Il maestro studiò, comprese, invigilò, contenne col rigore e la disciplina l’alunno quattordicenne; ma non poteva più imbrigliare il giovinotto di diciott’anni. Egli aveva già scritto più lettere a Battista, sempre in mare, avvertendolo degli scarsi profitti della mente e degli scarsissimi del cuore; e pregandolo a ripigliarsi il figlioccio. Ma Battista, sebbene angustiato da tristi presentimenti, temette peggio l’indulgenza dalla madre e lo pregò di tenerlo in custodia ancora per alquanti mesi, chè egli non avrebbe tardato a ritornare. Ma era già tardi.
Il momento critico e supremo della vita di un giovane è quello dell’amore. La donna che egli incontrerà per la prima deciderà di tutta la sua vita e sarà, come dice Francesca, un punto solo.
Spirito del cielo o dell’abisso, Fata o strega, Eva dominerà. Reciderà a Sansone la chioma e addormenterà Rinaldo nelle molli braccia d’Armida. Condannerà Orlando alla furibonda odissea, spingerà Werther al suicidio, desterà Dante alle divine visioni, spingerà Macbeth sul trono insanguinato, consiglierà a Gesù la santa menzogna del miracolo di Lazzaro. I patriarchi la chiameranno «dardo acuto del demonio e sentinella avanzata dell’inferno» e i santi sacrificheranno ad esso nelle agapi fraterne e gli angeli scenderanno a cercarla sulla terra. Maometto la collocherà alle porte del paradiso; Cherubino, porterà un raggio di cielo nei cuori dannati; Satana, avvolgerà di caligine le anime più candide. Non vi è corruzione incurabile come non vi è inespugnabile virtù innanzi ad essa; tutto piega, tutto muta innanzi all’amore di cui la donna fu posta sacerdotessa. L’amore — dice un profondo proverbio — è più forte della morte; «amore alma è del mondo, amore e mente» cantò Petrarca, e meglio ancora Dante rivelò le avverse potenze dell’amore alto e divino, basso e sensuale, e lo fece semente d’ogni virtude come complice d’ogni male.
Per questo il giovine diciottenne, che in Genova lanciava la prima occhiata di desiderio sopra una donna, non sapeva in quale terribile mistero ei fosse iniziato; non sapeva di giuocare con quella donna tutto il suo destino. Giulietta poteva santificarlo, Aspasia depravarlo. Egli non ebbe fortuna e trovò Aspasia.
Fu allora un delirio; e non appena il cinto della Venere terrestre gli cadde sotto gli occhi con tutti i suoi procaci fulgori, si pose disperatamente a testa bassa a correre la giostra.
Michele era innamorato — e desideriamo che il lettore distingua. — Si ama col cuore e s’innamora coi sensi.
Un avanzo delle centomila sirene che nell’epoche corrotte moltiplicano e sovraneggiano, vide, non vista, le salde spalle e le erculee forme di Michele e lo agognò e lo scelse come Caterina II sceglieva Potemkin o Pasifae il toro. Bellissima, da giovine erasi impalmata, per emanciparsi, con un vecchio colonnello francese che aveva lasciato un braccio ad Austerlitz, e che ora, fatto quartier mastro generale, dirigeva in Genova l’amministrazione, o come suol dirsi oggi, le intendenze militari.
Finchè fu in fiore gittò il suo pomo agli adoratori e, come Atalanta, ne sfiatò di molti; ora che tramontava verso la quarantina scambiava le parti e correva essa stessa il palio degli ultimi amori. Essa, scaltrita, seppe farsi vedere, cercare, trovare, corteggiare; adoperò tutte le arti, le finezze, i sospiri, i deliqui, per essere creduta casta, fedele, sedotta, innamorata. Michele allungava la mano, incerto e peritante, come sopra il frutto vietato, e quando credette d’aver trionfato, accettò la vittoria a occhi chiusi, senza voler indagare se quella virtù fosse artefatta, o quella beltà ritinta, felice di trovarsi accanto a una donna seducente ancora, vestita come una regina, profumata come un’odalisca, sopra divani di damasco, in un gabinetto azzurro e silenzioso, dove i passi e le parole smorivano sopra tappeti di Persia e dietro portiere di velluto, dove l’arte degli specchi moltiplicava la luce e l’arte dei cortinaggi la scemava a grado dei due numi abitatori del misterioso recesso.
Una sera la Semiramide squadrava pensierosa il suo giovane amico — a cui risparmiamo per pudore un titolo più meritato — e tutto a un tratto interruppe il silenzio così:
— E perchè non ti fai soldato?.... Che bel dragone saresti.... come ti starebbero bene l’elmo e la criniera!....
— È il mio sogno, Aurora — era questo il nome di quel tramonto di donna — ma la mia famiglia non vuole.
— E perchè?...
— Perchè mio padre odia i militari e mia madre non ha altra volontà che la sua.
— Imbecilli!...
Michele era la prima volta che sentiva a parlare così de’ suoi parenti e arrossì.
— E sono ricchi i tuoi parenti per chiuderti la più ricca e splendida carriera che si presenti oggi ai giovani come te?...
— Ricchi lo siamo stati.... ma ora.... — e Michele abbassò la testa, vergognoso di dover confessare la sua inferiorità.
— E allora?...
— Allora mercantuzzo, mia cara.... Ecco l’ideale del mio padrino. È già molto se ho potuto liberarmi dalle sue preghiere; che altrimenti a quest’ora sarei a bordo di un bastimento a tirare scotte e a pompare acqua.
— Ah! ah! — fece Aurora ridendo. — Come saresti stato bene vestito da mozzo!... e il mal di mare?... Ah!... povero Michele.
— Però spiegatemi una cosa, Aurora.
— Cosa debbo spiegare?
— Io amo la vita militare e sento che son nato per quella.... ma non pensate che se io seguissi la mia inclinazione dovrei andar lontano da voi?... molto lontano.... giacchè ora si sa d’onde si parte, ma non si sa dove si arriverà!.... Io credevo che mi amaste, Aurora, e che avreste preferito a tutta la gloria dei nostri guerrieri un’ora d’amore trascorsa con me.
Michele parlava allora sinceramente; egli era nelle prime febbri della passione, e non vedeva altro.
Aurora sentì a quel complimento ringiovanire i suoi quaranta inverni e assicurò il suo amico con un sorriso, una stretta di mano e un sospiro.
— Ma capisco.... così non vi piaccio più — continuò Michele. — Vi sembro troppo vulgare.... troppo prosaico.... e per questo mi mandate via. Non rispondete, Aurora?...
— Penso.
— A che cosa?
— A te, e a me!... a un progetto che mi mulina nella testa, magnifico e possibile.
— Per avermi vicino?...
— Per averti vicino ancora più d’adesso.... sempre, sempre!
— Come?
— E per vederti vestito sempre....
— Da dragone?
— O da granatiere; infine da eroe....
— Oh, parlate, Aurora; parlate subito.
— Mio marito è quartier mastro generale, egli abbisogna, o faremo in modo che abbisogni d’un segretario.... d’un aiutante.... che so io, infine dovresti capirmi.
— E proporreste me?... esclamò subito con gioia Michele.
— E chi dunque?!... mio marito è invalido. Come quartier mastro non abbandonerà la città. Il suo ufficio lo porta a restare nei presidii. Tu come suo segretario o aiutante lo seguiti dappertutto, pranzi alla sua tavola e forse chissà.... dormi nella sua casa e gli stai sempre vicino.
— Cioè ti sto sempre vicino.
— Si sottintende.... Ma il buono viene ora.... Un aiutante del quartier mastro appartiene a tutti i corpi e a nessuno: e tu puoi scegliere quella uniforme che credi.
— O quella che piace più alla mia dama.
— La tua dama avrà buon gusto, stanne sicuro. Essa così renderà tre segnalati servigi: uno a suo marito procurandogli il più bell’aiutante dell’esercito, uno al proprio amico che guadagna in pochi mesi le spalline d’ufficiale, uno a sè stessa che guadagna... te lo dirò in un orecchio.
Il lettore avrà indovinato; noi gli faremo grazia di non leggere più innanzi in questo libro galeotto.
Fu dunque convenuto. Aurora all’indomani doveva parlarne al marito generale; il vecchio che non sapeva resistere ai sorrisi della sirena, annuì, e la cosa ebbe capo. La sola variazione introdotta fu la divisa di corazziere in luogo di quella di dragone; la corazza attagliavasi meglio al largo petto di Michele, e nei saloni illuminati, dov’era destinato a comparire, splendeva come un sole della luce emanata da tutti i doppieri. Michele fu presentato sotto le mutate spoglie nelle sale del quartier mastro generale, e dopo un mese ottenne, mercè la intercessione della sua protettrice, un quartierino in casa sua, il quale, per ragioni d’ufficio, doveva avere facili comunicazioni cogli appartamenti del generale.
Il padrino era assente; il maestro non seppe la cosa che quando fu consumata. Michele poi con poche righe avvertiva la madre della sua metamorfosi.
Quelle righe erano fattura di Aurora e concepite così:
«Carissima madre,
«Aiutato dalla possente protezione d’un generale, entro nella milizia. Era la mia sola vocazione ed io spero un giorno di ritornare fra le vostre braccia decorato della stella dei prodi. Oggi sono già sergente dei corazzieri e segretario del generale mio protettore; fra breve sarò sottotenente. Non ve l’ho annunciato prima per risparmiarvi una grata sorpresa, ma io spero e attendo la vostra benedizione e quella di mio padrino, e vi abbraccio intanto con tutto l’affetto più figliale e rispettoso.
«Genova, 16 gennaio 1811.
«Vostro ubb.mo figlio
Michele.»
«PS. Ebbi, per le prime spese, a fare qualche debituccio. Vorreste essere tanto buona da mandarmi un po’ di denaro? — Date un bacio di cuore a Giorgio e a Livia».
NB. I debiti erano una bugia giacchè la generalessa aveva pagate tutte le spese dell’installamento.... sulla cassa del generale.
Rosalia non aveva le idee nè la ripugnanza del marito; però a leggere il foglio di Michele fu, è vero, sorpresa e conturbata e dal timore di non vederlo mai più e dal sospetto che Battista disapprovasse la scelta del figliuol suo; non pensò pure un istante a condannarlo, e molto meno sospettò il turpe secreto di quell’avvenimento.
Però all’indomani, accompagnata da Giorgio, fanciulletto di undici anni, corse a Genova, cercò Michele, lo rimproverò, con quel tuono carezzevole che le madri sanno dare perfino alle rampogne, d’aver mancato di confidenza verso lei e suo padre; ma finì coll’abbracciarlo, col baciarlo, coll’inondarlo di lagrime, col lasciargli denari, vesti e doni, e — perchè lo nasconderemo? — coll’inorgoglire persino di aver trovato nel suo figliuolo un corazziere così magnifico.
Michele, dal canto suo, imbeccato sempre da Aurora, mentì come un diplomatico, e Rosalia ripartì senza aver veduto nè il generale, nè sua moglie, e sempre ignara delle prodezze che avevano valso al figliuolo l’onore di entrare nel grande esercito col grado e la divisa che migliaia di prodi conquistarono col proprio sangue sopra tutti i campi di battaglia di Europa.