Ho riletto in questi giorni, uno dopo l’altro, tutti i trattati di pace, che avrebbero dovuto sigillare per qualche secolo le porte di Giano. Mi è parso di leggere un nuovo capitolo delle «Mille e una notte». Poichè in quei trattati sta scritto il protettorato del mondo: nè più nè meno. In forza di quei trattati la Francia, l’Inghilterra, l’Italia e il Giappone si assumono di governare, o ciascuna in nome proprio o tutte insieme, o per governo diretto o per via di protettorato, l’Europa, l’Africa e quasi tutta l’Asia, ad eccezione dei territori in potere dei bolscevichi: quello, insomma, che per gli antichi era il mondo.
Non si potranno accusare i vincitori della guerra mondiale di soverchia modestia!
Il trattato di Versailles sottopone le armi della Germania e le industrie che fabbricano le armi alla sorveglianza di commissioni permanenti delle potenze alleate. L’obbligo delle riparazioni, nella forma in cui è stato imposto alla Germania, necessita il controllo delle finanze. La commissione delle riparazioni ha già ricevuto ampi poteri dal trattato di Versailles; ma questi non bastano. Già si parla di una vera e propria commissione internazionale, che riveda i conti dello stato tedesco, imponga economie e balzelli, impedisca alla Germania di frodare i creditori dissipando la sua fortuna. Ma dal controllo delle armi e delle finanze al controllo della politica estera il passo sarà breve. È una catena. A che giova controllare le armi ed i conti, se poi si lascia libero lo stato disarmato di cercare alleanze, che compensino la sua debolezza? La Germania è dunque ormai un protettorato collettivo della Francia, dell’Italia e dell’Inghilterra. Quella che era ieri la prima potenza del mondo è oggi protetta da tre potenze, ciascuna delle quali è molto più debole di essa!
Eguale è la condizione in cui i trattati di pace hanno posto l’Austria, l’Ungheria e la Bulgaria. Le potenze vincitrici si sono assunta la sorveglianza delle armi e delle finanze. Dell’Austria anche la politica estera è sottoposta a controllo, almeno nei riguardi della Germania.
L’Ungheria invece è sorvegliata, se non dai trattati, dalle Cancellerie, nelle sue istituzioni interne, poichè non può sciegliere tra la repubblica e la monarchia o eleggere un nuovo re senza il consenso dei vincitori.
Dell’antico impero turco la Siria, la Palestina, la Mesopotamia sono diventate, sia pure per l’interposta persona della Società delle Nazioni, e con la formola dei mandati, protettorati dell’Inghilterra e della Francia. Le chiavi dei Dardanelli passano alla Commissione degli Stretti, ossia all’Inghilterra, alla Francia, all’Italia. Il trattato di Sevrès vorrebbe che il Califfo difendesse l’Islam da Costantinopoli non più sua, come inquilino e protetto delle grandi potenze europee, mezzo cristiane e mezzo miscredenti. Disarma la Turchia e sottopone il suo esercito alla vigilanza di una commissione; le impone una gendarmeria comandata da ufficiali europei, alleati o neutri; crea una commissione finanziaria, che rivedrà i conti del governo turco, e sarà composta dai rappresentanti dell’Italia, della Francia, dell’Inghilterra e della Turchia, ma quest’ultimo a solo titolo di consultazione. Senza il consenso di questa commissione nessun bilancio sarà valido e il governo turco non potrà alterare nè imposte nè dogane!
Nè basta. Già il 13 dicembre del 1914 l’Inghilterra aveva proclamato l’Egitto un suo protettorato, spezzando, con una prepotenza innanzi a cui anche i tedeschi avrebbero forse esitato, quella che si potrebbe chiamare l’ossatura legale di una civiltà tanto antica. Nel ’19 essa tentava di impadronirsi, con un trattato, della Persia. Infine le grandi potenze vittoriose si sono impegnate ad aiutare con denari, con consigli, con funzionari, con appoggi diplomatici, gli stati nuovi e vecchi, che sono nati o si sono ingranditi sulle rovine dell’impero russo e della duplice monarchia: le repubbliche baltiche, la Polonia, la Czeco-Slovacchia, la Rumenia, la Jugoslavia, la Grecia. Anzi è già incominciata la gara per assicurarsi la clientela di queste piccole potenze, in cambio di una benevola protezione. La Francia mira alla Polonia, alla Czeco-Slovacchia, alla Rumenia, alla Jugoslavia; l’Inghilterra alla Grecia e alle repubbliche baltiche.
È noto a tutti, infine, quel che accade tra il Giappone e la Cina. Ma Giappone e Cina, per fortuna, sono molto lontani.
Siamo dunque i padroni del mondo. Roma è oscurata. Proconsoli, pubblicani, amministratori: avanti! Se ci siamo assunti di governare tre continenti e tante lingue, razze e religioni così diverse, vuol dire che il genio politico corre le strade.
Non voglio qui discutere se questo «sistema» attui o rinneghi le dottrine bandite dall’Intesa durante la guerra. Ma vorrei chiedere invece se l’Italia, la Francia e l’Inghilterra — poichè il Giappone si chiude negli affari dell’Oriente Estremo — hanno tutte insieme e singolarmente i soldati, le intelligenze, la scienza di stato, necessaria a reggere un così vasto e molteplice impero che abbraccia tanti popoli e stati diversi. Chi non vede che occorrerebbero milioni di soldati, ingenti capitali, un personale esperto che conoscesse a fondo tutti questi paesi, dei governi saggi, risoluti, concordi nell’azione comune, onniveggenti, che sapessero tenere d’occhio i quattro punti cardinali, conoscere egualmente bene quel che matura in Germania, nei Balcani, nell’Asia minore; provvedere con pari prontezza e sagacia a un pericolo o a un bisogno che nascesse o sulle frontiere della Persia o sulle rive del Baltico? Ci sono in Italia, in Francia, in Inghilterra questi soldati, questi capitali, questi funzionari, questi governi di esemplare saggezza? E se non ci sono, questo «sistema» non crollerà un giorno sul capo degli incauti architetti, come una torre di altezza spropositata?
Si rimprovera spesso a quei trattati lo spirito imperialista. Se almeno fossero davvero imperialistici! La forza è una forza, se esiste davvero, anche quando abusa. Ma i vincitori della Germania hanno voluto abusare di una forza, che non possedevano. I trattati sono non imperialisti, ma chimerici, perchè per applicarli occorrerebbero forze che non ci sono. Sembrano aver pensato solo ai vantaggi che assicuravano ai popoli, non agli impegni e alle responsabilità che assumevano in loro nome, imponendo certe condizioni ai nemici; cosicchè per disarmare, diminuire, umiliare il nemico vinto e obligarlo a risarcire una parte del male fatto, hanno caricato sulle spalle dei loro disgraziati popoli un peso, che questi non possono sopportare.
Dei quali pesi il più grave è forse il disarmo dei nemici vinti, che nella ingenua convinzione dei vincitori doveva essere il loro maggiore sollievo. I trattati di pace hanno disarmato la Germania, l’Austria, l’Ungheria, la Bulgaria e la Turchia; ma i loro sagaci autori non sembrano aver pensato che, disarmando questi stati, i popoli vincitori si assumevano la responsabilità dell’ordine interno e della sicurezza esterna degli stati disarmati, ossia di immensi territori in Europa e in Asia, dei quali la maggior parte sfugge e sfuggirà sempre alla loro potenza. Dopo averli disarmati, gli Stati vincitori non possono e non potranno, se gli Stati vinti siano assaliti da nemici esterni od interni, dir loro che provvedano ai casi propri con le piccole forze di cui dispongono, anche se queste non bastano! Abbandonerebbero una terza parte dell’Europa all’anarchia.
L’Alta Slesia è un bell’esempio dei pericoli, che aspettano al varco questi protettori del mondo senza forze sufficienti. Inebriata dalla vittoria, l’Intesa si è immaginata che lo spirito di Salomone si fosse incarnato in lei; e che potrebbe dividere secondo giustizia l’Alta Slesia tra polacchi e tedeschi. Senonchè al momento di procedere alla spartizione, il novello Salomone si è accorto che spartire il paese non bastava, bisognava anche persuadere o costringere i due contendenti ad accontentarsi della parte che sarebbe toccata a ciascuno di loro. Quanto ai tedeschi, finchè la Francia potrà mantenere sotto le armi 700.000 soldati, Salomone, salvo l’imprevisto, non dovrebbe correre pericolo di essere vituperato come un giudice iniquo a Berlino. Ma i polacchi? Con qual mezzo costringerli a rispettare la giustizia di Salomone?
Il nodo insolubile dell’Alta Slesia è questo. L’Intesa non ha nessun mezzo sicuro per farsi obbedire dai polacchi. I cannoni della flotta britannica non servirebbero molto più che i discorsi di Lloyd George. Se i polacchi si ribellassero a Salomone, l’Intesa dovrebbe o permettere alla Germania di difendere i suoi diritti da sola annullando il disarmo, o impegnarsi essa in guerra con la Polonia a difesa della Germania disarmata. Chi può credere che la Francia acconsentirà ad annullare da un giorno all’altro il disarmo imposto alla Germania dal trattato di Versailles, senza i compensi e le garanzie che nessuno vuol dare? Chi può credere che i soldati francesi, inglesi e italiani rischieranno la vita per difendere gli interessi e i diritti tedeschi nell’Alta Slesia?
Ma l’Alta Slesia è il primo dei grossi imbrogli, nati da questo impotente protettorato del mondo. Il primo, non il maggiore. Altri nasceranno, e più pericolosi, in Europa e in Asia. Lasciate che i tempi e gli eventi maturino. Che peso è e sarà questo protettorato del mondo, assunto da Stati che dovrebbero piuttosto pensare ai casi proprî!