Michele, il figlio di Livio, aveva allora circa tredici anni. Battista, che era incapace di parzialità, non tollerava alcuna differenza fra lui e i suoi figliuoli e lo aveva caro del pari, sebbene in cuor suo sentisse crescere col tempo non voluta e indomabile una certa freddezza. E questa freddezza non derivava già dall’essere Michele suo figliastro, perocchè la memoria del suo povero amico e l’affetto profondo per Rosalia glielo rendevano sacro, ma da certe inclinazioni o istinti, che aveva veduto svilupparsi nel fanciullo, cui indarno sforzavasi combattere, e che pure si piantavano in mezzo fra figliuolo e padrino come una muraglia che vietava loro di ricongiungersi del tutto, o come un corpo refrattario frapposto a due elettricità contrarie che le paralizzava.
Michele era un bel ragazzo; brunetto sì, ma regolare, e foggiate con grazia le linee del volto; i capelli neri, fini e ricciuti, le labbra sottili, il naso piccolo e ben disegnato: gli occhi soltanto erano un po’ rotondi e affossati, di quel color dubbio e cangiante che volgarmente si chiama castano, ma che non si può riscontrare che nell’occhio di certi animali sinistri, e di cui non la penna, ma la tavolozza soltanto può riprodurre l’immagine. Giovinotto ancora spiegava ben proporzionate, svelte ed ampie le forme del corpo, che in ragione dell’età potevano essere dette, senza iperbole, gigantesche.
Battista, osservandolo talvolta, esclamava dentro di sè: «che magnifico marinaio!... se non gli mancasse questo....» e si picchiava il petto dalla parte del cuore.
Non c’era allora che il padrino che la pensasse così. I famigliari, i conoscenti, la madre stessa, tutti quelli che lo ammiravano atletico, ritto, cinghiato, col cappellino alla brava, col passo cadenzato e sonoro, fra il ballerino e il militare, erano disposti a profetare in lui un altro Murat o un altro Ney, che erano i nomi e i tipi del tempo.
Tanto più ringagliardivasi questa credenza quando pensavasi che esso aveva nel padre una scuola vivente di generosità e di prodezza, e quando lo si vedeva, pargoletto, consumare le mezze giornate a fabbricar cappelli e pennacchi da generale, a trascinare sciaboloni di legno, a cavalcare tutte le scope della casa, a comandare assalti e parate a uno squadroncino di docili monelli, di cui egli voleva essere inesorabilmente il capitano o nulla.
Battista qualche volta gli ammainava una lenza, o gli regalava una barchetta di sughero alberata e velata, o lo invitava a venire a pescare con lui. Inutile: o il ragazzo non andava o andava di mala voglia. Tentò di addestrarlo al nuoto; peggio. Michele si impennava, stralunava gli occhi, e se il padre persisteva, l’atleta sveniva di paura.
La verità era che Michele idoleggiava il fracasso; che aveva genio per tutto ciò che era tuonante e sfarzoso, cominciando dalla propria persona, che malgrado i consigli e i rifiuti del padre, trovava sempre modo colla condiscendenza materna di abbellire di vesti eleganti, e potremo dire, per il luogo, sfoggiate.
Ma appena i suoi gusti spettacolosi dovessero costargli qualche cosa, un lavoro serio, un pericolo reale, oh allora il suo cuore si sgonfiava, le suo pose eroiche perdevano l’usato appiombo, e la sua cervice, come un’ostrica tocca sulla testa, si raggricchiava nel guscio.
È chiaro, è conseguenza di questo, che Michele non lottasse che quando la vittoria era sicura, non amasse altri emuli che i minori e fosse prepotente coi più deboli. È chiaro che egli fosse rodomonte e squarciagiramo, e nell’istesso tempo inetto e poltrone; è chiaro che egli non amasse il mare, forse per un’avversione naturale all’acqua, ma ancora per le fatiche e i pericoli che portava seco coll’onta per giunta — onta inescusabile per lui — d’essere sorpreso colla camicia lacera, coi piedi nudi, colla faccia tinta, colle mani sudicie o callose, quando il suo ideale era di sfoggiare la più bella giubba ricamata, fosse pure stata una livrea, o di pavoneggiarsi dentro un dorato corsettino da ussero, lo avesse pur dovuto pagare colla servitù di tutta la vita. Egli era infatti della razza prolifica e non bene mascherata di coloro che amano portare un collare dorato per farne portare ad altri uno di ferro; razza ibrida che sta fra i padroni e gli schiavi, senza la potenza degli uni e la speranza degli altri; razza che annidò nel Medio Evo fra il castello del signorotto e il casolare del servo col nome di vassalli; che passeggia nelle anticamere delle corti fra i re e le plebi col nome di cortigiani; che nella società moderna nidifica nei corridoi e nelle casematte del potere e si nomina insieme burocrazia e militarismo.
Più Michele procedeva negli anni e più l’istinto del parere sviluppavasi d’accordo e gemello all’istinto del dolce far nulla. In lui si accoppiavano già le forme d’un tamburo maggiore al cuoricino d’un capo d’ufficio, o se più piace un paragone classico, le membra d’Aiace Telamonio all’anima di Tersite. Questo carattere parve ancora più spiccato quando Battista risoltosi a vedere cosa avesse imparato dalle lezioni quotidiane del maestro di casa — una specie d’Ajo nell’imbarazzo che Battista aveva ricoverato — s’accorse che la testa del suo figlioccio poteva benissimo servire alle funzioni della tabula rasa di Locke.
— Ah!... vivaddio!... anche ignorante.... è troppo — borbottava Battista — che quella povera donna di sua madre non lo sappia! se ne angoscerebbe a morirne. Bisogna risolversi a portarlo lontano da casa e trovargli una buona scuola e un maestro energico.... se no abortisce del tutto.
Il padrino aveva ragione. Michele, nato da quell’angelica donna di Rosalia e da quell’onesto uomo di Livio, poteva dirsi: un aborto morale.
Ma quanto a scuola, o collegi imperiali o gesuitici, Battista non voleva saperne degli uni e molto meno degli altri. Credette meglio collocarlo a Genova nella scuola privata d’un antico suo beneficato, ex-luogotenente di corvetta, che aveva perduto una gamba nel combattimento che la fregata sarda Alceste sostenne nel novantatre contro la francese Boudeuse nelle acque di Sardegna. Ma il re proscritto non avevagli potuto pagare la pensione della sua gamba, e il conquistatore non la volle concedere perchè egli non la richiese.
D’onde alcuni anni d’onesta povertà che Battista estimò e sollevò, ricompensato dalla più sincera gratitudine. Era il luogotenente, per verità, uomo di lettere mediocre, ma dotto assai nelle matematiche, di carattere fermo e severo, e reputato abilissimo a disciplinare una scolaresca, lui che aveva tenuto a bacchetta le ciurme del suo bastimento.
Battista gli condusse il figlioccio e glielo raccomandò così:
— Gl’insegnerete l’italiano, il francese e l’inglese: un po’ di storia, ma scelta, e le matematiche tutte. Confortategli la mente di idee virili e il cuore di sentimenti generosi. Ricordategli spesso, come un capitolo del catechismo del suo secondo padre, queste tre massime: «la vita è un campo che bisogna inaffiare col proprio sudore; non bassezza perchè nessuno è servo, non alterigia perchè nessuno è padrone; l’umanità è la famiglia comune, e se non la è dobbiamo fare che la sia». Se riuscirete a fare di lui un onesto e abile negoziante ve ne sarò grato per tutta la vita. Io intanto aggiungo alla pensione comune un regalo di cinquecento franchi, e se vedrò progressi in capo a un anno ne avrete altri mille. Combattete tutte le vanità, dileguate tutti i fumi e confondete tutte le servili smancerie. Ridatemi un uomo — voi mi capite. — Addio.
Un po’ rassicurato sul conto del maestro e del figlioccio, abbracciata la famiglia, Battista s’imbarcò sul suo nuovo brick e drizzò la prua verso levante.
A quell’epoca Genova, al pari di tutte le città italiane, subiva l’abbaglio della meteora napoleonica, e nella festa instancabile e storditrice che i conquistatori imponevano ai conquistati essa offeriva volentieri per tappeto il suo manto di dogaressa e ballava nella ridda comune. Napoleone gongolava se poteva scimiottare i cerimoniali del re sole; i marescialli gongolavano se potevano scimiottare Napoleone, e i popoli i marescialli.
Quando Michele capitò nella metropoli della Liguria provò come le vertigini d’una fantasmagoria.
Una danza, una musica continua passava sotto i suoi occhi; egli che pure tante grandezze aveva sognate, non avrebbe mai osato credere vi potesse essere al mondo tanto oro, tante gemme, dell’armi sì splendide, delle vesti sì ricche, dei cavalli così superbi, dei cocchi così lussureggianti, degli uomini così applauditi, delle donne così belle, così seducenti, così corteggiate.
Il barbaro, che uscito dalla nebbia delle sue foreste, affacciossi per la prima volta alla vetta dell’alpi vietate e vide mollemente adagiata fra le sue marine, illuminata dallo eterno sorriso del suo cielo, coronata di olivi e di cedri, cosparsa di pampini e di viole, la terra impromessa delle nazioni, non deve aver provato nè desiderio, nè ansia, nè rapimento maggiore di quello che Michele provò innanzi alle larve lusinghiere e tentatrici che sfilavano a lui davanti nella scena splendida e variopinta di Genova la bella.
L’avido giovinetto avrebbe dato come Faust l’anima a Mefistofele per un’ora sola di quel lauto banchetto.