II. Il discorso e il pensiero di Clemenceau[5]

Clemenceau ha parlato. Ha parlato la Francia. Noi conosciamo il pensiero ufficiale della repubblica sulla pace. Ahimè! Questo pensiero è debole, incerto, oscillante, timido e vecchio. Proprio così: timido e vecchio. Invano si cercherebbe in quello una traccia del vigore, che l’uomo e la nazione hanno mostrato nella guerra. Si direbbe che abbia paura dell’avvenire come di un abisso che gli si spalanca dinnanzi e perciò vuol ributtarsi indietro nel passato.

«C’è un vecchio sistema — ha detto il capo del governo francese — che oggi sembra condannato, ma al quale io resto fedele in questo momento. I paesi hanno preparato la difesa delle loro frontiere...». Interrotto qui da uno dei soliti battibecchi parlamentari, il presidente del Consiglio ha ripreso il suo pensiero, per ribadirlo. «I paesi dunque hanno provveduto ad una salda difesa delle loro frontiere, con i necessari armamenti, con l’equilibrio delle potenze...». Nuove interruzioni, quetate le quali l’oratore ha soggiunto: «Questo sistema sembra oggi condannato da solenni autorità. Eppure io faccio osservare che se l’America, l’Inghilterra, la Francia, l’Italia si fossero accordate per dichiarare che chi assalisse una di queste potenze avrebbe avuto a che fare con tutte le altre...» A questo punto una salva di applausi ha tagliato la parola dell’oratore che, sicuro di essere stato compreso, non ha indugiato per terminare la frase, la quale del resto, anche monca della sua conclusione, era chiara.

«Questo sistema di alleanze, al quale — lo dichiaro subito — io non rinuncio, è il pensiero che mi guiderà alla conferenza, se la vostra fiducia mi ci manda. Le quattro grandi potenze che la guerra ha riunite, devono restare unite dopo la guerra, e affinchè restino unite, son pronto a fare i sacrifici necessari....».

La pietra angolare della pace dovrebbe essere dunque un’alleanza degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, della Francia e dell’Italia, sostenuta da armamenti preponderanti, e da frontiere ben munite, non da pezzi di carta, come le convenzioni per la limitazione degli armamenti o per gli arbitrati. Quasi a dissipare ogni dubbio il ministro ha aggiunto di lì a poco: «Quanto alle garanzie internazionali, io dichiaro che, se si lascia alla Francia il compito di provvedere alla propria difesa — perchè essa non vuol rivedere le invasioni — se essa resta arbitra dei propri ordini militari, io accetterò ogni nuova garanzia supplementare che potrà essere aggiunta».

Il pensiero sembra chiaro. Le garanzie internazionali possono aggiungersi ma non tener le veci degli armamenti. Anche in questo dunque l’avvenire dovrebbe rassomigliare al passato. Sorga pure, sotto il nome di Lega delle Nazioni, una seconda Corte dell’Aja, in mezzo alla gara illimitata degli armamenti, archivio venerabile di inutili protocolli.

Senonchè, se fino a questo punto il ministro francese procede chiaro e coerente nell’esporre il suo pensiero, sembra invece contraddirsi ad un tratto nel periodo che segue:

«Je vais plus loin; si les garanties son telles, qu’elles exigent des sacrifices de preparation militaire, je les ferai avec joie car je ne veux pas imposer à mon pays des sacrifices inutiles». Le garanzie internazionali non sono più considerate come supplementari, ma come supplettive delle armi; non si aggiungono a queste, ma ne fanno le veci, riducendole. Dunque, il ministro intende in un doppio modo le garanzie internazionali e considera tanto gli armamenti quanto la loro riduzione come «un sacrificio». Quando il Clemenceau dice di essere disposto, se le garanzie internazionali lo esigono, a consentire dei «sacrifices de preparation militaire» sembra considerare la limitazione degli armamenti come alcunchè di penoso per la Francia: un onere o una diminuzione. Invece quando aggiunge che consentirà a questi «sacrifices de preparation» con gioia, perchè non vuol imporre al suo paese dei «sacrifices inutiles» definisce sacrificio non la limitazione degli armamenti, ma ogni preparazione militare, di cui si possa fare a meno. La limitazione diventa quindi un bene. Nuova contraddizione, che riprova come su questo punto il pensiero dello statista è oscillante.

Disgraziatamente quella contraddizione è la oscura nuvola sospesa sul nostro capo, in cui dorme forse più di un uragano. Il punto che l’Europa deve decidere oggi è proprio questo: se le garanzie della pace abbiano ad essere supplementari o supplettive delle armi; se debbano aggiungersi o farne le veci ed in quale misura; se la penna possa e in qual misura supplire la spada. Se devono essere supplementari la Società delle Nazioni sarà un inutile ingrandimento dell’antica Corte dell’Aja; la guerra mondiale continuerà mutando forma ed armi; nè si potrebbe predire chi vincerà da ultimo: se i latini, i tedeschi o gli anglo-sassoni; se qualche nuova forma di dittatura, la democrazia o il bolscevismo. Qualora invece le garanzie internazionali riescano davvero a far le veci, in larga misura, delle armi, la Società delle Nazioni sarà il principio fecondo di un nuovo ordine internazionale, in seno al quale ogni popolo potrà ricomporsi. Ma è di cattivo augurio per la pace che il capo del governo francese non veda chiaro su questo punto. Tutto il discorso ribocca di un invincibile attaccamento alle vecchie dottrine politiche del secolo XIX, e nel tempo stesso di una fantasticità mascherata da realismo politico. Come credere che un’alleanza eterna tra l’Italia, la Francia, la Inghilterra e gli Stati Uniti sia altro che un sogno? Affinchè un’alleanza duri, non dirò in eterno, ma per parecchie generazioni, è necessario posi o sopra un principio, o sopra un interesse permanente, o su tutti e due. La Santa Alleanza ha durato — si può dire — un secolo, perchè posava sul principio dinastico e sull’interesse delle dinastie a difendersi, difendendolo, contro le dottrine e i partiti rivoluzionarî. Oggi invece non si vede nè il principio nè l’interesse, che potrebbero legare per cinquant’anni la quadruplice imaginata dal Clemenceau. La paura della Germania e del militarismo tedesco? Ma bisognerebbe ammettere che la Germania e il militarismo tedesco saranno nei prossimi cinquant’anni uno spavento e un pericolo come furono durante la guerra: il che non è probabile, e ad ogni modo non è sicuro. Il mondo aveva dimenticato che la integrità della Francia è necessaria alla libertà dell’Europa. La Francia ha diritto di essere sostenuta e difesa nei suoi confini storici contro la forza preponderante della Germania, che di nuovo la minacciasse, anche da una alleanza mondiale, anche a costo di una nuova gara illimitata di armamenti, anche a costo di una nuova guerra più lunga e sanguinosa di quella che or ora è finita. Ma ad una condizione: che sia chiaro esser i nuovi sacrifici inevitabili, perchè la Germania e la Germania sola si è rifiutata, apertamente o subdolamente, ad ogni ragionevole componimento ed accordo. Credo invece che la Germania avrebbe poco da temere un trattato di alleanza tra la Francia, l’Italia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, il giorno in cui entrasse nei popoli il sospetto che gli armamenti e gli odî delle nazioni continuano, non perchè la Germania, ma perchè le potenze vittoriose non hanno voluto fare i necessari sacrifici di ambizione e di forza.