IV. Trattati di carta velina (13 gennaio 1921)

Fu un tempo, che i trattati si incidevano nel bronzo e nel marmo. I tempi nuovi si accingono a copiarli sulla carta velina? L’inchiostro dei trattati di Versailles e di Sèvres non era ancora seccato, e già si parlava di rifarli! Non s’era visto ancora nella storia un così pronto pentirsi dell’irrevocabile.

Sul trattato di Versailles cadono fitte le accuse. Sarebbe iniquo, oppressivo, dettato dall’odio alla prepotenza. Esagerazioni. Il trattato ha pregi e difetti; e tutt’assieme l’Europa potrebbe forse compensare gli uni e gli altri in una applicazione savia e giudiziosa, se non avesse davvero un difetto di cui nessuno parla, ma che è peggiore di tutti i vizi denunciati, veri o falsi. Ed è che non si sa precisamente se esista o non esista; se sia un trattato vero e vivo, o un pezzo di carta inoperante a dispetto delle ratifiche. Chi dice che è un trattato vero e chi dice di no; tutti aspettano impazienti che i fatti sciolgano il dubbio, ma i fatti non hanno fretta; la parte buona come la parte cattiva del trattato riposa sopra un’«incertezza», che non vuol chiarirsi. Onde la strana ansietà che si impossessa dell’Europa, perchè non sa se ha o se non ha fatto la pace.

L’evento è così strano, che giova intenderlo bene. Un pezzo di carta scritta non diventa un trattato operante, un impegno sacro, una legge imperativa tra i popoli se non per virtù di consenso spontaneo o di coazione. Affinchè un trattato non resti lettera morta e sia osservato, è necessario che, o il vinto lo riconosca e si consideri obbligato, sia dall’onore, sia dal suo stesso interesse, a obbedirgli; o che il vincitore sia tanto forte che il vinto non osi ribellarsi e l’osservi.

Il trattato di Versailles sfugge all’uno e all’altro dei due requisiti. Questo è il suo vero difetto. A torto o a ragione, i tedeschi sono persuasi di aver dovuto subire a Versailles il ricatto di Brenno. Come i francesi dopo il trattato di Francoforte, essi maledicono il trattato e denunciandolo iniquo si considerano tenuti ad osservarlo soltanto nella misura in cui la forza li costringa. Alla forza spetterebbe dunque di far rispettare il trattato. Ma la forza c’è? In questo sta il tutto. La Germania è stata vinta nella guerra mondiale da una coalizione, che in parte si è sciolta, in parte si è rallentata. Nessuno potrebbe oggi dire quali forze sarebbero pronte domani per imporre il trattato alla Germania recalcitrante. La Francia sola? La Francia e il Belgio? La Francia, l’Inghilterra, il Belgio? Nè è facile indovinare quel che la Germania potrebbe fare domani, se volesse tentare di lacerare il trattato od opporre una resistenza passiva. Nessuno lo sa, neppure la Germania. Chi dice la Germania prostrata per secoli; chi la rivede tra pochi anni più potente e minacciosa di prima.

Il male segreto che strugge l’Europa è proprio questa incertezza. La Germania vorrebbe accertarsi che la coalizione nemica è sciolta o impotente: ma i fatti la confortano appena di qualche malsicura speranza. A sua volta la Francia vorrebbe esser certa che la coalizione con cui ha vinto la guerra non l’abbandonerà mai; e che anche se si sciogliesse, basterebbero al trattato le sue sole forze. Ma anche per la Francia i segni dei tempi sono confusi e malsicuri. Le altre potenze aspettano gli eventi, senza far nulla per chiarire quell’incertezza, parlando come se la coalizione sussistesse ancora ed operando come se non ci fosse più. Onde la coalizione e quindi la forza che dovrebbe imporre il trattato c’è e non c’è; ora par che ci sia, ora no; e il trattato compilato con tanta fatica sussiste e non sussiste, ora c’è, ora non c’è, secondo che pare o non pare esistere una forza adeguata per imporlo. La Germania si acconcia ad eseguire ad uno ad uno gli impegni meno gravosi del trattato, ma tutti all’ultimo momento, lentamente, cercando di guadagnar tempo e sperando che alla fine il trattato apparisca non essere altro che un pezzo di carta, per la parte non eseguita. La Francia invece fa disperati sforzi per tenere legata la coalizione, e, temendo che alla fine si sciolga, cerca di affrettare l’esecuzione; ma è sempre in ansia di trovarsi tra le mani una lettera morta.

Del trattato di Sèvres il discorso è ancora più semplice. Qui non ci sono dubbi. La forza per imporlo non è mai esistita; e perciò il trattato non è esistito mai fuorchè nell’immaginazione dei suoi compilatori. L’Inghilterra, la Francia, la Grecia fecero un giorno un bel sogno: spartirsi le spoglie della Turchia, vinta nella guerra mondiale, e della Russia, smembrata dalla rivoluzione. Senonchè non bastava aver vinto un esercito tedesco sul Reno per impadronirsi della Mesopotamia, della Palestina, della Siria, di Costantinopoli, del Mar Nero; occorreva mandare in Asia un esercito, e strappare con una nuova guerra quei paesi alla religione che ancora li domina. Nè la Francia, nè l’Inghilterra potevano; e allora Lloyd George immaginò di intendersi con Venizelos, offrendo in premio Smirne e la Tracia. Senonchè la combinazione pericola, un po’ perchè l’esercito greco non basta al compito, un po’ perchè il popolo greco non vuol più saperne di questa guerra. Per odio alla guerra il suffragio universale ha rinnegato Venizelos.[13] Ma se viene a mancare la sola forza, su cui l’Europa poteva fare assegnamento per imporlo, che altro sarà il trattato di Sèvres se non un pezzo di carta? L’Inghilterra cerca oggi di mettersi d’accordo con re Costantino, affinchè continui in Asia Minore la guerra incominciata dal Venizelos: ma questo stratagemma puerile potrà soltanto ingrandire la catastrofe, differendola di qualche mese.

«Il mondo non muta — dicevano volentieri, durante la guerra, i «realisti» e gli scettici. — In questa come in tutte le guerre, i vincitori cercheranno alla fine di ingrandirsi a spese dei vinti, obbedendo al proprio egoismo. È un sogno supporre che l’Inghilterra acconsentirà mai a spogliarsi anche parzialmente, a favore del genere umano, del dominio del mare; o che le grandi potenze superstiti, amiche e nemiche, potranno intendersi tra loro e con l’America per tentare un riordinamento generale degli affari di Europa, prendendo le mosse dalla limitazione degli armamenti».

E purtroppo lo scetticismo ha avuto ragione. I vincitori hanno fatto la pace, come se questa fosse una delle solite guerre, badando ciascuno al suo interesse singolo e imponendolo nella misura della sua forza. Ma si è avverata anche la previsione, che la saggezza veggente opponeva a quello scetticismo: la pace non è pace e sta deludendo l’orgoglioso egoismo che l’ha dettata. Non avendo riordinato l’Europa su principî di solidarietà accettati dai vinti e dai vincitori, i vincitori non hanno potuto nè dare alla Francia le garanzie da questa richieste, nè agevolare ai paesi devastati dalla guerra la necessaria restaurazione; ed alla fine hanno compilato dei trattati, la cui osservanza dovrebbe essere imposta da una forza che spesso non c’è; più spesso non è ben sicuro se esista o no.