319.  Vedi il Sigurd Abel, Della caduta del reame dei Longobardi in Italia, Göttingen 1859, p. 22.

320.  Philipps, Diritto ecclesiastico, III, 34.

321.  Nella bolla di Adriano, dove trattasi di alcuni beni del monastero di Farfa (dell’anno 772), è detto: Imperantibus domno nostro piissimo Augusto Constantino a Deo coronato magno Imperatore, etc. Di Gregorio III e di Zaccaria si hanno parecchi Acta con quella formula cronologica.

322.  Donationem in scriptis de duabus massis, quae Nymphos et Normias appellantur, juris existentis publici eidem sanct. et beat. Papae S. Romanae eccl. jure perpetuo direxit possidendas: Anast. n. 220. — Le mura ciclopiche di Norba, terra dei Volsci, destano, oggidì ancora, meraviglia. Il luogo rimase deserto, e in vicinanza ad esso fu edificata Norma. Lasciata anche questa in abbandono, sorse più al di sotto Ninfa; ma essa pure cadde, simile a un sepolcro vaghissimo tutto ricoperto d’edera, e in quello stato oggidì pure si mira. Sembra che nel secolo ottavo Ninfa fosse abitata, non Norma; ed è probabile che la paura di assalimenti dei Saraceni, costringesse il popolo a ricoverarsi nuovamente in Norma ch’era terra forte. Vedansi il Westphal e W. Gell ai luoghi relativi.

323.  

Vides ut alta stet nive candidum

Soracte. —

Horat. I, 9.

Summe Deum, sancti custos Soractis Apollo etc.

Virgil. Aeneis XI, 785.

324.  Ne parla anche Adriano nella sua lettera indiritta all’imperatore Costantino e ad Irene, Acta synod. II Nicaen., Labbé VIII, p. 750: misit ad montem Soractem, ubi S. Silvester — persecutionis causa — receptus etc.

325.  San Gregorio (Dialog. 1, c. 7) lo descrive posto sul vertice del monte, ma non lo appella da san Silvestro. Su una delle pendici del monte era un convento dedicato a santo Erasmo (Gregor., Ep. 24, I, Ind. 9). Incerto è quando avesse origine il nome di santo Oreste: quel nome derivò da una iscrizione ivi rinvenuta SORACTE..., da cui la furba ignoranza del medio evo costrusse un santo, S. ORESTE. Per un ricovero di uomini penitenti il nome di Oreste sa di classicume, e tocca nel segno.

326.  Pipino donò più tardi il chiostro maggiore al Papa, che lo congiunse a quello di san Silvestro in Capite di Roma. La bolla di Paolo è nel Cod. Carol. XII, nel Cenni, XXXII; Mabillon, Annal. Bened., XXII. n. 12: sulla donazione di Pipino vedasi ancora il Cod. Car. XVI, nel Cenni, XLI. — Eginardo, nella Vita di Carlo c. 2, dice: Monachus factus est in monte Soracte apud ecclesiam S. Silvestri constructo monasterio. I Cronisti appellano il monte col nome di Zirapti e Sarapte; così anche la Cronica del monaco Benedetto che è del secolo decimo (Mon. Germ., V, dal 693 al 719).

327.  Anast. n. 223. Leo Ostiensis, Cronic. Casin., lib. I, c. 7 e 8. Di altri Principi che intorno a questo tempo si fecero monaci, si citano Unoldo di Aquitania e Anselmo di Friuli, fondatori del celebre convento di Nonantola presso Modena.

328.  Il Sigurd Abel accenna che Rachi avea leso il sentimento di nazione dei Longobardi con donazioni fatte secondo il diritto romano, e dimostra che quel popolo lo lasciò cadere allorchè egli uscì di sua via per le insinuazioni del Papa. Della caduta del reame dei Longobardi, p. 23.

329.  Il Cod. Carol. contiene una sola lettera di papa Zaccaria a Pipino maggiordomo, ai Vescovi ed ai Principi di Francia: è dell’anno 758, ma riguarda soltanto cose di Chiesa.

330.  Con Pipino incominciano le idee di teocrazia. Fu il primo ad appellarsi re per grazia di Dio. G. Waitz, Storia della costituzione germanica, III, p. 198.

331.  Le Cointe, Annal. Eccl. Francor., ad ann. 752.

332.  Se ne trova il disegno nel Severano: delle sette chiese I, 535. Fu fatto dall’architetto Francesco Contini che lo trasse dalla pianta della Città del Buffalini, da disegni esistenti nel san Pietro in Montorio e nella biblioteca Vaticana, e da tradizioni. Lascio ai Topografi la descrizione di quel labirinto, e rimetto il lettore anche alla Tav. XXXVII delle Basiliche di Roma Cristiana del Gutensohn e del Knapp.

333.  Ducitur ad palatium Zachariae Papae, quod vulgariter dicitur Casa major: Ordo Roman. XIV, nel Mabillon, Mus. Ital. I, 260.

334.  Fecit autem a fundamentis ante scrinium Lateranense porticum atque turrim etc. Anast. n. 218.

335.  La voce tecnica è vela — vela serica alytina da ἄλυτος, insolubilis, oppure da ἀλήθινος. Che sia esatto?

336.  Del Registro degli affitti di Gregorio II ho già parlato. Questo Pontefice, intorno al 715, costituiva a beneficio delle lampade del san Pietro una fondazione, colla dotazione di quarantotto possessioni che si estendevano fin verso Anagni. La iscrizione marmorea antica che vi è relativa è oggi infissa nel muro nell’atrio del san Pietro; la bolla ne è stampata nel Bullar. sacr. Basil. Vaticanae, I, 7. Tutti quei terreni avevano cultura di oliveti.

337.  Il Catalogo delle tenute dell’Ager romanus dell’Eschinardi cita: Fontignano in san Paolo. — Di queste fondazioni fa parola il Lib. Pontificalis. Si veda l’art. Laurentum nel Nibby, Analisi de’ dintorni di Roma.

338.  Per vero lo si chiama anche Stefano III, se si conta il suo antecessore fra quelli che furono ordinati papi.

339.  Il Muratori ha determinato questa data sul fondamento di un diploma del convento di Farfa promulgato da Astolfo, e dato: Ravennae in Palatio, IV die m. Julii A. feliciss. regni nostri III, per Indict. IV feliciter., nelle Antiq. Ital. Diss. 67; nel Fatteschi, N. X, 264 e nel Fantuzzi, t. V, n. VIII. La monca Storia di Agnello tace di un avvenimento tanto importante.

340.  Et suae jurisdictioni civitatem hanc Romanam, vel subjacentia ei castra subdere indignanter asserebat. Il Lib. Pontif., da questo tempo in poi, contiene notizie abbastanza precise e accertate. Vedi anche il Cronic. Vulturnense, lib. III, 401, ed il Muratori, Script., I, p. 2.

341.  Il celebre convento di san Vincenzo sul Vulturno, nella diocesi d’Isernia, fu fondato da tre fratelli longobardi, Tato, Taso e Paldo intorno al 703. Per qualche tempo contenne dai cinquecento frati: Paol. Diacon., IV, c. 40, e la Cronaca del convento edita dal Muratori, che la trasse dalla biblioteca Barberina.

342.  Deprecans imperialem clementiam, ut juxta quod ei saepius scripserat, cum exercitu ad tuendas has Italiae partes, modis omnibus adveniret etc. Anast. n. 232.

343.  Procaedens in laetania cum sacr. imagine Domini Dei et Salvatoris nostri Jesu Christi, quae acheropita nuncupatur: Anast. n. 233. È la prima volta che si faccia menzione di questa antica imagine. È dipinta in tavola; la figura è di colore oscuro, con barba, tutta di stile bizantino. Se ne trova la copia nel Marangoni, Istoria della Cappella di Sancta Sanctorum, Roma, 1747. — Durante tutto il medio evo s’adoperò nelle processioni; e alla vigilia dell’Assunta la si lavava nel Foro, come un tempo la statua di Cibele si mondava nelle acque dell’Almo (Ordo Roman. XI, nel Mabillon, Mus. It., II, 151). Vedi Andrea Fulvio, Ant. Rom. I, de Ostia in sulla fine, il Martinelli, Roma ex ethn. sac. p. 157 ed il Marangoni, Cose Gentil. c. 28, 105. La processione notturna fu bandita soltanto da Pio V, poichè la si avea tramutata in baccanale.

344.  A ciò si riferiscono le due lettere di Stefano a Pipino (Cod. Carol. X) ed ai Duchi del popolo franco (XI), che il Cenni opportunamente ordinò a loro posto.

345.  Jussionem imperialem, dice Anastasio collo stile d’uso.

346.  Commendans cunctam dominicam plebem bono pastori Domino nostro, etc. La espressione Dominica plebs, spesso usata nel Cod. Carol. per significare i Romani, ha una nota assai efficace, come quella di peculiaris populus.

347.  Nel convento di san Maurizio moriva di febbre Ambrogio, primicerio. Il suo barbarico epitaffio (nelle cripte del Vaticano) dice: Ex hac urbe processit suo secutus pastorem In Roma salvanda utrique petebant regno tendentes Francorum Sancta perveniens loca B. Mauritii aulae secus fluvii Rhodani Litus ubi vita noviliter ductus finivit mense Decemb. etc. etc. Galletti, del Primicer., p. 41. Preferisco leggere ductus anzichè doctus.

348.  Il Jaffé, Regesta Pontif. Rom., fissa ai 14 di Aprile la data del trattato di Carisiaco. Il Fantuzzi, Mon. Ravenn. VI, n. IC, riporta il documento della donazione ch’è notoriamente falso.

349.  Lo significa manifestamente anche Stefano III (a. 770) nella sua lettera a Carlo e a Carlomanno (Cod. Carol. 45, nel Cenni 49): vos b. Petro, et praefato vicario ejus, vel ejus successoribus spopondisse, se amicis nostris amicos esse, et se inimicis inimicos, sicut et nos in eadem sponsione firmiter dinoscimur permanere. E Paolo I parimenti protesta (Cod. Carol., XVI, nel Cenni, XLI e nella lettera successiva). Così Pipino assunse la defensio et exaltatio Ecclesiae nel senso spirituale e in quello temporale, come si pare da passi innumerevoli delle lettere di Paolo.

350.  Pipino è denotato soltanto col predicato di Defensor o Protector. Vedasi nel Cenni, a pag. 74, 79, 82, 141, 146, 150, 160, 167, 170, 181, 182, 183, 184, 187, 189, 190, 191, 196, 199, 208, 210, 212, 220, 222, 227, 233 ecc.; sempre defensor! — Io respingo l’opinione del Ducange che già fin d’allora il Patriziato fosse un dominium. — Il Borgia, Breve Hist. ecc., p. 51 e Memor. stor. di Benevento, p. 13 e segg., nel Patriziato vede l’avvocazia della Chiesa, e ciò per il tempo di Pipino è esatto. — Anastasio avvisatamente non fa cenno neppur una volta della elezione dei Re a Patrizî. Anche il Mabillon, De re diplom., II, c. 3, 73, afferma che Stefano fe’ Pipino patrizio soltanto a titolo di onoranza. — Il diploma di fondazione di san Silvestro in Capite (nel Giacchetti, Hist. di s. Silvestro de Capite, p. 16), che senza dubbio è falso, dà a Pipino il titolo di Defensor Romanus; allora per certo si avrebbe detto: Defensor S. Dei Ecclesiae Romanae.

351.  Qualiter patricius sit faciendus. Nell’Ozanam, Document. inédits etc., p. 482. La stessa formula è riportata testualmente nel Glossar. del Ducange, che la trasse da un Cod. Vatic. di Paolo Diacono, De Gest. longob.: trovasi anche nel Mabillon, De re dipl., c. IX, n. 3. — Su quest’argomento è da confrontarsi Constant. Porphyrog., De Cerimon. Aulae Byz., I, 47, p. 236 segg. Le indagini moderne attribuiscono a ragione quella formula al tempo degli Ottoni. Vedi il Floril. del Mus. Ren. per la Giurispr., V, 123, Carlo Hegel ecc., I, p. 316 e il Giesebrecht, Stor. dell’Impero ted., I, 812.

352.  Sub terribili — sacramento, atque in eodem pacti foedere per scriptam paginam affirmavit se illico redditurum civitatem Ravennatium cum aliis diversis civitatibus: Anast., n. 248.

353.  Cod. Carol. VII, IX, nel Cenni VI, VII. Non può muoversi dubbio di sorta sul documento della donazione: et necesse est, ut ipsum Chirographum expleatis. Le forme usate per esprimere la restituzione sono: reddere et contradere.

354.  Si afferma che il Papa riferisse la «restituzione» alla Republica nazionale italica o romana, perciocchè la conquista di Ravenna avvenuta sotto Giustiniano fosse stata un’usurpazione: ma allora la signoria greca, massime dopo Belisario, sarebbe stata sempre usurpazione, e sarebbe contraddizione inesplicabile che ancora Stefano II, e i suoi succeditori fino a Carlomagno avessero prestato ossequio all’Imperatore di Bisanzio, come a capo legittimo di tutto lo Stato romano anche in Italia. Vedi quell’opinione esposta nella Dissertazione del Döllinger: L’Impero di Carlomagno e dei suoi successori, negli Ann. istor. di Monaco, 1865.

355.  Vestra melliflua bonitas, vestris mellifluis obtutibus, nectareas mellifluasque regalis Excellentiae vestrae syllabas. Al culmine dei barbarismo è l’espressione deifluo «che sgorga da Dio.» Il Christianissimus è predicato del Re dei Franchi, già in uso.

356.  Ut princeps Apostol. suam justitiam suscipiat — frase accorta che abbraccia titolo di diritto e di possesso. La usano anche i Cronisti tedeschi.

357.  Cod. Carol., IV, VI; nel Cenni, VIII, IX. Non si fa menzione degli Spoletini; però essi erano compresi nelle Tusciae partibus.

358.  Praefatus vero Warneharius — ut bonus athleta Christi decertavit totis suis viribus: sulla chiusa delle due lettere.

359.  Pestifer Aistulfus — nam et multa corpora sanctorum effodiens, eorum sacra mysteria ad magnum animae suae detrimentum abstulit. Anast. n. 249. Accenno di volo soltanto, che nell’anno 653 alcuni monaci franchi ebbero rubato da Monte Cassino, allora abbandonato, le salme di Benedetto e di Scolastica, e le portarono nelle Gallie. Vedi il Muratori, Antiq. med. aevi, V, p. 6, segg. Le Catacombe di Roma saccheggiate dai Longobardi furono del resto ancora aperte ai visitatori fino al secolo nono. Soltanto dopo di quel tempo, e fino al secolo decimoquinto, rimasero obliate e caddero in rovina tale che se ne dovette indi fare quasi nuova scoperta. Vedi il De Rossi, Introduzione alla sua Roma sotterranea cristiana.

360.  Così dice il Fleury, Hist. Eccl., an. 755, n. XVII: L’Église y signifie non l’assemblée des fidèles, mais les biens temporels consacrés à Dieu; le troupeau de Jésus-Christ sont les corps, et non pas les âmes — et les motifs les plus saints de la religion employés pour une affaire d’état. Il Muratori abbandona «questa delicata materia» al Francese, e dice soltanto: «Certamente nulla è più capace di travolgere le nostre idee e di farci nascere in mente delle dolci e strane immaginazioni, che la sete e l’amore de’ beni temporali, innata in noi tutti.»

361.  Cod. Carol., III, nel Cenni X: Petrus vocatus Apostolus a Jesu Christo Dei vivi filio... vobis viris excellentissimis Pippino, Carolo et Carolomanno tribus Regibus, atque sanctissimis Episcopis, Abbatibus, Presbyteris, vel cunctis generalibus exercitibus et populo Franciae. L’antica lezione di Anastasio: subtili fictione Pipino — intimavit etc. si acconcia ottimamente a questa lettera, ma il Vignoli la corregge, certo rettamente, così: subtili relatione etc.

362.  Sono frasi della lettera medesima: Ne lanientur, et crucientur corpora, et animae vestrae in aeterno atque inextinguibili tartareo igne cum diabolo, et ejus pestiferis Angelis etc.

363.  La rivelazione di questi secreti diplomatici la dobbiamo a due passi dell’ingenua narrazione che leggesi in Anastasio, n. 250.

364.  Anastasio, nella biografia di Stefano, narra questi fatti con bella chiarezza: Asserens isdem Dei cultor, mitissimus Rex, nulla penitus ratione easdem civitates a potestate beati Petri et jure Ecclesiae Romanae, vel Pontificis Apostolicae Sedis quoquomodo alienari etc.

365.  Opina il Sugenheim che Pipino concedesse al Papa soltanto l’utile Dominium; il Muratori non si decide, ma propende a questa sentenza. Il Pagi dà al Papa il dominio assoluto; non occorre dire del Baronio, nè del Borgia, del Cenni e dell’Orsi. Il Le Cointe, il De Meo e il De Marco assennatamente affermano che continuasse la signoria suprema di Bisanzio, ed io son certo che essa durasse in quell’età quale principio regolatore. Per quanto finalmente concerne l’apocrifo documento della donazione di Pipino, che il Fantuzzi riporta nei Monum. Ravenn., VI, 99 (a Lunis cum Corsica etc. fino a Benevento), non v’ha bisogno oggidì di fare pur parola.

366.  L’avvenimento della donazione, oltre che da Anastasio, è confermato da due lettere di Stefano II, nelle quali egli parla di donationis pagina e di chirographum. (Cenni, Monum. I, 74, 81; Sugenheim, p. 23). Il Döllinger respinge l’opinione che Pipino abbia fondato un principato ecclesiastico (nella Dissertaz. soprad.). Il Philipps (Diritto eccles., III, p. 48) afferma senza fondamento, che Pipino abbia elevato a esistenza giuridica la sovranità del Papa nell’Esarcato, dove già esisteva di fatto. Il Waitz (Storia della Costituzione germanica, III, p. 81) concepisce quegli avvenimenti nel senso che il Vescovo romano abbia ricevuto la cessione delle conquiste di Pipino per conto dell’Impero, e quale vicario di questo, ma nel tempo stesso anche a favore della Chiesa, che con quello consideravasi legata di associazione strettissima. Questa opinione, divisa anche dal Döllinger, si concilia colla mente politica di quell’età. — Vedremo più tardi quanto ristretti fossero i diritti di signoria territoriale che Carlo, continuatore della opera di Pipino, concesse al Pontefice. — La opinione espressa dall’Eichorn (Storia del diritto e dello Stato germanico, quarta ediz. I, p. 537), che al Papa, come patrizio di Ravenna, fosse trasferita la podestà fino allora tenuta dall’Esarca, è meno contendibile dell’altra sua opinione, che già Pipino ricevesse pari autorità su Roma e sul Ducato. Quanto poca autorità egli ivi esercitasse lo dimostrerà ciò che vedremo in seguito. Anche il Savigny (Storia del diritto romano, I, 360) al Papa attribuisce autorità di Esarca; egli afferma che la donazione fu fatta alla Chiesa ed alla Republica romana, e che per questa ultima non s’intendeva la città di Roma, ma l’Impero romano occidentale antico, che gli Imperatori bizantini avevano usurpato; della restaurazione dell’Impero occidentale s’avrebbe già coltivato il disegno.

367.  Ne sono memorabili esempli le donazioni di Subiaco e di Monte Cassino.

368.  Etenim tyrannus ille, sequace diaboli, Haistuplus devorator sanguinum Christianorum, Ecclesiarum Dei destructor, divino ictu percussus est, et in inferni voragine demersus... Cod. Carol., VIII, nel Cenni, XI. — Quando, cinquecent’anni dopo, morì Federico II, che fu il grande nemico del Papato politico, Innocenzo IV osannò alla sua morte con parole simili (Laetentur coeli, et exultet terra): sempre eguali durarono gli odî del prete e le condizioni di Roma.

369.  Sed valde dilexit Monachos, et in eorum est mortuus manibus. Anonym. Salernit.

370.  Et praedictus Fulradus venerabilis cum aliquantis Francis in auxilium ipsius Desiderii, sed et plures exercitus Romanorum si necessitas exigeret... Anast., n. 255.

371.  Annuente Deo rempublicam dilatans... Anast. Nel Cod. Carol., XXXVI, nel Cenni XV, si legge (p. 144): dilatationem hujus provinciae, locchè manifestamente si riferisce al Ducato: e Roma e il Ducato nel Cod. Carol., XX, nel Cenni, XXXVII, sono detti: haec miserrima et afflicta provincia. Con Imola e colle dette città, Desiderio doveva restituire anche Osimo, Ancona, Numana, Bononia. Tutti questi luoghi mancano nella enumerazione data da Anastasio (n. 254) per quelli donati da Pipino; locchè dimostra che il sopraddetto Anastasio non ebbe innanzi ai suoi occhi il documento di quella donazione di Pipino.

372.  È la prima delle trentuna lettere di Paolo, nel Cod. Carol., XI, nel Cenni, XII.

373.  Cod. Carol., XXVII, nel Cenni, XIII: preciosissimum — munus attulit, Sabanum videlicet.

374.  Cod. Carol., XXXVI, nel Cenni, XV: nos — firmi, ac fideles servi S. Dei Ecclesiae, et praefati ter beatissimi, et coangelici spiritalis patris vestri, Domini nostri Pauli etc. — fovens nos, et salubriter gubernans... Pipino invece è chiamato: noster post Deum defensor, e auxiliator.

375.  Domno excellentissimo, atque praecellentissimo, et a Deo instituto magno Pippino Regi Francorum, et Patricio Romanorum, omnis Senatus, atque universa populi generalitas a Deo servatae Romanae civitatis. Il Muratori a torto pone la lettera all’anno 763.

376.  Il Papa mandavagli alcuni libri in dono: Antiphonale et Responsale — Grammaticam Aristotelis, Dionysi Areopagitae libros, Geometriam, Orthographiam, Grammaticam etc.: Cod. Carol., XXV, nel Cenni, XVI, 148. — Oltracciò, Paolo mandava a Pipino una spada di gran prezzo, esempio primo della consecrazione della spada, che è in uso anche oggidì; e ai Principi spediva anella di gran valore (Cod. Carol., XV, nel Cenni, XVIII, 159). — La spada significa la missione militare di Pipino. Nelle incoronazioni degli Imperatori, avvenute nei tempi posteriori, il Papa toglieva dall’altare del san Pietro una spada nuda, e ne cingeva l’Imperatore qualificandolo Defensor della Chiesa e Miles di san Pietro. Vedine il rito nell’Ordo Roman., XIV; nel Mabillon, Mus. Ital., II, 402.

377.  Più tardi il Cardinale cospirava con Bisanzio, e il Papa pregava il Re di confinarlo come Vescovo in qualche remota Città del suo Stato. Cod. Carol., XXV e XXXIX, nel Cenni, XVI e XIX.

378.  Questo emerge dalle lettere di Paolo: Cod. Carol., XV, nel Cenni, XVIII: sicque Spolentinum et Beneventanum, qui se sub vestra a Deo servata potestate contulerant.

379.  Questa città, già fin d’allora, era appellata Otorantum (Otranto).

380.  Vedi questa lettera nel Cod. Carol., XIX, nel Cenni XVII.

381.  Lettera XV, nel Cenni, XVIII: Sed bone Excellentissime fili, et spiritalis compater, ideo istas literas tali modo exaravimus, ut ipsi nostri missi ad vos Franciam valerent transire.

382.  A ciò si riferisce la lettera XXI, nel Cenni, XX. Invece dell’anno 759, il Muratori assume l’anno 760 e l’Indizione 13: lo segue il Troya, Cod. Dipl. Long., tom. V, n. DCCXL.

383.  Non ob aliud nefandissimi nos persequuntur Graeci, nisi propter sanctam et orthodoxam fidem etc. Cod. Carol., XXXIV, nel Cenni, XXV.

384.  Questo dubbio è espresso dal Muratori, Annal. ad ann. 759, 762. Egli si meraviglia inoltre che Paolo parli soltanto degli armamenti dei Bizantini contro Ravenna, e mai non parli di Roma. Eppure v’è un passo dove si discorre di disegni di guerra non unicamente contro Ravenna. Cod. Carol., XXXIV, nel Cenni, XXV: Graeci — super nos, et Ravennatium partes irruere cupiunt.

385.  Delle intenzioni dei Bizantini, oltre alla lettera sopraddetta, parlano anche la XXVIII, nel Cenni, XXVI, e la XXIV, nel Cenni, XXXVIII.

386.  Quod sex Patricii deferentes secum trecenta navigia, simulque et Siciliensem stolum, in hanc Romanam urbem absoluti a Regia Urbe ad nos properant. Ibid.

387.  Anast. Vita Gregor. III, n. 194. Il Panvinio (De Basil. Vatican., III, c. 8, nel tom. IX Spicileg. Roman.) dà i nomi dei conventi, traendoli da una iscrizione marmorea di Gregorio III, esistente nel suo Oratorio. Vedi il De Rossi, Due docum. inediti, tav. II, e il Cancellieri, De Secretariis novae B. Vat., p. 1484. — Il nome Cata Galla Patricia si spiega da una proprietà di Galla, figlia del patrizio Simmaco, che visse da monaca presso il san Pietro. Di quest’opinione io trovo conferma nelle notizie, sebbene confuse, che sono offerte dal Chronicon Benedicti di Monte Soratte, il quale, intorno all’anno 1000, sa narrare: ad omnipotentis Dei servitium sese apud b. Petri ap. ecclesia in monasterio tradidit.

388.  Stefano lo edificò a rendimento di grazie del viaggio che egli compiè felicemente quando andò a Pipino. Il Frodoard (De Stephano II Papa, in Dom. Bouquet, V, 442) dice di esso: Papa Deo grates referens, turrim erigit aulae, Argentique colens radiis investit et auri. Aere tubas fuso attollit, quibus agmina plebis Admoneat laudes et vota referre Tonantis. — È noto che il primo uso delle campane nelle chiese è attribuito a Paolino di Nola; tuttavia, prima del secolo settimo, non vi si adoperavano campane di gran dimensione. Vedi il Baronio, ad ann. 614. — L’Audoen, Vita S. Eligii, anno 650, usa del nome campanae; parimenti il Beda intorno all’anno 700. Si soleva adoperare la frase: signa pulsare ad missam publicam. I frati fecero uso generale delle campane dopo il 740. Vedi Gio. Batta Casali, De profan. et sacris veterib. Ritibus, Romae, 1644, p. 236.

389.  Del campanile di Stefano presso il san Pietro danno notizia il Cod. Freher. e Thuan., II del Lib. Pontif.

390.  Pietro stesso avrebbe dato sepoltura alla sua figliuola, e sul sarcofago di lei avrebbe scritto: Aureae Petronillae filiae dulcissimae. Tertulliano e Gerolamo parlano della moglie di lui. — La leggenda narra che Flavio, nobile pagano, avesse chiesto in isposa la bella giovinetta; ella chiedeva tre giorni per decidere; li passava nella preghiera, e moriva.

391.  Sul cimitero di Petronilla vedasi il Boldetti, Osservaz. sopra i Cimiteri de’ Ss. Martiri, II, c. 18, p. 551. — Già in sul 600 si parla dell’olio miracoloso della lampada di Petronilla, e nel catalogo di questi olii che trovasi nel Marini, Papiri ecc., p. 208, dicesi addirittura: Sce Petronillae filiae Sci Petri Apost...

392.  Il Lib. Pont. dà al luogo dell’edificio il nome di Mosilius, che significa Mausoleum (Severano, Le sette chiese, p. 92). Il Cancellieri (De secretar. Veter. Bas. Vatican.) a questa chiesa rotonda di Petronilla ha dedicato una lunga ed erudita dissertazione, e decisamente smentì l’opinione ch’essa avesse origine dal favoleggiato tempio di Apollo.

393.  Infra autem sacrati corporis auxiliatricis vestrae B. Petronillae, quae pro laude aeterna memoriae nominis vestri nunc dedicata dinoscitur. Cod. Carol., XXVII, nel Cenni, XIII.

394.  La positura del luogo è descritta nel secolo decimo da Benedetto, monaco di Soratte, in questo modo: Stephanus — cepit hedificare domum ecclesiam; in onore S. Dionisii, Rustici et Heleutherii, in hurbe Roma, juxta via Flaminia, et ereio (horologium di Augusto?) non longe ab Agusto, juxta formas species decorata, sicut in Francia viderat (Mon. Germ., V, c. 20). — Agusto è il mausoleo di Augusto, e può darsi che esso, nel secolo decimo, fosse appellato Agosta. Io attribuisco importanza a ciò, che Benedetto associa la fondazione di Stefano col soggiorno da lui fatto in Francia.

395.  Ubi et Monachorum congregationem construens, Graecae modulationis psalmodiae Coenobium esse decrevit: Anast., Vita Pauli, n. 260. — Nell’archivio di san Silvestro si conserva il diploma di fondazione scritto in pergamena di dubbia origine, che fu completamente stampato nel Labbé, Concil. VIII, p. 445. Di questa chiesa scrisse distesamente, ma senza lume di critica, il Carletti, Memorie storiche critiche.

396.  Il convento chiamossi anche Cata Pauli dall’abitazione di Paolo I; ed anche inter duos hortos. — Il Lib. Pontif. attribuisce a Paolo l’edificazione di una chiesa agli apostoli Pietro e Paolo, presso il tempio di Roma, nella via Sacra. Il suo luogo deve essere stato là dove s’eleva oggidì santa Francesca Romana, non lungi dall’arco di Tito, sulle ruine del gran tempio di Venere e di Roma.

397.  Omnes eum derelinquentes, nisi ego: così dice Stefano III nel Concilium Lateranense, ann. 769, ed. Cenni, Rom. 1735, p. 4. — Paolo I fu lodato perchè era padre di tutti i poverelli, e di notte tempo visitava le carceri per liberarne coloro che erano condannati a morte: questo prova che, a rincontro dei tribunali, spettava al Papa diritto di grazia. Sed et carceres, atque alia claustra per eadem noctium secreta visitabat. Et si quos ibidem conveniebat retrusos a mortis eruens periculo liberos relaxabat: Anast., 258. Similmente riscattava spesso i debitori a jugo servitii: durava quindi ancora la prigionia per debiti.

398.  Questi fatti escludono che Pipino esercitasse un’autorità diretta su Roma. Oltre al Lib. Pontif., è di grande rilievo per la storia di questi avvenimenti un frammento notevole degli Atti del concilio Lateranense dell’anno 769, edito per la prima volta da Gaetano Cenni e completamente dal Mansi, Suppl. Concil., I, 642. Di Toto è detto: quidam Nempesini oppidi ortus Toto nomine...

399.  Ex improvisa enim violentia, manu a populorum innumerabili concordantium multitudine, velut valida aura venti raptus, ad tam magnum et terribile Pontificatus culmen provectus sum. Unde sicut navis aequoreis procellis fluctuatur, ita ego infelix etc. Le due lettere di Costantino leggonsi nel Cod. Carol., 98, 99.