Il proposito del presidente Harding di circonscrivere le discussioni è già stato in parte deluso. La terra e il mare, l’Oriente e l’Occidente sono così legati, che da tre settimane le discussioni di Washington si svolgono attive e feconde solo quando si allargano, mentre quelle che non si allargano si spengono.
È apparso subito chiaro che non si potevano bilanciare secondo una certa proporzione le tre maggiori armate del mondo, lasciando fuori del conto le due minori: Francia e Italia. Ma come fissare una proporzione tra le due flotte minori e le maggiori, e tra l’una e l’altra delle due flotte minori senza pesare almeno i maggiori interessi inclusi in quella che si suole chiamare la politica mediterranea? Francia e Italia sono potenze continentali. Le armate navali e gli eserciti di terra sono i due bracci della loro difesa. Se nell’Estremo Oriente la necessaria potenza delle flotte dipende in parte dalla Cina, dalle sue rivoluzioni, dalla politica che le potenze vogliono seguire nel vasto impero di mezzo, nel Mediterraneo dipende in parte anche dall’assetto del continente europeo. Per questa sola concatenazione, la questione dei mari tende ad allargarsi fino ad abbracciare mezza la terra. Ma non è la sola.
Si è discusso e si discute assai, a Washington, dei sottomarini. Ma le sorti dei sottomarini sono legate al diritto di blocco e al contrabbando di guerra. Sinchè l’Inghilterra non rinuncierà a dichiarare contrabbando di guerra tutto ciò che le piace, e al diritto di fare morire di fame i suoi nemici, che hanno bisogno del mare per nutrirsi, nessun popolo potrà gettar via quest’arma.
Il sottomarino è la fionda di David nel duello contro il Golia dei mari. I tedeschi l’hanno infamato, distruggendo le navi invece di catturarle; ma hanno ricorso a questo odioso procedimento, perchè i loro porti erano troppo distanti dai mari dove operavano. Nel Mediterraneo i sottomarini potrebbero far la guerra di corsa come gli incrociatori, catturando e rimorchiando nei porti le navi mercantili del nemico, in regola con la coscienza del mondo.
Sembra che la discussione intorno agli armamenti terrestri si sia già o stia per arenarsi a Washington, nonostante gli sforzi della delegazione inglese e della delegazione italiana. Chi può meravigliarsene? Armi e trattati di pace sono legati tra loro in Europa. Dei trattati conchiusi nel 1919 e nel 1920 alcune parti di maggiore importanza non si reggono, se non perchè sono puntellate da parecchi milioni di baionette. L’Ungheria e la Bulgaria stanno ferme, solo perchè strette in una cerchia di ferro. Il trattato di Sèvres è un pezzo di carta, perchè l’Intesa non ha le forze per imporlo. Limitare l’esercito francese e voler piegare la Germania sotto il mezzo protettorato del trattato di Versailles, è un controsenso.
Il Briand ha fatto al Congresso una pittura della Germania, che all’ingrosso è fedele. La Germania si chiude in un odio torvo che, se è impotente per ora, è già una tacita sfida ai vincitori. È quindi probabile che un parziale disarmo della Francia accrescerebbe piuttosto il coraggio di questo odio che non ne addolcirebbe il furore. Ma se la tesi ufficiale della Francia si ferma qui, un osservatore imparziale deve procedere oltre e chiedersi per quale ragione la Germania, che pure anch’essa ha tanto bisogno di pace, ritorna a desiderar nel fondo del cuore la guerra. La risposta è sicura: perchè nel trattato di Versailles sono scritte alcune condizioni così umilianti, che nessuna grande potenza accetterà mai, anche se possa essere costretta per qualche tempo a subirle da una forza soverchiante. I posteri stupiranno, che uomini di Stato si sieno illusi di poter fare della Germania un Marocco europeo, senza condannare l’Europa alla guerra perpetua.
Un Congresso, che non possa o non voglia considerare nel suo insieme lo stato presente dell’Europa tutta, potrà soltanto sfiorare la questione degli armamenti.
Si direbbe che l’universo intero prema alle porte del Congresso di Washington, per invaderlo con tutti i suoi disordini, le sue furie, i suoi dolori, i suoi feroci egoismi; e che nella angusta sala in cui si radunano, gli uomini del Congresso facciano forza alla porta, perchè resista alla spinta. Il giorno in cui la porta si spalancasse e l’Universo irrompesse con il suo terribile corteo, gli uomini del Congresso dovrebbero fuggire saltando dalle finestre!
Si ricasca in quel tormento che non dà pace agli uomini dal giorno in cui la guerra è cominciata. Il mondo è diventato troppo grande, troppo complesso, troppo difficile, per la mente degli uomini, che devono governarlo. La creatura è confusa dalla enormità della propria creazione; e si perde in piccoli vaneggiamenti. Che cosa fu il Congresso di Parigi, se non la tragica frantumazione e dispersione di un pensiero universale? Si doveva rifare il mondo; ma l’Inghilterra era ipnotizzata da pochi pozzi di petrolio, la Francia dal Reno, l’Italia da Fiume. Spaventato dalla grandezza del mondo e dei compiti che nel mondo lo aspettano, lo spirito della civiltà occidentale corre a rifugiarsi in se medesimo, facendosi piccino piccino. Quanto siamo lontani dal pensiero sintetico e costruttivo, che regnò nel Congresso di Vienna! Di qui l’universale trionfo, proprio quando più necessiterebbero le grandi menti, di tanti piccoli sofisti e di tanti piccoli rètori: i primi, abilissimi nel rimpicciolire le cose grandi, i secondi nell’ingrandire le piccole, e gli uni e gli altri nel confondere, illudere, ingannare insieme lo spirito pubblico.