VIII. I trionfi dell’imperialismo europeo: l’indipendenza dell’Egitto (23 marzo 1922)

Per quanto il proposito di eludere il principio nelle eccezioni provvisorie sia manifesto, non è cosa di poco rilievo che l’Inghilterra si rassegni a riconoscere l’indipendenza dell’Egitto. Gli artigli incominciano ad aprirsi. Il tempo farà giustizia delle riserve mentali e dei tranelli diplomatici.

La formula, che può definire la guerra dell’Intesa, si trova già nella Somma di S. Tommaso. Fu una guerra combattuta «per una causa giusta ma con prava intenzione». Le grandi potenze dell’Intesa volevano la pace, perchè della guerra avevano troppa paura, e se fosse dipeso dalla volontà loro, le armi sarebbero rimaste appese alla parete. Assalite con perfidia e all’improvviso, corsero a staccarle con il solo proposito di difendere la propria vita. Ma poi, quando videro che erano in molti, e in forze, e in grado di aver ragione del nemico, si lasciarono tentare dalla gola di fare qualche «buon colpo». L’occasione pareva di quelle che non tornano due volte in un secolo. La prava intenzione entrò nella giusta causa, come un baco in un bel frutto intatto.

L’Inghilterra fu la prima e la più audace ad allungare le mani. Già il 13 dicembre del 1914, con il pretesto di abolire gli ultimi diritti sovrani della Sublime Porta sulla terra dei Faraoni, proclamava il protettorato dell’Egitto. L’occupazione del 1882 era stata un atto arbitrario e temerario, del quale l’Italia e la Francia onestamente e saviamente non vollero essere complici; perchè mancava di ragione e giustificazione, ed ebbe terribili conseguenze alla distanza di più che trent’anni. Per quale ragione, nel 1914, la Turchia prendeva le armi e scendeva in campo a fianco degli imperi centrali? Perchè l’altra parte l’aveva costretta a questo passo, pericoloso per sè e funesto pel mondo, con un seguito di minaccie e violenze, che incominciano appunto con la occupazione dell’Egitto e terminano con la conquista della Tripolitania. La Turchia incomincia a staccarsi dall’Inghilterra e ad avvicinarsi alla Germania, dopochè, occupando l’Egitto, l’Inghilterra si fu interposta tra essa e l’Africa mussulmana. Gli Inglesi furono nel 1882 troppo lesti di mano con il Nilo e l’Egitto; e perciò nel 1914 la Turchia isolava la Russia dai suoi alleati, la precipitava nell’abisso, e con la Russia avrebbe forse precipitato tutta la Intesa, se l’America non accorreva al soccorso.

Gli uomini di Stato seminano vento e i popoli raccolgono tempesta. L’Egitto è tanta parte del mondo mussulmano e del sistema mediterraneo, che soltanto un imperialismo senza cervello poteva illudersi di impadronirsene senza generare, presto o tardi, qualche enorme disordine. Ma alla reazione degli eventi contro la sua prima violenza, l’Inghilterra rispose ribadendo l’errore; proclamandosi protettrice di un paese mussulmano che tollerava di mala voglia perfino la sovranità nominale del Sultano di Costantinopoli; assumendo senza autorità l’alto governo di un vasto paese, che non potrebbe reggere se non con la forza. Ma di queste piccolezze nessuno si diede pensiero a Londra, nel 1914. Il ferro e il fuoco dominavano allora la terra ed i mari. Il mondo formicolava di soldati. La legge marziale impose all’Egitto il protettorato, strappò alla gleba i coloni per arruolarli negli eserciti, confiscò al «fellah» il cotone che aveva coltivato con il suo sudore....

Ma alla fine la pace ritornò. L’Inghilterra si accorse allora che non aveva alcuna autorità per installarsi in Egitto come erede dei Faraoni e dei Tolomei: che non avrebbe potuto «proteggere» l’Egitto, se non opprimendolo con centinaia di migliaia di soldati; e che questi soldati non aveva. E allora, di mala voglia, si è a poco a poco incamminata sulla via delle necessarie rinuncie....

Avrebbe dovuto accorgersi prima, che non possedeva nè l’autorità nè la forza per governare l’Egitto, come potenza sovrana. La tragedia della guerra e della pace sta tutta qui. Socialisti e imperialisti hanno deriso insieme la «guerra liberatrice dei popoli» e «la pace giusta e democratica»; hanno canzonato Wilson e coloro che lo hanno preso sul serio; hanno detto che non c’è nulla di nuovo sotto il sole; che anche questa guerra, come tutte le altre, doveva terminare con la spogliazione e lo sterminio dei vinti. Eppure se coloro che bandirono quelle formule, spesso le intesero confusamente, le spiegarono male e confondendole si confusero essi stessi, essi balbettavano almeno la verità vitale della guerra e della pace, chiusa agli ottenebrati intelletti degli altri. Il mondo versa in tremenda confusione, perchè non ha saputo estrarre questa verità da quelle formule confuse.

A quale mutamento soggiace l’ordine universale, per effetto del grande cozzo dei popoli e degli imperi? Anche i meno chiaroveggenti lo vedono: il mondo si sta spartendo tra un grande numero di stati medî. I grandi imperi, o sono già stati distrutti come l’impero russo, l’impero turco, l’impero austro-ungarico, o sono stati amputati e ritagliati come l’impero tedesco, o vacillano, come l’impero inglese e il francese. Francia e Inghilterra possono sperare di conservare ciò che possedevano fuori di Europa prima della guerra, se useranno la necessaria prudenza; ingrandirsi, no. La guerra le ha troppo indebolite.

«Il vincitore cadrà moribondo sul cadavere del vinto», dissi nel 1916. Non occorreva virtù profetica, per indovinarlo; bastava avere occhi e vedere. L’uomo di Stato può essere indifferente al bene e al male; ma deve almeno capire e indovinare l’inevitabile. Invece i governi dell’Intesa incominciano ad accorgersene appena adesso, dopo tre anni di vaneggiamenti e litigi; leggono nel libro del destino, solo quando la necessità li obbliga a compitarlo. Eppure l’avvenire è scritto a lettere cubitali in quel libro, aperto a tutti. Non espansioni, conquiste, nuove rivalità; ma o, come nel 1815, raccoglimento e riconciliazione, o la rovina. L’Inghilterra cederà l’Egitto, sgombrerà Costantinopoli, non si reggerà a lungo in Mesopotamia e in Palestina; e Dio solo sa quel che l’aspetta in India. La Francia ha sgombrato la Cilicia e non pare probabile che possa prender saldo piede in Siria, tanto più che inglesi e francesi non sono riusciti ad andare d’accordo. Molto incerto appare anche nell’Africa il destino delle più recenti conquiste: Tripolitania e Marocco.

Il mondo si sta spezzettando in un grande numero di Stati di media grandezza, distinti più o meno chiaramente e sicuramente secondo lo spirito nazionale, retti da istituzioni elettive. L’êra dei grandi imperi è finita. Quella condizione di cose per cui fu possibile ad alcuni Stati europei, nel secolo XVIII e XIX, di raccogliere sotto il loro dominio un grande numero di popoli e di territori, viene meno. Se sarà bene o sarà male, si può discutere: ma è così. Sono queste le due grandi realtà storiche, adombrate sotto le formule un po’ nebulose: diritto dei popoli a governarsi e pace democratica. Gli imperialisti e gli imperialismi arrivano in ritardo, come frutti fuori di stagione. Non c’è ambizione, che possa resistere a questa forza dei fati e dei fatti.

Alle grandi potenze superstiti dell’Europa — all’Italia, alla Francia, all’Inghilterra, alla Germania — non resterebbe più che intendersi per esercitare, aiutandoli, una certa autorità morale su questi nuovi governi che sorgono, o sugli antichi che si rinnovano; per impedire eccessi, sbalzi, scosse troppo violente; e per assicurare la pace e la ricostruzione della fortuna universale. Questa è la sola politica «realistica», a cui dovrebbe por mano la Lega delle Nazioni, il giorno in cui scendesse dalle nuvole, dove amici e nemici l’hanno collocata. Fuori di questo vero «realismo» non ci sarà per l’Europa che il disordine, la violenza e la povertà.