83. Il Baronio pensa a san Cesario nella via Appia, ma egli interpreta erroneamente il passo della Vita Sergii I. Un oratorium S. Caesarii era nel Laterano, e il Galletti, Del Vestarario, p. 3, determina che esso esistesse nel Vestiarium. Il Gibbon vi trova posto nel palazzo de’ Cesari; le inesattezze di lui per quel che riguarda le località di Roma sono altrettanto gravi che perdonabili. Come poteva un tanto uomo ignorare che la Chiesa chiamava santi i papi ancor dopo san Gregorio?
84. A Foca Ep. 38, XI, Ind. 6, del mese di giugno. A Leonzia Ep. 44, XI, ed a Foca, Ep. 45, XI. — Il Baronio lo scusa, denigrando la fama di Maurizio; il Muratori s’indigna celebrando il Maurizio; il Sigonio narra, senza assumere quella missione di giudice che spetta allo Storico; ma il Gibbon e il Bayle dicono la verità. Il gesuita Maimbourg, Histoire du Pontife St. Gregoire, Paris, 1680, I, 257, trova occasione di adulare Luigi XIV, dicendo che l’umiltà di Gregorio fu sì ammirabile ch’egli ad un tiranno qual’era Foca scriveva avec tout le respect et toute la soumission qu’un sujet doit à son Prince. L’abate Fleury con eleganza dice soltanto: On voit par cette lettre, combien saint Grégoire était peu content du gouvernement de Maurice.
85. La iscrizione leggesi nel Bunsen, III, 1, 271 e in Carlo Fea, Iscrizioni di monumenti pubblici, Roma, 1813 pag. 4. Del Senato non è cenno qui, come non havvene al ponte che Narsete edificava sull’Anio. Del resto diverte il comparare a quella iscrizione pomposa l’energica enumerazione delle qualità che Cedreno attribuisce a Foca: Vinosus, mulierosus, sanguinarius, rigidus, ecc. Hist. Comp., p. 170.
86. Ep. 30, III, Ind. 12.
87. Colla Ep. 29, I, egli spedisce ad Andrea di Dibiria una di quelle chiavicine: Clavem a S. Petri Apost. corpore — quae super aegros multis solet miraculis coruscare: nam etiam de ejus catenis interius habet. Eaedem igitur catenae, quae illa sancta colla tenuerunt, suspensae colla vestra sanctificent. Aratore, nel suo poema della storia dell’Apostolo, dice sulla fine del primo libro:
His solidata fides, his est tibi Roma catenis
Perpetuata salus, harum circumdata nexu.
Libera sempre eris, quid enim non vincula praestent,
Quae tetigit, qui cuncta potest absolvere? cujus
Haec invicta manu, vel relligiosa triumpho
Moenia, non ullo penitus quatientur ab hoste
Claudit iter bellis, qui portam pandit in astris.
Gregorio VII rinnovellava l’uso di mandare in dono delle chiavi di Pietro; egli ne spediva ad Alfonso di Spagna. Reg. Greg. VII. 6. — Ancor nell’anno 1866 si fondava una confraternita delle catene di san Pietro. — Mai catene furono portate sì a lungo quanto quelle di san Pietro.
88. Gregorio mandava alla regina Teodolinda un amuleto in croce d’oro, che ancora può vedersi nel tesoro di Monza. L’uso degli amuleti trovasi diffuso in Roma dopo il secolo quarto. Dapprima portavano appesi al collo dei pesci di metallo che contenevano reliquie, ed anche de’ globi d’oro come nell’antichità: soltanto nel secolo sesto gli amuleti in forma di croce sembrano esser divenuti più frequenti, sebbene se ne rinvenga anche nel quarto secolo. — Vedi il De Rossi, Bullettino di Archeologia cristiana, Roma, maggio, 1863, n. 1.
89. Ep. 23, VI.
90. Ep. 34, VII: L’ex-console Leonzio gli manda oleum sanctae crucis et aloës lignum, unum quod tactu benedicat, aliud quod incensum bene redoleat. Il Marini, Pap. Dipl. N. 143, riporta un documento da Monza (intorno all’anno 600), che contiene un catalogo degli olii dei santi Martiri di Roma; tanta copia ai tempi di Gregorio ne aveva fatta venire la regina Teodolinda. Vedi inoltre il Marini in nota alla pagina 377 e il Ducange: Ἔλαιον του ἁγισυ Σταυρο, nel Glossario.
91. Joh. Diac. Vita S. Greg., III, c. 58: Vestes foras excussae. — Francesco Pagi non si stupisce che un abito facesse miracoli, se ne operavano i sudarî e le cinture di san Paolo. Breviar. p. 189, XXIV.
92. Dialog. III, c. 30. Il diavolo era ariano, e con esso Gregorio mirava a far breccia nei Longobardi.
93. Ep. 19, II. Ind. II. Nè nella Roma del medio evo, nè in quella odierna mi riescì di rinvenire una chiesa di questo Santo famoso del Norico, il cui cadavere era dai suoi fratelli emigranti portato a Napoli nel tempo di Odoacre.
94. Dialog. IV, c. 40. Geenna è l’espressione adottata dai Padri della Chiesa. Anche Prudenzio ne usa, principalmente in quel passo stravagante con cui conchiude la sua Hamartigenia: Avidae nec flamma gehennae Devoret hanc animam mersam fornacibus imis. — Esto: cavernoso, quia sic pro labe necesse est Corporea, tristis me sorbeat ignis averno. Sembra quasi accogliere un’idea del Purgatorio. — Nel documento di una donazione, in Farfa nel secolo ottavo, si legge: Quisquis — metu gehennae aeterna incendia pertimescens (Registri di Farfa nel Fatteschi ecc., p. 260). Nel secolo nono, il Poeta Saxo dice: Sevis tortoribus igne gehennae. Secondo la dottrina di Gregorio l’Inferno senza fondo (Infernus) era nella terra, e, come nel poema di Dante, era diviso in parecchi scompartimenti (poenales loci). Chi moriva nella fede doveva anzi tutto purificarsi nel Purgatorio.
95. Ricavai questa leggenda da Joh. Diac. II, c. 44, da Paolo Diac. c. 27 e dal greco Giovanni Damasceno (del secolo ottavo) nell’opera De iis, qui in fide dormierunt, tom. I, c. 16, ediz. di Parigi del 1712. Fa meraviglia che il Leggendario di Jac. de Voragine non l’abbia accolta. Della redenzione di Trajano fa menzione anche il Chronicon di Siegberto, ad ann. 591, ed il Cronista viveva intorno al 1100.
96. Bellarmino, De Purgatorio II, c. 8, nel tom. I delle Controversie.
97. Lo spirto poetico di Dante, come un tempo Gregorio nel foro, scorse storiata quella leggenda nel Purgatorio fra gli intagli del primo cerchio che attestano esempli d’umiltà:
Quivi era storiata l’alta gloria
Del roman prence, lo cui gran valore
Mosse Gregorio alla sua gran vittoria:
Io dico di Trajano imperadore etc.
Purgat. Cant. X.
98. Paul. Diacon., Vita S. Gregor., c. 27: Quod opere mirifico constat esse constructum. Nel Museo gregoriano del Laterano si conservano due splendidi ornati in alto rilievo del foro di Trajano, e un bel rilievo di parecchie figure, tra cui quella dell’Imperatore, che deve aver fatto parte dell’arco di trionfo di Trajano: da quei resti puossi argomentare la bellezza di quel foro, in verità opus mirificum.
99. Venant. Fortun., Carm. III, c. 23; ed inoltre VII, c. 8:
Si tibi forte fuit bene notus Homerus Athenis:
Aut Maro Trajano lectus in urbe foro.
100. Quei versi gli sfuggirono; ma questi ei serbò di una iscrizione funeraria che Venanzio compose per il vescovo Leonzio:
Nobilitas altum ducens ab origine nomen
Quale genus Romae forte senatus habet.
Lib. IV, poem. 10. — Vendettini, del Sen. Rom., p. 17.
101. Ozanam, Documents inédits etc., p. 6, il quale toglie a prestito il contenuto sostanziale del suo scritto dalla eccellente dissertazione del Giesebrecht: De literarum studiis apud Italos.
102. Aratore, ligure di nascita (morto nel 556 o nel 560), scrisse due libri Historiae apostolicae (tom. X della Max. Bibl. Veter. Patr. Lugduni). La dedica all’abate Floriano in forma d’elegia non è priva di grazia:
Ad carmen concurre meum; pedibusque labanti
Porrige de placido saepe favore manum.
Del resto questo poema ha lo scopo di glorificare san Pietro, cui è consecrato il primo libro, e san Paolo, cui è consecrato il secondo. — Intorno ad Aratore si veda il Tiraboschi, III, I, c. X, e il Galletti, Del Primicerio, p. 21. — Sette volte il poeta lesse i due libri in publico. Il poema si contiene in un antico Cod. Vatican., n. 1665, sulla fine del quale, Fol. 39, sono raccolte le notizie della sua intitolazione a Vigilio e della lettura publica.
103. Quei concetti non si spensero mai nella letteratura cristiana. Idee e forme pagane ricomparvero ancora nella età della rinascenza sotto di Carlo Magno. Il Piper, che nella Mitologia e simboli dell’arte cristiana, tom. I, p. 139, fa incominciare quell’età con Alanus ab insulis nel secolo duodecimo, avrebbe potuto completare d’assai quel suo Capitolo con esempli tratti dal tempo di Aratore.
104. S. Columbani Poemata Epist. ad Fedolium, p. 34 (tom. XII della Max. Bibl.). Nel suo carme De vanitate et miseria vitae mortalis già compaiono la rima e l’assonanza. Quell’ode egli scriveva vecchio di settantadue anni, poco tempo prima di morire. — Gli studi più recenti hanno dimostrato che il celebre Cod. Argenteus di Ulfila apparteneva al monastero di Bobbio. Alcuni preti goti convertiti dall’Arianesimo donarono probabilmente quel gioiello a san Colombano: di là fu portato in Vestfalia, indi ad Upsala. Castiglioni, Ulphilae Gothica Versio Epistolae divi Pauli, Mediol. 1829, in Carlo Troya, Cod. Dip. Long. P. II, p. 24.
105. Ep. 28, IX, Ind. 4.
106. Togata e trabeata latinitas, dice il barbarico frate di Monte Cassino nel secolo nono. Vita S. Greg., II, c. 13.
107. È notevole per il suo secolo la «barbara eleganza» con cui scrive Giovanni Diacono (II, c. 14): Sola deerat interpretandi bilinguis peritia, et facundissima virgo Cecropia (la lingua greca) quae quondam suae mentis acumina, Varrone caelibatum suum auferente, Latinis tradiderat, imposturarum sibi praestigia, sicut ipse in suis epistolis quaeritur, vindicabat. — Gregorio confessa la sua ignoranza del greco: Quamvis Graecae linguae nescius. Ep. 29, VI, Ind. XV, e Ep. 27, VI: Hodie in Constantinopolitana civitate qui de Graeco in Latinum, et de Latino in Graecum dictata bene transferant, non sunt. Si ha fatica a crederlo.
108. Quia in uno se ore cum Jovis laudibus Christi laudes non capiunt. Ep. 48, IX.
109. Non barbarismi confusionem devito, situs motusque et praepositionum casus servare contemno, quia indignum vehementer existimo ut verba coelestis oraculi restringam sub regulis Donati. Epist. ad Leandrum come introduzione alla Exposit. Moral. in Libr. Job. — Questa confessione, cui il Brucker, Hist. Crit. Phil. III, 563, dà molto peso, è interpretata dal Tiraboschi, il quale difende Gregorio con dignità e con acutezza. — W. Giesebrecht, De litterar. stud. apud Italos primis medii aevi seculis, Berlino 1845, dice di Gregorio: Quamvis ipse doctissimus, non modo his studiis non favebat, sed maxime iis erat inimicus. — C’est de tous les papes, celui dont il nous reste le plus d’écrits, dice il Fleury, Hist. Eccl., VIII, 235.
110. V’erano pagani a Terracina, Gregor., Ep. 20, VII; in Corsica, 2, VII; persino in Sicilia, 26, III; e Gregorio veniva a sapere che il prete Sisinnio di Reggio nelle sue case alzava preghiere a un idolo (4, X). È probabile che questo uomo non fosse altro che un amatore di belle arti. — La Sardegna aveva molti pagani, Ep. 23, ecc., III. Chiamavansi Barbaricini e loro duce era Ospizio, che, fattosi cristiano, ebbe da Gregorio in premio un Breve. I Giudici dell’isola per denaro tolleravano il culto pagano, Ep. 33, IV.
111. Ozanam, ecc., p. 32: On y enseignait assurément la métrique latine, et les éléments de la langue grecque. Gregorio scrisse il suo Antiphonarius sotto il dettato di un angelo nell’oratorio della santa Croce nel Laterano: così almeno afferma Giovanni Diacono, De eccles. Lateran. nel Mabillon, Mus. Ital. II, 571.
112. Giovanni di Salisbury (Polycrat. II, c. 29): Doctor S. Gregorius non modo mathesin jussit ab aula recedere, sed, ut traditur a majoribus, incendio dedit probatae lectionis
Scripta Palatinus quaecumque tenebat Apollo
(Horat., Ep. 3, I)
in quibus erant praecipua, quae coelestium mentem, et superiorum oracula videbantur hominibus relevare. Si scorge chiaro che per matematici intender si devono soltanto astrologi e auguri.
113. Ep. 29, VII ad Eulogio di Alessandria. Egli vi dimostra che la biblioteca della Chiesa non era affatto completa.
114. Li trasse da un palimsesto che altre volte aveva appartenuto al monastero di Bobbio. Vedi la prefazione alla sua edizione M. Tullii Ciceronis De Republica quae supersunt. Romae, 1822.
115. Leonis Urbevetani Chronicon, tom. V delle Deliciae Eruditor. di Giovanni Lami, p. 104: et ne erroris antiqui semen de cetero pullularet, imaginibus Daemonum capita et membra fecit generaliter amputari — descrizione per fermo preziosa di quest’amputazione generale di statue! Di Gregorio narra lo stesso fatto, celebrandolo, Amalrico Augerio, Vitae Rom. Pont., Muratori, Scriptor. III, 2, p. 55.
116. Platina, De Vitis Pontif. in Sabiniano I. Qui e sulla fine della vita di Gregorio lo difende con valore dall’accusa di vandalismo.
117. Bargeo, di mente barbarica al paro di Leone d’Orvieto, difende Gregorio se distrusse statue e templi, locchè ei crede; ed è massimamente opinione sua che i Romani medesimi per impulso dei Papi violentemente devastassero la Roma antica. — Gregorio è discolpato dal Platina, dal Tiraboschi, dal Bandini e meglio che tutti dal Fea. Il Bayle stesso (Dict. hist. et crit., article Gregoire I), lascia stare di quelle accuse; il Brucker, ecc. III, 590, seg., e nell’Appendice, attacca con accanimento il Papa, ma dubita egli pure che si facesse reo di quel vandalismo d’arte.
118. Ep. 24, XII: Quatenus cura formarum committi Augusto vicecomiti debuisset. — Nam sic despiciuntur atque negliguntur formae ipsae, ut nisi major sollicitudo fuerit, intra paucum tempus omnino depereant. La lettera è dell’anno 602.
119. Gregorio accenna una volta alle terme di Agrippina dove fondava un convento; un’altra volta parla di una Taberna juxta Pallacenas. D’entrambe la Ep. 44, V. Le terme di Agrippina, sposa di Germanico, sono situate nella valle di san Vitale, dove ancora si trovano i loro avanzi. Ci è noto che il luogo Pallasena fosse in vicinanza al san Marco. Una sola volta negli scritti di Gregorio vengono a galla nomi di porte antiche. Ep. 44, XI.
120. Servus servorum Dei. Vedi Giov. Diacon., II. c. 1. Il titolo di Papa a quei tempi era dato ancora ad altri vescovi. Il primo che così ne appellò il Vescovo romano ad esclusione degli altri, fu Ennodio di Ticino intorno all’anno 510. Vedi la annotazione nel Gieseler, I, p. 437.
121. Oltre che sulle Chiese d’Italia, il Vescovo romano era fornito delle prerogative patriarcali anche sopra l’Illirio e sull’Africa.
122. Sulle relazioni di Gregorio colle Chiese germaniche, che, al pari di quella stessa cattolica dei Franchi, stavano soltanto in lassi rapporti con Roma, vedasi G. Lau, Gregorio I magno nella sua vita e nella sua dottrina, Lipsia, 1846, p. 179 e segg., massime sui rapporti con Idelberto e con Brunhilde.
123. Ad Christum Anglos convertit pietate magistra Adquirens fides agmina gente nova — Hisque «Dei consul» factus laetare triumphis. Così sta scritto nell’epitaffio di Gregorio.
124. Angli quasi Angeli. Beda, Histor. II, c. 1; Giov. Diacon. Vita I, c. 21. — Gregorio mandava il prete Candido nelle Gallie a comperarvi fanciulli angli per il servizio dei conventi. Ep. 10, V.
125. Ep. 59, 60, IX, e la lettera di Gregorio a raccomandazione del monaco Agostino, 52 ecc. V. Con quanta abilità ei sapesse adattarsi al Paganesimo, ce lo insegna la Ep. 71, IX, dove comanda che i templi pagani sieno consecrati a chiese, e che i battezzati nella festa dei Martiri sieno convitati a mensa in capanne di verzura disposte intorno alle chiese.
126. Ep. 59, 1, all’Esarca di Africa. Gli sventurati Còrsi erano oppressi dagli officiali greci in modo sì atroce che vendevano i loro proprî figliuoli. Ep. 3, VI.
127. Ebbe sepoltura in san Pietro dove gli fu posto un monumento ed una bella iscrizione sepolcrale. Fu scritta in verso da Oldrado, arcivescovo di Milano e secretario di Adriano I, perciò in tempo assai più tardo. Si consulti il Cancellieri, De secretariis vet. Basilicae Vaticanae, p. 669. La iscrizione può vedersi nei miei Monumenti sepolcrali dei Pontefici romani.
128. Giovanni Diacono descrive questi dipinti, Vita, IV, c. 83, 84. Degli occhi di Gregorio dice: Oculis pupilla furvis non quidem magnis sed patulis — si suole correggere in fulvis forse a torto; e il Bayle dice che era in lui le fond de toutes les ruses et de toutes les souplesses dont on a besoin pour se faire de grands protecteurs et pour attirer sur l’Eglise les bénédictions de la terre. — Angelo Rocca scrisse su quei ritratti una dissertazione (Tom. III della edizione dei Maurini).
129. Paol. Diacon., Vita S. Gregor., c. 23, e De Gest. Long., IV, c. 30.
130. Questa storia di fantasmi leggesi in Sigberto, Chron. ad ann. 607. Vedasi il Platina, in Sabiniano. Secondo alcune lezioni di Anastasio, nella Vita Sabin., sarebbe detto che egli vendeva il moggio di grano a trenta oppure a tredici solidi; secondo altre, affatto inverosimili, egli avrebbe dato, per un solidus, trenta moggia. D’una libbra d’oro si coniavano solidi settantadue.
131. Funus evectum est. Anast. in Sabin. Un’altra lezione reca ejectum, locchè del resto importa una grave differenza, e il Vignoli assume la variante assai affaticata; funus et lectus ejus ductus est.
132. È noto che Urbano VIII Barberini ne spogliava il tetto per fonderne cannoni e per farne le torte colonne del tabernacolo nel san Pietro. Di quel fatto vandalico tolse vendetta la pasquinata imperitura: Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barbarini.
133. Il più antico documento romano in cui appaia il nome di Pantheum, data dal tempo di Nerone nell’anno 59, ed è una mirabile tavola arvalica che fu rinvenuta nell’anno 1866 nel luogo ov’era il tempio della Dea Dia lungo la via di Porto. Ivi, fra altro, la corporazione dei Fratres Arvales dichiara che essa si congregava In Pantheo... così è dato di conchiudere che l’edificio di Agrippa già allora era rivolto a scopo di culto religioso. Vedi il De Rossi, Bullett. Archeol. 1866, m. 4.
134. Secondo Dione Cassio, LII, 27, vi si trovavano le statue di Marte e di Venere, ma egli con finezza di spirito il nome Πάνθειον spiega così: ὄτι θολοειδες ὄν, τῷ οὐρανῷ προσέοικεν. Plinio, Hist. Nat. XXXVI, 24, 1, dice: Pantheon Jovi Ultori ab Agrippa factum. L’abate Pietro Lazeri, nel suo scritto: Della Consecrazione del Panteon, Roma 1749, XI, afferma che il Panteon non fosse un tempio, nè che tale dai Cristiani fosse considerato (VIII); egli è però acconciamente confutato dal Fea, Sulle Rovine, Nota C., p. 284.
135. In un disegno dell’interno del Panteon fatto da Giuliano da San Gallo, contemporaneo di Raffaello, si vedono ancora nelle edicole i piedestalli antichi sui quali un tempo erano poste le statue degli Dei. Questo disegno trovasi nella Barberina. Vedi il Passavanti, Raffaello da Urbino, I, p. 322.
136. Ep. 71, IX, Indict. 4.
137. L’Anonym. Viennensis (ed. Luigi Ross, Vienna 1840, n. 11) chiama ancora il Partenone: ναὸς τῆς θεομήτορος, e favoleggiando aggiunge che da Apollo e da Eulogio fosse edificato al non conosciuto Iddio, ὅν ῴχοδόμησαν ἀπολλὼς και εὐλόγιος ἑπ’ ὀνόματι ἀγνὠσιῳ θεῷ. Il Belamio di Eliopoli fu il primo tempio tramutato in chiesa cristiana intorno all’anno 391. Vedi il Gottfried, Commentar. in Cod. Theodos., XVI, tit. 10.
138. Anastas. in Bonifacio IV: Hic petiit a Phocate Principe templum, quod Pantheon vocabatur; quod fecit ecclesiam beatae ac gloriosissimae et Dei genitricis semperque Virginis Mariae, et omnium Martyrum Christi. — Paolo Diac. De G. Long. IV, c. 37: Idem alio Papa Bonifacio petente jussit in vetere fano, quod Pantheon vocabant, ablatis idolatriae sordibus, Ecclesiam beatae semper virginis Mariae, et omnium martyrum fieri, ut ubi quondam omnium non deorum, sed daemonum cultus erat, ibi deinceps omnium fieret memoria sanctorum. Beda narra il fatto parimente.
139. Liber de Mirab. Romae nel Montfaucon, Diar. Ital. e la Graphia aureae urbis R., la quale aggiunge: In hujus autem templi fastigio stabant duo tauri erei deaurati. Ambedue, oltre che di Cibele, parlano anche di Nettuno. Ai Mirabilia attinse quasi alla lettera Leone da Orvieto nel Chronicon Pontific. nel Lami ec., IV, p. 107; egli vi aggiunse anche Marte. Si compari finalmente il Martirolog. Romanum, colla nota del Baronio al dì 13 Maggio; Adone, nel Chron. e nel Martyrologium, e l’Usuardo.
140. Ugonio, Le stazioni, p. 313. Altri conta diciotto carra, che tuttavia avrebbero già dato una somma ragguardevole; ma il Baronio da un manoscritto di quella chiesa determina che fossero carra trentadue: e se ne compiace.
141. Ado Vienn., Cronic., 604; Hermann. Contractus, 609; Sigberto, Chronic., 609; Marianus Scotus, 610. Si dee però ancor dare la prova che sia esatta la data del 609, assunta sulla fede degli Annales monasteriens. nel Pertz, Mon. Germ., III, 153: ad essi soltanto si riferisce il Jaffé, Regest. Pont.
142. Baron., Annotat. al Martyrolog. Rom. 1 Novemb.
143.
Gregorio Quartus, jacet hic Bonifacius almus
Hujus, qui sedis fuit aequus Rector et aedis,
Tempore, qui Focae cernens Templum fore Romae,
Delubra cunctorum fuerunt quae Daemoniorum;
Hoc expurgavit, sanctis cunctisque dicavit.
Quest’iscrizione leggesi ancora nelle grotte del Vaticano.
144. Juramentum Senatorum Urbis nell’Ordo Roman. di Cencio Camerario e nel Mabillon, Mus. Ital., II, 215: Nominatim autem sanctum Petrum, urbem Romanam, civitatem Leoninam, Transtyberim, insulam, castellum Crescentii, Mariam Rotundam.
145. Anastas. in Diodato. Secondo la cronologia degli Esarchi data da Marquardo Freher (apud Joh. Leunclavium Jus Graeco-Roman. Francf. 1596, T. I), Giovanni Lemigio fu il quinto esarca, ed a lui successe Eleuterio nel 616. Ecco la serie: Longino, Smaragdo 584, Romano 587, Callinico 598, Smaragdo iterum 602, Giovanni Lemigio 612, Eleuterio 616. Anche gli Esarchi, come i Re longobardi, assumevano il soprannome di Flavius.
146. Anast., in Bonifacio V, e Paolo Diacon., IV, c. 45.
147. Vedi a quest’anno il Pagi, Critica in Baron., e Francesco Pagi, Breviar.
148. Vedi i due Pagi.
149. Il gesuita Garnerio, editore del Liber Diurnus, crede che la seconda formula, ossia il Decretum de electione Pontificis, sia stata scritta dopo la elezione di Bonifacio V. È sottoscritto: Clerus, Optimates, et Milites seu Cives; e ciò sarebbe di grave rilevanza per la storia della costituzione della città di Roma se si potesse accertare il vero tempo della compilazione di quel decreto.
150. Renovavit omnia cimilia b. Petri Apostoli. Anast., in Honor.
151. Investivit regias majores in ingressu ecclesiae, quam vocant medianam, ex argento etc. Il plurale indica i due battenti della porta.
152. La iscrizione è nel Gruter, p. 1163, 5, secondo il Cod. Palatin. Ne riferisco gli ultimi versi:
Sed bonus Antistes dux plebis Honorius armis
Reddidit ecclesiis membra revulsa piis.
Doctrinis monitisque suis de faucibus hostis
Sustulit exactis jam peritura modis.
At tuus argento praesul construxit opimo
Ornavitque fores, Petre beate, tibi.
Tu modo coelorum quapropter, Janitor alme,
Fac tranquilla tui tempora cuncta gregis.
153. Severan. ecc., I, 68. Guidonea — per quella erano guidati — i Peregrini. Con questa spiegazione, il nome non può certo avere appartenuto al secolo settimo.
154. Operuit etiam omnem ecclesiam ejus ex tegulis aereis, quas levavit de templo, quod appellatur Romae (erroneamente Romuli) ex concessu Heraclii piissimi Imperatoris. Anast. in Honorio.
155. Fecit Ecclesiam beato Adriano martyri in tribus fatis. Anast.
156. Bunsen e Platner, III, 1, 359. Il Marangoni, Cose Gentil., c. 53, la prende per il tempio di Saturno dov’era Aerarium. Il Nardini, II, c. 6, p. 200, combatte quest’opinione, che è pur quella del Marliano.
157. Il Marangoni, Cose gent. c. 52, afferma che il san Teodoro sia la terza chiesa della serie dei templi trasformati. Il Panciroli ecc. p. 705, reputa che fosse stata tempio di Romolo e di Remo, e dice che al suo tempo la lupa di bronzo venne di là trasportata in Campidoglio. Altri dichiarano che fosse stato tempio di Romolo (Venuti e Marliano, c. 21); anche il Nibby sembra decidersi per questa opinione (Nota al Nardini, II, lib. V, c. 4, 162). Il Winkelmann, Storia dell’arte dell’Antichità, III, 3, § 11, reputa non soltanto che il gruppo sia quello antico famoso di cui parla Dionisio di Alicarnasso (Ant. Rom. I, c. 79, p. 65), ma afferma altresì che il san Teodoro fu il tempio di Romolo. Dionisio però non parla di un tempio, ma di un τέμενος, dove egli vide elevarsi il gruppo antico nella vicinanza del Lupercale: χάλκεα ποιὴματα παλαιᾶς ἐργασίας. Un secondo gruppo di quella maniera era puranco nel Campidoglio. — La storia della chiesa di san Teodoro fu scritta dal Torrigio: Historia del Martirio di S. Teodoro soldato, Roma 1643; egli pure reputa che fosse il tempio antico di Romolo.
158. Venuti, Descriz. delle antichità di Roma, p. 1, c. 1. — Panciroli, Tesori nascosti, p. 705. — Torrigio c. 6 e 7. — Al c. 21 egli riferisce le antiche preci di questa chiesa per gli infermi che conchiudono così: per signum sanctiferae Crucis, et in intercessionem Beati Theodori liberet te Dominus noster Jesus Christus ab hac infirmitate. — Oggidì san Teodoro appartiene alla Sodalitas Sacrati Cordis Jesu. Nel cortile un’ara antica serve ancora di cantharus.
159. Martyrol. Roman. e l’Usuardo agli 8 di Novembre. — Si veneravano in questa chiesa anche cinque Martiri che avevano vissuto da scalpellini in Pannonia e s’erano rifiutati di scolpire idoli. S’ignora il tempo in cui le loro reliquie venissero a Roma. La loro antica leggenda fu narrata dal Wattenbach. Vedi le sue Fonti storiche della Germania nel medio evo, p. 28.
160.
Illic Orphea protinus videbis
Udi vertice lubricum theatri etc.
Martial. X, 19.
161. Martyrol. Rom., l’Usuardo al dì 21 Gennaio, il Surio, t. I, 488 a 492, che attribuisce la leggenda a sant’Ambrogio, e Jacobus de Voragine.
162.
Constantina Deum venerans Christoque dicata,
Omnibus impensis devota mente paratis,
Numine divino multum Christoque juvante,
Sacravit templum victricis virginis Agnes etc.
In Bunsen e Platner ec. III, 2, 445. La iscrizione è attribuita al vescovo Damaso, che molti epigrammi ebbe composto in onore dei Martiri, e segnatamente anche quello a santa Agnese che leggesi nella chiesa di lei, sopra una tavola di marmo. Prudenzio dedicava alla Santa l’inno ben conosciuto.