Verso gli ultimi di novembre dello scorso anno, rientrando nel mio studio, vi trovai un vecchio, che da mezz’ora mi aspettava.
Chiestogli il motivo della sua venuta, mi rispose con una domanda:
— È egli vero che lei ha scritto la storia di Giovanni Tolu, il bandito? Avrei piacere di leggerla.
— Non ho mai scritto storie di banditi viventi — risposi.
Il vecchio, senza punto scomporsi, ripigliò con sussiego:
— Se lei non l’ha scritta, è certo che ben presto la scriverà!
— E perchè dovrò scriverla?
— Perchè glie la dirò io, che sono Giovanni Tolu in persona.
La strana presentazione mi sorprese non poco; tuttavia risposi:
— Non so davvero perchè lei voglia narrarmi la sua storia, nè perchè io debba scriverla.
— Le dirò sinceramente, che ormai sono stanco e infastidito delle fandonie che si vanno spacciando sul mio conto. Lungo la mia vita di bandito e d’uomo libero — per oltre quarant’anni — si dissero e si stamparono sui miei casi inesattezze tali, che mi preme rettificare. Non voglio colpe, nè virtù che non mi spettano. Fui intervistato da un numero infinito di curiosi, italiani e stranieri, ma non volli finora aprire l’animo mio ad alcuno. Oggi solamente mi sono deciso a fare una confessione generale, schietta, veridica, senz’ombra di vanità, nè di secondi fini. Esporrò lealmente i casi della mia vita, persuaso che il racconto delle mie avventure desterà nel pubblico una curiosità non infeconda di ammaestramenti; di ammaestramenti per tutti: per le famiglie, per i giudici, per i disgraziati miei pari, ed anche per il Governo se vorrà trarne profitto. A settantaquattro anni non si hanno più speranze, nè timori; ed è perciò che io voglio presentarmi al pubblico tutto intiero, quale realmente fui, spogliando la mia vita da tutti gli episodi fantastici e bugiardi, di cui volle infiorarla il volgo... ed anche i signori. Ecco perchè voglio narrare la mia storia — ed ecco perchè lei dovrà scriverla!
La lunga tirata del bandito — che ho riportato parola per parola — mi colpì vivamente; tuttavia il mio proposito fu quello di sottrarmi ad un fastidio penoso, che non mi tentava per alcun verso.
Risposi francamente al vecchio bandito: che il narrare simile storia non era facile com’egli credeva; che bisognava studiare il modo conveniente di presentarla al pubblico; e che infine, prima di accingermi a scriverla, era necessario intendersela con un editore.
— Intendiamocela pure! — esclamò il Tolu col tono di un uomo incrollabile ne’ suoi propositi.
All’amico Giuseppe Dessì — l’editore da me consultato alla presenza del bandito — non spiacque l’idea; e mi pregò di accingermi all’opera.
Stabilite le condizioni, Giovanni Tolu si fermò in Sassari fino a tutto gennaio. Ebbe la pazienza di recarsi ogni sera nel mio studio, e mi dettò la sua lunga storia, che io trascrissi fedelmente.
Seduto dinanzi al camino, caricando o scaricando la sua pipa, il vecchio bandito (ora in buon sardo, ed ora in cattivo italiano) prese a narrarmi i casi della sua vita, risalendo ai nonni; e filò sempre diritto per venticinque giorni, con un ordine ed una chiarezza, ch’io non mi aspettava. Circostanze minuziose, dialoghi, nomi di persone e di località, episodi d’ogni genere, tutto egli mi espose scrupolosamente, senza mai confondersi, nè contraddirsi.
— Io voglio narrarle il bello ed il brutto — mi diceva ogni tanto — A lei buttar via ciò che crede inutile o insignificante.
Lo confesso: la semplicità, la schiettezza, l’ordine della narrazione, nonchè la varietà degli episodi, mi fecero lieto di aver aderito al desiderio dell’editore e del mio protagonista. Nessuna storia di bandito fu narrata finora con tinte più vere e con particolari più intimi; poichè non capita due volte il caso di un bandito famigerato, che, assolto dalle Assise di Frosinone (e meno male che non lo fu in Sardegna!) si decide a confessare coraggiosamente le sue colpe, senza tema che possa immischiarsene l’autorità giudiziaria.
La storia del Tolu abbraccia, fra gli altri, il tristo periodo che corse tra il 1850 e il 1860 — periodo ancor vivo nella memoria del popolo, poichè in esso appaiono le figure di Spano, di Derudas, di Cambilargiu, d’Ibba — tutti banditi famosi, che il Tolu ebbe a compagni, e di cui ci narra non poche gesta.
Mio primo proposito fu quello di servirmi dei copiosi materiali fornitimi dal Tolu per tessere una storia vera, ma tutta mia nell’ordine e distribuzione delle scene. Non tardai, in seguito, a rinunziare al mio disegno.
Io dissi a me stesso: — Perchè dovrò io torturarmi la mente, creando situazioni che possono cadere nel convenzionalismo? Perchè accingermi allo studio di artifizi letterarii, quando non pochi sono i testimoni viventi dei fatti che andrò esponendo? Perchè assumere la responsabilità di giudizi, che potrebbero glorificare od avvilire la figura d’un uomo disgraziato, ma colpevole sempre? Perchè, infine, dovrò io narrare la storia di Giovanni Tolu, quando con più efficacia può narrarla lui stesso?
Non trovando ragioni da opporre a tutte queste domande, rinunziai a scrivere un lavoro d’arte, e decisi di riportare fedelmente la confessione del Tolu, seguendo l’ordine da lui tenuto, e servendomi quasi sempre de’ suoi modi di dire. La storia del vecchio bandito (sebbene più prolissa e forse più noiosa) potrà così conservare tutta la natia semplicità, tutto il colore locale, e quella vergine impronta che darà maggior risalto al carattere del tempo, degli attori e dell’ambiente. Mi limiterò solamente ad apporre qua e là qualche breve nota appiè di pagina, quando la crederò necessaria.
Ho voluto visitare, in compagnia del Tolu, alcune località che furono teatro delle scene più salienti; ed ho quindi eseguito alcuni schizzi, sui quali il valente Dalsani di Torino studiò le macchiette riportate in questo libro. Dobbiamo al Turati di Milano la riproduzione in fototipia del ritratto recentissimo del vecchio bandito, fatto eseguire dall’editore.
Nel mio libro non si narrerà la storia di un semi-eroe, quale il poeta suol narrarla — nè la storia di un volgare assassino, come crudamente la registrano gli atti del tribunale. Si narrerà la storia di un uomo co’ suoi vizi, le sue virtù, le sue passioni. Certo è, che il lettore vi troverà molte cose ignorate, le quali potranno offrire argomento di profondo studio al psicologo ed allo storico.
Chi è Giovanni Tolu? — Un figlio di umili agricoltori florinesi, pieno d’intelligenza e di buon senso, ma educato nei modi che i tempi e l’ambiente consentivano; datosi giovanissimo alla campagna, dopo aver tentato di vendicarsi di un prepotente, da cui si credette maltrattato e deriso; punto nell’amor proprio di marito; deluso negli affetti di famiglia; errante per trent’anni di balza in balza, senz’amici, senza un consiglio pietoso, senza una parola di conforto; vivente nella solitudine come un selvaggio, oppure in compagnia di malandrini, dai quali non poteva attingere che eccitamenti a delinquere; odiato dai nemici, circondato da spie, perseguitato dai carabinieri; carezzato da deboli e da prepotenti per bisogno o per paura; glorificato insanamente dal volgo; fatto segno talora ad una curiosità entusiastica, fatalmente corruttrice; un misto, insomma, di bontà e di tristizia, di generosità e di ferocia, di fede e di superstizione, di saggezza maravigliosa e d’intolleranza superba, senza neppure la coscienza del male che taceva agli altri ed a sè stesso.
Tutto questo il lettore dovrà considerare prima di leggere la storia di Giovanni Tolu; e quando l’avrà letta, studiando a mente serena l’uomo più che il bandito, saprà trarne altri ammaestramenti, i quali gli riveleranno quante leggere siano le cause che trascinano alla perdizione un’anima nata buona, e quanto facili siano i mezzi che potrebbero strapparnela.
Prima di dare la parola a Giovanni Tolu[1], infliggerò al lettore alcune pagine di storia sui banditi sardi in genere, e su quelli del Logudoro in ispecie.
Ho detto infliggere, ma devo dichiarare che la mia chiacchierata potrebbe omettersi, con vantaggio di chi legge... ed anche di chi scrive.
Sassari, maggio 1896.
Enrico Costa.