’aspettava, proponendosi come voto alla sopravvegnente vecchiaia la beneficenza indistinta e illimitata. La sua casa mutò in ospizio. Molte persone inutili, ch’egli non conosceva nemmeno, passavano per servitori, ma in realtà non erano che beneficati oziosi e nulla più. Nessun operaio veniva a chiedergli lavoro senza che Battista dicesse:

— Lavoro non ce n’è per ora; ma restate lo stesso.

Non forastiero, non vagabondo, non faccia bieca o sospettosa picchiava alla sua porta che non la trovasse subito spalancata. In cucina c’era imbandita una gran mensa e tutti vi trovavano posto. In quel rivolgimento anche le fortune se n’erano risentite; molte s’erano inabissate, molte erano salite alla cima. La voce delle prodigali beneficenze di Battista si sparse; benchè molti le berteggiassero o le compatissero, parecchi trovarono spediente di metterle a profitto. Quindi grandi domande di denaro, numerosi prestiti, pochissime garanzie. Ma i debitori diventano per solito inimici, e Battista più s’avanzava nella via stretta e così poco battuta della beneficenza, più sentiva incalzarlo la frusta della maldicenza e il sibilo della calunnia.

L’impero non passò soltanto inosservato, ma ridestò per un istante l’energica fibra di Battista, ed egli invocò ancora un lampo di vita italiana. Invano. L’ode di Ugo Foscolo a Buonaparte liberatore e la sublime orazione che l’accompagna, gli fecero credere d’aver trovato un fratello di speranza; la resistenza della Spagna l’esaltò e inviò a Palafox 20,000 franchi del suo per aiutar la riscossa, ma in breve vide disperdersi nel nulla la catilinaria del Foscolo; i frati usufruttare il sangue di Osterliza e Saragozza, e Napoleone esser chiamato dal più versatile dei poeti viventi italiani: rivale di Giove[4]. In quest’epoca di onnipotenza soldatesca, egli ed i suoi ebbero a pazientare più volte le soperchierie, i soprusi, le devastazioni, le insolenze degli eserciti conquistatori, e non trovò gl’Italiani da meno dei Francesi nel disprezzo di quegli uomini in giubba che veniva loro insegnato dall’imperiale maestro. Un sentimento di ripugnanza insuperabile cominciò a farsi strada nel suo cuore per quella aristocrazia gallonata della sciabola che subentra sotto nuove forme all’abbattuto feudalismo. Sebbene egli non avesse mai tralasciato di offerire il suo letto a un ferito e la sua casa a un fuggiasco; sebbene egli pure si sentisse qualche volta stranamente commosso all’epico poema di quei giganteschi figli della strage e della vittoria, i quali andavano a morire sui ghiacci della Moscowa o nelle gole della Catalogna, pur beati d’ottenere un cenno o un sorriso del Cesare imperturbabile; pure quando pensava che tutta quella gente allineata, piumata, dorata, coronata dall’aureola di cento battaglie, non era che la sbirraglia d’un torvo dispotismo; che sulle due fronti di quel Giano così splendido che nomavasi il grande esercito stava il suggello della gloria in compagnia del marchio della schiavitù; quando paragonava i loro cannoni, i loro moschetti, i loro cavalli, i loro treni risuonanti e pomposi, coi ciottoli di Balilla e di Pittamuli, coi modesti soldati di Washington, coi laceri volontari di Mina, colla credente legione di Körner; quando richiamava tutto questo dinanzi al tribunale della sua coscienza, oh allora egli disprezzava quella pompa, malediceva quella gloria! e se per caso i suoi figli balzavano alla finestra per veder sfilare coll’avidità dei fanciulli i luminosi corazzieri di Bessières, o i rapidi volteggiatori di Junot, egli interrompeva la loro ammirazione e il loro entusiasmo con la solita frase beffarda: «Quella che passa è la gloria in livrea».

In sul finire del 1805 la famiglia di Battista Santafiori, oltrechè di Rosalia e di Michele figliuolo di Livio, si componeva di Giorgio nato nel 1800, e così nominato in omaggio a Washington, e di Livia, caro e pio ricordo alla madre del primo marito, al padre dell’amico arso dai negri. Otto anni appresso vi si aggiunse Balilla, altro nome che si collegava alle rimembranze storiche del compagno di Pittamuli.

Verso l’epoca suaccennata i negozi del Santafiori cominciavano a deperire davvero. Scarsi i ricolti, gravissime le gabelle, incessanti e laute le limosine, troppo facile il credito; tuttociò aveva costretto Battista a riparare alle molte obbligazioni assunte sottraendo dalla sua possessione i terreni più feraci e vendendoli. Egli avrebbe potuto intascare i denari prestati, ma parte perchè non si fondavano su documenti legali in regola, parte perchè a lui ripugnava correre su pei tribunali e perseguitare gente che veniva colle lagrime agli occhi a dirgli: «non possiamo pagare», egli non si curò mai di questo per ripristinare la menomata fortuna.

Pensò invece di tornare al mare di nuovo, a cui lo spingeva d’altronde l’amore dell’arte e il disgusto degli avvenimenti.

La moglie tentò dissuaderlo: ma egli la acquetò colla ragione del benessere de’ figliuoli; e fatto costruire un brigantino, di suo genio, di 200 tonnellate, s’apprestò a partire.