II. La nuova infanzia del mondo[8]

Talleyrand, Talleyrand! Nessun miracolo ti può resuscitare? Tutta la tua sapienza è stata dunque dispersa, come la cenere di un rogo, dal vento del secolo decimonono? Solo il ricordo delle colpe e dei vizi doveva sopravvivere di te?

Mi hanno mostrato questa mattina una carta dell’Ungheria con le amputazioni che si vogliono fare, per «darle una buona lezione». Sono rimasto di sale. Ma questa gente crede proprio sul serio di essere stata delegata a punire popoli e stati da una luogotenenza generale della giustizia divina sulla terra? L’Ungheria è uno stato millenare; una unità storica e geografica, stagionata dai secoli e legata internamente da forze di coesione che nè la penna, nè la spada possono sciogliere da un giorno all’altro. In ogni tempo e luogo una ragione di stato, che non fosse smaniosa di seminare tempeste e terremoti, si sarebbe fatta scrupolo di spezzare e di mutilare, senza gravi e ben ponderati motivi, questa unità a profitto di stati antichi e nuovi, perchè il bene fatto a questi popoli pesa troppo poco a paragone del male fatto a quella. Anche non ricevendo tutti i territori ungheresi reclamati con titoli più o meno legittimi, la Boemia, la Rumenia, la Jugoslavia non potrebbero lagnarsi della guerra e considerarsi vittima dell’altrui prepotenza: se le sarà tolto tutto ciò che l’Intesa vuol toglierle, l’Ungheria maledirà i vincitori, si considererà come una vittima, sognerà vendette e riscosse, cospirerà in permanenza contro la pace, farà lega, aperta o segreta, con tutti i nemici dell’Inghilterra e della Francia. Questa sola considerazione avrebbe dovuto consigliare moderazione e prudenza, a uomini di stato, i quali non si credano investiti del potere di rifare in un giorno quel che la storia ha fatto nei secoli. Ma non basta. Quando mezza Europa è in dissoluzione, è savio distruggere con la forza uno dei pochi stati, che avrebbe ancora la forza di reggersi per coesione interna? O il Congresso della pace, come il Nerone della leggenda, vuole godersi dalla cima della torre Eiffel lo spettacolo del mondo che brucia?

Ho esposto questi pensieri a un uomo politico francese di molta coltura, di grande acume e che conosce bene l’Europa. Mi ha detto: «vous avez raison; mais les Hongrois ne sont pas interessants».

Talleyrand è morto; e non risusciterà. Non risusciterà, perchè il mondo vuole l’ordine a parole, e il disordine a fatti; e vuole il disordine, perchè è ridiventato bambino. Proprio così. Un secolo fa l’uomo si imaginò di essere giunto alla maggiore età; e distrusse tutte le tradizioni, le dottrine politiche, i principî giuridici, le credenze religiose con cui e per cui gli stati si reggevano. Sapeva però ancora che uno stato e un ordine sociale non possono durare senza principî e credenze; e aveva distrutto gli antichi perchè era persuaso di averne scoperti dei nuovi, più veri e più giusti, e di poter con questi creare un ordine di cose nel quale gli uomini sarebbero stati più felici. Ma nel grande tramestio del distruggere gli antichi e del creare i nuovi principî, nacquero delle guerre; e in queste acquistò fama e credito un giovane ufficiale, nato in una isola aspra e selvaggia del Mediterraneo. Aveva grande ambizione, quel giovane guerriero, una smisurata presunzione che i successi precoci gonfiarono, pochi studi, nessuna dottrina, grande astuzia e conoscenza delle piccole passioni che muovono i singoli uomini, nessuna profonda conoscenza delle correnti spirituali che vivificano gli stati e muovono i popoli, molta prontezza e fiuto e intuito approssimativo delle cose... In quella epoca torbida, in cui molti non credevano più nè ai principî antichi nè ai nuovi, nè agli idoli in piedi da secoli nè a quelli eretti allora allora, venne a questo guerriero fortunato il pensiero infantile di dire agli uomini che, poichè non credevano a nulla, credessero a lui; che egli con i suoi soldati, con il suo denaro, con le sue idee, con il suo genio basterebbe a far le veci di tutti quegli elementi spirituali che ab aeterno erano stati l’anima degli stati; che egli da solo con la sua penna e con la sua spada vincerebbe e distruggerebbe stati e popoli, imperi e regni, repubbliche e religioni. E molti scambiarono i fuochi di bengala che le vittorie accendevano intorno alla sua persona per il nimbo di un vero Dio; cosicchè, abbagliati dalla gloria o allettati dai premi, gli credettero e lo seguirono.

Non fu la politica di Napoleone una improvvisazione tumultuaria e confusa di combinazioni instabili, che non avevano altra ragione se non l’interesse politico della sua persona, della sua famiglia, della Francia, come egli lo giudicava a volta a volta — e Dio sa se in questi giudizi era capriccioso e volubile? Una improvvisazione tumultuaria e confusa della forza, sempre sorpresa e delusa dagli effetti delle sue combinazioni e sempre in lotta con quelli? Una improvvisazione tumultuaria e confusa della forza che, cercando di servirsi, con eguale indifferenza, dei principî antichi e dei nuovi, confondeva, screditava e indeboliva gli uni e gli altri, preparando l’anarchia universale per il giorno in cui la forza, di sua natura instabile, sarebbe venuta meno? Vedetelo all’opera in Italia. Entra come un uragano; rovescia a furia di decreti non solo gli antichi stati, ma, come Lenin in Russia, tutte le leggi, su cui riposava l’ordine sociale da secoli; spoglia e spossessa la Chiesa e la Aristocrazia; raccoglie in fretta e furia una nuova classe governante tra gli elementi più loschi, mettendo a capo di questa quei Commissari della repubblica, che si direbbero proprio i fratelli maggiori dei Commissari di Lenin e che ad ogni modo hanno con questi un’aria manifesta di famiglia; divide, impasta, rimaneggia territori. Quale è il naturale effetto di questo frenetico rimescolamento? I piemontesi, i lombardi, i veneti, sinchè erano governati ciascuno dal Re di Piemonte, dall’Impero, dalla Serenissima, dalle aristocrazie e dalle istituzioni secolari, a cui tante generazioni avevano obbedito, vivevano tranquilli, contenti ciascuno del proprio governo particolare, non pensando neppure che potesse essere mutato. Ma quando Napoleone ebbe mostrato loro, distruggendoli, che anche i governi più antichi potevano essere distrutti; che la forza poteva da un giorno all’altro fare e disfare le istituzioni dei paesi, incominciarono subito a pensare quale sarebbe la forma dello stato più conveniente per essi, e a chiedere l’unificazione della valle del Po gli uni, della penisola tutta gli altri. C’era da aspettarselo. Per quale ragione, per esempio, i piemontesi che tanti secoli avevano vissuto sotto lo scettro dei Savoia, dovevano ora obbedire gli uni alla Francia, gli altri far parte della Cisalpina o del Regno italico? O ciascun popolo sotto gli antichi governi e le antiche istituzioni, o tutti uniti in un solo stato nazionale: non c’era terreno solido e posizione stabile tra i due corni di questo dilemma.

Ma Napoleone, che aveva fatto dell’unità una necessità vitale distruggendo in Italia i governi e le istituzioni particolari in cui era da secoli divisa, non ne vuol sapere, perchè quell’unità avrebbe disturbato la sua politica e molestato la Francia; e grida, strepita, va in furia contro le conseguenze naturali della sua politica. «La Cisalpina è per me una posizione offensiva contro l’impero e la casa d’Austria» — dice un giorno al duca Melzi, che gli espone i lagni e i desiderî degli italiani. Una civiltà immortale, un popolo vecchio di duemila anni, e pur giovane, che era stato per secoli il maestro dell’Europa, le sue tradizioni, le sue istituzioni, il suo passato, il suo avvenire, non sono più, nel suo pensiero, che una «posizione offensiva», un bastione, una trincea, una casamatta, nella guerra tra lui, Napoleone, e la Casa d’Austria! Chi avrebbe potuto governare un paese di antica civiltà con queste dottrine? E difatti Napoleone tormenta per più di dieci anni l’Italia; la maltratta e la benefica; la umilia e la rafforza; le regala stati e corone, strade e leggi; le insegna a maneggiare le armi. Vana fatica, lavoro di Sisifo! Appena la sua potenza vacilla, l’Italia rinnega e maledice, non ostante i beneficî ricevuti, l’uomo che aveva voluto governare il mondo, senza sapere che anche gli stati hanno un’anima oltre il corpo, e che se la forza ha giurisdizione piena sul corpo, poco può sull’anima. Napoleone sparisce, lasciando alla Francia, sola eredità della sua dominazione in Italia, un odio non spento neppur oggi, dopo un secolo.

E in Germania, Napoleone e la rivoluzione francese non son forse il padre e la madre dell’impero tedesco, tormento e spavento del mondo? Distruggendo egli stesso, aiutando l’Austria e la Germania a distruggere l’antico ordine di cose, Napoleone non ha liberato le tempestose energie di quel popolo, che quell’ordine aveva incatenate? Volendo fare della Germania uno strumento della propria fortuna, non ne ha fatto il martello e il flagello della Francia? Quest’uomo è sembrato a molti un gigante perchè l’hanno giudicato alla stregua del destino comune degli altri uomini, anche dei più grandi, come se tra la fortuna di un uomo e la sua grandezza spirituale ci fosse una proporzione, che non c’è quasi mai. Ma per la giusta misura, occorre paragonare ciò che ei volle, sentì, disse e fece con i doveri che la natura degli uomini e degli stati impone a coloro che li governano: e allora apparirà una specie di Dio fanciullo che, per divertirsi nei suoi giochi favoriti, tenta di distruggere in aeternum l’ordine del mondo, e non lo sa, e crede d’essere un Dio serio e adulto, il quale regga il cosmo con sapienza adorabile! In tutta l’opera sua c’è qualche cosa d’infantile, che riconduce i tempi alla prima fanciullezza della storia. Infantile era l’illusione che l’ammirazione e la paura del suo genio e dei suoi soldati potessero far le veci, e non in Francia soltanto, ma in mezz’Europa, delle mille anime secolari e originarie degli stati europei. Infantile era l’illusione che egli avrebbe potuto improvvisare una nuova dinastia sul terreno dell’Europa già minato sotto dalla rivoluzione; e farla sacra e inviolabile agli occhi di tutti con il doppio crisma della polvere da schioppo e dell’acqua santa. Infantile era l’illusione che dieci secoli di storia si inchinerebbero come lacchè al suo comparire e gli farebbero largo, in tutta Europa, affinchè egli potesse salire sopra un altissimo trono improvvisato dai suoi soldati e di lassù largire con un gesto all’Europa e al mondo una felicità nuova. Infantile era l’illusione che i popoli da lui taglieggiati, tiranneggiati, dissanguati per arricchire e ingrandire la Francia, dovessero essere felici di immolarsi per lui; ammirare non solo lui ma tutti i suoi fratelli e le sue sorelle; e scambiare allegramente il proprio oro e il proprio sangue con qualche frase retorica di dubbio gusto.

Abbagliati o violentati o allettati, i tempi, già disorientati dalla rivoluzione, ricascarono rapidamente in infanzia sotto questo Dio fanciullo; e giocando ogni giorno con quel Dio a creare con la forza degli stati nuovi senza anima, si sarebbero alla fine dissolti tutti in una selvaggia anarchia, se l’Europa a un certo momento non si fosse scossa, per ritrovare con la propria virilità un ordine coerente e duraturo. Il Congresso di Vienna salvò l’Europa dalla anarchia, a cui il regime napoleonico l’avrebbe necessariamente condotta con quella moltiplicazione di stati chimerici. Il Congresso di Vienna, oggetto per un secolo di tante stolide declamazioni ed accuse, io non l’ho capito che in questi mesi, dopochè ho veduto il Congresso di Parigi. O Mani di Talleyrand, di Metternich, di Luigi XVIII, di Guglielmo Federico III, di Alessandro I: che cerimonia d’espiazione vi dovrà un giorno l’Europa, se mai le accada di uscir di questa senilità che l’ha rifatta bambina! Ma quel lucido intervallo di saggezza durò poco. Ben presto l’Europa ricascò nell’infanzia e quindi nel culto del Dio fanciullo; raffigurò e ammirò in lui la propria cecità politica, le ambizioni impazienti, l’arrivismo senza scrupolo, la fatuità, la prepotenza arbitraria e capricciosa degli uomini e delle classi nuove, che via via, di generazione in generazione, salivano al potere nel disordine dei tempi, senza preparazione, e che imaginavano di poter fare tutto appunto perchè non avevano mai fatto nulla, e perchè la loro ignoranza e impreparazione non conoscevano i limiti del potere. Napoleone doveva essere l’idolo di tutti i parvenus del secolo — che sono milioni e milioni! Onde il suo spirito domina il Congresso, dove son tutti dei Napoleoncini in borghese, dai rappresentanti dei piccoli stati ai capi dei grandi; e s’immaginano di poter come Dio crear popoli e stati a piacere con la matita; e seminano, come Napoleone un secolo fa, spensieratamente a piene mani, tempeste.

Napoleone e Nietzsche: questi due nomi mi tornano spesso alla mente insieme. Non è Nietzsche il Napoleone del pensiero moderno: formidabile nel distruggere, infantile nel costruire? Non ha rovesciato dalle fondamenta l’edificio dei tempi per giocare tra le sue rovine con dei tirannelli di piombo, come i bambini giocano sul pavimento o sulla tavola con soldatini di Norimberga? Napoleone è l’eroe, Nietzsche è il pensatore di una civiltà cascata in infanzia, e che ormai precipita addirittura nel così detto attivismo, nella filosofia dell’azione per l’azione, ossia del gioco.... I fanciulli si distinguono dagli adulti appunto perchè saltano, gridano, corrono per saltare, gridare, correre e non per uno scopo: agiscono dunque per agire, e non per ottenere qualche effetto preciso; sono attivisti, come il secolo nostro...

No, l’Europa non avrà pace, perchè non la vuole, perchè vuole e cerca il disordine, illudendosi di poter dominarlo e costringerlo a servire, come un docile servo, le proprie passioni. Così finisce la tragedia di un secolo, che ha fatto grandissime cose, ma che ha falsificato tutti i metri, rimbarbarita l’arte di governare, smarrito il senso dei limiti e la nozione del bene e del male. Il Congresso di Vienna, che volle davvero ristabilire l’ordine, seguì un principio, che era antico, ma vivo ancora; e seppe distinguere abbastanza bene il possibile dall’impossibile, anche se qualche volta si sbagliò nel fare i suoi conti. Incerto tra due epoche, e desideroso di ordine e di pace solo a parole, il Congresso di Parigi sembra non credere più nei principi antichi, non credere ancora nei nuovi, e confonde ad ogni momento quel che può farsi ed esistere con quello che si può desiderare o sognare!