III. Le riparazioni (1 gennaio 1921)

I tedeschi hanno fatto la guerra con il proposito di vincere e di rovinare i nemici. Il crudele Dio della guerra, da essi adorato e obbedito dopo il 1870, comandava di distruggere anche la proprietà del nemico. Non è meraviglia che, terminata la guerra, le nazioni più straziate abbiano chiesto le giuste riparazioni.

Ma la giustizia è spesso impotente a colpire gli uomini alla spicciolata: imaginarsi i popoli! I governi, pur tentando di soddisfarlo nella misura del possibile, avrebbero dovuto cercar di frenare questo giustificato risentimento, ricordando ai popoli che, purtroppo, è sempre più facile distruggere che creare, fare il male che ripararlo. Invece lo hanno eccitato. Sul finire del 1918 Lloyd George prometteva all’Inghilterra la testa del Kaiser e il risarcimento totale delle spese di guerra, affermando pubblicamente che la Germania avrebbe potuto pagare anche 600 miliardi. Ma quando i grandi delirano, chi può sperare che i popoli siano savi? L’ossessione dell’indennità si impadronì dello spirito pubblico.

Chi lo ha osservato da vicino al lavoro, sa con quanta leggerezza il Congresso della Pace trattò questa materia. Non discusse mai seriamente nè in quale misura si potesse chiedere riparazione secondo giustizia e con fondata speranza di ottenerla; nè con quali mezzi ottenerla e con che garanzie; nè come misurare il danno e il risarcimento di ciascun alleato. Discusse invece tumultuariamente cifre grosse, mediocri, piccole, ma tutte campate in aria; alla fine, come in un mercato, dopo un lungo contrattare, venne nell’accordo di chiedere alla Germania un primo acconto di 125 miliardi e di affidare ad una «Commissione delle riparazioni» il compito di fissare la somma totale entro il 1º maggio 1921; quanto al pagamento, qualche santo aiuterebbe. Nella fretta non si accorse neppure, che aveva condannato la Germania a essere debitrice in perpetuità, ingiungendole di pagare sul suo debito totale un interesse annuo del cinque per cento. Non i tedeschi, ma i francesi, hanno calcolato che sommando quell’interesse ogni anno al capitale, la Germania, pur pagando da 3 a 5 miliardi all’anno, di qui a 30 anni dovrebbe ai suoi nemici su per giù la stessa somma!

Non c’è da farsi illusioni. Queste riparazioni abborracciate e incoerenti, invece di riparare i guasti fatti dalla guerra, guasteranno anche quel che alla guerra è scampato. Che la Germania voglia e possa pagare anche solo 125 miliardi nello spazio di una generazione, sembrerà per lo meno molto dubbio ad ogni persona di buon senso. Gli scrittori francesi si sforzano da qualche tempo di dimostrare che la Germania può pagare. Ma i loro argomenti, se sono ingegnosi, peccano tutti per lo stesso difetto; suppongono che la Germania voglia, perchè può e deve, lavorare per le sue vittime e per i suoi nemici, con lo stesso fervore con cui prima della guerra lavorava per sè, per la sua ricchezza e per i suoi piaceri. La Germania potrebbe pagare, se acconsentisse a dare al mondo un così sublime esempio di pentimento cristiano. Ma chi la crederà ambiziosa di questa palma?

La civiltà occidentale da un secolo non conosce riposo. Ma con che pungolo ha incitato l’innata pigrizia degli uomini all’insonne travaglio? Con l’allettamento di maggiori comodità e di maggiori piaceri.

Da un secolo in Europa e in America l’agiatezza e il lusso delle moltitudini crescono, con spavento non piccolo e scandalo di molti; ma che cosa sono l’uno e l’altra se non il premio e lo sprone della cresciuta alacrità? L’uomo non lavora, se non spera un premio. Gli europei e gli americani lavorano molto più che gli orientali, perchè hanno contratto bisogni e si sono avvezzati a godere molti beni, che gli orientali non conoscono. Chi spera che i tedeschi lavoreranno per una o due generazioni anche più indefessamente che nel passato, contentandosi di vivere poveramente, come dei mussulmani, si illude. E se i tedeschi non faranno questo sacrificio, come potranno riparare il male? Risarcire una vittima vuol dire lavorare per essa gratuitamente.

Nè la forza può in questa materia far nulla. Anche la vittoria è impotente. Lo staffile e la paura possono muovere alla meglio un rozzo schiavo maldestro; non un operaio, nè un contadino dei nostri tempi, e tanto meno un intero popolo. Se si tenterà di obbligare con la forza la Germania a lavorare per le sue vittime, la Germania si spopolerà. Già l’industria tedesca ha incominciato ad emigrare, per lo spavento delle imposte che la minacciano. La guerra mondiale ha impoverito la Germania più che i suoi nemici; e molti fatti inducono a credere che questa miseria durerà a lungo, se pure non crescerà. Ma come sperare che la Germania impoverita voglia e possa rifare tutto ciò che i suoi eserciti hanno devastato?

Questi non sono arcani di saggezza riposta ma considerazioni del buon senso. Molti ne convengono, ragionando a quattro occhi: ma a che serve? L’Europa è incatenata dai trattati. I governi si attengono ai testi di questi trattati; come se potessero eseguirsi alla lettera. I ministri delle finanze fanno i loro conti, come se i crediti sulla Germania fossero di scadenza infallibile. E potrebbero gli uni e gli altri fare altrimenti? Potrebbe un governo, un anno dopo aver firmato dei trattati di quella mole e averli proclamati la felicità e il prodigio del mondo, dire che non sono applicabili? Potrebbe un ministro delle Finanze dichiarare di sua testa inesigibile un credito, scritto in alcuni dei più solenni documenti della storia universale?

A loro volta nessun giornale, nessun uomo eminente e autorevole vuole assumersi la responsabilità di dichiarare imaginarî e irreali dei diritti, che i governi dichiarano validi e fermi. Tutti coloro, che sanno come stiano le cose, si legano a vicenda nella menzogna o nel silenzio complice. Il pubblico, che non può discernere chiaramente in così grandi cose il possibile dall’impossibile, e che è spinto a chiedere riparazione e vendetta dalla giustizia e dall’interesse, si conferma nella persuasione che la Germania pagherà. Che pagherà, perchè deve pagare.

Ma questa sicura aspettazione dei popoli lega i governi. Quale governo oserebbe denunciare per malsicuri quei crediti, quando i popoli già si immaginano di palpare il denaro? I popoli non intenderebbero ragione; e si risentirebbero, come derubati, contro i governi.

Senonchè questo malinteso non può durare eternamente. Un giorno o l’altro tutte le illusioni saranno sbugiardate dalla brutalità del reale. Prima o poi, i popoli dovranno accorgersi che la Germania non può perchè non vuole, e non vuole perchè non può pagare se non una piccola parte delle indennità imposte. Che cosa accadrà quel giorno tra i popoli illusi e delusi, e i governi compromessi e impegnati?

Io non so che cosa accadrà, e non voglio tentare di indovinarlo. Ma confesso di non poter pensare a quel giorno senza ansietà, perchè troppo dubito e temo che il terribile nodo non possa sciogliersi a poco a poco, tranquillamente, senza strappi.

In questo almeno il Keynes ha ragione: un aiuto serio e efficace non poteva esser dato ai paesi che più hanno sofferto per le devastazioni delle guerre, all’Italia, alla Francia, al Belgio, alla Serbia, se non da un accordo tra gli alleati. I più ricchi e fortunati tra i vincitori avrebbero dovuto integrare, a condizioni eque e con sussidi diretti e indiretti, le ragionevoli indennità imposte ai vinti, per salvar ciascuno in particolare, salvando tutti insieme, vincitori e vinti. Il sacrificio consentito dagli alleati più ricchi sarebbe stato presto ricompensato dal rapido rifiorire della prosperità generale. Ma questa intesa rigeneratrice non poteva essere stretta senza l’America; e poteva l’Europa chiedere questo servizio e questo sacrificio all’America, quando le aveva tolto il frutto della sua vittoria? Si ricasca sempre lì. Esclusa dal Congresso della pace la questione dei mari, tutte le questioni continentali sono diventate insolubili. Perfino quella delle riparazioni.