XIII. La nuova guerra (10 settembre 1923)

«Una nuova guerra tra Francia e Germania è il vero pericolo che ci minaccia. Il trattato di Versailles matura lentamente nei suoi fianchi questa nuova guerra, che potrebbe incominciare con una invasione, non contrastata, della Germania e finire.

Come potrebbe finire nessuno lo sa. Non auguro alla nostra generazione di vedere come potrebbe finire, e perciò le auguro di non vederla neppure incominciare. La nuova guerra non rassomiglierebbe punto a quelle, che i due popoli hanno combattuto nel secolo passato e presente».

Così scrivevo nel Secolo il 24 maggio 1922. La facile previsione si è avverata. La nuova guerra tra la Francia e la Germania, che maturava da quattro anni, è incominciata con la invasione non contrastata della Vestfalia; e non rassomiglia alle altre guerre della famiglia.

La resistenza passiva, a cui il Governo tedesco si appiglia, sarà impotente. Utile nelle lotte intestine di un popolo e nelle guerre civili, lo sciopero e il sabotage sono un telum imbelle, contro un esercito che avanza numeroso, agguerrito, compatto. In questa guerra tra un armato e un inerme, l’inerme non ha speranza. Chi tra le due parti in guerra ne andrà di mezzo sarà la Vestfalia, ridotta a grande scuola pratica di tattica rivoluzionaria — scioperi, sabotage e via dicendo — per il proletariato dei due paesi. Poichè anche i soldati francesi, combattendo la guerriglia rivoluzionaria dei tedeschi, impareranno come si fa. Oh intelligenza dei governi!

Ma se la resistenza della Germania è sterile, sterile è pure la forza della Francia e del Belgio. Nè la parte armata nè l’inerme possono sperar nulla da questa strana guerra. Quale risultato positivo palperanno la Francia e il Belgio alla fine della loro spedizione? Se la Francia e il Belgio vogliono che il Governo tedesco sottoscriva qualche nuovo «pagherò», vinceranno facilmente. Ma quello che importa alla Francia e al Belgio sono i pagamenti. E questi pagamenti, nelle condizioni in cui è ridotta, la Germania, neanche volesse, non potrà più farli per lungo numero di anni. L’effetto più terribile — o il più benefico — del rinvilio della moneta è proprio questo: che di quanto esso cresce, altrettanto diminuisce la potenza fiscale dello Stato. Là dove la moneta è distrutta, come in Germania, l’erario dello Stato non esiste più.

L’esercito francese e l’esercito belga potranno arrivare fino a Berlino; non potranno spazzare via il lenzuolo di assegnati sotto cui la Germania è sepolta. Eppure questo miracolo soltanto potrebbe salvare i loro crediti e con i loro crediti l’Europa. La Germania è uno Stato fallito e insolvente. Solo il giorno in cui la sua moneta e il suo erario fossero ricostituiti, si potrebbe ricominciare a parlare sul serio dei suoi debiti e dei suoi impegni. Ma quanti anni ci vorranno, ed anni di vera pace?

E allora?

Più medito sugli eventi, e più mi pare probabile che dobbiamo aspettare o un miracolo o grossi rivolgimenti. La stretta a cui siamo giunti può definirsi così. Il trattato di Versailles e la Germania, quale oggi è, non possono coesistere. O il trattato di Versailles è stracciato; o la Germania presente sparirà per ricomparire in altra forma: quale, Dio solo lo sa.

Molti inclinano oggi in Italia a credere che per la Francia il denaro del riscatto sia un pretesto, e copra il proposito di spezzare e smembrare la Germania. Questa supposizione sembra invece a me uno di quegli errori storici con cui il senno di poi fa combaciare le intenzioni e gli effetti. Il trattato di Versailles fu fatto con il sincero proposito che la integrità morale e territoriale della Germania fosse salva. La Francia aveva chiesto da principio che i territori posti sulla sinistra del Reno fossero staccati e ridotti a forma di repubblica indipendente. Inorriditi, Wilson, Lloyd George e Orlando gridarono «no»; e posto il principio che, quando avesse restituito il mal tolto, la Germania dovesse essere inviolabile nel corpo e nell’anima, come tutte le altre nazioni, compilarono il trattato di Versailles, credendo di togliere di mano alla Francia il coltello con cui avrebbe volentieri squartato il nemico.

L’Europa può oggi misurare dagli effetti la chiaroveggenza degli uomini, a cui essa affidò il compito di fare la pace. Ormai il trattato di Versailles non è più, e non può essere più che uno strumento per distruggere la Germania. In che misura potrà distruggerla, nessuno lo sa. Ma non c’è dubbio, per chi ha occhi e vede, che una distruzione parziale o totale della Germania è il solo frutto, che esso può ancora maturare. Ineseguibile e chimerico nelle sue parti più importanti, ma non abrogabile perchè ci sono potenze che non possono rinunciare gratuitamente e per buon cuore ai diritti che conferisce loro, il trattato spinge e spingerà alcune tra le potenze vittoriose a misure di coercizione, che si aggraveranno per via e che non potranno aver altro effetto sicuro se non di gettare la Germania, già rovinata dalla guerra e dalla pace, nel caos.

I lettori fedeli sanno con quale ostinazione batto e ribatto da quattro anni questo chiodo: che il trattato di Versailles piega la Germania sotto il protettorato collettivo dell’Italia, della Francia e dell’Inghilterra; che questo protettorato è una combinazione politica stravagante e fantastica, e sarà domani il vaso di Pandora di tutta l’Europa! Immaginate quello che era stato sino al novembre del 1918 il popolo più potente del mondo, mutato da un giorno all’altro nel Marocco di tre potenze tra loro discordi e di cui ciascuna è più debole; questo, sì, è futurismo politico! Ma all’ignoranza dei popoli il futurismo di Wilson, di Lloyd George, di Clemenceau e di Orlando, piacque, anzi parve un po’ timido, e fu perfino accusato di umanitarismo democratico. Erano stati davvero poco esigenti quegli uomini, che non avevano neppur voluto andare a dettar la pace a Vienna e a Berlino!

Ed ecco, dopo quattro anni, la Francia e il Belgio sono presi nell’ingranaggio micidiale di questo protettorato impossibile, e trascinati dall’impegno di imporlo a misure di coercizione, di cui si può sicuramente prevedere che riusciranno a tutto fuorchè ai fini a cui mirano; che rovineranno la Germania senza salvare, anzi spossando, i suoi nemici. Poichè non è da credere che la Francia ed il Belgio possano sostenere per mesi e mesi una fatica di tanta mole, senza risentirsene.