Il «realismo» degli Stati europei è davvero una cosa molto singolare.
Ricordo alcuni fatti.
All’intervento dell’America l’Intesa deve forse la salvezza; e certo un grande addolcimento degli ultimi cimenti. Nella primavera del ’17, quando gli Stati Uniti scesero in campo, la Russia agonizzava; la Francia, l’Inghilterra, l’Italia, esauste da uno sperpero inaudito di uomini e di ricchezze, incominciavano a scoraggiarsi e a smarrire la fiducia reciproca, proprio mentre la guerra si inaspriva nell’ultima e ferocissima stretta. Non ostante il troppo vantato dominio dei mari anche le potenze dell’Intesa erano allora in procinto di trovarsi alle prese con la fame vera e propria. Avrebbero resistito? L’America, proprio allora, ci mandò un esercito fresco, ci aprì un credito illimitato, ci diede il pane e il companatico necessari per far la guerra senza i crampi di stomaco....
E quell’intervento era poco meno che un miracolo. Bisogna conoscere l’America per imaginare che impresa sia stata imporsi la coscrizione, allestire un esercito di milioni di uomini e mandarlo a combattere nelle trincee della Champagne o della Lorena! Chi vuol farsene un’idea, senza andare in America, rovesci il cannocchiale, e imagini quel che sarebbe per i contadini della Romagna o del Poitou, per gli operai di Milano o di Birmingham essere mandati a combattere sulle rive del Missisipì. L’America ha compiuto una prodezza di questa natura. I nostri vecchi avrebbero detto che quell’aiuto ci veniva dal cielo.
Invece i grandi Stati dell’Intesa fecero da prima i difficili. A quante discussioni ho assistito, nel febbraio del 1917, a Parigi, nei circoli ufficiali di tutta l’Intesa! Uomini gravi e di grande autorità pesavano gli inconvenienti e i vantaggi dell’intervento americano ormai imminente; e i più aggrottavano le ciglia, inquieti. Purtroppo gli inconvenienti pesavano più dei vantaggi! Senonchè poche settimane dopo che l’America aveva dichiarato la guerra alla Germania, circoli ufficiali e popoli erano già persuasi che l’America aveva fatto soltanto il proprio dovere, e purtroppo molto in ritardo. Se l’America fosse intervenuta un po’ prima, la guerra sarebbe stata più corta e l’Intesa, come era un suo sacrosanto diritto, avrebbe vinto con minor fatica. Insomma il miracolo era diventato un avvenimento naturale, e l’Europa aveva qualche recriminazione da fare all’America, che aveva esitato un po’ troppo. Naturale era pure che l’America mettesse tutti i suoi uomini e tutto il suo oro a nostra disposizione, perchè ce ne servissimo senza contare! Combattevamo o non combattevamo per la libertà, la giustizia e il diritto?
La guerra finisce; l’armistizio è firmato; alla fine di dicembre Clemenceau annuncia alla Camera francese che l’Inghilterra e la Francia sono d’accordo nell’escludere la questione dei mari dalla pace: ossia nel passar sopra, come non esistesse, al maggiore tra gli interessi che avevano spinto l’America a prendere le armi. Chi ha neppur badato a quell’accenno? Chi ha neppur supposto in Europa che l’America potesse avere nella guerra un interesse suo particolare, legittimo quanto tutti gli interessi particolari delle altre singole potenze? E che sarebbe stato, nel tempo stesso cavalleria e accortezza riconoscere e soddisfare lealmente questi interessi?
Ora fanno tutti il broncio a Wilson ed all’America; accusano l’uno e l’altra di voler pesar sulla pace oltre la misura dei sacrifici consentiti per la vittoria; si lagnano che abbiano offerto all’Europa, che ha bisogno di una spada, una vescica vuota e una lanterna veneziana, la Lega delle Nazioni; e lodano il Clemenceau di aver strappato al Wilson l’impegno di una alleanza formale. Alle persone serie che incontro sembra che, acconsentendo a questa alleanza, l’America abbia un po’ riscattato gli intollerabili capricci del suo fantastico presidente, compiendo almeno una parte del suo dovere verso l’Europa.
Mi sbaglierò: ma mi pare che l’Intesa abusa un po’ dell’America e dei suoi miracoli. Invece di ringraziare Dio perchè ha fatto per lei un miracolo, essa esige, e non senza una certa arroganza, che il miracolo si rinnovi ogni sei mesi, a richiesta. Pare che con la Lega delle Nazioni e con la promessa dell’alleanza Wilson stia impegnando doppiamente e in anticipazione l’America a intervenire negli affari d’Europa, ogni qual volta questi siano un po’ perturbati. E in cambio di che cosa? Che cosa l’Europa promette a sua volta all’America, fuorchè la gloria di combattere per «la giustizia e il diritto» a fianco dell’Inghilterra e della Francia? A chi sa quanto è largo l’Atlantico, questo impegno apparisce così grande, così grave, così insolito, così disinteressato, che definirlo il secondo miracolo, dopo l’intervento, non è esagerato. A tutti i politici «realisti» che incontro qui, sembra la cosa più naturale e più semplice del mondo.
Sono io che farnetico o questa gente ha preso l’haschisch? A questa gente, ad ogni modo, occorre ricordare che solo il miracolo di San Gennaro si ripete a richiesta e a data fissa.