II. L’America e i mari (25 ottobre 1921)

Washington si accinge dunque a ripigliare in parte l’opera fallita a Parigi. E la ripiglia dalla questione dei mari cui il Congresso di Parigi voltò le spalle per frugare nelle tasche della Germania qualche miliardo di più, o per recuperare qualche quadro rubato un paio di secoli fa. Non poteva essere altrimenti. Risaliamo con la memoria di otto anni il corso della storia; e scopriremo facilmente perchè la questione dei mari è vitale oggi per tutta la civiltà occidentale.

Una pace sonnolenta regnava allora sulle acque. Primeggiava per numero e per reputazione la flotta inglese. Ma le cresceva accanto la flotta tedesca, più piccola, tutta nuova, tutto ardore e impazienza di mostrare quel che sapeva fare; e sapeva — al Jutland si vide — manovrare e tirare meglio dell’inglese. Venivano poi la armata americana, poderosa per numero di navi e potenza d’armi; la francese, un po’ invecchiata e di crescita lenta, ma illustre per tradizioni e memorie, forte di navi magnifiche e condotta da ufficiali valenti; l’italiana, giovane, un po’ ineguale, ma plastica e di forza crescente; la russa, ferita dalla sconfitta recente e in convalescenza; l’austriaca, piccola ma saldamente annidata nell’Adriatico. Nell’Estremo Oriente la cadetta della famiglia, ma già celebre e ammirata per le prodezze compiute nell’ultima guerra: la flotta giapponese.

Tutte queste armate si facevano allora equilibrio con il solo mostrarsi, nella sottintesa volontà comune a tutti i popoli di rispettare il mare come la grande via del genere umano, e di non intralciare l’accesso alle terre, se non con un protezionismo ancora blando, non universale, e quasi dappertutto temperato da trattati di commercio. Che nei libri dei giureconsulti e negli archivi dei ministeri sonnecchiasse un diritto di guerra sul mare barbaro e corsaro, chi lo sapeva? Il mondo viveva beato nella sicurezza di tutti i suoi mari, finalmente esplorati in ogni più recondito seno, finalmente purgati dagli ultimi avanzi della pirateria, liberi finalmente e aperti a tutti i popoli laboriosi.

Che resta di questo bell’ordine, meraviglia dell’ultimo secolo? Tre di queste flotte sono sparite in fondo al mare: la tedesca, l’austriaca, la russa. Due — la francese e l’italiana — vegeteranno per molti anni, scarseggiando il denaro a mantenerle. Scomparse o declinanti le altre armate, l’Inghilterra è ormai padrona dell’Atlantico e del Mediterraneo, il Giappone del Pacifico. L’armata inglese sarà anch’essa costretta, per economia, a rimpicciolirsi, ma senza danno, perchè resterà più forte dei rivali che nel 1914, alcuni di questi essendo morti, gli altri feriti. Il Giappone invece è diventato in questi sette anni un colosso dei mari. Arricchito dalla guerra mondiale e liberato dalla rivalità della Russia, giganteggia nell’Estremo Oriente come il campione dell’Asia contro i barbari dell’Occidente.

L’equilibrio delle forze è rotto sui mari; e con l’equilibrio delle forze qualunque nozione di diritto. Nessuna dottrina o tradizione, nessun trattato o pezzo di carta tenta neppure più di definire, nonchè di garantire, i diritti che i più deboli potrebbero vantare contro i più forti sui mari. La libertà dei mari, di cui godevamo prima del 1914, era uno stato di fatto, mantenuto dall’equilibrio e dal consenso; e perciò vacilla ora che, venuto meno l’equilibrio delle forze, non si sa più se il consenso sussista ancora. Se l’Inghilterra, per il momento, non sembra voler abusare della sua forza, il Giappone è un enigma. Il Congresso di Parigi, infuriato a disputarsi i brandelli dell’Europa, ha lasciato il Giappone e l’Inghilterra impadronirsi dei mari senza condizioni, restrizioni e servitù, in tempi in cui un furore selvaggio di prepotenza agita tutti gli Stati, e il mondo sembra voler ripiombare in un secondo Medio Evo, irto di monopolî e di pedaggi.

Ha lasciato: o piuttosto, avrebbe lasciato, se non ci fosse stata l’America. Gli Stati Uniti sono ancora in grado di varare una flotta pari all’inglese; e perciò possono assumersi il compito di chiarire se il tridente di Nettuno sia un gingillo, da borseggiare nelle sale di un congresso diplomatico, approfittando della distrazione degli altri Stati.

Gli Stati Uniti non furono delusi dalla guerra meno che i grandi Stati europei. Cadute la Russia e la Germania, indebolite la Francia e l’Italia, mutato in un odio e in un sospetto universale quel tacito consenso dei popoli, che era la legge non scritta dei mari, l’America s’è trovata, a guerra finita, minacciata sui due fianchi.

In fondo ai due Oceani, che ne bagnano le coste e che sono le sue porte sul mondo, stanno ora le due potenze egemoni del mare. Che esse vogliano abusare della loro forza, non è provato: ma quali garanzie offre il futuro? Chi potrebbe, per esempio, impedire domani al Giappone, alleato con l’Inghilterra, di tentar di fare della Cina una colonia? La Russia per il momento è in catalessi.

Molte cose, intorno a cui l’Europa farnetica assai, si spiegano se non si dimenticano questi fatti. Si spiega che gli Stati Uniti abbiano stracciato il trattato di Versailles, il quale imponeva loro grandi obblighi e non riconosceva nessun diritto. Si spiega che vogliano varare una grande armata. Si spiega che esigano i loro crediti di guerra. Si spiega che convochino la conferenza di Washington. Non si spiega invece — o si spiega come una contraddizione dei tempi babelici — che vogliano fare di Panama un passaggio americano privilegiato: pericoloso esempio, che l’Inghilterra potrebbe ritorcere contro gli Stati Uniti.

La Conferenza di Washington, massime se l’America, come si dice, tenterà di indurre le potenze ad un accordo, che apra a tutti egualmente le porte della Cina e che limiti gli armamenti navali, tenterà dunque per la prima volta di strappare gli Oceani a quell’anarchia della forza, a cui il Congresso di Parigi li ha abbandonati. Le potenze navali minori, quelle minacciate più seriamente dalla presente anarchia, provvederanno al proprio interesse aiutando l’America, perchè se la Conferenza non riescisse in questo suo compito, non resterebbe a queste potenze minori, che lasciare la gara degli armamenti infuriare tra i due colossi superstiti sino al cozzo definitivo; e cercare allora che questo termini con la distruzione del più forte e l’irrimediabile spossamento del più debole. Se spesso la saggezza è impotente, qualche volta l’impotenza è saggia.