CAPITOLO IV. Il mistero.

Con queste parole Giovanni Tolu chiuse la sua storia.

Come se si fosse liberato da un gran peso, egli si alzò, tolse da tasca le inseparabili pinzette, si chinò sul camino, frugò nella cenere, e vi prese un po’ di bragia per riaccendere la pipa.

Anch’io avevo deposto la penna, fedele raccoglitrice della narrazione del bandito, quasi parola per parola.

— Ho detto la verità — soggiunse Giovanni Tolu, premendo il tabacco nella pipa coll’unghia del pollice. — Non ho dimenticato alcun mio delitto, mentre ho voluto omettere non pochi atti di beneficenza[46]. — Molto ho peccato, ma ho molto perdonato. I miei vent’anni di buona condotta hanno forse cancellato i dieci anni che si dicono di condotta cattiva. Non è questo un merito mio: è merito della mia figliuola. Con trent’anni di vita errante, trascorsi fra disagi ed amarezze indicibili, credo di aver espiato le mie colpe. Non mi resta oramai che aspettare serenamente la morte, confortata dall’ultimo bacio dei miei nipotini. Altro non desidero, poichè la vita non può offrirmi nuove attrattive. Ho dimenticato le offese fattemi, ed ho perdonato ai nemici tutti, meno ad uno: al prete Pittui, causa unica di tutte le mie sciagure. Chi lo sa? Forse riuscirò a perdonarlo il giorno della mia morte!

Giovanni Tolu tacque, e si diede a stuzzicare nervosamente il tabacco, il quale si ostinava a non voler bruciare.

Io lo guardavo di sottocchi, titubante se dovevo, o non, rivolgergli una domanda che più volte mi era venuta sulle labbra.

Mi feci alfine coraggio e gli dissi:

— Giovanni Tolu; avrei bisogno di uno schiarimento. Prima però di domandarlo, dichiaro che mi asterrò dall’insistere, se troverete indiscreta la mia curiosità.

Il vecchio bandito tolse la pipa di bocca, e mi fissò con un senso di stupore. Io gli chiesi:

— Non avete altro a dirmi a riguardo di prete Pittui?

— Nulla.

— Non mi avete taciuto, per riguardi di famiglia, qualche sua azione disonesta?

— Nessuna. Ma perchè simile dubbio?

— Sarò schietto. Nel pubblico è fondata la credenza, che Giovanni Tolu siasi vendicato del prete, solo perchè costui gli aveva oltraggiato la moglie...

— Ciò è falso!

— Eppure così fu detto fin dal giorno che vi deste alla macchia.

— È una menzogna!

— Eppure così si legge nel foglio pubblicato a Frosinone nel 1882, col titolo: l’ultimo bandito sardo. In questo scritto si parla chiaramente della tresca del prete con vostra moglie, della corruzione ottenuta per mezzo di doni, e del vostro dispetto quando sapeste che Maria Francesca frequentava la casa di quel sacerdote.

— Non è la verità!

— Ma non basta. Dal resoconto giudiziario pubblicato dai giornali si deprende, che altrettanto voi asseriste dinanzi ai giudici, alla Corte di Assise di Frosinone. Faceste capire, che vostra moglie non si era mantenuta onesta in casa del prete Pittui; che invano cercaste strapparla a quello sfacciato, il quale osò persino condurla ai balli pubblici per compiacerla.

— Tutte menzogne. Alle Assise non potevo ciò dire; altri certo lo disse, ed io forse, col silenzio, lo lasciai credere, sperando che quella circostanza potesse giovare alla mia difesa. Dentro la gabbia l’accusato non può, nè deve tutto dire!

— Dunque voi smentite il fatto?

— Recisamente, e ve lo giuro. Mia moglie non aveva che sedici anni; e devo dichiarare sulla mia coscienza, che fino al giorno della nostra separazione non ebbi a farle il minimo appunto a riguardo dell’onestà, della condotta, e de’ suoi costumi. Ella si perdette in seguito, quando venne da me separata. Il difetto di Maria Francesca era nella lingua; nel pettegolezzo; nella facilità di cedere alle altrui insinuazioni; nel mal vezzo d’inasprirmi con sfuriate inopportune. Della sua inesperienza approfittarono appunto gli scaltri, per renderla a me ribelle.

— Permettete allora che io vi dica, che non trovo giustificata la vostra ferocia nell’attentato contro il prete Pittui.

— Fu l’ira del momento quella che mi acciecò. Se avessi premeditato l’assassinio, non avrei affrontato il prete senza un fucile, od un pugnale. Vi confesso, nondimeno, che deplorai la mia imprevidenza. Se avessi ucciso il prete, sarei stato subito sciolto dalle legature fattemi.

— Vi inasprì dunque tanto la sua prepotenza?

— In modo indicibile. Chi lo sa? forse sarei stato meno feroce, se si fosse trattato di una tresca. O avrei subito ucciso i due colpevoli, o mi sarei limitato a scacciar di casa la moglie infedele, abbandonandola al suo rimorso ed al suo disonore. Ma quel continuo torturarmi entro alle pareti domestiche; quel continuo intromettersi nei fatti miei; quel continuo sindacare ogni azione della mia vita coniugale; quell’eccitamento continuo perchè mia moglie si separasse da me; oh, perdio! tutto ciò doveva inasprirmi e farmi perdere la pazienza! Ero io il marito, ero io il padrone in casa mia; e quel prete doveva badare alla sua sagrestia, senza mettere ogni tanto il suo tricorno fra marito e moglie.

— E non sospettaste mai di una tresca?

— Mai, quantunque il volgo vi alludesse prima e dopo il mio matrimonio. Mia moglie era una ragazza sedicenne, al servizio, fin da bambina, in casa di prete Pittui; e di là io l’aveva tolta incontaminata. Se il prete avesse avuto intenzioni disoneste, o avrebbe prima impedito che la ragazza mi fosse data, o avrebbe impedito dopo che mi venisse tolta. Sarebbe stato suo interesse a mantenerci uniti, tanto più che io mi assentavo con frequenza dal villaggio. Basta questo per dimostrare, che tresca alcuna non poteva sussistere.

Le ragioni del bandito erano molto assennate, e mi facilitavano la strada per poter esternare un dubbio, che mi era sorto nell’animo.

— Ma perchè, dunque — chiesi — quel sacerdote prepotente si preoccupava tanto di Maria Francesca, quando i genitori di lei non se ne preoccupavano? Ma perchè il solo prete, e non altri, osò chiedervi conto dei maltrattamenti fatti a vostra moglie? Ma perchè dal solo prete doveva venir l’ordine di strapparvi alle braccia di Maria Francesca? È mai possibile che l’affetto di Giovanni Maria Pittui fosse più forte di quello di Salvatore Meloni Ru?

Il bandito, dopo avermi a lungo fissato, come uomo a cui si strappa dall’anima un segreto geloso, abbassò il capo dicendo:

— È appunto questo il mistero che per lungo tempo mi tenne agitato...

— Ma che in seguito vi parve di spiegare... non è così?

Giovanni Tolu tacque esitando, ed io continuai:

— Proprio così! Bisognava risalire alla gioventù scioperata di Masala Pittui — alla sua vita scandalosa — alle sue libidini abituali, per ricercare le cause intime che spingevano l’anziano sacerdote a proteggere la servetta di casa. Non era febbre di amore impuro, nè gelosia di ganzo senile, quella che riscaldava il sangue di prete Pittui — era forse affetto di padre che parlava con rimorso alla sua coscienza! Un padre, non un amante geloso, poteva consigliare la sua creatura a distrarsi nei divertimenti, per dimenticare la supposta infelicità coniugale... Non è così...?

A questo punto il bandito prese a dire con vivacità:

— Ora posso confessarlo: fu appunto questo il mio pensiero; e sono ben lieto di non averlo per il primo a lei rivelato. Debbo però soggiungere, che neppure l’affetto di padre potè far presa nella coscienza di quell’anima nera, negli ultimi otto mesi che rimase in questo mondo. Il prete Pittui non porse mai la mano a Maria Francesca per trarla dalla miseria e dal peccato. Abbandonata a sè stessa, la poveretta non ebbe l’aiuto di nessuno — nè del prete protettore, nè dei genitori indifferenti. Il frutto del peccato fu lasciato al peccato, e il peccatore fu punito dalla stessa sua colpa. Il tradimento fatto ad uno stupido o compiacente marito era ridondato a danno di prete Pittui. Io non fui che il cieco strumento della collera divina!»

***

Così conchiuse Giovanni Tolu, in un impeto di profonda amarezza. Io avevo letto nel suo pensiero e messo il dito sulla piaga; ma non volli più oltre fermarmi sopra un argomento scottante. Compresi che un mistero doveva celarsi in quel complesso di fatti, che non giustificavano il feroce attentato della piazzetta di Santa Croce. Ma a che servirebbero le ulteriori indagini, quando il prete Pittui ha portato il suo segreto nella tomba?[47].

***

La storia del bandito è finita. Vittima più del pregiudizio e della superstizione, che della malvagità degli uomini, Giovanni Tolu ha scontato le sue colpe. Egli ha detto tutta la verità; ed io son lieto di aver potuto narrare ai lettori la storia di un uomo co’ suoi vizi e le sue virtù, anzichè quella di un eroe benefico, quale il popolo la vuole, o quella di un volgare delinquente, come altri la vorrebbero.

A coloro che mi facessero carico di aver aderito a pubblicare la confessione di Giovanni Tolu, risponderò: che non vi ha storia al mondo, la quale non dia campo a profonde meditazioni, a studi serî, e ad ammaestramenti proficui. È questa la mia convinzione!

Non al legislatore, non al giudice, non al carabiniere, non al psichiatra verrà affidato il còmpito di liberare la società futura da questi esseri perniciosi, i quali, (cattivi o buoni) lasciano sempre una traccia di sangue sulla strada che percorrono — e sono nocivi sempre, anche quando riescono a fare il bene!

Ad altro benemerito sarà in avvenire riserbata l’alta missione civilizzatrice: — al maestro di scuola.

Ma — intendiamoci bene! — non al maestro di scuola che insegni solamente a leggere un libro; ma a quello che illumina le menti, educa il cuore, indirizza il sentimento al benessere di tutte le classi sociali, unite in un vincolo d’amore e di fratellanza.