Questa seconda parte contiene alcuni studi sul Congresso della pace che, come i lettori ricordano, si tenne a Parigi tra il Gennaio e il Luglio del 1919. Di questi studi i primi cinque furono scritti a Parigi nei mesi di Marzo e di Aprile, da me passati nella capitale francese appunto per studiare le cose del Congresso: ma il quarto solo fu pubblicato nel Secolo, gli altri quattro sono nuovi, facendo parte di un Diario della pace inedito, in cui scrivevo le notizie e le riflessioni di maggior importanza. L’ultimo studio, il sesto, è un articolo pubblicato nel Secolo il 31 Dicembre 1919: occhiata retrospettiva all’annata e al suo lavoro per la pace.
Ristampo questi studi tali e quali, lasciando in essi quell’apprensione sospesa per un pericolo intravisto, ma non ancora ben delineato nei suoi contorni, di cui sono pieni. I lettori vedranno in questi studi definirsi a poco a poco più precisamente i dubbi già espressi nella prima parte intorno alla fermezza e sincerità, con cui i vincitori compirebbero il loro ufficio di improvvisati campioni dell’89 e del ’48. E vedranno spuntar l’idea che mi farà scrivere un anno dopo le Memorie e confessioni di un sovrano deposto e che mi sembra oggi la chiave di tutte le presenti difficoltà dell’Europa: il principio monarchico è caduto, ma il principio democratico, invece di trionfare, vacilla sulle rovine del principio rivale; onde una insicurezza universale che sembra dover durare a lungo e che richiederà rimedi più profondi di quelli a cui pensano i medici oggi in voga.
Nell’ultimo di questi scritti è enunciato un primo e risoluto giudizio sul trattato di Versailles. Esso non è riconosciuto dai vinti come un obbligo d’onore, riposa sulla forza soltanto; è dunque un trattato di Francoforte, capovolto e di proporzioni più grandi.