Abbiamo esautorato lo spirito e la materia. Non obbediamo più nè a Cristo nè all’Anticristo.
Molte leggende la passione politica ha accreditate intorno agli atti ed ai disegni della Santa Sede e di Benedetto XV durante la guerra mondiale. Si è perfino denunciato il Vaticano come un ufficio di propaganda tedesca! Vero è invece che la Santa Sede fu alacre e zelante nell’addolcire le crudeltà e nel lenire i dolori della ferocissima lotta, quanto timida ed esitante nell’affrontare gli interessi, le passioni e le dottrine, che hanno scatenato il flagello. La Chiesa fu tra i combattenti ministra della Carità più che Cattedra della Giustizia!
La paura della Russia, che ambiva immensi territori cattolici in Europa e in Asia, soffocò nel papato, per tre anni, l’orrore della violenza germanica. «La vittoria della Russia sarebbe stata una rovina per la Chiesa non minore della Riforma» — disse a me, nella primavera del 1918, uno dei più alti prelati della Curia. Se per le potenze occidentali lo czar era il sovrano di un immenso impero, un amico e alleato potentissimo, per Roma era il capo di una Chiesa scismatica, che avrebbe tentato di sradicare il cattolicismo dagli Stati, in cui fosse entrato. Curiosa coincidenza: la alleanza della Russia costò alla Francia e all’Inghilterra non soltanto le simpatie dei partiti più rivoluzionari, ma anche quelle della Chiesa cattolica!
Caduto l’impero russo e dileguate queste paure, le simpatie per la Francia, per l’Italia e per l’Inghilterra presero forza anche in Vaticano; ma non al punto da scuotere la persuasione, che gli imperi centrali avrebbero vinto la guerra. Questa persuasione — molto diffusa in tutti i paesi neutrali ed anche in quelli dell’Intesa, tra le persone che non erano obbligate a credere alla vittoria per dovere d’ufficio — spiega forse molti atti e atteggiamenti della Santa Sede, a cui si sono cercati fini più reconditi. Molti, anche nel governo della Chiesa, consideravano la vittoria della Germania e dell’Austria una calamità: ma siccome la ritenevano sicura, pensavano che la Chiesa dovesse, con una neutralità prudente, prepararsi a intervenire come moderatrice presso il troppo feroce vincitore.
La forza e il furore degli Stati combattenti intimidirono anche la più antica potenza spirituale della civiltà occidentale. Indebolita dai colpi che il secolo XIX le ha inflitti e da quella specie di irrigidimento ombroso con cui cerca di difendersi contro lo spirito avverso dei tempi; armata solamente di libri e di pergamene, di carta e di penna, la Chiesa non ha osato affrontare il furore di ambizioni, di cupidigie, di odî, di orgogli scatenato dalla guerra sul mondo; le coalizioni di interessi, che hanno armato per quattro anni l’Europa contro se stessa. Ha cercato, quanto poteva, di soccorrere le vittime di questo furore, ma senza correre il pericolo di esasperarlo, cercando di frenarlo senza forze adeguate.
Che questa politica non fosse animata da uno spirito eroico, è manifesto. Ma è pure manifesto che riesce oggi più facile ad un critico e ad uno storico vantare a tavolino l’audacia del grande eroismo cristiano, che non fosse al papa di praticarlo tra il 1914 e il 1918. Lasciamo dunque all’avvenire giudicare se Benedetto XV sia stato o non sia stato troppo cauto. L’osservatore contemporaneo deve piuttosto cercare che cosa indichi e di che cosa sia segno questa prudenza. Dell’indebolirsi e declinare dell’autorità spirituale della Chiesa?
Molti lo pensano e l’hanno ripetuto, in questi anni. Il coraggio è il compagno della forza. Un potere che si lascia disarmare, confessa la propria debolezza. E fino a questo punto chi ragiona così ragiona bene. Se la Chiesa si fosse sentita più forte, avrebbe levato maggiormente la voce in difesa dei deboli, che tante volte l’hanno chiamata in aiuto, durante la guerra, come ministra di Carità e di Giustizia. Ma l’illusione comincia, quando si spera, come tanti hanno sperato durante la guerra, che su questo indebolimento della potenza spirituale più antica debbano grandeggiare le nuove potenze spirituali e temporali, che oggi reggono il mondo: lo Stato, la scienza, i grandi organi dell’opinione, i maggiori imperi che si spartiscono il globo, il capitale e i potenti strumenti che esso muove, le masse organizzate e la loro volontà.
Purtroppo, Berlino e Parigi, la guerra e il Congresso della pace, dimostrano che le potenze nuove non sono meno inferme delle antiche, anche se la malattia di cui soffrono è diversa. Finchè l’impegno fu di distruggersi a vicenda, le potenze spirituali e temporali del secolo hanno fatto meraviglie: quando invece si sono accinte a rifare quello che avevano distrutto, sono state forse meno modeste e caute della Chiesa, ma non più capaci. Se la Chiesa ha potuto far poco, con le sue pergamene e con i suoi libri, per ridare al mondo la pace, gli Stati non furono più fortunati, con i mezzi immensi di cui disponevano.
Gli imperi centrali erano più forti per armi e sapevano fare meglio la guerra. Questa è la ragione per cui la loro vittoria sembrò a tanti sicura sino all’ultimo. Ma questa fu invece la ragione della loro sconfitta. A che cosa ha servito la smisurata forza di cui disponevano, se non a distruggere se medesimi, dopo avere dissanguato i nemici? La Germania non è forse soggiaciuta ad una specie di congestione della propria forza? Oggi i vincitori sono i più forti, per armi, per ricchezza e per saldezza interiore; ma a che serve loro questa forza se invano cercano di mettere pace e ordine nel mondo? Nè le ricchezze dell’America, nè l’armata dell’Inghilterra, nè l’esercito della Francia, nè la scienza degli esperti, nè la sottigliezza dei diplomatici, nè la volontà dei popoli, nè le vociferazioni dei giornali, nè l’oro e i consigli dei banchieri, nè le sedute dei Parlamenti, nè la potenza gregaria e l’infatuazione dottrinale del socialismo hanno potuto, finora, far più che le encicliche di Benedetto XV. La parola sembra avere perduto la sua antica potenza sulle menti degli uomini; ma dalla stessa impotenza sono colpite le armi, la ricchezza, la scienza e tutte le altre forze, a cui i moderni facevano più largo credito che alla parola.
Questa universale impotenza è il vero terrore dei nostri tempi. È vero: Benedetto XV, non ostante il suo zelo cristiano e l’immensa autorità di cui era investito, è riuscito soltanto a lenire alcune tra le più atroci sofferenze della guerra. Ma gli altri potentati non sono stati capaci di fare nè meglio nè più per ridare al mondo la pace. Nel groviglio delle autorità spirituali e delle potenze temporali che se la contendono annullandosi, l’Europa resta abbandonata a se stessa, prostrata nell’inerzia smaniosa di un esaurimento spirituale, che sembra disperare della propria guarigione.
Il pontificato di Benedetto XV, come il tormentoso smarrimento in cui si dibattono gli Stati tutti dell’Europa, vincitori o vinti, provano che nè la Chiesa nè lo Stato moderno, ciascuno da sè, sono in grado di trarre l’Europa dalla stretta in cui si è cacciata. Ma potrebbero riuscire meglio, unendo le loro forze? E se questo accordo non sia possibile, quale sarà il destino dell’una e dell’altro nell’avvenire prossimo? Quale la sorte dell’Europa?
Tremendi quesiti, con cui si troveranno alle prese i successori di Benedetto XV, per molte generazioni! Che essi almeno non siano sordi, come sono sordi i tempi!