238.  Anast. in Joh. VI.

239.  Apud fossatum, in quo in unum convenerant. Il Muratori traduce «fossa della città,» ma fossatum è principalmente un accampamento circuito di fosso: così nella Vita dello stesso Giovanni VI si usa dell’identica espressione per significare il campo dei Longobardi. — Non m’accingo a decidere se il fatto ricorresse o no nell’anno 702.

240.  Muratori, ad ann. 683; Mabillon, Annal. Bened., XVII, c. 32, 561 segg.; Chron. Farfense e Muratori Prolegom., a questa Cronica nel tom. II, p. 2, Scriptor. Nei documenti Longobardi di Farfa ricorre sempre la formula: Monasterium S. Dei genitricis Mariae quod situm est in territorio Sabin. in loco ubi dicitur Acutianus.

241.  La Tabula chorographica Medii Aevi di Giovanni Barretta (XX, n. 108) offre in quest’argomento pochissimi chiarimenti, al paro della Dissert. IV de ducatu Benev. di Camillo Pellegrino. Un passo degno di nota che trovasi in Procopio, De B. Goth. I, 15, estende il territorio romano, come oggidì, fino a Terracina: μεθ’ ὃυς Καμπανοὶ ἄρχι ἐς Ταρακήνην πόλιν οἰκοῦσιν οὓς δὴ οἱ Ῥώμης ὃροι ἐκδέχονται.

242.  Anastasio non parla che dello sconosciuto luogo Horrea; all’invece Paolo Diacono specifica: Suram Romanorum civitatem, Hirpinos atque Arcem. Il Cluver e il Muratori leggono: Soram, Arpinum, Arcem atque Aquinum. Sora era un castello antico de’ Sanniti; l’antica Arx, che è l’odierna Arce, è posta tra Arpino e Aquino.

243.  Fu una restituzione di beni ecclesiastici, nè già la donazione di una intera provincia, qualmente opinava il Baronio. In tutte le terre da loro conquistate i Longobardi si erano impossessati dei patrimonî della Chiesa.

244.  Aveva sostituito un naso d’oro, e quando lo spurgava, i suoi cortigiani comprendevano che aveva condannato a morte qualcuno.

245.  Ne diede la descrizione il Torrigio, Le sacre grotte Vaticane, II, 117, prima che fosse demolita.

246.  Questa imagine, dall’anno 1609 in poi, trovasi nella cappella Ricci in san Marco di Firenze: così almeno attesta il Furietti, De Musivis, c. 5, p. 79.

247.  Joannes indignus Episcopus fecit B. Dei Genitricis servus.

248.  Rappresenta la Vergine col bambino, velata a foggia greca, seduta sopra un trono splendidamente adorno: innanzi a lei sta un angelo; dietro v’ha una mezza figura che offre un dono al bimbo, ed una seconda figura, che forse è quella di Giuseppe. Il lavoro, condotto su pasta cattiva e grossolana, è rozzo al pari di quello contemporaneo del santo Stefano in san Pietro ad vincula. Un brutto disegno ne è dato nel Crescimbeni, Storia della basilica di santa Maria in Cosmedin p. 145.

249.  Lo desumo dal Cronicon Benedicti, monaco di santo Andrea sul monte Soratte (Mon. German., V, c. 11); Johannes praeerat papa, qui fecit oratorium sanctae Dei genitricis, opere pulcherrimo, intra ecclesia b. Petri apostoli, ubi dicitur a Veronica.

250.  Sull’argomento del santo sudario (Sindone in greco) vi ha una piccola letteratura. Mi occorre ammonire il lettore affinchè si guardi dal torre in mano il libro di Alfonso Paleoto intitolato: Jesu Christi Crucifixi Stigmata sacrae Sindoni impressa, dove la dipintura del corpo di Cristo è tale da metter addosso brividi di paura. Poichè Cristo pinse sè medesimo sul sudario, non v’ha alcuna delle sue piaghe che non sia ricercata e discussa con dottrina senza pietà: in breve la è una repugnante anatomia della sua passione. — L’Alveri, Roma in ogni stato, II, 210 segg. e il Severano, Le sette chiese, p. 154 e segg., diedero una storia completa del sudario.

251.  Il gesuita Landsberg ci fa certi che questa imagine era fedele al pari di una fotografia; egli vi seppe scorgere persino le tracce della ceffata con cui un soldato scelleratissimo percosse il volto di Cristo: in quella sacratissima imagine, che si conserva in san Pietro, si vedono ancora i segni delle dita di quel soldato. Severan, p. 160. — La santa Veronica è per disgrazia una finzione derivata dalle parole vera icon che significano «vera effigie» di Cristo; questa effigie re Abgaro si dice aver tolto da Edessa. Vedi il La Farina, Storia d’Italia, I, p. 210.

252.  Orosio, Hist. XII, c. 4. Nulla qui è detto della Veronica, ma soltanto che Tiberio, alla notizia della morte e della risurrezione di Cristo, voleva proclamarlo Dio, e che ne fu impedito dal Senato. Da Orosio attinse il racconto Ottone di Frisinga, Chron. III, c. 12, ma neppur esso fa parola della Veronica, sebbene il monaco Benedetto, due secoli prima di lui, ne conoscesse la storia.

253.  Oggidì ancora nel Panteon si vede una cassa con una iscrizione che arditamente dice: In ista capsa fuit portatum sudarium passionis Domini nostri Jesu Christi a Hierosolymis Tiberio Augusto.

254.  Mabillon, Annal. Bened., lib. XIX, 23.

255.  Johannicius Ravennianus ille facundus poeta, quia invictissimo Augusto contrarius fuit, inter duos fornices murina morte vita privetur. Agnello racconta la storia di quest’uomo nella Vita Teodori, Damiani, S. Felicis. È un racconto da romanzo; la sorella di lui pregò che le fosse concesso di vedere dalla finestra il mozzo capo del fratello; lo vide, pianse e morì. Agnello si dice pronipote di Giovanniccio. — Di questo notevole Storico della Chiesa ravennate, che chiude la sua opera col vescovo Giorgio in sull’anno 846, si leggano i Prolegomeni nell’Amadesi, Antistit. Ravenn. Chronotaxis. Favent. 1783. La sua orrida prosa è una miscela di semplice stile di cronista e di imitazione ampollosa dei retori antichi.

256.  Dal modo con cui i Bizantini acciecavano i condannati al supplizio, costringendoli a fissare gli occhi sopra un bacino arroventato in cui si versava aceto, il Muratori fa derivare la parola italiana abbacinare. I casi di Ravenna narra Agnello nella Vita S. Felicis.

257.  Alla mitra del Papa Anastasio dà nome di camelaucum (καμελαύκιον in greco): in italiano s’usa la voce camauro. Vedi l’annotazione del Vignoli a questo passo.

258.  Anastasio dà la descrizione di questo fatto; ma chi però potrà prestargli fede che l’Imperatore colla corona in capo si prostrasse e baciasse i piedi del Pontefice? V’è però aggiunto che egli pro delictis suis si confessasse e ricevesse la comunione.

259.  È quel giuoco antico ai dischi che anche oggi s’usa in tutta Italia, ed è conosciuto sotto il nome di ruzzola. Nel testo è detto: parvuli cum modica orbitella. Agnellus, Vita Damasi, c. II, 327.

260.  Saccos induti sunt — ciliciis se operierunt. Sono i cappucci oggidì ancora usati dalle Confraternite. Quelli che li portano di stoffa di crine (ciliccino) sono detti particolarmente i sacconi. — In quest’occasione, Agnello, che scriveva soltanto cento anni dopo, nomina come ornamenti abituali delle donne: mutatorias vestes (varietà di abiti sfarzosi), et pallia, inaures, et anulos, et dextralia (smaniglie), et pereselidas (?), et monilia (collane), et olfactoria (ampolline odorose), et acus, et speculas, et lunulas (ornamenti d’oro in forma di luna), et liliola (ornamenti in forma di giglio), praesidia (?), et laudosias (?). In Ravenna erano ancora in quel tempo teatri e terme.

261.  Agnello dice che quelle lotte sanguinose duravano ancora a’ tempi suoi.

262.  Bandum significa vexillum (bandiera) e Bandus una schiera riunita sotto un vessillo. Agnello usa con pari significazione bandus, militia, numerus. Numerus, per reggimento di soldatesca, appartiene ai tempi dell’Impero, e quella voce trovai, in un epigramma di Damaso nelle catacombe, usata anche per la turba (exercitus) dei Martiri. — Alcuni di quei gonfaloni esistevano già anche sotto l’Esarca. — I Papiri Dipl. del Marini enumerano: Numerus felicum Theodosiacus (n. 90), Num. Mil. Sermisiani, forse composto di Dacî di Sarmisia (n. 91), Num. victricis Mediol. (n. 93), Num. Arminiorum (n. 95), Num. felicum Persoarminiorum (n. 122), Num. Veronensium (n. 95), Num. Juniorum e Num. invicti (n. 111). I nomi di questi reggimenti erano dunque tratti da quelli di paesi o di Imperatori, o da concetti astratti. I loro officiali erano appellati: Tribunus, Primicerius, Adorator (parola inesplicabile) e Optio od Ozio, che si spiega per distributor annonae.

263.  ὁ δὲ φιλιππικὸς διὰ τοῦ αὐτοῦ σπαθαρίου ταύτην ἐπὶ τὰ δυτικὰ μέρη ἕως Ῥὠμης ἐξέπεμψεν. Theoph., Chronogr., p. 319.

264.  I Greci chiamavano pancarea quelle manifestazioni in dipinto; vedine Anast., in Vita Constant., n. 174. Nel secolo decimoquarto, e più tardi ancora, in alcune chiese di Roma si collocavano di quei quadri, malagevoli a trattarsi, di Concilî.

265.  Ecco come s’esprime Anastasio: Hisdem temporibus cum statuisset populus Romanus nequaquam haeretici Imperatoris nomen, aut chartas, vel figuram solidi suscipere.

266.  Riporto il passo: Contigit, ut Petrus quidam pro ducatu Romanae urbis Ravennam dirigeretur, et praeceptum pro hujusmodi causa acciperet, n. 176. È cosa meravigliosa che i Duces di Roma si facciano visibili precisamente nel tempo in cui il loro potere sta per iscomparire.

267.  In Via sacra ante palatium etc.

268.  Questa iscrizione degna di nota trovasi nel Marini, Pap. Dipl., p. 367, nota 1, al n. 424. Videla per la prima volta Pietro Sabino nel secolo decimoquinto in santa Anastasia; un frammento indi ne videro l’Ughelli e il Suaresio in san Benedetto in Piscinula. Io consultai tanto questo frammento, quanto la copia del Sabino nell’archivio del De Rossi; non vi si trova variante per il passo longo refecta gradu. Ecco la iscrizione:

Ultima funereo persolvens munia busto

Quo pater illustris membra locanda dedit

Adjecit titulos proles veneranda Joannes

Ne tantus quovis esset honore minor.

Hic jacet ille Plato, qui multa per agmina lustrans

Et maris undisoni per freta longa volans

Claruit insignis regno gratusque minister

Celebremque sua praestitit esse manu.

Post ergo multiplices quas prisca Palatia Romae

Praestiterant curas longo refecta gradu

Pergit ad aeterni divina palatia regis

Sumere cum meritis praemia firma dei.

Plato V. Ill. Cura Palatii Urbis Romae Vix. An. Pl. M. LXVI. Dep. M. Nob. Die VII. Indict. XV. Imp. DN. Justiniano Aug. Anno II. P. C. Ejus Anno II.

Nell’Epitome Chronicor. Cassinens. (Muratori, II, p. I, 354) è detto che Eraclio, dopo la conquista della Croce, venisse all’Aurea Urbs, e quivi fosse coronato nel palazzo dei Cesari. Mi meraviglia che il Nibby, note al Nardini, III 136, e il Visconti, Città e famiglie, sec. II, 255, potessero prestarvi fede. Lo stesso Cronista, di cui è difficile che scrivesse prima del mille, narra la egual fiaba anche dell’imperatore Maurizio.

269.  Dal fervore vivissimo con cui il popolo prendeva parte all’elezione del Duce, il Bethmann Hollweg (Dell’origine della libertà delle città Lombarde, p. 186), conchiude a ragione che questo Duce, anzichè un generale, fosse capo del governo nella Città e nell’intiero Ducato. Non puossi in veruna guisa dubitare che il Duce era reggitore della Roma di allora come Vicerè dell’Imperatore. — Mi giova qui introdurre l’osservazione che il secondo trimetro dell’iscrizione riferita in nota alla pag. 161, deve suonare così: Ῥὼμην τε φυλάξας ἀβλαβῆ καὶ τὴν δύσιν.

270.  Hic exordio pontificatus sui calcarias decoqui jussit, et a porta S. Laurentii inchoans hujus civitatis muros restaurare decreverat, et aliquam partem faciens etc. Anast. in Gregorio II, n. 177.

271.  Anast., n. 180, Paul. Diacon. De Gest. Lang., VI, 36, e Beda, De sex aetat. ad ann. 4671. Quest’ultimo direbbe ad Pontemolinum, ma è ben un errore di amanuensi posteriori. Il Pagi e il Muratori pongono la innondazione all’anno 716, il Baronio al 717, e così pure l’Index Ducum spoletan. et Abbat. Farfensium nel Mabillon, Mus. It. I, 2, 63.

272.  Ducatum ei qualiter aggerent quotidie scribendo praestabat. Anast. n. 181.

273.  Quod enim simulacrum Deo fingam, cum si recte aestimes, sit Dei homo ipse simulacrum?... Nonne melius est in nostra ima dedicandus est mente, in nostro imo consecrandus est pectore? È un bel passo nell’Octavius di Minucio Felice (Edizione di Parigi, 1605, pag. 367).

274.  Concil. Illiberis, Can. 36: Placuit picturas esse in ecclesia non debere, ne quod colitur et adoratur in parietibus depingatur.

275.  Nei primi secoli non fu costume di rappresentare il Cristo nudo in croce. Negli atrî antichi delle chiese di Roma non s’ebbe trovato mai un crocifisso; l’antico simulacro della Croce di Lucca rappresenta il Redentore vestito di tonaca lunga e decente, col diadema in capo. I mirabili vasi da olio bizantini che trovansi in Monza, ed i quali la regina Teodolinda ebbe in dono, rappresentano la storia della passione di Cristo, ma il Salvatore si eleva in gloria al di sopra della croce, e soltanto i due ladroni pendono dalle croci loro. L’uso del Crocifisso era ancora assai raro all’età di Gregorio. Alcuni anni fa si rinvenne nelle rovine del Palatino una caricatura pagana in colori, che rappresentava un Crocifisso colla testa d’asino.

276.  Prudenzio (Inno IX a san Cassiano) ci fa però conoscere uno di quei quadri di martirî; chè, nella chiesa sepolcrale di Forum Cornelii (Imola), egli vide dipinta la storia di quel santo maestro di scuola che i suoi scolari pagani con loro stili da scrivere straziarono a morte. È questo il più antico cenno che io mi conosca di una pittura di quel genere; Prudenzio viveva nel secolo quarto. Dappoi, Paolino di Nola, al principio del secolo quinto, fece ornare la chiesa ch’egli consecrava a san Felice, con quadri di storie bibliche antiche e di martirî. Nel secolo sesto crebbero a gran numero i quadri nelle chiese.

277.  Può essere che le prime finzioni di quei ritratti del Cristo appartenessero al secolo terzo, e fossero di origine gnostica. Agostino non conosceva alcuna imagine vera del Cristo: Qua fuerit ille facie nos penitus ignoramus — nam et ipsius Dominicae facies carnis innumerabilium cogitationum diversitate variatur et fingitur; quae tamen una erat, quaecumque erat. De Trinit. VIII, c. 4, 5, oper. III. — Alessandro Severo deve aver collocato il simulacro di Cristo nel suo Lararium (Lamprid. c. 29).

278.  Et quidem zelum vos ne quid manufactum adorari possit, habuisse laudavimus, sed frangere easdem imagines non debuisse judicamus. Idcirco enim pictura in ecclesiis adhibetur, ut hi qui litteras nesciunt, saltem in parietibus videndo legant quae legere in codicibus non valent. S. Greg. Ep. 110, VII. Ind. 2. Pari linguaggio ei tiene scrivendo a Sereno Ep. 9, IX, e a Secondino, Ep. 54, VII, Ind. 2.

279.  Cicero in Verrem, IV, c. 47, § 94: Herculis templum est apud Agrigentinos. — Ibi est ex aere simulacrum Herculis, quo non facile dixerim quidquam me vidisse pulchrius — usque eo, judices — ut rictum ejus ac mentum paulo sit attritius, quod in precibus et gratulationibus non solum id venerari, verum etiam osculari solent. Il piede del Pietro di bronzo in Vaticano, dai baci della gente è reso affatto aguzzo; il bacio prolungato del tempo distrugge i monumenti al pari del suo dente roditore.

280.  Il Cancellieri, De sacrariis novae Basil. Vatic. p. 1503 segg. parla diffusamente di questa statua. Un’altra statua antica di Pietro e simile a questa, ma in marmo, stava sopra la porta maggiore della basilica, ed ora si trova nelle Grotte. Torrigio, Le sacre grotte Vatic., p. 73.

281.  Imago cujuslibet Sancti aut Martyris, aut Angeli: Anastas. n. 184, Paul. Diac., VI. c. 49 e Theophan. Chronogr., p. 338.

282.  Καὶ μαθὼν τοῦτο Γρηγόριος ὁ πάπας Ῥώμης τοῦς φόρους τῆς Ἰταλίας καὶ Ῥώμης ἐκώλυσεν. Anastasio, che erra nel tempo, parla soltanto della imposizione di un censo.

283.  Omnis Italia consilium iniit, ut sibi eligerent Imperatorem, et Constantinopolim ducerent: Anast., n. 184.

284.  Il racconto di Teofanio, p. 343, che il Papa eccitasse Roma e Italia tutta all’insurrezione (e seguono la sua fede Zonara e Cedreno) è un errore. Mi fa meraviglia che Gregorio nella sua lettera a Leone non accenni neppure a pensare che gli Italiani intendessero di eleggersi un novello Imperatore. La Vita Gregorii II dice che egli ammoniva i Romani: ne desisterent ab amore, vel fide Romani imperii. Il La Farina, Storia d’Italia, I, 215, dice con amore di patria affatto moderno: «non oprò da pastore, nè da amico d’Italia».

285.  Petrum ducem turbaverunt oppure orbaverunt.

286.  Questa è opinione sostenuta assai modernamente (dopo il Pagi) dal Sugenhein, Storia dell’origine e dello svolgimento dello Stato della Chiesa. È difficile di raccomandarla all’autorità di una fonte storica; io non ne conosco pur una.

287.  Le due lettere (in greco e in latino) sono negli Act. Syn. II Nicaen. nel Labbé, VIII, 651. Il Baronio ne determina la data all’anno 726, il Pagi al 730, il Muratori al 729.

288.  Afferma il Baronio che quella celebre imagine venne, dopo che Costantinopoli cadde in mano dei Turchi, di Edessa a Roma, dove oggidì si conserva nella chiesa di san Silvestro in Capite: Annal., ad ann. 944.

289.  Εἱκοσιτέσσαρα στάδια ὑποχωρήσει ὁ ἀρχιερεὺς Ῥὼμης εἰς τὴν χώραν Καμπανίας, καὶ ὕπαγε διῶξον τοὺς ἀνέμους. È un passo difficile a decifrarsi; sembra che il Papa con sarcasmo e con esagerazione parli della debolezza di Bisanzio, che, tutto al più, poteva fidare nei suoi vascelli.

290.  ὅν αἴ πᾶσαι βασιλεῖαι τῆς δύσεως θεὸν ἑπίγειον ἔχουσι. Il Baronio non legge neanche ὤς θεὸν. Dunque Pietro è dichiarato Dio, e tale lo proclama lo stesso Papa.

291.  ὅτι βασιλεὺς καὶ ἱερεὺς εἰμι: nelle lettere medesime.

292.  Paul Diacon., VI, c. 49. — Dal c. 54 si pare la presa di Ravenna, onde fa racconto Agnello nella Vita Johannis, p. 409. La successione di questi avvenimenti è più confusa che le vie d’un labirinto. Ad ogni modo, la presa di Ravenna dev’essere anteriore all’anno 730.

293.  Facta donatione beatissimis Apostolis Petro et Paulo restituit atque donavit: Anast. Siamo entrati nel periodo delle così dette «restituzioni» e delle donazioni. Il Sugenheim, ecc., p. 11, dice: «Appare quindi che Sutri fu il primo embrione dello Stato della Chiesa oltre a Roma.»

294.  A nec dicenda gente Longobardorum — è frase solita in bocca dei Papi per questo popolo a que’ tempi. La lettera del Papa indiritta a Orso, doge di Venezia, trovasi in Andrea Dandolo, nel Muratori, XII, nel Baronio ad ann. 726, e nel Labbé, Concil., VII, 177. Il Papa in essa dice: Ut ad pristinum statum sanctae Reipublicae in Imperiali servitio dominorum, filiorumque nostrorum Leonis et Constantini magnorum Imperatorum ipsa revocetur Ravennatum civitas, ut zelo et amore sanctae fidei firmi persistere, Domino cooperante, valeamus.

295.  Cum cuncto clero, nobilibus etiam consulibus, et reliquis Christianis plebibus adstantibus decrevit: Anastas. in Gregor. III, n. 192. È il noto partimento dei tre ordini elettivi di Roma.

296.  Sex columnas onychinas volubiles concessas ab Eutychio exarcho, duxit in ecclesiam b. Petri Apostoli. Meglio columnae stiratae, come opina il Vignoli.

297.  Anche i Bizantini tornarono a coltivare fervidamente la pittura, e ottennero scusa in grazia del Panselinos, che fu il Raffaello di loro.

298.  Monache fuggitive fondarono nell’anno 750 il convento greco di santa Maria in Campo Marzo, detto anche di san Gregorio Nazianzeno. Vedi la piccola Cronica del convento, data alle stampe nell’anno 1750.

299.  A questo edificio si riferiscono alcune iscrizioni in marmo che trovansi nelle Grotte del Vaticano. Vedi il De Rossi, Due monumenti inediti spettanti a due concilii Romani de’ secoli VIII e IX.

300.  Basilicam s. Dei Genitricis quae in Aquiro dicitur: Anastas. n. 201. Altri manoscritti hanno in Aciro, in Adchiro. Il Vignoli legge in Cyro. È assai difficile di poter pensare che il nome derivi dalle antiche corse equiriche di cavalli, da lunghissimo tempo obbliate: potrebbesi facilmente spiegarlo da quello di qualche romano Aquirio o Aquilio, che in origine avesse edificata questa chiesa nelle sue case.

301.  Hujus temporibus plurima pars murorum hujus civitatis Romanae restaurata est. Alimoniam quoque artificum, et pretium ad emendam calcem de proprio tribuit: Anast. n. 202.

302.  Τὰ δέ λεγόμενα πατριμόνια τῶν ἁγίων καὶ κορυφαίων ἀποστόλων τῶν ἔν τῇ πρεσβυτέρᾳ Ῥώμῃ τιμωμένων ταίς ἐκκλησίαις ἔκπαλαι τελούμενα χρυσίου τάλαντα τρία ἥμισυ τῷ δημοσίῳ λόγῳ τελεῖσθαι προσέταξεν: Teophan, p. 334. Di questa confisca fa menzione papa Stefano, Cod. Carol. Ep. VIII; 111 nel Cenni.

303.  Il cardinale Deodato, sulla fine del secolo undecimo, raccolse nella sua Collezione (Cod. Vat. n. 3833), traendole dai Registri di Gregorio II, molte notizie sugli affitti di quei fondi; fra altro: Theodoro Consuli in annis XXVIII Insulam Capris cum monasterio S. Stephani, per la mercede di cento nove solidi d’oro e cento megarici vini. Al prete Eustachio era allogato il convento di san Martino in Sorrento; a una diaconessa il luogo detto Icaonia nella Campania; a Teodoro console il convento di san Pancrazio presso Miseno per la durata di ventotto anni. Borgia, Breve istor. del domin. tempor. ecc., Append. Docum. I.

304.  Hujus temporibus Galliensium castrum recuperatum est — et in compage sanctae reipublicae atque in corpore Christi dilecti exercitus Romani annecti praecepit: Anast., n. 203. Di qui si pare che incominciavasi a denotare il popolo stesso sotto il nome di Exercitus. Peraltro è falsa assolutamente l’opinione del Cenni (Monum. Dominat. Pont., p. 14), che dice: Gregorius III sanctam republicam (locchè significa chiaramente Stato della Chiesa) instituit.

305.  Dum — a Gregorio Papa, atque ab Stephano, quondam Patricio et Duce, vel omni exercitu Romano praedictus Trasimundus redditus non fuisset: Anast., n. 206, nel principio della Vita Zachariae. Il Vignoli legge invero patricio et duce omnis exercitus Romani, ma la lezione riportata di sopra è più antica, ed ha il carattere del tempo, laonde io mi vi conformo giusta il testo del Bianchini.

306.  Accoglie questo fatto il Pagi ad ann. 726, n. 13, 14; è ben vero che la sua opinione si raccomanda soltanto ad una considerazione contenuta nel Lib. Pontif., Vita Steph. III, n. 235.

307.  Con esse incomincia il Codex Carolinus, che è uno dei documenti più importanti della Storia e decoro della biblioteca di Vienna. Quella Collezione, ordinata da Carlo magno, contiene novantanove lettere dei papi Gregorio III, Stefano III, Zaccaria I, Paolo I, Stefano IV, Adriano I, e dell’antipapa Costantino; sono indiritte a Carlo Martello, a Pipino e a Carlo magno, e vanno dall’anno 739 al 794. La Collezione fu stampata nei Monum. Dominat. Pont. del Cenni e nel Cursus Completus Patrologiae, ed. Migne t. XCVIII; indi parecchie altre volte; modernamente fu di nuovo edita dal Jaffè. L’intitolazione di quelle lettere di Gregorio III è questa: Domno Excellentissimo filio Carolo subregulo Gregorius Papa.

308.  Il Muratori (ad ann. 741) confuta il cardinale Baronio, il quale afferma, Liutprando avere assediato Roma e messo a sacco il san Pietro. Il Baronio, dal suo punto di vista, pretende ricavarlo da un passo della seconda lettera di Gregorio.

309.  Populus peculiaris, frase fin qui inusata, che denota a pennello la novella epoca di Roma: il popolo romano divenuto proprietà e pecus di san Pietro.

310.  Sacratissimas claves Confessionis B. Petri. Conosco gli scrittori e gli argomenti pei quali eglino sostengono che queste chiavi fossero di foggia diversa da quella delle chiavi che Gregorio sì di sovente spediva a Principi. Anche a me per fermo il significato del donativo sembra essere più elevato, e riferirsi in pari tempo alla protezione del sepolcro.

311.  Nostris obedias mandatis, ad defendendam Ecclesiam, et peculiarem populum: lettera seconda.

312.  Questo Cronista, pressochè contemporaneo, è il Continuator Fredegar. III, c. 110, nell’edizione di Gregorio di Tours fatta dal Ruinart: Eo enim tempore bis a Roma sede S. Petri ap. B. Papa Gregorius claves venerandi sepulcri cum vinculis S. Petri (ossiano schegge di ferro limato) — legationem — Principi destinavit. Eo pacto patrato, ut a partibus Imperatoris recederet, et Romanum Consulatum praefato principi Carolo sanciret. — Il Cenni, Mon. Dom. p. 2, segg., respinge ogni idea di questo consolato che il Ruinart afferma. L’Annalista di Metz, che scrisse cento sessanta anni dopo di Gregorio (Monum. Germ. I, ad ann. 741), senza discorrere di consolato, v’aggiunse parola di un decretum Romanor. Principum; e vi concorda quasi alla lettera il Chronic. Mossiacense ad ann. 734. — Il Ruinart, il Pagi e il Muratori perciò accolsero l’idea che il patriziato fosse conferito a Carlo Martello; e il Muratori vuol trovarne conferma nel passo della prima lettera di Gregorio che dice: Et ipsas sacratissimas claves confessionis B. Petri, quas vobis ad regnum direximus; cioè alla signoria, precisamente, di Roma. L’altra lezione ad Rogum (preghiera), manca di senso. Per parte mia prendo l’espressione ad regnum come affatto locale, e cioè ad regnum Franciae. L’espressione Regnum per Consulatus o Patriciatus repugnerebbe affatto ai concetti di quell’età.

313.  Il Muratori a quest’occasione ommette di pronunciare il suo giudizio sull’arte politica romana, e dice: «tralascio altre osservazioni». — Anast. in Zacharia, n. 208.

314.  Praedictas quatuor civitates, quas ipse ante biennium abstulerat (dunque nell’anno 740) eidem sancto cum eorum habitatoribus redonavit viro. Quas et per donationem firmavit in Oratorio Salvatoris, sito intra ecclesiam B. Petri apostoli: Anast. n. 210.

315.  Ubi cum tanta suavitate esum sumpsit, et hilaritate cordis, ut diceret ipse rex, tantum se nunquam meminisse commessatum: Anast. — Il Lib. Pontif. narra che il Re camminò alla staffa del Pontefice per un mezzo miglio di strada. Questo fu dunque il primo di quegli atti di umiliazione, con cui i Re si abbassarono innanzi ai Papi. Similmente, più tardi anche Pipino fece a papa Stefano da vicestrator. Nella famosa donazione di Costantino, quest’Imperatore avrebbe assunto officio di palafreniere verso papa Silvestro: ἡμεῖς στράτορας ὀφφίκιον (!) ὑπελθόντες καὶ τὰ χαλινὰ τοῦ ἵππου αὑτοῦ κατέχοντες (Fabricius, Bibl. Graeca, t. VI, p. 6).

316.  Ecco le notevoli parole con cui s’esprime Anastasio: relicta Romana urbe jam dicto Stephano Patricio et Duci ad gubernandum. Ripeto che io ritengo, questo Stefano essere stato un officiale greco; nè v’ha or bisogno di spiegare in che relazione egli si trovasse rispetto al Papa. Stefano fu l’ultimo Duce imperiale di Roma. La serie di questi Duci o Vicerè bizantini di Roma, che noi conosciamo, è la seguente: Cristoforo duce nel 711, Pietro nel 713, Basilio nel 717, Marino nel 718, Pietro nel 720, Stefano nell’anno 740. — Vedi l’annotazione del Baldini ad Anastasio, Vita Constant., t. IV, p. 616, cui io nulla posso aggiungere.

317.  Lo narra il Biografo del Papa con ingenua serietà.

318.  Parti reipublicae restitueret: qui dunque per respublica s’intende ancor sempre l’Impero romano. Ma nell’anno 764, papa Paolo I parla già di una pars nostra Romanorum (Cod. Carol., XXIV, nel Cenni XXXVIII).