163. Nel Gruter, 1172, 4. — Addì 14 Aprile 1855, trovandosi nel cenobio di sant’Agnese, Pio IX ebbe la disgrazia di precipitare al basso nelle stanze sottoposte insieme colle persone adunatevi, poichè il pavimento della sala ove egli stava crollò. In gratitudine di aver salva la vita, egli fece restaurare la chiesa; ma il mal genio dell’arte odierna ebbe guasta la semplicità di quella chiesa incantevole colle stonature dei dipinti collocati sulle pareti.
164. Martyrol. Roman. al dì 22 Gennaio. Di san Vincenzo cantò Prudenzio nei Peristeph. Hym. 5. — Il Baronio scrisse una dissertazione erudita sull’equuleus, ossia sullo strumento di tortura con cui il Santo fu straziato, ed è cosa che per certo ci mette troppo brivido in dosso. — Della traslazione delle reliquie di santo Anastasio a quella chiesa parla Adone nella Cronica dei tempi di Eraclio e nel Martyrol. ai 22 Gennaio. La storia dei due Santi trovasi nel Surio che, secondo Simone Metafraste, la colloca ai 22 Gennaio.
165. Est haud procul ab hujus urbis muro et S. Pancratius Martyr valde in perjuriis ultor. Gregorio di Tours, de gloria Martyrum, c. 25. — Il carmelitano Paolino, De Basilica s. Pancratii disquisitio, Romae 1808, narra la storia della basilica. Egli lamenta che nell’anno del terrore 1798 sparisse il cadavere del Santo e non ne rimanesse che un osso del braccio: e neppure quest’osso valse a difendere il convento duranti i moti dell’anno 1848.
166. Et ibi constituit molam in loco Trajani juxta murum civitatis, et formam, quae ducit aquam a laco Sabbatino, et sub se formam, quae conducit aquam ad Tiberim. Così il testo, sulla fine della Vita Honorii nel Vignoli.
167. Ciò si ricava da Anastas. in Severino, ed è l’opinione del Platina nella Vita del medesimo Papa.
168. Anast. Vita s. Silvestri. Il lettore già sa che Costantino non fu battezzato da Silvestro, ma che soltanto in fine di sua vita ricevè il battesimo da un Vescovo ariano.
169. Anast. in Sixt. III: hic fecit in Basilica Constant. ornamentum super fontem, quod ante ibi non erat, i. e. epistylia marmorea, et columnas prophyreticas erexit, quas et versibus ornavit. Questi distici si leggono oggidì ancora in caratteri moderni nell’architrave sopra le colonne.
170. Al di sopra di esse leggesi quest’iscrizione antica: In honorem B. Jo. Baptistae Hilarus Episcopus Dei famulus offert. Nell’altro oratorio la iscrizione rinnovata, che è sopra la porta, dice: Liberatori suo B. Joanni Evangelistae Hilarus Episcopus famulus Christi. Egli lo ebbe fondato in rendimento di grazie che, cardinale diacono e legato di Leone I al sinodo brigantesco di Efeso nell’anno 449, aveva potuto sfuggire alla morte. Certo si è che Ilario massimamente deve avere contribuito all’edificazione del battistero, perocchè ciò si paja da una iscrizione che leggesi nel Gruter, 1163, n. 11.
171. Anast. in Hilaro, n. 69. Essi furono demoliti; l’oratorio della Croce perì soltanto al tempo di Sisto V.
172.
Martyribus Christi Domini pia vota Johannes
Reddidit antistes, sanctificante Deo.
At sacri fontis similis fulgente metallo
Providus instanter hoc copulavit opus;
Quo quisquis gradiens et Christum pronus adorans,
Effusasque preces impetrat ille suas.
Sulla storia della cappella vedi il Ciampini, Veter. mon. II, c. 45.
173. Et misit per omnia castra, quae erant sub civitate Romana per circuitum, dice Anast. in Teodoro. Così è denotato il territorio della Città, nè ancora è fatta menzione del Ducatus Romanus.
174. Anast. in Teodoro. — Ermin. Contract. determina l’anno 644 per quello della ribellione, e lo segue il Baronio. Il Muratori racconta l’avvenimento in quell’anno, senza accoglierne sicurezza di data. Erra manifestamente Marquardo Freher quando assume il 642 per l’anno della morte d’Isacco, chè altrimenti quei fatti che il Lib. Pont. narra nella Vita di Teodoro, sarebbero avvenuti soltanto un mese dopo la sua ordinazione. Il Montfaucon pone la morte d’Isacco all’anno 641.
175. La iscrizione che io lessi in Ravenna è migliore di quella che dà il Rubeus, Hist. Rav. IV, p. 202; Montfaucon, Diar. Ital., p. 98:
Ἐνταῦθα κεῖται ὁ στρατηγήσας καλῶς.
Ῥώμην τε φυλάξας καὶ φυλάξας τὴν δύσιν
Τρὶς ἕξ ένιαυτοῖς γαληνοῖς δεσπόταις
Ισαάκιος τὼν βασιλέων ὁ σύμμαχος,
Ὀ τῆς ἁπάσες Ἀρμενίας κὸσμος μέγας,
Ἀρμένιος ἦν γὰρ οὖτος ἑκ λαμπροῦ γένους.
Τούτου θανόντος εὐκλεῶς ἡ σύμβιος
Σώσαννα σώφρων τρυγόνος σεμνῆς τρόπῳ
Πυκνῶς στενάζει ἀνδρὸζ ἐστερημένη,
Ἀνδρὸς λαχόντος ἐκ καμάτων εὐδοξίαν,
Ἐν ταῖς ἀνατολαῖς ἡλίου καὶ τῆ δύσει
Στρατοῦ γὰρ ἦρξε τῆς δύσεως καὶ τῆς ἕω.
176. Ciò narra non già Anastasio ma Teofane nella Chronogr., p. 275. Il fanatico costume veniva di Grecia.
177. Martinelli, Roma ex ethnica sacra, p. 301.
178. Labbé, Concil., T. VII, p. 78 e seg.
179. Si autem — potueris suadere exercitui Romae consistenti, jubemus hoc idem tenere Martinum — si autem inveneris aliquid contrarium in tali causa, exercitum tacitum habeto...... Anast. in Martino. — La lezione del Baronio: taciti abitote, ha un buon significato.
180. Armans se cum exercitus virtute, oppure armans secum exercitus virtutem, come legge il Vignolio nella Vita di Martino, n. V.
181. Profectus est in Siciliam adversus gentem Saracenorum, qui ibidem inhabitabant.
182. Il Muratori dubita che Teodoro Calliopa effettivamente fosse esarca due volte. Secondo il Pagi, Martino sarebbe stato trascinato fuor di Roma nel 653, ed egli esclude l’anno 650, che è la data dal Baronio. V. il Jaffè, Reg. Pont.
183. Quibus susceptis in palatio. Ep. XV Martini ad Theodor., nel Labbè, Concil. VIII, p. 66.
184. Nella sua lettera indiritta a Teodoro narra Martino che egli fu imbarcato in una nave a Messina; per certo era l’antico porto Misenum, non già Messina: ciò si pare dal testo. La Terra Laboris, di cui fa cenno la stessa lettera, sembra essere un corrotto della Terra Liparis, anzichè nome della Terra di Lavoro. Così pensa Camillo Pellegrino, De Ducatu Benevent., Diss. V. — Misenum era detto allora Messena e Mesenu, Lipari forse Lebori o Labori.
185. Ei lamentava amaramente che tutti i suoi amici e i Romani lo avessero diserto nel loro oblio: Quia sic funditus infelicitatis meae obliti sunt, et nec scire volunt, ut invenio, sive sim super terram, sive non sim. Egli scongiura i Romani di mandargli dei viveri: dacchè gli stessi stranieri sono in Roma pasciuti, avea ben egli, che un tempo era stato pontefice, diritto a un po’ di cibo. Per verità, Giobbe fu meno sventurato di quello che Martino fu nel suo esiglio di Crimea.
186. Atene nel medio evo — è argomento di studî severi e grandiosi. Si legge con altissimo allettamento la Descriptio urbis Athenarum dell’Anonymus Viennensis (τὰ θέατρα καὶ διδασκαλεῖα τῶν Ἀθηνῶν), che è scrittura di un Greco del secolo decimoquinto, edita da Luigi Ross (Vienna, 1840), il quale la trasse da un manoscritto esistente a Vienna (oltre alle lettere di Zygomalàs e di Kabasìlas nella Turcograecia del Crusius). Se ne scorge che un eguale spirito di leggenda velava nel buio i monumenti di Atene al paro di quelli di Roma. Come in Roma, così anche in Atene, più d’un grande monumento si denotava col nome di palazzo (παλάτιον o οἶκος), ma la ricordanza dei filosofi di Atene abbelliva durante il medio evo parecchie di quelle ruine col titolo di scuole ossiano διδασκαλεῖα; così si avevano le scuole di Socrate, degli Eleati, dei Cinici e dei Tragici, di Sofocle, di Aristotele ecc. Gli Istoriografi bizantini non fanno pur motto di Atene.
187. Paolo Diacono, III, c. 32.
188. Giannone, Storia del Regno di Nap., IV, c. 2, 3, e la Dissertazione di Camillo Pellegrino.
189. Anastasio dice soltanto suscepit cum; l’honorifice, che è di stile prammatico, rimase per un senso di pudore nella penna.
190. Pallium auro textile in Anast.; similmente narra Paolo Diac., V, c. 11 e Beda De sex. aetat. ad ann. 4625.
191. Le giustificazioni del cardinale Baronio si riassumono brevemente in queste sue parole: Dummodo catholicae veritati esset consultum.
192. Questa elegia trasse il Muratori da un codice che si conserva a Modena (Antiq. Med. aevi, XXI). Il verso Ingenuique tui ecc., fu dal Troya (Cod. Langob. I, 143, 144) e dal Pizzetti (Antichità Toscane, I, 322) interpretato di questa guisa: I senatori privati dei loro beni decaddero in condizione di coloni. In qualunque modo, quel passo parla della ruina della nobiltà. Il servorum servi prende di mira i Bizantini; e forse anche con ironia accenna ai Pontefici, dei quali primo Gregorio I appellossi Servus servorum Dei. Non credo che il carme fosse composto innanzi al tempo di Gregorio. I versi ricorrenti Roma subito ecc., sono un giocherello antico, e Appolin. Sidon. (IX, ep. 14) lo cita come illud antiquum, ed un altro ne aggiunge: Sole medere pede, ede perede melos. La associazione di Roma e di Amore è antica e mistica; e trovo in Giov. Lydus, De Mensib., IV, 50, un passo che ne dà spiegazione. Roma, dic’egli, ha tre nomi: τελεστικὸν ἱερατικὸν πολιτικόν, τελεστικὸν μεν οἱονει Ἔρως, ὤστε πάντας ἔρωτι θείῳ περὶ τὴν πόλιν πατέχεσθαι. Il nome sacerdotale era Flora, il nome politico Roma.
193. Quamdiu stat Colyseus, stat et Roma: quando cadet Colyseus, cadet et Roma: quando cadet Roma, cadet et mundus. Beda, Collectan. et Flores, III, 483. — Scipione Maffei accoglie l’opinione che il nome derivasse dall’edificio stesso (Verona illustrata, IV, I, c. 4). Anche l’anfiteatro di Capua nel secolo nono era appellato Colossus, e quindi detto era Colossensis il signor suo Guaifar. Erchempert, Hist Langob., c. 56. — Il Beda moriva intorno al 734. — In Inghilterra ai tempi di Edoardo I correva una strana profezia sul Caballus Constantini: Costantine, cades, et equi de marmore facti, locchè tuttavia più rettamente si poteva riferire ai due domatori di cavalli. V. il Pauli, Storia d’Inghilterra, IX, 39, che è citato nell’articolo della Quarterly Review, Jan. 1864, p. 225, dedicato a questa Storia della città di Roma ed intitolato: Rome in the Middle age.
194. Omnia quae erant in aere ad ornatum civitatis, deposuit: sed et Ecclesiam S. Mariae ad Martyres quae tecta tegulis aeris erat, discoperuit, et in regiam urbem cum aliis diversis, quae deposuerat, direxit. Anastasio, e parimenti Paul. Diac. V, c. 11. Si vedano anche i Mirabilia, Cod. Laurent., e l’Anonym. Magliabechianus. — Il Fea, Sulle Rov., pag. 313, trova di che confortarsi colla certezza che ancora rimasero alcuni bronzi, segnatamente nel palazzo dei Cesari, dove, ancora nel secolo decimottavo, si dissotterrarono di consimili frammenti.
195. Ai tempi di Carlomagno in Roma non esisteva che una sola statua equestre di bronzo; perocchè il così nominato Anonimo di Einsiedeln, che allora scriveva le sue notizie topografiche di Roma, oltre al Caballus o Equus Constantini, di cui soltanto fa menzione, altre per certo ne avrebbe specificato se veduto ne avesse. Se dunque il suo Caballus fosse stato effettivamente quello di Costantino, dove rimaneva quello di Marco Aurelio, e perchè egli non ne faceva cenno? Io credo pertanto che il Caballus Constantini dell’Anonimo fosse la statua equestre di Marco Aurelio, e che la iscrizione della vera statua equestre di Costantino, da lui copiata, si leggesse ancora sul piedestallo.
196. Siracusa nel medio evo ha una storia buia. Non ne trovai lume nè nella lettera del monaco Teodosio (anno 878, ad Leonem Archid. de Syracus. urb. Expugnant. nella Bibl. Sicul. del Caruso I), nè nel Pirri e neppure nel Facello. Lo stesso Michele Amari, nella sua Storia dei Musulmani in Sicilia, ne offre scarsi chiarimenti. Egli dice: «Ratratta era la città nel nono secolo dal tempio di Giove Olimpico e dalle Epipoli alla penisola: ratratto l’umano ingegno da Gelone al monaco Teodosio.» — Al tempo di Costante il tempio di Minerva era stato già tramutato in una chiesa, che è l’odierna cattedrale, e consecrato a Maria Theotocos; è però difficile che Belisario ne compiesse la edificazione (Pirri, Sicilia Sacra, II, 123). — Il Liber Junior. Philos., tra le città illustri di Sicilia nel secolo quarto, cita Siracusa e Catina (Catanea), e loro dà ancora il predicato di splendidae: lo stesso Codice aggiunge anche Palarmus, ma il Maj editore la ritiene un’aggiunta appostavi da un frate della Cava, quando Palermo era già cresciuto a potenza.
197. Secondo il Liber Pontificalis restaurò la chiesa di san Pietro nel Campus Meruli lungo la via Portuensis. Il Bosio, Roma sotterr., II, c. 20, 124, afferma che fosse collocato alla duodecima pietra miliare, e dimostra che ancora in una bolla di Giovanni XIX è fatta parola del Campus Meruli, che è oggidì il Campo Merlo in Portese. Ho già riferito un passo dei Dialoghi di Gregorio (III, c. 11), secondo il quale il Campo Merlo sarebbe stato situato all’ottava pietra miliare.
198. Erasmo fu vescovo della Campania e martire ai tempi di Diocleziano: vedi il Martyrol. Usuardi ai tre di Giugno. La storia del martirio di sant’Erasmo è il più orrido soggetto della pittura; si miri il quadro di Nicolò Poussin che esiste nella galleria del Vaticano e se ne rabbrividisca.
199. Ugonio, le Stazioni, pag. 291; Severano, delle sette chiese p. 486.
200. Nardini III, 367; Platina, in Dono I. Gli è Pietro Mallio che afferma il fatto nel suo scritto sulla basilica di san Pietro. Quel così detto Sepulcrum Scipionis è figurato in forma di piramide sulla porta di bronzo del san Pietro. — Dono restaurò anche la chiesa che nella via Appia era dedicata a Eufemia, celebre santa di Calcedonia, che aveva una chiesa anche dentro di Roma nel Vicus Patricius presso il Titolo di Pudente. Martinelli, Roma ex ethnica sacra, p. 357. — Ambedue quelle chiese sono perite. — Il Liber. Pontif., nella Vita di Dono fa cenno di un convento siriaco, Monasterium Boetianum, in cui quel Papa, a cagione delle eresie nestoriane professate dai monaci, pose frati romani. Che fosse una fondazione di Boezio o che sorgesse nelle case di lui?
201. Agnellus, Osserv. alla Vita di Mauro, riferisce il notevole privilegio da Costante largito alla Chiesa ravennate; la carta relativa è data Kal. Martias Syracusa. Ivi è detto: Sancimus amplius securam atque liberam ab omni superiori Episcopali conditione manere et non subjacere pro quolibet modo Patriarchae Urbis Romae, sed manere eam Αυτοχέφαλην. — Era allora (anno 666) esarca Gregorio.
202. Ancora nel secolo nono la gelosia di Ravenna si manifesta con fervida passione negli scritti di Agnello. Dopochè lo Storico ravennate ha narrato della sottomissione di Teodoro, egli lo caccia in sepoltura con ischietto compiacimento: Cum multa alacritate Sacerdotum, et omnium gratulatione submersus est, in Ardica B. Apollinaris subtus jacet. Vita Theodori, c. 4, 320.
203. Ep. Agathonis, nel Labbé, Concil. D. VIII, 655.
204. Non quidem ut haereticus, sed ut haereticorum fautor. Francesco Pagi, Breviar., pag. 243, XVIII, e Anast. Vita S. Leonis II, n. 148.
205. Paol. Diacon. VI, c. 5. — Anast. in Agathone n. 141, parla della peste di Roma, ma nulla riferisce della leggenda di Pavia.
206. Delatis ab urbe Roma beat. Sebastiani martyris reliquiis. Il Baronio e il Sigonio leggono: Ad urbem Romam. L’Ugonio (le Stazioni, p. 58) e il Panciroli (ecc. p. 212) affermano la stessa cosa. Il Muratori dà ragione ai Pavesi.
207. Il quadro è attribuito ad Antonio Pollaiuolo fiorentino; sta a manca di chi entra nella chiesa.
208. Così è dipinto in uno dei più bei quadri del Sodoma nella galleria degli Ufficî a Firenze.
209. Così la leggenda secondo il Surio, De probat. Sanctor. Histor., Colonia, 1570, tom. I, p. 434-452, ai 20 di Gennaio. Il cardinale Wiseman, che ne trasse partito nel suo romanzo della Fabiola, si fe’ lecite certe finzioni, delle quali egli dovrà chieder venia ai Martirologi ed ai Martiri.
210. Poichè la testa di san Paolo era caduta sotto la scure, nessun altro Martire aveva virtù di resistervi. Virtus Christianorum nonnisi in ferro vincitur, dice la legenda aurea nella Vita di santa Eufemia. La leggenda riccamente adorna di san Giorgio è una delle più favorite tra le poesie di quelle specie. Vedi gli Acta Sanctor., addì 23 di Aprile.
211. Duranti le crociate frequenti erano le apparizioni di san Giorgio e del suo esercito biancovestito, e con lui si mostravano anche san Teodoro e Mercurio. Per combattere gli infedeli la Chiesa romana soleva invocare Maurizio, Sebastiano e Giorgio, come si pare dall’Ordo Roman. ad armandum Ecclesiae Defensorem vel alium militem.
212. Jacopo de Voragine, domenicano e arcivescovo di Genova (morto nel 1298), scrisse la sua Legenda sanctorum (appellata Historia Lombardica e aurea, per la prima volta stampata a Norimberga), che nell’età delle leggende costituì della vita dei Martiri un novellario ad uso del popolo. Egli narra che a Silena, in Libia, un Re era costretto a esporre la sua unica figliuola alla voracità di un drago, e che san Giorgio montato sul suo buon destriero ne la liberava. — Il Panciroli, p. 716, il Baronio nel Martyrol., ed altri affermano con senso schiettamente romano che la vergine raffiguri una provincia chiedente soccorso. — Giustiniano innalzava una chiesa a san Giorgio, e nell’antica Atene, forse già fin dal secolo quinto, il santo cavaliere aveva preso possesso del tempio di Marte. Così le Divinità antiche si trasformavano in Santi cristiani, e i vecchi templi degli Dei si tramutavano in chiese del Cristianesimo.
213. Hujus almi Pontificis jussu, Ecclesia juxta velum aureum in honorem beati Sebastiani aedificata est, necnon in honorem martyris Georgii.
214. S. Gregor. ep. 68, IX, ad Marinianum Ab: quia ecclesiam S. Georgii positam in loco qui ad sedem dicitur. L’Ugonio non venne alla conghiettura che la espressione ad sedem possa mettersi in relazione coll’Janus Quadrifrons, sede dei banchieri, il quale dista soltanto di alcuni passi dal san Giorgio. Invero presso la chiesa s’alza anche l’Arco degli Orefici, ma esso è più piccolo, e per fermo la località dev’essere determinata dal monumento maggiore.
215. Nel portico della chiesa di san Giorgio la iscrizione, che è dei tempi di mezzo, di un abate Stefano, dice: Hic locus ad velum praenomine dicitur auri. Ancora nell’anno 482 era assai bene conosciuto il nome antico. Lo apprendiamo da una iscrizione che si legge nel De Rossi: Inscriptiones Christian. Urbis Romae, VII saeculo antiquiores, I, n. 878: Locvs Avgvsti Lectoris De Belabrv....
216. Giorgio Fabricio, Antiquitatum p. 21, dice che nell’età di mezzo, al Janus Quadrifrons il popolo dava nome di casa di Boetio. Io però ho ragione di dubitare che tal nome derivasse de quello dell’illustre Senatore. È più probabile che discendesse da qualche famiglia nobile che abbia fortificato il Janus. Per lo meno a’ tempi di Gregorio IX, nel secolo decimoterzo, eravi un Aegidius Boetii. Vedi Vita Gregor. IX; Murat. III, 582.
217. La iscrizione dice: Basilica Semproniana S. Georgii Milit. Mart. in Velabro. Martinelli, pag. 106, e lo segue l’Ugonio, p. 18.
218. In una cappella attigua è istoriato san Giorgio a cavallo che combatte il dragone; non è però un quadro antico. Non vi trovai più un altro dipinto di età più remota, del secolo decimoquarto o del decimoquinto, che altra volta esisteva in sant’Eusebio. Nella chiesa si mostra come reliquia la mitica bandiera del Santo. San Giorgio era venerato quale duca e capitano del popolo cristiano. Nel medio evo il Senato romano celebrava la sua festa addì 23 di Aprile, e gli offeriva un calice in dono.
219. Il Martinelli nomina ancora le chiese di san Giorgio in Martio, in Specie ed in Vaticano.
220. È cosa singolare che san Giorgio ottenesse diffusamente culto di patrono, persino nell’Abissinia; così ne informano le lettere della spedizione di Abissinia di questi ultimi tempi (1868).
221. Il Mabillon, Mus. Ital. II. Comment. in Ordin. Rom., CXVII, confuta l’opinione del Sigonio, de Regno it., p. 78 ad a. 682, che prima di Leone II, il Pontefice fosse consecrato da un solo Vescovo, da quello di Ostia. Il Vescovo di Ostia appoggiava il libro degli Evangeli alla nuca del Pontefice e gli imponeva sul capo la mano; quello di Albano salmeggiava la prima orazione: Adesto supplicationibus nostris; il Vescovo di Porto cantava la seconda: Propitiare, Domine. — Ordo Roman. XIV, nel Mabillon, pag. 272, e Titul. VII del Liber Diurnus.
222. Hic suscepit divalem jussionem clement. principis Constantini ad venerabilem clerum et populum atque felicissimum exercitum Romanae civitatis, per quam concessit, ut qui electus fuerit in sede Apostolica, e vestigio absque tarditate Pontifex ordinaretur. Il Baronio esclama: Restituta Romana ecclesia in pristinam libertatem! Ma, al paro degli avvenimenti della Storia, non si acconciano a quest’opinione nè il Liber Diurnus, nè le Professiones fidei che in questo si contengono indiritte precisamente a quell’Imperatore.
223. Ne era allora universale la costumanza. Il giovine Pipino era adottato da Liutprando, re de’ Longobardi, colla recisione delle chiome. Anche la recisione della barba si usava come simbolo di adozione. Paul Diacon., VI, 53. Le ciocche di capelli così tagliate appellavansi Mallones, da μαλλὸς; «e Malloni,» dice il Muratori all’anno 684, «s’ode anche oggidì nel dialetto modenese.» — Taso e Caco, giovani figliuoli di Gisulfo duca di Forlì, furono assassinati a tradimento dallo esarca Gregorio, dopochè costui gli aveva adescati e tratti a sè colla promessa di volerseli adottare per figli colla recisione della barba. L’astuto barbiere tenne parola; rase la barba di Taso, ma soltanto dopo che gli era stato troncato il capo (Paul. Diacon., IV, 41).
224. Il Tit. IV del Liber Diurnus dice: Viros honestos cives, et de exercitali gradu; e, secondo il Tit. II, sottoscrivevasi il decreto di elezione così: Clerus, Optimates et Milites seu cives. La elezione avveniva: convenientibus nobis, ut moris est (sec. 7), cunctis sacerdotibus ac proceribus ecclesiae, et universo clero, atque optimatibus, et universa militari praesentia, seu civibus honestis, et cuncta generalitate populi istius a Deo servatae Romanae urbis. Qui è assai difficile di porre rettamente a loro luogo le particelle congiuntive et e seu. In generale tengo opinione che i milites appartengano agli optimates, del pari che i proceres ecclesiae appartengono ai sacerdotes, e che i cives honesti egualmente sorgano dalla generalitas populi. Io adotto pertanto la interpunzione seguente: cunctis sacerdotibus ac procer. eccl. et universo clero; atque optimatib. et universa militari praesentia; seu civib. honestis et cuncta generalitate populi. Io credo che il Miles fosse essenzialmente un cavaliere, ossia che appartenesse ai soldati a cavallo. — Carlo Hegel, I, 248, vuole distinguere del tutto i Milites dai Cives, quasi che fossero un terzo e un quarto Stato; e tiene (I, 252) i cives honesti soltanto per il populus ossia plebs. Nel Marini, Pap. Dipl., n. 112, 113, su cui egli si appoggia, si trovano denotati per viri honesti, uomini che attendevano ai mestieri. Sennonchè non avrebbero potuto questi forse appartenere all’Exercitus, come obligati a prestar servigio nella milizia? Se i nobili servivano a cavallo, quali Romani componevano le fanterie? Per certo cittadini atti alle armi.
225. Tit. V. Lib. Diurn.: convenientibus Sacerdotibus, et reliquo omni clero, eminentissimis consulibus et gloriosis judicibus, ac universitate civium et florentis Romani exercitus. — Qui i Consoli e i Giudici stanno insieme colla cittadinanza, quali suoi giudici civili. A questa partizione cittadina in altre città corrisponde manifestamente la formula di elezione usata dopo di Odoacre: Clero, Ordini et Plebi; così in Rimini, in Terracina, in Perugia, in Crotona e in Ravenna stessa, come si rileva dalle Lettere di Gregorio: Ep. 56, I, 58, I, 14, 27, II, 21, IV. Ivi però non si parla di esercito. Per Napoli particolarmente, si aggiungono anche i Nobiles: Clero, Nobilibus, Ordini et Plebi, 3, II. L’Ordo, onde in Roma non è fatto cenno, era l’antica Curia, che s’era divisa in ottimati, possessori ecc.; come opina C. Hegel.
226. Suis judicibus, quos Romae ordinavit et direxit ad disponendam civitatem. Anast. in Conon., n. V.
227. Ecco le parole di Anastasio: inito consilio, primates judicum, et exercitus Romanae militiae, vel cleri seditiosi pars plurima et praesertim sacerdotum, atque civium multitudo: la moltitudine dei cittadini, cioè a dire di quelli che non servivano nell’esercito.
228. Qui sic abdite venit, ut nec signa nec banda cum militia Romani exercitus occurrissent ei juxta consuetudinem in competenti loco, nisi in propinquo Romanae civitatis. Anastas. in Sergio, n. 159.
229. Il Baronio ha buon dritto di dire: Unus spiritus omnium Romanorum pontificum.
230. La data dell’anno in cui si tenne questo concilio andò perduta co’ suoi Atti. Il Pagi e il Muratori assumono l’anno 691. Il suo nome Trullanum deriva dalla cupola, ossia Trullus del palazzo; il nome di Quini-Sextum discende da ciò che si congregò a supplemento del quinto e del sesto Concilio ecumenico.
231. Egressus — foris basilicam Domni Theodori Papae apertis januis sedens in sede, quae vulgo appellatur sub Apostolis. Questo però è l’oratorio di san Sebastiano, edificato da papa Teodoro.
232. Agnellus, Vita S. Felicis, c. 2, 352 segg.
233. Vedi la lettera ad Elvia madre di lui.
234. L’epitaffio è in Beda, Hist. Eccl. Gentis Anglor. V, c. 7, in Paol. Diac. VI, c. 15, e più correttamente nel tom. V Classicor. Auctor. di Angelo Mai, p. 404. — È probabile che la iscrizione fosse poetata da Benedetto, arcivescovo di Milano. Ne riferisco alcuni distici del principio e del mezzo:
Culmen, opes, sodalem, pollentia regna, triumphos,
Exuvias, proceres, moenia, castra, lares;
Quaeque patrum virtus, et quae congesserat ipse
Caedual armipotens, liquit amore Dei,
Ut Petrum, sedemque Petri Rex cerneret hospes...
Sospes enim veniens supremo ex orbe Britanni
Per varias gentes, per freta, perque vias,
Urbem Romuleam vidit templumque verendum
Aspexit Petri, mystica dona gerens...
Hic depositus est Caedual, qui et Petrus, Rex Saxonum, sub die duodecimo Kalendarum Maiarum, Indictione secunda; qui vixit annos plus minus triginta, imperante Domno Justiniano, piissimo Augusto, anno et Consulatus quarto, pontificante Apostolico viro Domno Sergio Papa anno secundo. — Del battesimo e della morte di Caduallo in Roma fa menzione anche il Carmen Aldhelmi de Basilica aedificata a Bugge filia regis Angliae, in Angelo Mai, ibid., pag. 388. Aldelmo (morto nel 709) scrive Ceduvalla e dice senza malizia:
Alta supernorum conquirens regna polorum,
Clarum stelligeri conscendens culmen Olympi.
235. Anast., Vita Constant. e Beda, V, c. 20. — Quei Re morirono a Roma non molto dopo.
236. Cymelia è espressione generica degli arredi sacri: in particolare poi v’erano forme innumerevoli di lampade, di vasi, di coppe, di calici, d’incensieri ecc.
237. Conchiude così:
Sergius antistes divino impulsus amore
Nunc in fronte sacrae transtulit inde domus.
Exornans rutilum pretioso marmore tumbum
In quo poscentes mira superna vident.
Et quia praemicuit miris virtutibus olim,
Ultima Pontificis gloria major erit.
Gruter. 1170, n. 3. — A papa Sergio s’attribuisce l’edificazione di una sola chiesa, e precisamente dell’oratorio di sant’Andrea nella via Labicana, che egli rinnovò da cima a fondo.