VI. Il ritorno dei barbari

«È vero: — si ripete spesso quando si ragiona dei nostri tempi e dell’avvenire — l’autorità si sfascia oggi in Europa, come si sfasciò nel terzo secolo. Ma oggi non ci sono più barbari capaci di approfittare della nostra anarchia!»

È vero. I tempi sono mutati. Nel terzo secolo della nostra êra, civiltà e barbarie combattevano ad armi uguali. Oggi non più. La barbarie è inerme, di fronte alla civiltà. Il suo ardire e il suo impeto sono impotenti contro le nostre armi.

Ma siamo noi veramente sicuri? È proprio vero che i barbari vivono tutti sotto la tenda?

Barbara non è l’epoca in cui la forza e la materia dominano, non limitate e non regolate nè dalla legge, nè dalla giustizia, nè dall’amore, nè dalla socievolezza, nè dalla bellezza, nè dalla cultura? Non diciamo barbari i popoli, che al disciplinato regno della giustizia e della ragione preferiscono la violenta tirannide della passione e della forza?

Ma allora quanti barbari ci sono ancora e vivono nel cuore stesso della civiltà occidentale! Se ne incontrano dappertutto: nelle accademie e nei governi, nelle università e nelle officine, fra gli eruditi e fra gli analfabeti, in mezzo al popolo e in mezzo ai grandi, tra i ricchi e tra i poveri. Anzi, ognuno di noi è quasi una doppia persona; in parte civile, in parte barbaro. Guardiamo un po’ dentro noi, e ci accorgeremo che l’uomo civile e il barbaro non guerreggiano più, come un tempo, ai confini dell’Impero Romano, ma in ogni coscienza.

Noi siamo barbari, quando assumiamo la massa, il peso e il numero come misura del merito e della eccellenza. Siamo barbari, quando ammiriamo un edifizio perchè è massiccio e vistoso, una chiesa perchè luccica d’oro e di marmi, un vestito perchè costa molto, un popolo e un uomo perchè sono ricchi e potenti.

Siamo barbari, quando beviamo, mangiamo e fumiamo oltre il ragionevole, con intemperanza. Siamo barbari, quando prodighiamo la ricchezza solo per far vedere che la possediamo e per abbagliare i vicini. Siamo barbari, quando ammiriamo con uguale ardore la bellezza di una donna e il diamante che luccica nei suoi capelli. Siamo barbari, quando ci lasciamo abbrutire dalla rude potenza delle macchine e dalla furia frenetica dei nostri tempi. Siamo barbari, quando ci spogliamo del più grande tesoro che Dio ci ha donato — la intelligenza — per infonderla nella materia; quando ci vantiamo di rimbecillire, per creare dei congegni di ferro ogni giorno più intelligenti.

Siamo barbari, quando, inorgogliti e inferociti dalla intelligenza micidiale che abbiamo risvegliata nella materia, abdicando la nostra sovranità, aspiriamo ad essere i re dell’Universo, innanzi a cui tutte le cose della creazione devono inchinarsi.

Siamo barbari, quando crediamo di poter riscattare con le invenzioni meccaniche e con le scoperte chimiche le nostre colpe, i nostri errori, la nostra cecità e le nostre follìe. Siamo barbari, quando ci illudiamo che il vapore, l’elettricità, i raggi X, il telegrafo senza fili, il radium, i crogiuoli dei chimici, le imprese del commercio, le audacie delle industrie, le meraviglie dell’agricoltura, effettueranno la seconda redenzione del genere umano, dopo il sangue di Cristo; e purificheranno il mondo dalle cattive passioni che lo infestano, inaugurando il Regno della Pace e della Saggezza.

Spesso i barbari «ab intus» sono più pericolosi che i barbari di fuori. Quelli di fuori si avanzano allo scoperto, e si possono segnalare, contare e fermare con la forza. Ma a quale segno sicuro riconoscere i barbari dei nostri tempi? Quando neppur essi hanno sentore dell’essere proprio e gli altri sanno così poco discernerli, che spesso li ammirano come i campioni e i difensori della civiltà?

Anche questo è un pericolo che ci minaccia sulle vertiginose altezze della nostra potenza. Scambiando per segni di progresso i vizi della barbarie, grossolanamente mascherati e contraffatti, la civiltà occidentale si affida troppo spesso, per salvarsi, alla distruzione e alla morte.

Osservate tutte le armi di cui è così fiera: quelle natanti fortezze di acciaio, che infestano i mari; quei cannoni dalle gole profonde come un abisso; quelle mitragliatrici che irrorano la terra con una pioggia di morte minuta, incessante, invisibile; quei falchi di metallo, da cui piovono i fulmini; quei milioni di baionette che scintillano ai raggi del sole.

Ci siamo affidati a questi terribili strumenti di guerra, affinchè tenessero a distanza i popoli che, a torto o a ragione, chiamiamo barbari. Al riparo di questa muraglia di ferro e di fuoco, innalzata dal nostro genio, noi viviamo sicuri, che non dovremo più fuggire innanzi a una nuova passata alluvionale di Mongoli. Ma donde è mosso l’uragano di violenza, che per cinque anni ha devastato l’Europa, se non da quegli stessi strumenti di guerra, in cui avevamo posto la nostra sicurezza e la nostra speranza?

La civiltà occidentale giace prostrata e agonizza sotto la mole di quelle armi, con cui si era rivestita per difendersi.

Le armi che dovevano difenderci dai barbari, si sono rivolte contro di noi. Eccoli, anzi, i veri barbari del nostro tempo: sono esse! Barbari di ferro e di acciaio, temprati nel fuoco dalle nostre braccia, e contro i quali siamo impotenti come i Romani erano impotenti contro i Germani ed i Goti.

L’intelligenza letale, che abbiamo risvegliata nella materia con il nostro orgoglio e la nostra ambizione; quell’intelligenza letale che ammiravamo come il prodigio del nostro genio, quando sterminava i nostri nemici, ha ormai annientato anche noi: vinti e vincitori insieme. Questa è la grande nemica della civiltà occidentale, più implacabile delle orde barbariche che distrussero l’Impero Romano. Non potremo salvarci dai nuovi barbari con il ferro, poichè sono essi stessi il ferro; non potremo salvarci con quell’oro che Roma gettò così spesso agli invasori per fermarli quando non poteva respingerli, perchè non sono avidi, come gli antichi barbari, della nostra ricchezza, ma della nostra distruzione.

Visibili o invisibili, questi barbari ab intus non potranno essere vinti che da armi invisibili e immateriali: la Ragione, la Giustizia, la Saggezza. Il giorno in cui la Ragione, la Giustizia, la Saggezza riappariranno nel mondo, i barbari, che sono ritornati a devastare l’Europa, volteranno le spalle e partiranno per sempre. Ma per quanto tempo, prima di questo ritorno, il mondo volterà le spalle anche a questa parola della verità?