XI. Il nodo insolubile delle riparazioni (24 maggio, 6 giugno e 22 novembre 1922)

Che la Germania non pagherà se non una piccola parte del riscatto iscritto nei trattati, ed a stento, sono forse stato il primo a dirlo, sino dal 1919. Dissi allora, ed ho ripetuto molte volte, che la Germania non manterrà i suoi impegni, perchè le classi medie e le masse sono state impoverite troppo dalla guerra; onde nessun governo sarà così forte, da poter estorcere alla nazione le favolose somme del riscatto. La giustizia sarà impotente contro questa immunità, assicurata alla Germania dalla immensità stessa delle sue distruzioni. Purtroppo la Germania gode «l’irresponsabilità del terremoto». Ma per quanto sia persuaso di esser nel vero, riconosco che non tutti sono obbligati a pensar così, perchè questa è una congettura verosimile, ma non obbligatoria per la sua evidenza; perchè le teste non sono fatte a squadra, e le passioni e gli interessi divergono anche più delle teste. Anzi riconosco che a due popoli è ancor quasi impossibile di vedere questa verità, che agli altri apparisce ogni giorno più evidente: onde una nuova lacerazione dell’Europa.

Questi popoli sono la Francia ed il Belgio.

Molti credono che il nodo delle riparazioni sia insolubile, perchè la Francia è governata ora da partiti a cui si fa colpa di essere «militaristi» e «imperialisti». A un secolo di distanza Napoleone minaccerebbe ancora la pace dell’Europa dalla tomba degli Invalidi. Perciò molti sperano nelle elezioni future. Anche Mario Borsa è di questo parere. Ma credo che questa illusione sia frutto di una scarsa conoscenza delle cose francesi. Che la Camera francese del 1924 abbia a rosseggiare in confronto della presente, è possibile; ma non per questo la politica della repubblica muterà, nelle questioni che nascono dall’applicazione dei trattati, almeno se la situazione non muta.

In questa politica è necessario distinguere le parole e i fatti, la forma e la sostanza. I discorsi degli uomini che da tre anni governano la Francia possono essere stati qualche volta poco felici; ma chi ha seguito i convegni diplomatici, tenuti dal 1920 in poi per discutere intorno all’applicazione dei trattati, sa che, pur cercando di non dar troppo nell’occhio e spesso affettando un’aria di transigenza, il governo francese ha concesso molto alla Germania. Per ricordare un esempio solo: le ha concesso l’anno scorso di pagare un miliardo, invece di dodici, alla prima grossa scadenza. Non è poco, mi pare. Quando gli «zelanti» — chiamiamoli così — rimproverano al governo francese di abbandonare in tutti i convegni qualche diritto della Francia, esagerano, forse, ma non inventano.

Ma se gli atti inclinano spesso alla conciliazione, i discorsi sono quasi sempre fieri. E non quelli degli uomini di governo soltanto. Nessun capo di quella opposizione, che forse governerà domani la Francia, ha mai ammesso che il trattato di Versailles possa essere riveduto; tutti ripetono sempre, come il governo, che il trattato deve essere rispettato. Come si spiega questa contraddizione?

Chi ama rovistare nei vecchi libri, può trovare nel Vattel, giurista famoso del XVIII secolo, questa curiosa teoria: i sovrani in guerra non dovere mai presumere che la causa propria sia più giusta di quella dell’avversario o che l’avversano abbia torto in suo confronto; ma considerare sempre la causa avversaria altrettanto giusta quanto la propria, e quindi scendere in campo, ammettendo che il proprio avversario abbia ragione.

Teoria strana e paradossale, che il giurista conforta con una giustificazione non meno singolare. Egli dice che, tra due stati in guerra, nessuna autorità può decidere. Ogni parte è giudice della propria causa; tutte e due quindi si persuaderanno di avere la ragione per sè; e una volta persuase tutte e due di difendere la giustizia, la guerra diventerà eterna e universale. Diventerà eterna, perchè, le due parti essendo persuase di avere ragione, nessuna si vorrà mai rassegnare alla propria sconfitta, giudicandola immeritata. Diventerà universale, perchè le due parti, persuase di difendere il diritto, si crederanno obbligate a cercare in ogni parte quanti più alleati potranno.

Anche a me le pagine del vecchio giurista erano parse strane ed oscurissime, quando le lessi per la prima volta, tanti anni fa. Che pretesa era questa, che uno Stato scendesse in campo contro un altro Stato, ammettendo che le ragioni avversarie valevano le proprie? Ma come la oscura dottrina mi sembra chiara e profonda, dopo le tragiche esperienze degli ultimi anni!

Può sembrare strano, ma è così: l’Europa rischia di non avere più pace, appunto perchè nella guerra mondiale gli animi sono stati infiammati dall’idea della giustizia! Appunto perchè alla guerra i popoli sono stati chiamati come a una grande ordalia, i vincitori non furono paghi di averla vinta, ma vollero anche restaurare il diritto violato e fare giustizia. Se no, la vittoria sarebbe apparsa parziale e in parte inutile.

Il vero nodo delle riparazioni, che nessun convegno, accordo, progetto, transazione o minaccia riesce a sciogliere, è questo. Si considerano di solito le riparazioni come una questione di dare e di avere. Così fossero! Le difficoltà, per quanto grandi, sarebbero piccole. Ma, pur troppo, nello spirito dei due popoli maggiormente offesi dalle invasioni tedesche, la Francia e il Belgio, le riparazioni sono anche una questione di giustizia, un risarcimento dovuto al diritto violato. Perciò la Francia e il Belgio sono intrattabili su questo punto; ed è loro così difficile di intendersi con l’Italia e con l’Inghilterra, che le considerano come un interesse economico. Gli uni parlano una lingua, che gli altri non capiscono.

Provatevi a ragionare con un francese o con un belga, a dimostrargli che la Germania, impoverita dalla guerra e dalla altrui povertà, governata da un governo impotente, non riuscirà mai a mettere insieme le somme del riscatto. Nove volte su dieci, egli vi ascolterà per un po’, poi vi interromperà, dicendo concitatamente: «Noi volevamo la pace. I tedeschi, un bel giorno, hanno voluto la guerra, sono entrati nel Belgio a tradimento; grazie a questo tradimento hanno potuto invadere la Francia, fare scempio dei suoi dipartimenti più floridi. Hanno rotto: paghino. Non è giusto che la Francia e il Belgio debbano essere ridotte alla miseria, perchè un bel giorno ai tedeschi è venuto in mente di assalirli a tradimento, per la speranza di un grosso bottino».

Che cosa possono i numeri, gli argomenti, i calcoli del possibile e dell’impossibile, contro questo ragionamento, dettato dal risentimento dell’offesa ricevuta? Molti francesi e belgi vogliono il denaro tedesco, come noi desideriamo che l’autore di un feroce assassinio sia giustiziato. Noi sappiamo che la morte del reo non ridarà la vita alle sue vittime; ma vogliamo la sua morte come una vendetta ed una espiazione necessarie a placare il nostro senso della giustizia offesa. Che la Germania non pagherà nè nella misura nè nei termini stabiliti dai trattati, molti incominciano a pensarlo, anche in Francia e in Belgio. Ma non importa: non vogliono rinunciare ai loro diritti, anche se in parte illusorî; vogliono con quelli spaventare, umiliare, maltrattare la Germania, perchè queste rappresaglie soddisfano il sentimento della giustizia offesa dall’aggressione.

Moltiplicate questo stato d’animo per milioni di uomini e calcolate. Che marea di pubblica collera!

L’Europa pericola tutta quanta, per la contraddizione, che corre tra questo stato d’animo e la realtà. Sinora si è tirato avanti alla meglio, supponendo l’insolvenza della Germania passeggera. Tutti gli accordi e i convegni dei capi di Stato si fanno per concedere differimenti e moratorie, che dovrebbero essere provvisorie, affinchè la Germania abbia il tempo necessario per prepararsi a pagare.

Il giorno apocalittico sarà quello in cui la insolvenza della Germania dovrà essere riconosciuta ufficialmente come definitiva.

Questo giorno, presto o tardi, verrà, e forse verrà più presto che non si creda.

Che cosa accadrà quel giorno? In quali moti e scatti proromperanno la Francia ed il Belgio sotto il colpo di questa, che offenderà i due popoli come una delle più orrende ingiustizie della storia? Questo è l’enigma dell’avvenire: enigma pauroso, perchè in quel giorno le annose teorie del Vattel potrebbero avere qualche terribile riprova.

Nè purtroppo si vede, almeno per ora, quel che si potrebbe fare, per parare questo pericolo. Ma forse sarebbe già un vantaggio, se gli altri popoli si convincessero che le riparazioni sono, per la Francia e per il Belgio, non soltanto affari di danaro, ma anche questione di giustizia. Comprendendo questo animo dei due popoli, gli altri Stati potrebbero almeno astenersi da argomenti e procedimenti che, pur dettati dal desiderio di riconciliare gli antichi avversari, irritano ancora più le ferite troppo fresche degli aggrediti.

Appunto perchè avevano chiamato i popoli a combattere per la giustizia e per il diritto, gli uomini di Stato avrebbero dovuto sapere che era una tremenda responsabilità l’avere vinto la guerra e il fare la pace. Il fare giustizia tra i popoli è compito quasi divino. E invece... Ma chi legge ancora il Vattel?

Aspettiamo, dunque, vigilando, che gli effetti degli errori maturino, con la speranza che maturi insieme anche qualche rimedio; e sforziamoci non tanto di fare la pace con la Russia quanto di prevenire una nuova guerra tra Francia e Germania. Poichè questo è il vero pericolo che ci minaccia. Il trattato di Versailles matura lentamente nei suoi fianchi questa nuova guerra, che potrebbe incominciare con una invasione, non contrastata, della Germania e finire....

Come potrebbe finire, nessuno lo sa. Non auguro alla nostra generazione, di veder come potrebbe finire, e perciò le auguro di non vederla neppur incominciare. La nuova guerra non rassomiglierebbe punto a quelle che i due popoli hanno combattuto nel secolo passato e nel presente.