Per trent’anni la pace fu la più solenne tra le imposture ufficiali. Ogni Stato era solito dichiararsi pronto a disarmare, se gli altri avessero dato l’esempio; e siccome tutti aspettavano che qualcun altro incominciasse, nessuno si muoveva. Non si potrà negare agli Stati Uniti il merito di aver rotto questa tacita cospirazione di pravi intendimenti e di aver preso le altre potenze in parola, dicendo loro: «se davvero siete disposte a limitare gli armamenti, purchè una grande potenza prenda l’iniziativa, son qua io. Eccomi pronta».
Dopo tante promesse, dopo tante menzogne, dopo tanti sofistici contorcimenti, questa rude e quasi brutale franchezza è un ristoro. Gli Stati Uniti hanno fatto quello che la Francia, l’Inghilterra, l’Italia avrebbero dovuto fare a Parigi due anni fa. Hanno posto al mondo il quesito, se vuol la pace o la guerra, se vuol rinascere o dissolversi; hanno messo il mondo a confronto con la propria coscienza; gli hanno intimato di uscire dalla torbida contraddizione, in cui si logora da tanti anni, preparando la guerra mentre dice che vuole la pace.
Il merito è grande. Ma grande è pure la responsabilità. La prova è ardua per gli Stati Uniti non meno che per gli altri Stati. Che benedizione sarà, per l’intero universo, se il tentativo riesce, anche soltanto in parte. Ma se non riesce?
Al quesito, posto così rudemente dall’America: «volete la pace o la guerra?», tutti gli Stati hanno risposto: «la pace». Quale avrebbe osato rispondere: «la guerra?» Ma non lasciamoci illudere dalla unanimità di queste risposte. Il mondo non farà senza disperate resistenze l’esame di coscienza e la scelta, a cui l’America lo sforza con così categorico invito. La proposta americana non ha trovato e non troverà innanzi a sè che sorrisi, inchini e vie cosparse di fiori! Nessuno oserà affrontarla a viso aperto. Ma attenta alla spalle! Quante insidie la minacceranno nei particolari tecnici, nelle applicazioni pratiche, nelle commissioni segrete!
Quelli che mi fanno paura sono i «periti», gli «esperti», i «tecnici», che gli uomini di Stato hanno condotti a Washington in tanto numero. Che curioso personaggio, l’«esperto», della guerra mondiale! È quasi sempre un uomo oscuro e ignoto, pescato in fondo a qualche pubblico ufficio, il quale in virtù di una competenza indefinibile dovrebbe sapere tutte le cose, che nessun altro sa, anche le più difficili e oscure. Come sarebbe: quali siano i giusti confini tra due Stati, che non esistono ancora; o quali i necessari armamenti di due Stati, che non sanno se sono amici o nemici. A Parigi gli «esperti» furono i piloti nascosti che condussero a rompersi su scogli invisibili molti buoni propositi.
In verità sono una delle tante imposture moderne: compiacenti prestanome, dietro i quali gli uomini di Stato, con il pretesto della competenza tecnica, mettono in salvo la propria responsabilità. Confini e armamenti sono materie che appartengono non ai professori di statistica e di geografia, o agli ufficiali di terra e di mare, ma alla grande arte di governo, in cui l’uomo di Stato deve essere solo esperto, perito, competente e maestro, con piena responsabilità. Se avessimo uomini veri di Stato, essi creerebbero dalla propria mente i principî direttivi della limitazione degli armamenti, consultando gli uomini dell’arte militare soltanto per i particolari e per l’applicazione. Con uomini come quelli che oggi reggono tanti governi, deboli, incerti, poco autorevoli, gli «esperti» possono diventare gli occulti e irresponsabili sicari, che strozzeranno al buio, con i sofismi e gli egoismi della propria arte limitata, un’idea di valore universale.
Nè la tecnica è il solo pericolo. Non si potranno limitare gli armamenti, se non si freneranno le cupidigie e le ambizioni che si appiattano dietro le armi e che le muovono. Un disarmo parziale suppone una parziale pacificazione; e perciò richiede che almeno alcune tra le maggiori discordie, da cui i popoli sono oggi fatti l’uno all’altro nemici, siano composte con una transazione, che accontenti per qualche tempo tutte le parti. La Conferenza sarà dunque costretta a tentare di comporre le discordie e le rivalità di maggior momento: compito arduo, nel quale i nemici occulti della pace cercheranno di colpire a morte il piano della limitazione degli armamenti.
I popoli vogliono la pace, ma non sempre ne sanno il prezzo, o son disposti a pagarlo. Facilmente si accendono per rivalità e per interessi, che un giorno o l’altro li obbligheranno alle armi, quando meno se lo aspetteranno e quando sarà troppo tardi. Dalla rivoluzione francese in poi tutti i macchinatori di guerre hanno approfittato di questa debolezza dei popoli, per sforzarli a combattere. Ne hanno approfittato a Parigi, per deludere l’universale desiderio di pace; e ne approfitteranno per far fallire anche il Congresso di Washington!
È necessario dunque che l’opinione di tutti i paesi vigili; perchè molti tentativi saranno fatti per ingannare anche a Washington «lo spirito del mondo». La stretta è forse decisiva; perchè chi potrebbe prevedere gli effetti di una seconda delusione, che seguisse quella di Parigi?
In Europa la disperazione si impadronisce dello spirito pubblico, in tutti i paesi. Pur sapendo che se gli Stati non conchiudono almeno una tregua di mezzo secolo, nessuno potrà sfuggire ad una ruina totale, i popoli hanno quasi perduto la speranza che questa tregua salvatrice si possa mai stringere. Se dopo Parigi, anche Washington dovesse fallire, la disperazione diventerebbe irrimediabile. Gli odî e i sospetti tra gli antichi alleati, già così grandi, divamperebbero irrefrenabili. Nulla esaspera più che un tentativo fallito di pacificazione. O la conferenza di Washington riuscirà ad assestare un po’ le cose del mondo, o sprofonderemo nell’anarchia e nel disordine per generazioni.
Sarebbe puerile imaginare che Washington possa comporre tutte le discordie, che oggi aizzano gli uni contro gli altri i popoli. Ma avrà fatto poco meno di un miracolo, se riuscirà a comporre alcune di queste discordie, perchè avrà mostrato con i fatti all’universale scetticismo che il comporle non è impossibile. Indicibile sarà il conforto che questa rinascente fiducia infonderà nello spirito del mondo, oggi sgomento. Riconfortato, lo spirito del mondo che oggi sta per abbandonarsi disperato alla minacciosa oscurità del destino, ritroverà la forza di provvedere alla propria salvezza. In ogni impresa, il difficile è cominciare.
Siano i popoli questa volta, più attenti, più chiaroveggenti, più fiduciosi, che non durante il Congresso di Parigi. È il solo consiglio, che sembri quadrare con la realtà, sulle soglie della nuova Conferenza, nell’imminenza della seconda prova.