550. Mi riporto alla Dissertazione XXXII del Muratori.
551. Dai diplomi di Farfa e di Subiaco si ricava un ricco florilegio di barbarismi, dove, tratto tratto soltanto, si trovano effettivamente tracce di influenza longobarda (ad esempio gualdus, guadia, burda etc.). Il cambiamento del b e del v (bictoria, cavalli ecc.) è ancor più antico. Nomi di città hanno omai assunto suono italiano; in iscritture di quell’età trovo: ad Salerno; in Roma dicevasi già nel nominativo: Porta Majore; così: casale, quod dicitur castro majore; dopo il secolo ottavo adoperavansi di buon grado nel nominativo e nell’accusativo i casi che finivano in vocale; ad esempio: Leonem religioso et angelico abbate — per Saburrum vel germano suo — regno tendentes Francorum — faciens quotidiana missa. — In luogo di meo usasi diggià mio: spesso iri a vece di ire. — La più antica espressione volgare che io da documenti mi conosca, appartiene ad una iscrizione funeraria dell’anno 391: PITZINNINA IN PACE. Vedila nel De Rossi, Inscription. Christian. urbis Rom., I, n. 404.
552. Procopio, De Bello Goth. IV, 27, si esprime così: τῶν ἐπὶ τοῦ παλατίου φυλακῆς τεταγμένων λόχων, οὕσπερ σχολὰς ὀνομάζουσιν. Vedi la illustrazione del Valesio ad lib. XIV, c. 7. Ammian.; ed il Muratori, Diss. 75, p. 455, tom. VI Antitiquit. Med. Aevi.
553. Nella espressione: scholae cum patronis, che trovasi spesso in Anastasio, reputo doversi intendere i patroni della milizia, non come officiali della corporazione, nè come condottieri militari, ma quai socî di onore, nel senso spiegato nel testo. Può darsi che anche il vessillo della schola fosse affidato al patrono in segno di onoranza.
554. In alcuni documenti del convento di santo Erasmo, che appartengono al secolo nono e al decimo, publicus numerus seu bandus, nel significato di corporazione, è posto allato dei loca pia. La formula barbarica è così concepita: qui si filiis, aut nepotem minime fuerint, duobus etiam extraneis personis cui voluerint relinquendi habeant licentiam, excepto piis locis vel publicis numero militum seu bando: Galletti, del Primic., p. 137, 179, 189, 191. Il predicato publicus appartiene al numerus, come si pare dalla frase seguente: vel publico numero militum seu bando: Dipl. VI, 191; Registro di Subiaco, p. 140, e Marini, Pap. n. 136. Suppongo che questi beni di proprietà del publicus numerus militum oggi corrisponderebbero al concetto di beni comunali cittadini.
555. La Collezione Deusdedit chiama i cittadini romani col nome di Milites; e lo stesso Carlo magno era Miles della Chiesa.
556. Questo significato dei Numeri fu svolto egregiamente dal Bethmann-Hollweg: Origine delle libertà municipali in Lombardia, Bonna 1846, p. 182 sgg.
557. Da ciò che avveniva in altre città, presumo che anche in Roma esistessero di tali sodalizî. In quel tempo si fa espressa menzione soltanto di Scuole pontificie, com’erano, oltre a quella dei notai, le altre dei vestararii e cubicularii, e dei cantores col loro Priore (Ep. 35 Cod. Carol., nel Cenni 43). Le diciasette Scuole specificate nell’Ordo Roman. XII, nel Mabillon, Mus. Ital. II, 195, appartengono soltanto al secolo duodecimo. In Gregorio, Ep. X, 26, si trova un passo relativo ai saponai di Napoli che fanno a lui lamentanza, perocchè il ministro greco si trattenga il tributo pagato dai socî della corporazione al momento di loro ingresso, e molesti l’ars (oggidì «arte») con innovazioni: eglino protestano di non volersi discostare dai loro statuti: adjiciens quoque pactum inter se de quibusdam rationabilibus artis suae capitulus juxta priscam consuetudinem — atque id sacramento — firmatum etc. — Nella Ep. IX, 102. Ind. 2, è fatto cenno della ars pistoria in Hydruntum. — Nel Marini ecc. p. 179 e 343, si trovano i saponarii di Classe; al secolo decimo ed all’undecimo, nei documenti ravennati del Fantuzzi, trovansi Scuole dei piscatores e dei negotiatores: Carlo Hegel ecc., I, 256.
558. Il sistema delle corporazioni dei Romani è antico, e lo si attribuisce a Numa. Durante la Republica vi erano ammessi otto sodalizî, ed erano i collegia dei fabri aerarii, dei figuli, dei tibicines, degli aurifices, dei fabri tignarii, dei tinctores, dei sutores, dei fullones, ai quali più tardi si aggiunsero anche i pistores. Inoltre v’erano i collegia funeraria, confraternite dei morti. Vedi Teod. Mommsen nello scritto De Collegiis et sodaliciis Romanor., p. 31.
559. Per vero dire, gli è la prima volta nel secolo duodecimo che gli Israeliti sono formalmente riuniti in una Schola (Ordo Roman., XII, nel Mabillon, II, 195); ciò non esclude però che la loro sinagoga esistesse in ogni tempo. All’età degli Ottoni, gli Ebrei nelle solenni occasioni cantavano le laudi dell’Imperatore, come si rileva dal Rituale detto Graphia Aureae Romae: Dominator — hebraice, graece et latine fausta acclamantibus, Capitolium aureum conscendat.
560. Vita Leon. III, n. 372: Cunctae Scholae Peregrinorum, videlicet Francorum, Frisonum, Saxonum, atque Longobardorum. Non si contano tra essi i Greci e gli Israeliti.
561. Math. Westmonast. ad ann. 727 (p. 137 nell’edizione del 1601): Fecit in civitate domum, consensu, et voluntate Gregorii papae, quam scholam Anglorum appellari fecit — fecit — ecclesiam — in honorem b. virginis Mariae etc. Il Cronista narra all’anno 883, che Marino I, per preghiera di Alfredo, esentuò questa Schola dal tributo; lo stesso fece pure Giovanni XIX, nell’anno 1031.
562. Math. Westm. ad ann. 794: Dedit ibi — sigulos argenteos de familiis singulis. Egli stesso nella biografia di Willegod, abate di sant’Albano, narra della fondazione dello xenodochio di santo Spirito: Qua e schola propter peregrinorum confluxum ibidem solatia suscipientium, versa est in xenodochium, quod S. Spiritus dicitur. Ad quod exhibendum, Rex Offa — denarium, qui dicitur S. Petri — concessit. — Francesco Pagi, Brev., p. 330. — L’ordine del santo Spirito però appartiene soltanto al primo tempo del secolo decimoterzo. Il Severano, Le sette Chiese, p. 297, attribuisce erroneamente la chiesa di Santo Spirito ai Sassoni di Carlo, anzichè agli Anglosassoni.
563. Quae vocatur Schola Saxonum: Marini, Pap., n. XIII, dell’anno 854. Il Martyrol. Roman., in SS. Tryphone, Ruspicio et Nympha, dice: in Saxonia. Vedi il Baronio ad ann. 804. La chiesa di Ina era detta in origine: S. Dei Genetricis Mariae Schola Saxonum.
564. Il predicato deriva piuttosto dal quartiere degli Anglosassoni anzi che dai Sassoni tedeschi. Il Panciroli, Tesori ecc., p. 151, sostiene a torto differente opinione, dacchè egli faccia derivare quel nome dai Sassoni confinati a Roma da Carlo. Secondo gli Annal. Lauresham., ann. 799, Carlo avrebbe disperso i Sassoni per varie terre, ma non è fatto espresso cenno che una loro colonia si trapiantasse a Roma. Ad ogni modo prevalevano i Frisoni, dacchè la chiesa di san Michele, intorno all’anno 854, fu detta a causa di loro: Ecclesia S. Michaelis quae a schola Frisonorum; così nel Marini, Dipl. XIII.
565. Ivi esiste un’iscrizione che rimonta alla fine del secolo decimoterzo, la quale attribuisce la sua edificazione a Leone IV e a Carlo magno (che ivi erroneamente sono detti contemporanei). È più probabile che Leone IV, al tempo di Lodovico II, abbia edificato questa chiesa ad onore dei Frisoni, i quali trovarono la morte nell’anno 846, quando i Saraceni assalirono il Vaticano. Fu favoleggiato che sul Mons Palatiolus esistesse un palazzo di Nerone; ma questo Palatium Neronis senza dubbio non era altro che il circo Vaticano. Nella piccola chiesa mirabile, è sepolto il sassone Raffaele Mengs.
566. Ita est autem ipsa Eccla propter tradendi sepulturas pauperes et divites nobiles et innobiles quos de ultra montanis partibus venturi cernuntur. Così è detto in un diploma barbarico e apocrifo del secolo undecimo (nel Marini, n. LXXI). Il predicato in Macello, per certo erroneamente, vi fu dato a memoria dei Cristiani uccisi nei giardini di Nerone. Si vedono ancora avanzi di questa chiesa nella parte posteriore del palazzo dell’Inquisizione. Invece, in una bolla di Leone IX dell’anno 1053, ha nome di Ecclesia D. N. Salvatoris quae vocatur Francorum (Bullar. Vatican. I, 23 e 25).
567. Saxonum, Langobardorum domos ac porticum concremans: Anast., Vita Leonis IV, n. 505.
568. Il Severano, ecc., p. 294, dice che quella chiesa apparteneva ai Longobardi, e che in origine era detta di santo Giustino. Peraltro, secondo il Panvinio, De basil. Vatic., III, c. 14, una chiesa S. Justini in monte Saccorum, era stata destinata da Leone IV a sepoltura degli Italiani.
569. Cod. Carol. Ep. XXXVI, nel Cenni XV. La successiva lettera XVI, spiega il significato di omnis senatus: salutant vos et cunctus procerum senatus, atque diversi populi congregatio. Nella Ep. XXVI (nel Cenni XL), Paolo distingue: universi Episcopi: presbyteri etiam et cunctus — clericorum ordo, cui corrisponde: procerum optimatum et universi populi — congregatio. Di questi paralleli havvene molti. Adriano scrive (Ep. LIX, nel Cenni 354): Cum cuncto clero, senatu et universo nostro populo; ma anche (Ep. LXIII, 368): pro cunctis Episcopis, diversis sacerdotibus, senatu et universo — populo Francorum. Inoltre, p. 369: cum nostris episcopis, sacerdotibus, clero atque senatu, et universo nostro populo. Di qui può darsi la spiegazione di quel passo della Vita Adriani, n. 339, in cui è detto che il Papa consecrò Capracorum cum cuncto suo, senatuque Romano. Nel Chron. Moissiacen. Ann. 804 è detto: Seu senatu Francorum, necnon et Romanorum coronam — imposuit. Così di Senatori franchi si parla nella Vita Walae II, 561 (Mon. Germ. II,); nella Domus Carolingiae genealogia (Mon. Germ. II, 308). I poeti franchi usano spesso il titolo di Senato; così nel Carmen Frodoardi de Stephano II, (in Dom. Bouguet, V, 440): Tum Rex cum regni Satrapis claroque Senatu etc. — oppure in Ermoldus Nigellus III (Mon. Germ. II, 500): Regibus et Francis coram, cunctoque senatu.
570. Vedremo che in un’occasione importante, in cui per certo il Senato avrebbe fatto mostra di sè ove avesse esistito, e cioè nella elezione di Carlo a imperatore, non si fa cenno di esso. Dove nelle Croniche se ne fa parola, ha significazione identica del Senatus Francorum. Così la Cronica di Farfa (Muratori II, Script., p. 2, 641) dice: Carolum coronavit — et una cum omni Senatu Romano imperium illi per omnia confirmavit.
571. La incertezza a questo subbietto è grande. Il Savigny che sostiene aver continuato le Curie antiche a durare, trova probabile «che quei Consoli altro non fossero che Decurioni» (Dir. Rom. I, 369); in pari tempo egli li distingue anche dal Senato, ed afferma che questo era un collegio che volgeva sue cure alla sola amministrazione della Città, e dal grembo del quale uscivano i giudici della Città e del territorio; egli opina che il Senato si conservasse ancora, ombra dell’antico Senato dell’Impero, e pretendesse a dignità illustre (p. 378). — Similmente afferma il Leo (Storia d’Italia, I, 191) che i Decurioni adesso si appellassero Consoli e costituissero un collegio (Consulare), che attendeva al governo delle proprietà civiche e all’amministrazione della giustizia civile e criminale sui cittadini. Il Papencordt (p. 115) dice: «A capo del reggimento stava ognora il Senato, i cui presidî, nel grado del loro officio, avevano nome di Consoli. Senatus e Senator sono adesso espressioni che significano Curia e Decurioni.» Fu merito di Carlo Hegel di avere con grande chiarezza confutato tutte queste opinioni; peraltro anche questo profondo erudito non giunge che a risultamenti negativi, e lascia nell’indeterminatezza le forme dell’amministrazione cittadina. La incertezza nel Savigny si accresce per ciò che egli accoppia alla rinfusa i secoli, fino al duodecimo. Io escludo da queste considerazioni tutto ciò che esce fuori del secolo ottavo.
572. Vita Gregorii III, n. 192, al Sinodo del 732, dice: Cum cuncto clero, nobilibus etiam consulibus, et reliquis Christianis plebibus astantibus decrevit. Nella Vita Agathonis, n. 142, la nobiltà a Bisanzio si denota così: Patricii, hypati, omnesque inclyti. Se i Consoli avessero formato in Roma un collegio cittadino, sarebbero stati menzionati nella lettera di Stefano II a Pipino (nel Cenni VIII). — Al tempo di Gregorio II si nomina ancora in Roma perfino un Ex-console Stefano (Collect. Deusdedit, p. 12); e questo è una meravigliosa reliquia del Consolato onorario.
573. Per il secolo ottavo trovasi nella Vita Hadr., n. 333: Consul et dux Leoninus; Theodatus consul et dux, ibid., n. 291. Così: Theodorus dux et consul (Cod. Carol., nel Cenni, pag. 353, 356, 385). Nel secolo nono ne occorre spesso citazione nei diplomi di Farfa e di Subiaco.
574. Se intorno all’anno 828, compare un Johannes in Dei nomine consul et tabellio urbis (istromento di Subiaco nel Coppi, Discorso sul consiglio e Senato ecc., p. 12), non si può dubitare che, di già nel secolo ottavo, Consoli si chiamassero i tabellioni o notai. Per i secoli nono e decimo, haccene una lunga serie nel Galletti, Del Primicerio ecc.
575. Nella schola militiae, ossia nel florentissimus atque felicissimus Romanus exercitus, dopo il settimo secolo può espressamente cercarsi la base anche politica della costituzione municipale romana. In tempo assai posteriore ci si para innanzi una mirabile analogia. Dopo l’anno 1356 i Romani costituirono una società di difesa: felix societas balestrariorum et pavesatorum; e i suoi capi, i banderenses, sedettero nel supremo consiglio di governo della Città (vedi il vol. VI di questa Storia). — Se la città di Roma nel secolo ottavo non fosse ricoperta di una tenebra impenetrabile, ben potremmo scorgervi che i suoi Numeri, ossiano reggimenti della milizia, a somiglianza di quello che avveniva in Ravenna, erano ripartiti per regioni, e che l’ordinamento militare, al paro del municipale, si associava allo scompartimento territoriale della Città.
576. Ho già espressa l’ipotesi che i beni del publicus numerus seu bando in quest’età avessero la significazione di beni comunali. Che la Città ne possedesse si pare da un passo nella Vita Adriani (n. 326, 355), in cui il patrimonio civico è distinto da quello pontificio: Totas civitates Tusciae, quamque Campaniae congregans, unacum populo Romano, ejusque suburbanis, nec non et toto Ecclesiastico patrimonio (precisamente si tratta dell’opera imposta pella ricostruzione delle mura della Città).
577. Galletti, del Primicer., p. 179, 186, 190, 192, 198. Il primo Chartularius et magister censi urb. Rom., è dell’anno 822, giusta un istromento di Subiaco. — Il Bethmann-Hollwegg, che afferma la continuazione del Senato, vuol ravvisare in quell’officiale il preside della sua cancelleria. — Il Galletti opina che fosse un officiale del Comune, il quale teneva i conti dei pagamenti che facevano i Romani nello scrigno comunale, e lo dichiara Archivista della Città. Anche il titolo di exmemorialis gli spetta come a custode dell’Archivio: alcuni documenti di santa Maria in Trastevere dell’anno 879 (nel Galletti p. 192 e nel Marini, n. 136) sono sottoscritti da Stefanus Scriniarius Memoriali hujus Rome, ma nel testo ei si appella in Dei nomine consul ex Memorialis urbis Rome. — Un tabellione o notaio della Città si sottoscrive nel Marini, n. 93 (secolo sesto o settimo) coll’indicazione della sua residenza, ed è cosa meritevole di nota: Ego Theudosius vh. Tabell. urbis Rom. habens stationem in porticum de Subora reg. quarta.
578. In Anast., Vita Hadr. n. 302, si trova un Chartularius mandato a Ravenna dal Papa: Anualdi Chartularii tunc ibi existentis civis Romani; miglior lezione è: civitatis Romanae. I Chartularii, che in Oriente erano in grandissimo onore ed erano fregiati dell’anello d’oro, fungevano spesso anche in Roma le veci di giudici pontificî, sebbene di loro istituto fossero Chartophylaces, ossiano custodi degli istromenti publici. Vedi il Baronio, Annal. VIII, p. 26.
579. I Judices dativi, giudici eletti dall’alto, trovansi in Roma soltanto nel secolo decimo, ed è perciò che io non devo qui prenderli in riguardo.
580. Vedi il frammento: Judicum alii sunt Palatini etc., in una descrizione del Laterano, attribuita a Giovanni Diacono (nel secolo duodecimo), edita per la prima volta dal Mabillon, Mus. Ital., II, 570, indi più completamente dal Blume, Mus. Ren. di Giurispr., V, p. 129 (da un codice Vaticano), ed anche dal Giesebrecht sulla fine del vol. I della Storia dell’Impero tedesco. — Non v’ha alcun dubbio che anche questa notizia appartiene al tempo di Ottone III. — Del Primicerio tratta la nota opera del Galletti (Del Primicerio), dov’egli parla anche degli altri giudici del Palazzo, ordinandoli cronologicamente. Il primo dei Primicerî ivi citati per nome è Surgenzio in sul 544, il primo Secondicerio è Mena intorno all’anno 536. — Nel secolo duodecimo esisteva in Roma una chiesa di santa Maria del Secondicerio.
581. Così è detto di Teodato, Consul et Dux, nella iscrizione esistente in sant’Angelo in Pescaria, e di Eustazio duce, nella iscrizione in santa Maria in Cosmedin.
582. Tertius est Arcarius qui praeest tributis. Quartus Saccellarius qui stipendia erogat militibus, et Romae sabbato scrutiniorum dat eleemosynam etc. Dal frammento più sopra citato. — Saccus era appellato il Thesaurus fisci; Saccellarius il distributore del denaro che l’Arcarius conservava nell’Arca: Galletti, p. 124.
583. Quintus est Protoscriniarius, qui praeest scriniariis quos Tabelliones vocamus: ibid.
584. Sextus primus defensor, qui praeest defensoribus, quos advocatos nominamus.
585. Septimus adminiculator, intercedens pro pupillis et viduis, pro afflictis et captivis.
586. Il frammento contiene una importante notizia sulla giurisdizione dei Judices palatini e dei Judices consulares et pedanei: ad essa avrò occasione di riferirmi in appresso. — Suppone il Niebuhr che il numero sette dei Judices abbia servito di esemplare ai posteriori sette Cardinali vescovi ed ai Principi elettori tedeschi (Savigny, I, 381, e Descriz. della Città, I, 225).
587. In un diploma dell’anno 857, Pipino si sottoscrive Consul et Dux, atque Vestiarius, accumulazione di titoli degna di osservazione (Galletti, del Vestarario, p. 38 e Vendetini, ecc., p. 36). Di quest’officio trattano amplamente il Galletti (del Vestarario, Roma, 1758) e il Cancellieri (de Secretariis, t. I, part. 3, c. 5). Il titolo si attribuiva perfino alle mogli degli officiali; nel Galletti (p. 46) si parla di una Theodora vesterarissa. — L’officio si estinse nel secolo undecimo.
588. La bolla è contenuta nell’Exc. Chron. Farf., nel Muratori, II, p. 2, 346, e nel Galletti, del Vestarario, pag. 25 sgg.
589. Paulus Afiarta cubicularius et superista: Anast., n. 294 — e Gratianum eminentissimum magistrum militum, et Romani palatii egregium superistam ac Consiliarium: Anast. n. 554. Sembra che più tardi il Superista fosse considerato primo degli ottimati laicali. Vedi il Galletti, del Primic., p. 18, e per il secolo nono anche alcuni passi nel Papencordt, p. 147.
590. Il Giesebrecht, ecc., p. 805, ed altri reputano che soltanto i sette ministri fossero Judices de clero, ma, nella estensione di questo concetto e nella giurisdizione effettiva dei parecchi officiali, ad esempio, del Vestiarius, questa opinione è ad ogni modo erronea. Adriano una volta appella questi officiali di palazzo addirittura servitia nostra (così nella inquisizione dell’abate Potho, Cod. Carol., 72, nel Cenni 78).
591. In un istromento di Farfa è fatta menzione di un Numerus Centumcellarum dell’anno 769: Frangipani, Istoria dell’antichissima città di Civitavecchia, Roma, 1761, n. XII.
592. Su questo argomento è degno di nota quanto è detto nel Cod. Carol. LIV; nel Cenni LI: Nam praenominatas civitates — Emiliae — detinens, ibidem actores, quos voluit, constituit, et nostros, quos ibidem ordinavimus, projicere visus est. Inoltre: Noster praedecessor cunctas actiones ejusdem Exarchatus — distribuebat, et omnes actores ab hac Romana urbe praecepta earundem actionum accipiebat (cioè a dire i loro diplomi). — Ep. LXXXVII; nel Cenni p. 472: petimus ut per comites vestros (i Franchi), qui in Italia sunt actores etc.
593. Nella lettera medesima: Nam et judices ad faciendas justitias omnibus vim patientibus — direxit, Philippum videlicet illo in tempore presbyterum, simulque et Eustachium quondam ducem. — Il quondam si riferisce al tempo di lui che scriveva, non dell’officiale.
594. Carlo Hegel (I, 212, 213) ha confutato l’opinione del Savigny, che i Duces esercitassero soltanto giurisdizione militare; e lo fece riportando il passo di una lettera di Leone III, dell’anno 808 (Monum. del Cenni, II, ep. 5): Solebat dux, qui a nobis erat constitutus per distractionem causarum tollere et nobis more solito annue tribuere — unde ipsi Duces minime possunt suffragium nobis plenissime praesentare. Durava pertanto tuttavia il mercato degli officî, perocchè suffragium fosse il denaro occorrente per ingredire in carica.
595. A quest’argomento il Muratori dedica un’intiera dissertazione: Antiq. Med. Aevi, I, V, De ducibus atque principus antiquis Italiae. Egli non potè raccogliere tutto il grande numero dei Duces.
596. Negli Atti del Concilio dell’anno 769 si narra che, dopo l’usurpazione del pseudopapa Costantino, fu assassinato Gregorio duce. Lo si chiama habitator provinciae Campaniae, locchè è una formula consueta nei documenti del tempo posteriore; ad esempio: a. 1012: Roffredo Consul et Dux Campaniae, habitator civitatis Verulanae. — Credo di non errare, se affermo che quel Gregorio fosse Duce pontificio nella Campania. L’officio di Consul et Dux si trasmutò indi in quello di Comes Campaniae.
597. Nella Città sono nominati quai Duces: Teodato, Eustazio, Grazioso uccisore di Toto, Giovanni fratello di Stefano (Vita Hadr., n. 297), Teodoro nepote di Adriano, Crescenzio e Adriano delegati per Benevento (Cod. Carol., ep. 92; nel Cenni p. 496); finalmente Costantino e Paolo (Cod. Carol., ep. 94; nel Cenni, p. 501). Accusati innanzi a Carlo, questi ultimi sono a lui raccomandati dal Papa come duces nostri vestrique, e fideles erga B. Petri Apostolorum principis vestri, nostrique servitium.
598. Nei registri delle fittanze di Gregorio II trovansi parecchi Tribuni che sembrano appartenere alla Campania o alla Tuscia, e, una volta, si trova il titolo attribuito ad una femmina: Studiosae Tribunae seu Petro jugalibus (Collect. Deusd., p. 10). Nei documenti del secolo ottavo, non comparisce l’associazione di Consul et tribunus, come avviene più tardi. — Trovammo Gracilis tribuno in Alatri, e Leonato in Anagni: Vita Hadr., n. 297; Vita Stephani, n. 273. — Nel Cod. Carol., ep. LIV, nel Cenni p. 335, si nomina fra le città dell’Emilia un Tribunatus decimus, locchè dimostra che in alcuni distretti il governo era affidato a Tribuni.
599. Dominicum — comitem constituimus in quandam brevissimam civitatem Gabellensem, praeceptum ejus civitatis (ossia investitura dell’officio) illi tribuentes. Potrebbe pertanto paragonarsi ad un gastaldo. Cod. Carol. LI, nel Cenni LIV.
600. Anast. Vita Hadr., n. 333: alias sex uncias a Petro Comite etc. E nella Collect. Deusd., p. 11: Anastasius, Philicarius Comites, ai quali erano locati dei fundi.
601. In questo riassunto io seguo la Tabula Chorographica di Giov. Barretta, che è pur sempre il miglior lavoro in tale argomento. La Geographia Sacra di Carolo a san Paulo cum notis Lucae Holstenii, Amsteld. 1704, nel complesso chiarisce poco, e l’Italia Sacra dell’Ughelli, al paro dell’Italia Ant. del Cluver, giova assai più per notizia di singole città, di quello che per la determinazione dei confini dei paesi.
602. La via Aurelia, al di là di Centumcellae, fu diseppellita in quei secoli. Da essa l’Anonimo di Ravenna (circa nel secolo settimo) determina quasi tutta la Toscana; n. XXXVI: Item juxta Romam, Via Aurelia etc. — Per la prima volta trovo Via Flaminea quae vocatur Campana in un documento dell’archivio di santa Maria in Trastevere: è dell’anno 879, n. 136 nel Marini.
603. Il diploma di Lodovico il Pio enumera nelle Tusciae partibus: Portum, Centumcellae, Caere, Bleda, Marturanum, Sutrium, Nepe, Cast. Gallisem, Hortam, Polimartium; e vi aggiunge quattro città, poste al di là del Tevere, ch’erano Ameria, Todi, Narnia ed Otriculum: per ragione di territorio esse appartenevano all’Umbria ed alla Sabina. Inoltre il diploma specifica: Perusia cum tribus insulis suis, id est majorem et minorem Pulvensim.
604. Agli Atti del Concilio del 769 apponevano loro sottoscrizioni Pietro di Caere, Maurino di Poli Martium, Leone di Castellum (Civita Castellana, oppure Castellum Amerinum, ovverossia Gallesii?), Adone di Horta, il Vescovo di Centumcellae, Bono di Marturianum, Gregorio di Silva Candida, Potho di Nepi e Cidonato di Porto.
605. Così dichiara anche Paolo Diacono, De gest. Langob. II, c. 17. — Camillo Peregrino, Antiq. Capuae, p. 77, e, accedendo a lui, Domenico Georgio, De antiq. Italiae metropolibus (Roma 1722), c. VII, 88, opinano che, dopo il tempo di Gregorio I, la Campania fosse distinta in Romana e in Capuana: la prima, dalla Città si stendeva fino a Terracina, la seconda aveva Capua da città capitale. Certo è per lo meno, che nel secolo ottavo il Lazio antico teneva nome di Campania.
606. Il libro dei pellegrini, che è posto in fine delle Opere di Alcuino, dice: per la via Appia pervenitur ad Albanam civitatem.
607. Allorquando l’Anon. Ravenn. enumera: Circellis, Turres Albas, Clostris, Asturas, Antium, Lavinium, Ostia Tiberina, egli attinge ai Geografi antichi, ed è quanto concede quella sua età; parimenti quando egli nomina Stabium, Samum, Pompeji, Oplontis, Herculanum. Anzio tuttavia durava colla sua chiesa maggiore di santo Ermete; e della mirabile Astura trovasi discorso di bel nuovo in un diploma del secolo decimo, nel Nerini, app. 382.
608. Procopius, de Bell. Goth. I, 15; μεθ’ οὓς Καμπανοὶ ἄχρι ἵς ταρακήνην πόλιν οἰχοῦσιν, οὓς δὴ οἱ Ῥώμης ὅροι ἐκδέχονται.
609. Il silenzio mantenuto per quelle terre fece meravigliare anzi tutti il Borgia, Breve Istoria ecc. p. 288 sgg. Egli crede che il Ducato romano abbia compreso la Campagna odierna, non la Marittima; ed in ciò sembra che la sua opinione sia suffragata dal fatto della donazione di Norma e di Ninfa. Però il diploma di Lodovico non enumera neppure Ostia, che per fermo apparteneva al Ducato. Nel Concilio dell’anno 769 sono nominati Eustazio di Albano e Pino di Tres Tabernae, il cui vescovato Gregorio I in antico aveva riunito con quello di Velletri; inoltre v’entra Bonifacio vescovo di Privernum nelle montagne dei Volsci: tuttavolta non si parla nè di Cora, nè di Sulmo (Sermoneta), nè di Setia.
610. Laonde nel Dipl. Ludovici Pii: In partibus Campaniae Signiam, Anagniam, Ferentinum, Alatrum, Patricum, Frisilinam (Frosinone) cum omnibus finibus Campaniae.
611. Il testo originale, coll’esattezza richiesta dal tempo in cui era edito (anno 1869), qui aggiunge: «... dove attualmente, presso Ceperano, è il confine dello Stato della Chiesa...» Nella traduzione ommettiamo questo periodo, poichè avventuratamente al di d’oggi non vi sono più frontiere che scindano le terre italiane una dall’altra. (Nota del Trad.)
612. Nell’anno 769 apponevano loro sottoscrizioni i vescovi Sergio di Ferentinum, Giordano di Signia, Nirgozio di Anagnia, un innominato di Alatri.
613. Potrebbesi accogliere col Barretta che la frontiera fosse costituita dal fiume Melfi al di là del Liri; ma non è che un’ipotesi.
614. Il Fatteschi, Memorie ecc., p. 130, 131, afferma che la vera Sabina «non Romana, ma Longobardica» incominciava al fiume Allia. Di Cures, un tempo città capitale dei Sabini, è fatta ancor menzione da Gregorio, Ep. 20, lib. II (in Curium sabinorum territorio); già fin d’allora era decaduta così, che egli ne riuniva il vescovato con quello di Nomentum. Oggidì capoluogo della Sabina è Malliano (Manlianum); la Sabina che è la ricchissima delle diocesi, comprende cinquanta terre borgate che sono enumerate dall’Ughelli, I, 156.
615. Barretta, n. 110; Eschinardi, dell’Agro Romano, pagina 229; Ughelli, Ital. Sac. I, p. 154 segg. L’accurato Fatteschi, Memorie dei Duchi di Spoleto descrisse la Sabina p. 127, 159. La Sabina sacra dello Sperandio in complesso mi offerse poco aiuto.
616. Eginardo vide scorrere le lacrime di Carlo: sic flevit, ut filium aut si fratrem amisisset carissimum (Vita Karoli M., c. 19). — Gli Annal. Lauresham. ad ann. 795 dicono: Postquam a planctu cessavit — epitaffium aureis literis in marmore conscriptum jussit in Francia fieri, ut eum partibus Romae transmitteret ad sepulturam summi pontificis Adriani ornandam.
617. Annal. Laurissens. ad ann. 796: Leo mox, ut in locum ejus successit, misit legatos cum muneribus ad regem, claves etiam confessionis S. Petri, et vexillum Romanae urbis eidem direxit. Parimenti il Reginon. Chron. (ad ann. 796), che copiò da quegli Annali; così gli Annal. Einhardi ed il Poeta Saxo che li tradusse in verso. — Annal. Bertiniani; Tiliani ad ann. 796.
618. Rogavit ut aliquem de suis optimatibus Romam mitteret, qui populum Romanum ad suam fidem atque subjectionem per sacramenta firmaret: Annal. Einhardi.
619. Ep. ad Leonem Papam apud Alcuin. Ed. Froben II, pars. 2, App. 559: illique omnia injunximus, quae vel nobis voluntaria, vel vobis necessaria esse videbantur, ut ex collatione mutua conferatis, quidquid ad exaltationem S. Dei Ecclesiae, vel ad stabilitatem honoris vestri, vel Patriciatus nostri firmitatem necessarium intelligeretis... vestrum est, s. Pater, elevatis ad Deum cum Moyse manibus nostram adjuvare militiam. — Mi tolsi licenza di significare l’idea della Militia col concetto di «cavalleria» che venne in uso più tardi, ma che tuttavolta vi si acconcia ottimamente. Si noti che è discorso soltanto dell’honor del Pontefice; ma honor non ha qui un senso astratto, sibbene, come nella lingua feudale del posteriore medio evo, denota un diritto positivo.