VIII. CON E SENZA CORAZZA.

Intanto che Michele illustrava i suoi galloni nei gabinetti della sua Messalina, i giornali annunziavano sotto la data di Oriente che «il brigantino Italico di 200 tonnellate, capitano Battista Santafiori, era naufragato sulle coste del Mar Nero presso Trebisonda; che il bastimento e il carico erano perduti, e che solo sette uomini dell’equipaggio e due passeggeri si poterono salvare mercè l’audacia e fermezza straordinaria del capitano Santafiori».

Questa notizia, conosciuta colla celerità della sventura, fu per Rosalia un crepacuore, per tutta la famiglia una desolazione. Dopo alquanti giorni giunsero lettere da Trebisonda; esse confermavano che Battista era salvo, ma che tutta la sua fortuna era inghiottita. Una settimana dopo arrivava Battista in persona.

Le sue prime parole, dopo gli abbracci, furono: «E il corazziere?» La moglie avevagli scritto naturalmente il nuovo stato del figlioccio.

Il dì appresso egli corse a Genova a cercarlo; ne era partito da pochi giorni col suo quartier mastro traslocato a Milano: rifece adunque la strada e andò a Milano.

Lo trovò in un bigliardo in compagnia di tutti quegli eroi delle bische che non conoscono altra pugna che il cozzo delle biglie, altr’arme che la stecca, altra trepidazione che le fortune dei tavolieri verdi, e che pure sono infaticabili raccontatori di battaglie (a cui non hanno assistito), abilissimi a intromettersi nella società dei veri prodi ed a raccogliere il polverìo brillante della gloria altrui; velocipedi alle promozioni, centimani alle decorazioni, allumacatura schifosa delle retroguardie, mascherata impudente dell’eroismo e della forza.

— È qui che doveva trovarlo!... — pensò con amarezza Battista; e avanzatosi colla sua faccia serena, col suo occhio calmo, colla sua persona ritta e maestosa, chiamò:

— Michele!...

Michele, che in quel momento faceva una carambolata, si volse a quella voce, come punto da una vespa, lo riconobbe, mutò colore, ma impercettibilmente, si riebbe e senza muoversi balbettò:

— Mio padrino!....

— Sì.... tuo padrino-... anzi tuo padre o Michele; perchè io non voglio ancora spogliarmi di questo titolo, nè tu, per quanto farai, lo potrai.... Ora avrei a dirti alcune parole, Michele. Vuoi venire con me per pochi minuti?....

Michele esitò e guardò i suoi compagni.

— Ma il nostro camerata Gordiglia è impegnato in una partita seria con noi e non può lasciarci — saltò su un sergente dei corazzieri, il quale, istruito già da Michele delle avventure e delle idee repubblicane del padrino, coglieva un’occasione per rompere una lancia a favore dell’impero.

— Non ho alcuna difficoltà ad aspettarla — rispose dolcemente Battista — continua la partita, Michele.

— Ma sarà un affare molto lungo! — rispose il sergente.

— Molto?!... E quanto?... — replicò Battista volgendosi a Michele, perchè non voleva impegnare discorsi con quella gente.

— Tre o quattro ore.... e forse più.... — fece ridendo uno dei giuocatori.

— Voi scherzate, signori.

— Non scherziamo perdio!... E il nostro camerata Michele ci farà il piacere di dirvi, che se vi piace d’aspettare potete andare altrove, giacchè questa sala è riservata agli ufficiali dell’imperatore!....

Un vecchio granatiere della Guardia coperto di ferite non avrebbe calcato più forte queste parole.

— Ma io, signori, sono il padre, e....

Uno scoppio di risa fu gettato in faccia a Michele. E il sergente che aveva già parlato, sghignazzando più forte di tutti: Connu!... connu!... sappiamo la sua storia e vi passiamo la bugia di chiamarvi suo padre.... Del resto scusate se non abbiamo portata la mano all’elmo, signor sanculotto d’America!... Diamine!... Quando si è filantropi e non si riconosce Napoleone, si ha ben diritto di farsi presentare le armi.... Ah! ah!... Nullameno, se volete un consiglio da corazziere d’onore, pigliatevi questo: del berretto frigio fatene una cuffia da notte. Sarà tanto di sparagnato.

Battista durò a questa spruzzata di villanie senza far motto: poi voltosi al figlioccio freddamente gli disse:

— Senti, Michele?... Insultano tuo padre.... e tocca a te a difenderlo.... Hai desiderato un’arma al fianco, è venuta l’occasione di adoperarla.

Michele era pallido come la cera; girava gli occhi dai suoi compagni al suo padrino, tastava macchinalmente l’elsa della sciabola e restava taciturno e goffo come la statua della stupidità.

Allora uno di quei farabutti da caserma, avanzatosi verso il vecchio, sempre fermo al suo posto:

— Pare che vogliate sfidarci, signor Barbetta.

— Non lo voglio — rispose Battista colla sua calma; — se lo volessi rammenterei che a otto anni ho fatto voltare le spalle ai granatieri tedeschi che erano di un palmo più alti di voi. Ma non spetta a me sfidarvi, spetta a questo — e additava Michele. — La manata di fango che mi gettate passa sopra i miei capelli bianchi e s’imprime tutta sopra la fronte di costui come un suggello d’infamia. Io gli dico però: chi lascia vilipendere un vecchio, è un vile: chi lascia vilipendere suo padre, è un miserabile.

— Senti, Michele, egli c’insulta.

— Alla porta — gridò uno.

— Dalla finestra — urlò un altro.

— A te Michele; se no a noi — fece un terzo, accennando una mossa verso Battista.

— In verità mi fate la figura di un consiglio di lepri che spingano un coniglio ad attaccare un leone. Perchè, chi mai non sarebbe un leone in faccia a voi altri?... Oh, vi conosco!... e so che le vostre corazze non vi servono ad altro che a nascondere i tremiti del cuore.... Voi prendete degli atteggiamenti da eroi, ma i vostri campi di battaglia non varcano le sponde di questi bigliardi.... Voi siete le comparse della tragedia e il vostro posto è nell’ombra. Lo vedo bene che gli applausi degli eroi che muoiono in mezzo alla scena vi solleticano; ma tutti ormai s’accorgono che la vostra barba è finta e la vostra spada è di legno... Io non amo le glorie cruente dei vostri compagni, che fabbricano colla corona del loro imperatore la catena dei popoli, ma le ammiro. Si son fatti d’un uomo un Dio e muoiono per esso; la morte sublime nobilita la loro vita.... ma voi.... siate certi.... morrete di male vergognoso in un ospedale. Io sono vecchio di settant’anni, ma avrei vergogna di trascinare codesta scimitarra su per le scale delle vostre drude, mentre altri vestiti delle vostre assise le fanno scintillare sul campo del nemico. Basta per voi.... ora a costui...; egli è degno del vostro consorzio, e se non ne sapete la storia io ve la dirò. Egli porta l’aquilotto sulla testa, ma guardatelo bene, e sotto le penne troverete il gufo.... Sappiatelo: egli è nato da una santa donna e da un padre virtuoso, ed io volli che dividesse co’ miei figli la mia eredità; e per questo sono tornato a sfidar le tempeste, a patire, già vecchio, tutte le fatiche dei giovani per ingrossare il suo retaggio. Ma a lui che importava tutto questo?... Egli voleva avere un elmo dorato, una coda da cavallo, due quintali d’acciaio sullo stomaco e degli sproni da Don Chisciotte agli stivali.... Io questo non poteva dargli; ed egli s’è venduto.... a chi?.... Lo saprete ora. A una cortigiana! Egli è guardia portone d’una Dubarry qualunque. Ha messo all’incanto le sue spalle e le sue spalline.... e s’è fatto guardiano d’odalische.... Questi è il gladiatore a cui voi dite di cacciarmi dalla finestra. Ma guardatelo come è bianco.... si direbbe che non ha più corazza. Però io giuoco che se muovo un passo verso di lui, egli rincula; che se io ve lo getto sul vostro campo di battaglia, voi mi lasciate fare.

Sì dicendo il vecchio afferrò alla cintura Michele e, levatolo con ambe le mani, lo scaraventò con terribile lancio sul bigliardo, dove restò stupido ed inerte come cosa morta.

Fatto ciò il vecchio aprì lentamente la porta, diede un’occhiata di supremo disprezzo su quei giovinastri immobili, storditi, increduli, e abbandonò la bisca.

Giunto a casa, Battista tacque l’avventura a Rosalia, involse in un plico duemila franchi e li diresse a Michele con queste parole:

«Finchè io e i miei figli potremo lavorare, vi manderemo ogni anno una consimile somma».

Intanto però, due carichi di cotone lavorato, sequestrato nei porti inglesi a cagione del blocco continentale, e più tardi il naufragio del suo brick avevano divorato a Battista più di 400,000 franchi. La rovina di Santafiori era inevitabile; conveniva vendere tutto, fin l’ultimo palmo di vigneto nella villa di Nizza, far onore alla propria firma, e pensare altrimenti a guadagnare la vita.

Così fu fatto. Della vendita, tutto pagato, restarono ancora circa 30,000 franchi coi quali pensò a trovarsi un’affittanza in qualche zona ferace ed a buon mercato.