Il 1919 non passerà nella storia come l’anno in cui il nuovo ordine di cose, ardentemente desiderato dagli uomini, è incominciato; ma come quello in cui la rovina dell’antico fu consumata. L’Europa è un caos, a paragone del quale l’ordine, che vigeva ancora nel 1914, poteva considerarsi come perfetto o poco meno. Quell’ordine si reggeva per un equilibrio di forze vere e per l’autorità di alcuni principî invecchiati ma non ancora morti. Oggi non c’è più nè equilibrio di forze nè autorità di principî. Tutte le forze sono state o distrutte o spossate dalla guerra; tutti i principî, esautorati o confusi dai trattati di pace, già compilati a Parigi o in preparazione.
Come nitida comincia ad apparire nelle sue linee maestre a chi ha occhi per vedere, la tragedia a cui l’Europa ha soggiaciuto inconsapevole, come l’agnello soccombe sotto il coltello del beccaio. Che cosa è un trattato? È un pezzo di carta che lega e comanda per una sua misteriosa e quasi magica virtù. Ma da che nasce questa virtù? Dalla forza soltanto, no: perchè non essendo sempre chiaro chi sia il più forte e chi oggi passa per più forte potendo domani scoprirsi più debole, ogni trattato sarebbe un’occasione di guerre continue. Quella virtù magica dei trattati nasce dalla autorità di un principio, riconosciuto dalle due parti contraenti come vero e inviolabile, e per rispetto al quale anche la parte a cui il trattato è di peso, consente ad osservarlo.
Nel diritto pubblico, che resse l’Europa prima della rivoluzione francese, questo principio imperativo era l’onore dinastico. Un trattato era considerato come un impegno d’onore del sovrano, che l’aveva firmato. Un sovrano guerreggiava lunghi anni prima di acconsentire a scrivere il proprio nome in fondo a un foglio di carta, nel quale dichiarava di ceder ad un suo fratello questo o quel territorio. Egli sapeva che quella goccia di inchiostro era indelebile. Riconosciuto dagli altri sovrani, il trattato era un titolo indiscutibile a favore del sovrano, a cui il territorio era stato ceduto.
Ma le firme dei sovrani, che nel secolo XVIII erano il simbolo di un principio di diritto pubblico, divennero a poco a poco una formalità nei trattati del secolo XIX, quando la coscrizione e le rivoluzioni democratiche ebbero scatenato sull’Europa le guerre dei popoli. Il principio dell’onore dinastico si indebolì, e tra gli avanzi dell’antico diritto pubblico si insinuò un principio nuovo: che un trattato non può esser considerato valido in sè e per sè, ma solamente in quanto non violi certi diritti dei popoli. La Francia sostenne, dal 1871 al 1914, la prova del fuoco per il nuovo principio. In forza di questo principio la Francia ha dichiarato quasi per mezzo secolo di subire ma di non riconoscere come valido il trattato di Francoforte, perchè questo trattato violava un diritto imprescrittibile dell’Alsazia e della Lorena, di cui nessun governo poteva disporre.
Questo principio ha preso forza nell’animo e nell’immaginazione dei popoli, durante la guerra mondiale. I governi dell’Intesa — e in parte anche i governi nemici — avevano dichiarato di riconoscerlo come il fondamento dell’ordine nuovo. Ed è un principio alto e nobile, dal quale un nuovo diritto pubblico dell’Europa potrebbe nascere, ad una condizione però: che ci sia un certo accordo ed una certa lealtà nel definire questi diritti dei popoli, di cui la forza non può fare scempio, a cui anche la vittoria deve inchinarsi. Se no, che cosa accadrà? Che cosa accadrà se ogni gazzettiere o filosofo o poeta o diplomatico o uomo di stato o cavadenti sarà libero di definire a volta a volta, come gli piace, questi diritti dei popoli; se ogni popolo vorrà essere giudice inappellabile del proprio diritto e del proprio dovere? Nessun trattato avrà più alcun valore, fuorchè quello che vorrà riconoscergli il capriccio dei contraenti; ogni popolo potrà dichiarar nulla la parte di un trattato che non gli garba come lesiva di qualche diritto, che ciascuno poi definirà come meglio gli piace.
È proprio quel che accade ora. Il diritto dei popoli sta precipitando l’Europa in un caos di discordie, di odî e di guerre: castigo meritato dell’incoerenza, con cui l’Europa ha lasciato la Francia, dopo il 1870, dichiarar nullo in aeternum, in nome di quel diritto, uno dei trattati su cui posava la pace del mondo, senza curarsi poi di definire questi inviolabili diritti dei popoli. Il concetto nuovo del diritto dei popoli ha indebolito l’antico rispetto in cui i trattati, come cosa sacrosanta, erano tenuti; ma senza acquistare consistenza, precisione, virtù imperativa da governar esso il mondo.
Il Presidente Wilson aveva intravisto la difficoltà; ed era venuto in soccorso dell’Europa. Proponendo i famosi quattordici punti, si era assunto il compito, adempiuto con tanto splendore dal Talleyrand nel Congresso di Vienna; aveva tentato di definire i principî, con i quali giudicare i diritti che i nuovi stati e gli antichi dicevano di poter vantare sui territori disponibili. Impresa necessaria, ma difficilissima: sia perchè i famosi punti erano soltanto un abbozzo; sia perchè, per pacificare davvero l’Europa, occorreva che questi principî fossero riconosciuti sinceramente non solo dei vincitori, ma anche dai vinti, come il principio di legittimità era stato riconosciuto da tutte le potenze nel Congresso di Vienna. Ma appunto perchè l’impresa era ardua, era dovere tentarla. Quale vertigine ha travolto le classi governanti e con esse i governi dell’Italia, della Francia, dell’Inghilterra? Per quale ragione, mentre le moltitudini avevano acclamato Wilson, come il salvatore, tante forze oscure hanno cospirato a screditare come un vano sogno il primo e più urgente tra i preliminari della pace?
L’Europa non sa ancora quello che ha fatto; non ha capito ancora di aver distrutto tutti i sostegni dell’ordine internazionale e quindi della pace, proprio nel momento in cui doveva restaurare nel mondo la più vasta pace che si fosse ancora fatta. Oggi i trattati non hanno più nessun punto fermo e solido a cui appoggiarsi: non la complicata e gagliarda struttura giuridica della società del secolo XVIII, non la tradizione diplomatica delle Corti e l’equilibrio delle forze del secolo XIX, non i principî del nuovo diritto pubblico, che nessuno vuol riconoscere, se non in quanto vanno d’accordo con le proprie ambizioni e cupidigie. Non resta che la forza. Ma chi sa ormai dove risiede la forza? L’Intesa ha vinto, ma insieme, e grazie alla mitraglia d’oro del nuovo mondo; chi può sapere oggi quale sia la forza di ciascuna delle potenze dell’Intesa da sola e quelle dei nuovi stati sorti dalle ruine degli antichi? Cento anni di guerra, dunque!
«Colpa del capitalismo» — dicono i socialisti. I socialisti non conoscono la storia dell’Europa meglio dei nazionalisti. Essi non sanno che la dissoluzione presente è l’ultimo effetto di un disordine intellettuale, che incomincia con il Rinascimento e con la Riforma; e di un rivolgimento militare e politico, che incomincia con la spartizione della Polonia e con la rivoluzione francese: prima che il «capitalismo» ossia la grande industria nascesse. Il male è più antico e profondo che i socialisti non credano; e il rimedio da essi proposto, la soppressione del capitalismo, non basterebbe a curarlo.
A leggere i fogli socialisti, d’Italia e di fuori, si direbbe che il trattato di Versailles è gemello del trattato di Brenno. Ma chi conosce il trattato scuote le spalle. Esso contiene, sì, alcune disposizioni che sono o troppo dure o ineseguibili accanto ad altre, che sono savie e giuste. Ma il suo vero difetto è pur troppo un altro: che tutte queste disposizioni — le giuste come le ingiuste — non riposano su principî chiari, precisi, riconosciuti dalla coscienza universale dei vinti e dei vincitori; ma su improvvisazioni e compromessi di principî opposti, spesso arbitrari, poco chiari e contradditorî. Onde tutti gli interessi lesi possono denunciare come ingiuste anche le sue clausole più giuste; e siccome ormai i trattati che non sono giusti, sono considerati come pezzi di carta, dichiararlo nullo, in tutto od in parte. Non se ne fanno scrupolo gli stessi vincitori: immaginarsi i vinti! La Germania non riconoscerà questo trattato come giusto ed impegnativo più che la Francia abbia riconosciuto il trattato di Francoforte; e non lo eseguirà che nella misura in cui sarà costretta ad adempierlo dalla forza. Impresa difficile e piena di pericoli, per un trattato che impegna almeno due generazioni e in tempi esausti dagli eccessi deliranti della nazione armata.
Non mi meraviglio punto che già la Francia e l’Inghilterra siano piene di inquietudini. L’inchiostro con cui il trattato è stato scritto non è ancora asciugato, le ratifiche non sono ancora perfette, e già da ogni parte si teme che la fatica di quest’anno sia stata quella di Sisifo. Mi meraviglio piuttosto che tanta gente si sia illusa e si illuda ancora, come se quel trattato potesse valere altrimenti, se non per la forza materiale su cui potrà fare assegnamento. E poichè le disgrazie non vengono mai sole, ecco che delle inquietitudini e della insicurezza, generate da questi trattati, a cui manca l’autorità per imporsi, approfittano i governi per tentare di ingrandire su questo immenso sfasciume di rottami, l’antico militarismo, autore e padre della rovina presente!