Nessuno cancro fu più difficile ad estirpare dalla chirurgia diplomatica, che quello da cui oggi è rosa l’Europa: i recenti, non imperialisti, ma chimerici trattati di pace. Se Stati e popoli sono pronti a rifarli nelle parti di cui si lagnano, nessuno vuole che siano toccati là dove gli assicurano — o sembrano assicurare — qualche vantaggio o speranza, vera o illusoria. Pacificare il mondo, sì, tutti vogliono — popoli e Stati: ma nessuno è poi capace per pacificarlo davvero di fare un sacrificio serio e fecondo; tutti sperano anzi di rifarsi nella Conferenza di Genova di molte delusioni passate, vere e immaginarie.
Prendiamo un esempio solo: gli affari orientali. Molti li credono pericolanti a danno e con minaccia di tutti, solo perchè alcuni Stati di Europa si ostinano a fare il broncio al governo dei Sovieti. Aspettano quindi con impazienza che la pace con i bolscevichi sia suggellata, per gridare anch’essi: nunc est bibendum! A leggere certi giornali si direbbe che il giorno in cui tutta l’Europa abbraccerà la Russia e con questo abbraccio accoglierà di nuovo la figliuola prodiga nella famiglia, la antica felicità perduta ritornerà a far lieti tutti i popoli.
Ma sono anche queste illusioni. Purtroppo gli affari dell’Europa orientale non sono così semplici, come molti pensano. Quale è il pericolo, che sordamente minaccia quella tormentata parte dell’Europa? L’incerta posizione in cui la Polonia, la Ceco-Slovacchia e la Rumenia stanno di fronte alla Germania e alla Russia. Amici o nemici? In guerra o in pace? Non si sa. Intermettendosi tra la Germania e la Russia, la Polonia e la Ceco-Slovacchia si sono poste in istato di ostilità latente con ambedue. La Polonia ha anche esasperato la ostilità latente, quando ha preso territori, che la Germania e la Russia, a torto o a ragione, considerano ancora come proprî.
A sua volta la Ceco-Slovacchia è sorta come una sfida al mondo germanico, che per tanti secoli aveva oppresso le popolazioni slave della Boemia. Che meraviglia se i tedeschi la guardano con occhio torvo? Nè la Rumenia ha esitato ad aprire un grosso conto con la Russia, prendendo la Bessarabia. La piccola Intesa si schiera dunque sopra un doppio fronte: contro la Russia e contro la Germania. Ed ha alle spalle l’Ungheria che, persuasa anch’essa di essere stata derubata, spia un’occasione....
Le nuove frontiere tracciate dall’Intesa nell’Europa orientale tra le rovine degli imperi moscovita e austro-ungarico non sono riconosciute nè dalla Germania, nè dalla Russia, nè dall’Ungheria, come l’annessione dell’Alsazia e della Lorena non fu riconosciuta dalla Francia dopo il 1870. Il nuovo ordine di cose, creato nell’Europa orientale dai trattati di pace del 1919, posa sopra un diritto, riconosciuto per tale soltanto dai vincitori, il che vuol dire che non posa su nessun diritto, ma sulle baionette. E allora, come si regge? Si regge perchè, per il momento, Ungheria, Russia, Germania sono incatenate.
È impotente l’Ungheria, mutilata e decapitata: monarchia senza re. È impotente la Russia, la cui spada, già spuntata dagli czar, è stata spezzata dai bolscevichi. È impotente la Germania, esausta dalla guerra, disarmata dai trattati, e minacciata sul Reno da un grosso esercito di francesi e di belgi. Molti giornali si meravigliano che a Genova la piccola Intesa segua la Francia, piuttosto che la Inghilterra e l’Italia. Pensano forse che, per far l’Europa obbediente ai vincitori, bastino i discorsi di Lloyd George? Ma le catene dell’Ungheria, della Germania e della Russia, non saranno eterne. Se le tre nazioni sono oggi impotenti, quanto tempo potrà durare per noi questa comoda felicità di cose? In questo sta il tutto. È inutile farsi illusioni: le potenze vittoriose saranno fra poco capaci forse di pacificare il mondo, ma non più di sorreggere con la forza gli Stati che hanno creati o ingranditi nell’Europa Orientale. L’Inghilterra e l’Italia hanno già ridotto i loro eserciti alla stretta misura della difesa; e presto la Francia dovrà imitarle. La Francia sta impegnando il letto e la pentola per fare con un grosso esercito il gendarme dell’Intesa e dei trattati nell’Europa continentale, lucrando per di più, come ricompensa, l’odio universale. Si stancherà di questo ingrato e rovinoso ufficio. E allora? Che cosa accadrà, quando la Polonia, la Ceco-Slovacchia e la Rumenia dovranno fare assegnamento sulle proprie forze soltanto? Massime se al Sansone moscovita ricominceranno a spuntare i capelli?
Quel che prepari l’avvenire nell’Europa orientale, nessuno può indovinarlo. Ma il presente è minato sotto sotto da una incertezza incurabile, perchè i vincitori si sono illusi di potere rifare l’Europa orientale da soli, contro la Russia e contro la Germania ad un tempo. Bisognava rifarla o d’accordo con la Germania o d’accordo con la Russia: d’accordo con la Germania, dunque, poichè l’Occidente aveva voltato le spalle alla Russia, infuriato, dopo la rivoluzione.
Si ricasca sempre lì. I vincitori non hanno capito che la rivoluzione russa — la massima vittoria della Germania nella guerra — imponeva loro l’obbligo, se non volevano precipitare l’Europa nel caos, di fare alla Germania condizioni molto miti, perchè se la Germania era vinta, non era però messa, e non poteva esser messa, nell’impossibilità di vendicarsi di una pace cartaginese. Dico oggi queste cose, perchè le ho dette e scritte nel 1919: ma allora chi dava retta, in Italia, in Francia, in Inghilterra? Appena si nominava la Germania, si vedeva spuntare, sul volto dei vincitori, il cipiglio truculento di Brenno.
Ci voleva invece il sorriso di Alessandro I, di Talleyrand e di Metternich. Come le cose dell’Europa non poterono essere assestate nel 1815 senza il concorso e il consenso della Francia, così nel 1919 erano condannate a restare in un rovinoso disordine senza il concorso e il consenso della Germania. Lo so: soltanto una saggezza quasi sovrumana avrebbe saputo sorridere nel 1919, sanguinanti ancora le ferite. Il risentimento, che ha dettato i trattati di pace, era umano. Ma non sarà, per questo, meno funesto alle vittime.
Sia che discutano la pace con la Russia, sia che preparino patti di garanzia, sia che cerchino nella riduzione degli armamenti uno scampo dal fallimento, sia che vagheggino l’intesa e la riconciliazione con la Germania, i vincitori inciampano sempre in quello scoglio: l’ordine di cose, creato da loro nell’Europa orientale, è subìto, non è riconosciuto per giusto e legittimo dai vinti. Proprio come accadde alla Germania, dopo il 1870, nell’Alsazia e nella Lorena. La storia si ripete. La Polonia, la Ceco-Slovacchia, la Rumenia fanno ora vive istanze, perchè i bolscevichi si impegnino per iscritto, nero sul bianco, a riconoscere i mutamenti territoriali, operati dai trattati di pace. E i bolscevichi acconsentiranno, come prometteranno di pagare i debiti e di accogliere fraternamente i capitali stranieri. Ma i patti sarebbero osservati, se domani le forze crescessero alla Russia? Quando la buona fede non fosse più la maschera dell’impotenza?
Pericolo lontano, ma che turba e inquieta, quasi fosse imminente. Nè può essere altrimenti. L’errore, commesso nell’ebbrezza della vittoria, quando si volle rifare l’Europa orientale contro la Germania e contro la Russia, è di quelli che incatenano a sè per lungo tempo; che non si possono riparare, senza averne prima pagato il fio con molte sofferenze e delusioni. Almeno se vinti e vincitori non fossero disposti nell’Europa orientale a far omaggio alla Pace, gli uni di una parte dei loro rancori e delle loro proteste, gli altri di una parte delle loro ambizioni e delle loro cupidigie....
Ma sarebbe un miracolo!