XII. Sisifo (9 gennaio 1923)

Una volta ancora il mondo aveva sperato che il nodo delle riparazioni sarebbe sciolto, e una volta ancora è stato deluso. Ma la speranza era vana. Non mi ero ingannato, quando avevo, mesi e anni addietro, giudicato che le riparazioni sono un nodo che «rebus sic stantibus», nella presente condizione delle cose europee, non può essere nè tagliato nè sciolto. E neppure è difficile scoprire per quale ragione, a chi sappia che cosa è un trattato.

Un trattato è un impegno tra Stati. Ora gli impegni tra gli Stati sono simili agli impegni tra i singoli: valgono o per il consenso o per la forza. Io fo’ a voce una promessa; e mi sento così obbligato dalla mia parola, che la mantengo spontaneamente anche a mio danno: questo è un impegno, che vale per consenso. Ma firmo un contratto, poi me ne pento, e vorrei, giunto il tempo, non osservarlo; senonchè ho paura di un processo, della giustizia, dell’usciere, e perciò lo adempio: ecco un impegno che vale per la forza. È manifesto che tutti gli impegni, privati o pubblici, con cui i singoli uomini e gli Stati si legano — contratti, promesse, trattati, convenzioni — vanno ascritti all’una o all’altra famiglia. Dove non c’è nè volontà pronta ad adempiere, nè forza capace di costringere la volontà riluttante, non c’è nè contratto nè trattato, ma un inutile pezzo di carta.

Tale è purtroppo il caso delle riparazioni tedesche. Quale è la forza che potrebbe costringere la Germania a pagare per quaranta, o cinquanta anni il riscatto del sangue? Minacciando di varcare il Reno, gli alleati possono costringere il governo tedesco a firmare nuove cambiali e nuovi «pagherò», che alla scadenza saranno poi gettati con gli impegni precedenti nella fossa comune degli inadempienti. Per spremere dalla nazione tedesca i miliardi del riscatto, neppure l’occupazione della Ruhr basterà; gli alleati dovrebbero impossessarsi addirittura dell’intero governo del paese. Lo scrissi qui nel 1919, quando l’universale si illudeva che la vittoria avesse conferito all’Intesa una specie di sovranità illimitata sulle cose del mondo; lo ripeto ora, che i fatti incominciano a parlare chiaro anche ai sordi. Un riscatto, che deve essere pagato in cinquanta anni, non è una indennità di guerra, è un tributo. Ma per riscuotere un tributo, e un tributo di quella forza, occorre un esattore spietato. Sperare che in Germania, e in una repubblica governata dal suffragio universale per giunta, ci sarà mai un governo nazionale, disposto ad affrontare l’odio della esazione per il piacere all’Intesa, è puerile. La Intesa dovrà andare ad esigere il tributo in Germania, in tutta la Germania, e non soltanto nella Vestfalia, se proprio vuole il denaro. Ma chi crede gli alleati capaci di assumersi per mezzo secolo anche il governo della Germania, alzi la mano.

La forza dunque non c’è. E non c’è neppure il consenso. È ridicolo chiedersi e discutere con tanta serietà, come fanno i governi, i ministri, gli esperti, i giornali, se la Germania possa o non possa pagare il riscatto. Ma se volesse, potrebbe pagare anche le somme che Lloyd George chiedeva nel 1918! Se volesse: ossia, se il popolo tedesco fosse disposto a vivere di pane e acqua e ad andare a piedi scalzi, per mettersi in regola con il trattato di Versailles. Ma non vuole, purtroppo; e non vuole perchè...

Il «perchè» è il punto che la stoltezza dei vincitori non ha voluto capire nel 1919 e non vuol capire nemmeno adesso. Eppure in questo sta il tutto. Si dice spesso nei discorsi ufficiali — a Capodanno l’ha ripetuto anche il Presidente Millerand — che in Europa non ci sarà nè ordine nè pace, finchè i trattati internazionali non saranno rispettati. Verissimo. Ma poichè i trattati non sono rispettati che o per forza o per consenso, sarebbe stato necessario che i vincitori, là dove la loro forza non giungeva, avessero cercato di assicurare ai trattati il consenso «spontaneo e sincero» dei vinti. Non c’è impegno valido, nè nel diritto pubblico nè nel privato, se il consenso è viziato dalla violenza. Voler imporre ai vinti con la forza dei patti che i vinti non vogliono, e pretendere poi, quando la forza per imporli manca, che li osservino spontaneamente, come impegni d’onore liberamente accettati, è vana illusione.

Molti si meravigliano che nel 1814 Talleyrand, pochi giorni dopo essere arrivato a Vienna per sostenere le ragioni della Francia vinta, fosse trattato dai vincitori come un amico, un collaboratore, un maestro. Ma quei vincitori che, nonostante la vittoria, avevano conservato un po’ di testa e un po’ di buon senso, sapevano che con la forza sola non avrebbero potuto imporre il trattato per molti anni alla Francia; volevano che valesse nel tempo e nello spazio oltre il breve raggio delle loro spade sguainate; si proponevano di esigere il rispetto anche in nome dell’onore e della lealtà. Ma come avrebbero potuto, se il consenso della Francia fosse stato strappato a forza, con la spada alla gola?

La diplomazia del Sei e del Settecento era piena di singolari artifici, per escludere dalle trattative di pace l’argomento della forza. I protocolli del congresso di Vestfalia sono una interminabile accademia di discussioni giuridiche. Quanto hanno riso di queste sottogliezze, durante il secolo XIX, gli uomini di penna e di spada! Ma quei sovrani erano più savi dei loro matti motteggiatori; poichè essi volevano — e perciò aguzzavano l’ingegno a quelle sottigliezze — che i trattati valessero per se stessi, come impegni liberi dell’onore, e non solamente nella misura della forza pronta ad imporli.

Che cosa hanno fatto, invece, i vincitori nel 1919? Hanno addirittura ostentato di imporre ai vinti i trattati di pace con la forza, con la sola forza, non tenendo conto del loro consenso, al punto che si son rifiutati di discuterli! Quando il Brockdorf-Rantzau tentò a Versailles di mercanteggiare la somma del riscatto offrendo cento miliardi, non fu nemmeno ascoltato. I tedeschi dovettero impegnarsi a occhi chiusi a pagare la somma, che una certa commissione fisserebbe nell’avvenire; ossia firmare una cambiale in bianco, sulla quale i vincitori avrebbero poi scritto a piacere la cifra del debito! E ora si vorrebbe che i tedeschi si sentissero impegnati dall’onore ad adempiere il patto? Ma siamo sinceri: ci sentiremmo noi in obbligo, se un trattato di questo genere ci fosse stato imposto dai tedeschi? I tedeschi ripetono oggi il ragionamento che i francesi fecero dopo il 1870: «il trattato ci è stato imposto con il coltello alla gola; nella misura in cui ci costringeranno ad osservarlo, lo subiremo; ma non lo riconosceremo mai».

Per salvare nel 1919 l’Europa da una pace calamitosa quanto la guerra, occorreva capire il grande esempio del 1815 e sforzarsi di imitarlo: consorziare la Germania in una pace, discussa ed accettata da lei con la maggiore sincerità e libertà, che possano accordarsi con lo stato di necessità in cui si trova un vinto; impegnarla moralmente e interessarla nel tempo stesso a fare il possibile per riparare i guasti della guerra. L’impresa, lo so, era molto più difficile che nel 1815; ma bisognava almeno tentarla! Invece i vincitori volsero brutalmente le spalle al dovere. Ed ora le conseguenze dell’errore maturano...

Sarà forza espiarle. Se le riparazioni sono un nodo insolubile nelle condizioni presenti, non vuol dire che il nodo non sarà sciolto mai e che ministri e giornalisti continueranno in aeternum a emulare Sisifo. Questo problema, che non può essere sciolto nelle condizioni presenti, graverà su queste condizioni, per trovar modo di sciogliersi in una condizione di cose diversa. Il non poter gli alleati nè applicare nè modificare il trattato in una parte di tanta importanza come le riparazioni, indica che tutto l’ordine di cose creato dai trattati è precario; e che potrebbe essere sconvolto da inaspettati rivolgimenti. Il primo di questi rivolgimenti sarà l’invasione della Germania. Questa invasione era scritta, per chi lo sapeva leggere, nel trattato di Versailles; e il momento in cui non potrà esser differita dalla tardiva ma impotente saggezza dei vincitori, non dovrebbe esser lontano. Incomincerà timidamente; e forse è destinata a scatenare quella rivoluzione, che a molti segni si vede maturare in Germania, e a cui la caduta della dinastia servirà forse soltanto di modesto prologo.