IL “DIARIO DI TRINCEA” DI RENATO SERRA

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Nello zaino di Renato Serra, insieme con la rivoltella — della quale non fu sparato neanche un colpo — era un taccuino di piccola mole, con alcune pagine piene della sua sottile scrittura: il diario della sua breve vita di trincea.

Nella edizione milanese dell’Esame di coscienza, dove pur avrebbe trovato posto al seguito di quelle che sono senza dubbio le pagine più belle che da penna di scrittore europeo siano uscite sull’argomento della guerra, non demmo di questo diario neanche la notizia; per ragioni che è inutile dire.

Per la prima volta se ne trascrivono qui le pagine intere, segnando con tratti punteggiati alcune brevi lacune della trascrizione.

Il diario va dal 6 luglio 1915, giorno dell’arrivo davanti al Podgora, al 19 luglio, vigilia della morte del grande e caro amico.

* * *

“6-VII, ore 14,40. — Nel bosco davanti Podgora: cuccie nel terreno sconvolto: dopo un sonno sotto i primi shrapnel. Stanotte che bella dormita sui cuscini dell’autom. accanto a F. Alle 5 via: per Palmanova in cerca di Cormons: dalle pinete e dai canali neri sotto i colonnati alle colline di terra rossa e di sassi — Incontri, schiene d’asino — Da C. a Mossa: scarico presso il Comando di Div. Di lì al com. di brigata. Torno a prendere la borsa zaino, faccio l’ultima scelta di cose necessarie; entro in campagna — Le guide nel bosco. Arrivo al regg.to — A mensa — A posto — Istinto che fa batter le ciglia al passaggio dello shrapnel.

“Ripenso all’arrivo: entrando nel campo, incrocio la barella del cap. D. G.: una forma sotto una coperta, una mano increspata fuori della coperta, magra, esangue, verde — Segno? Tante cose.

“Caldo sotto il tavolato. Mi chiamano per dare il cambio alla 3ª in trincea di 2ª linea — Vado a percorrere la trincea — Si mangia in fretta aspettando il buio. E. non può lasciare le mitragliatrici. Mi chiamano ancora: un ordine di operaz. è arrivato — a bassa voce — cambio sospeso — tenga la comp. pronta per appoggiare l’avanzata. Il cap. che mi ha fatto festa prima cambia voce: parla a uno che va per un’altra strada — Bene — in un giorno solo, tutto. Il circolo si chiuderà? curioso — Raccolgo la comp. (M. dà gli ordini per me), due plotoni sul ciglio: a sedere per terra, aspettiamo: la sera scende assorta, sulle membra indolenzite — Si parla a voce sommessa, parole più rade: gli occhi fissi: si vede sempre il cielo e il bosco, nelle ore lunghe. Sul materasso, ad aspettare che mi chiamino, senza pensarci più.

“7 — Notte di fuoco e di lampi, razzi fin sopra noi — Mi persuado che non ci chiameranno, dormo tranquillo, lungamente — Sveglia del mattino, e giorno chiaro: la vita del campo che si riprende, lavarsi, pulirsi... Sto in piedi un po’ a stento, traballando — La ferita. Mi passa per la testa che potrei benissimo ammalarmi, tornare in licenza: per un secondo mi son già accomodato. Ma so che non sarà per più di un secondo. Sorrido, come quando una granata scoppiandomi sulla testa me la fa abbassare — Giornata senza novità — Il mio caporale ferito alle dita, Manoni: lo proporremo per la ricompensa. Si mangia; coi miei compagni, sudati, sotto le tavole basse: bisogna aggiungere Mensozzi, e gli altri attendenti fuori presso l’apertura, pronti: e la nostra famiglia — Riposo — Le ore passano — Vado in trincea a parlare dei bisogni della comp. e poi col colonnello: faccio uno specchio, sorveglio i lavori per spianare la strada alla batteria — Non daremo cambio ancora stanotte. Forse domani tutto il battaglione sarà ritirato — sento le notizie della giornata — il tentativo della brigata Perugia alla destra. Come si vede e si sente diversa la guerra, a esserci in mezzo. Si fa. Ma è ormai come la vita. È tutto, non è più una passione, nè una speranza. E, come la vita è piuttosto triste e rassegnata: ha un volto stanco, pieno di rughe e di usura, come noi — Questo non toglie tanta forza nascosta, insospettata — quasi inesauribile malgrado tutte le stanchezze. Scrivo guardando i monti intorno e il cielo velato di vapori di calore che si stanca. Vicino, i soldati gridano come scolari per rimettersi a posto nelle trincee più basse — Sopra è arrivata l’artiglieria — Che cosa si prepara per stanotte? Aspettiamo la mensa e il giornale — La cresta di fronte è coperta di alberi, bassi, un verde cupo, arricciato e velato come nella lama di uno specchio — Le acacie del mio bosco hanno un fogliame tenero, chiaro e fermo nella luce che vien meno — Sento i panni attaccati alla pelle da un resto di sudore. Le figure di Battase: un altro che prenderà posto in questa compagnia.

“Si fa scuro, chiacchierando: cose militari — A dormire — La sinfonia notturna — Scroscio di pallette sul tavolato: palle di fucile tra gli alberi — Il cuore un po’ in sospeso: attaccano? attaccheremo?


“8 — Sveglia: sacchi per la terza: visite alle trincee — Visi rossi alla luce del mattino di chi non ha dormito — Seguito a girare — Desiderio di fare un giro per le trincee avanzate — Non mi sono ancora sentito sparare addosso, non ho ancora fatto una traversata di terreno veramente battuto! — come una puntura — con Pipietto — che bel viso arrossato dal sole, ma fresco e fiorente di 20 anni: tranquillo, ridente: così bisogna essere: soldato, fanciullesco.

“Arrivo alla 1ª sotto il monte, tutto ansante, sudato: neanche un colpo si è sentito: la cresta di fronte, a 300 metri, con le sue tavole sottosopra, la terra un po’ scavata e rivoltata negli squarci brulli, e il bosco fermo, pieno di silenzio — la pendice circolare alla base, tagliata come una parete sul fondo: e i soldati appoggiati rintanati tutto intorno — Lì appoggiati si sta al sicuro: si vede solo la parete e il cielo azzurro brillare sopra; dietro un rivoletto tra le frasche, prato, filari vigne immobili — di un verde chiaro, intrecciato di fili lucenti al sole — L’areoplano che non vedo — Dall’angolo della trincea i reticolati a cento metri; paletti e fili in croce: che aspetto inoffensivo!

“Visite alle trincee del 131, sulla destra. Il pozzo, le case annerite di Lucinico abbandonate in mezzo al verde — Ritorno più adagio: sempre il silenzio e il cielo immobile caldo, sospeso sulle brevi corse. E nulla — Il comando per la comp. — La vallata di dietro a noi; il sole sul bosco sempre arricciato, ma fresco, molle — Ritorno: la salita stanca; grondando di sudore. Da Borla, distesi sotto il blindamento; scrosciano gli shrapnel da montagna: due feriti a pochi metri. Passano laggiù per la radura: un lamento napoletano “Povera mamma, povera mamma” — Mensa, riposo. Gli scoppi periodici oramai e consueti — Come passa il pomeriggio vuoto e lento — Scrivere qualche cartolina, lavarsi, mettere in ordine lo zaino; e poi sulla cassetta rovesciata, col sole pallido che piove sulle mani di tra i rubini — Il boschetto intorno; cinereo, azzurrino di dietro su lembi di un cielo di perla: verde spento, quasi di carta chiara e fragile a sinistra; tenero e bagnato di sole stanco, frastagliato tra la nebbia calda.


“9 — È già buio. Non vedo il lapis — In trincea agli avamposti, in luogo della 2ª — Giornata calma — E la notte?

“Ricapitolo. Nottata dell’8 — La solita grandinata di colpi. Fuochi a comando, a scroscio; fuoco individuale, scoppiettio ininterrotto — Le pallottole tra il bosco, schiantano i rami, cadono a fasci, con piccolo tonfo secco, sul terreno — Bisogno d’alzarsi dalla cuccia e sporgere la testa dall’apertura — Sonno del mattino, nella luce scialba — Un’ombra sulla soglia la interrompe — Mi chiamano. Sostituire la 2ª — A vedere i luoghi — Discesa dalle trincee della 3ª, per la vigna, cammino non ancora percorso — Sbalzi di corsa, per seguire il compagno che si fa piccino ma non si ferma; soste a scrutare fra l’erba e le pannocchie di stipa la strada buona — Si tira a indovinare, e via, avanti. Fiato grosso — arrivo — perlustrazione, stato dei lavori — Ritorno da sinistra in cerca di un cammino più coperto — Per il camminamento sotto le case della Morte, tra l’argilla viscida d’acqua e per il bosco — irritazione, che sudata e che fatica.

“Preparativi e partenza — si sfila per uno; Cinque va a fare il giro lungo per le posizioni del 12º — Si sale, si scende; è una delle manie solite di soldati — Il tratto scoperto — 15 metri in pendio; a gruppi, di corsa — Sono sfilati tutti — Qualche sparo — Una pallottola fracassa la scatola serbatoio di un fucile; curiosità, chiasso — Siamo in trincea — Ci si accomoda come per starci sempre — Dopo un po’ di tempo si scoprono delle piccole fortune ignorate ancora: sedersi sulla proda del filare davanti alla buca arrostita dal sole, nel ronzio delle mosche — Un po’ d’acqua e par già d’esser contenti — Sistemaz. delle trincee; giro intorno a vedere gli altri lavori, alla 1ª, all’8ª, che è già su, sotto la volta del bosco — Si fa sera — Arrivano delle granate da 210 — Mangiamo i biscotti con quelli della 1ª.

“Notte — che stellato — Vedette a posto colla baionetta inastata — Ci mettiamo a dormire — Qualche colpo raro. A mezzanotte giro d’ispezione — Tutto quieto — Si torna a riposare — Dormiveglia, scariche, le pallottole fitte proprio sopra noi — Scoppi d’artiglieria nel buio, attraverso a un velo languido, fino alla mattina.


“10 — Son qui a scrivere, nella mattina ancor fresca — Qualche colpo, un canto sottile di uccelli qui presso, parlare sommesso di soldati — Vita di trincea — Lavato, una tazza di latte; come par di star bene — Fatte le scritture per le comp., dati gli ordini, si lascia passare il tempo — Ora finiremo di far pulizia, e poi s’andrà a trovar gli zappatori. Ci dovevano essere 3 ore di tregua per seppellire i morti su un fronte vicino (del 1º fant.). Poi l’hanno sospeso — Areoplani — Mortaretti di shrapnel e fiocchi bianchi che restano sospesi nel cielo lucido — (di seta).

“Avanti — Giornate spaziose, piene — Calma del nemico — I soliti convogli oscillanti sbuffanti gravi alti sul capo: colpi rabbiosi tesi dei nostri 75 che gettano i frantumi roventi indietro fra noi — Qualche colpo di Cecchino — uno anche a me, vicino, mi è sembrato. Ma nessuna impressione — Vo al comando a riscotere quasi tutti gli arretrati e ne spedisco via due vaglia — Si torna, per le case diroccate: le api e il merdaio — Si mangia e si prova a riposare: ma il sole entra obliquo e preciso — Mi siedo a scrivere — Poi ordini alla compagnia per i lavori e per la notte — avanti adagio: comincio ad adattarmi all’animo degli altri — A visitare le trincee; si manda un plotone a cercare i teli e le mantelline — Unica novità, i pennacchi di fumo biancastro a lungo cacciati dal vento là di fronte sulle colline — selvose — brulle — dell’altra riva: verso S. Michele. I nostri che avanzano — Presto Podgora sarà presa a rovescio — Comincio a capire come si troverà la forza e la voglia di andare all’assalto; è un cerchio che si stringe, irresistibilmente. Ci troveremo anche noi a far parte dell’ondata che sale — Partecipo ancora al brontolare e allo scontento — legittimo — dei miei vicini; ma capisco che a un certo momento saremo portati via tutti. Non penso a me: non mi faccio ancora il caso mio personale, il problema del mio morire.

“Infine, il temporale che s’addensava; gonfiezza umida lucente del cielo sulla ricchezza sorda fresca del verde — Le nubi gonfie brillanti di luce; zone d’ombra disciolte e lavate, a stracci caldi sul freddo — colore magnifico.

“E adesso non c’è più nè luci nè colori — Il vento fa le foglie scure in basso, in alto l’aria celestina — I primi spari.


“11 — Ricomincio: accoccolato presso la spalliera di sacchi che ripara una vedetta — di destra; col sole a piombo, sole tardo del pomeriggio, cocente dopo il temporale.

“Si prepara la partenza: il cambio — In mezzo a una pioggia di bombe — C’è dei feriti nel bilancio di oggi; un po’ di scompiglio tra i soldati; ma si comincia anche ad averli in mano — io — un po’ di più. Poco da aggiungere, ricapitolando.

“Notizie del nemico che ha preso posto sullo sperone di destra, quello scoperto e sconvolto dalle nostre granate — Feriti e morti sul tratto di strada dopo la casa del pozzo e lungo la trincea della 3ª — La strada che faccio io — presa d’infilata — Sparano anche sopra noi, vicinissimi: battono la nostra destra. Due feriti.

“Il primo dei miei che vedo con un fianco lacerato da una palla (esplosiva?) viso di Guidi (quello del naso mancante a virgola). I compagni vicini — Bisogno di spingermi sul posto preciso dove son caduti: silenzio di quelli che son lì quatti; le pallottole piovono ancora. E bombe-bottiglie. Una dopo l’altra. Fragore e scompiglio.

“Stamattina, lo svegliarsi dopo il temporale: cielo grigio, che si scioglie in uno sgocciolamento autunnale — Tutta la notte ha piovuto, prima violento, a raffiche di bufera: vento e spari: le mie gite alla trincea superiore: nel buio sferzato dall’acqua, e fischio e crepitìo di palle vicine, croscianti — Una volta devo tornare indietro, mollo d’acqua; non trovavo la strada tra il fango e la tenebra — Ma non son contento finchè non son tornato a sedermi lassù, vicino all’ultima vedetta: i nervi rallentano la tensione delle ultime scariche che non finivano mai — Guardo la notte fosca, di un lividore che comincia a scialbarsi. Verrà il sole? Come si desidera! Ci si ribella alla prospettiva di una giornata come questa notte. — C’è fango e acqua per tutto, nei camminamenti, nelle buche: sacchi, coperte, vestiti brutti di mota, che si secca nelle mani, si incrosta.

“Venne il sole, ma ha tardato — Pioggia a scosse e poi acqua minuta, perpetua sul far dell’alba, si guarda il grigiore dal fondo della fossa, rassegnati indifferenti — Resto lì, chiudendo gli occhi volontariamente: ho visto qualche squarcio di chiaro, — ma freddo, sporco — fra gli stracci di nuvole e non voglio muovermi finchè non sia tutto un po’ schiarito — Sereno come d’autunno — E poi il sole prima pallido; e poi vivo, caldo, brillante, sull’umidore che non si asciuga. Torna la voglia di pulirsi, di lavorare — Istantanee — Il sole fra i pampani, di un verdiccio vergine — E la ricchezza dei verdi, per tutta la valle e sui monti, dai viticci ai castagni, alle querci fredde e fosche lassù: quanti toni e risonanze nella luce fresca — Poi viene il cambio — di Raggi — Marcia di ritorno, dentro il bosco; si mangia laggiù al posto di medicazione, nel crepuscolo — E poi a Vallisella.


“12 — Scrivo che è già buio — Dopo l’arrivo penoso, irritante di stanotte e il brancolare nel bosco, sulla terra dura, in cerca di riposo, pieni di sonno e di stanchezza, oggi niente di nuovo — Riposo — Aggiungo: l’entrata nel bosco, dopo la marcia notturna — come torna fuori — Ma anche sotto il fuoco si ritrovava — il solito meccanismo della vita militare:....... — Ci mettono in marcia....... — Uno dietro l’altro; per la via rotta, fra muri calcinati e buche di granate — Ogni tanto qualche indicante. Ma non a tutti i bivii. Cerchiamo di non serrare addosso agli altri: ma si finisce per raggiungere la colonna — Il solito andare, allungarsi e poi premersi alle fermate — Il movimento della testa che si comunica alla coda, come attraverso un corpo senza vertebre con sussulti e riprese strascicate, spossanti. Si arriva abbastanza presto per fortuna. — I plotoni si formano, si affiancano: (sono un po’ perduto in quel buio, con quella stanchezza, ordini, contrordini, gente che brontola, voci di comandanti che minacciano: ripetizione eterna, monotona — Niente dunque cambierà mai?); si abbattono giù sul prato umido.

“Il comando di battaglione ci chiama: i soliti ordini, entrare nel bosco, ognuno nella sua zona, non lasciare uscire nessuno (gli areoplani!); una comp. darà la guardia — sempre alla 4ª tocca! — mandare la corvée per il rancio su, prima dell’alba; domattina si fisseranno i settori, le consegne, le sentinelle — Avevamo sperato di riposare..... È sempre la stessa cosa...... — Attraverso un fosso e un pantano: bisogna sfilare per uno lungamente — E poi su per il pendio imbrattato di mota viscida dai piedi dei primi, sdrucciolando e incespicando nelle scheggie d’alberi e nei tronconi — Il terreno solito degli accampamenti dove han vissuto i soldati; orribile terreno nudo, battuto, indurito — Si intravedeva il folto degli alberi; e ci si buttava sperando l’erba, il terriccio soffice, il musco intorno alle zocche e il seccume. Si trova questo — E tutto il pendio è arduo, gobbo. Andiamo a finire giù nello spiazzo; giù in un sonno di piombo. Manca Mont. che ha raccolto le corvées e alle 2 1⁄2 le deve accompagnare — Lo sentiamo tornare sul far del giorno: la luce pallida attraverso le palpebre calate; voci che passano dietro il velo — Poi bisogna alzarsi, ancora con le ossa peste. Mettere a posto la comp.; ecc. Si trova il luogo per la nostra capanna; un po’ d’acqua sugli occhi — Si comincia a andare — Servizio interno, l’acqua, le latrine, la cinquina — avvisi al comando — La giornata passa con una lunga, profonda riposata dormita pomeridiana — si fa sera — Mont. smonta — La sua malattia....... Cinque porta la comp. a Capriva per gli zaini — Noi restiamo, nella trincea mezzo vuota si conversa un poco sotto il nostro tetto di frasche nel crepuscolo. Di là dal colle giunge un suono strano, insistente; musica di negri — L’artiglieria ha fatto le trombette con la scorza di fico — Qualche bomba di areoplano, qualche granata — Scoppiano e dileguano.

“M’addormento senza aver nemmeno data un’occhiata al cielo, se si vedan le stelle.


“13 — Mi sveglio tardi, ristorato, tranquillo — sono le 6 — M’ha preparato di Marco acqua e tirato fuori calze, mutande: ce n’andiamo in un altro boschetto laggiù, tacito e fresco, con qualche filo di sole che piove sull’erba pulita, e mi lavo e mi cambio. Torno. Mattinata quasi senza sole, sereno a zone d’ombra, ora tepida ora fredda — Scrivo rapporti, note; e il tempo passa — scorrevole, uguale — Riprendo. Come sono superficiali queste note! Colori, apparenze, minuzie materiali.... par di aver fatto quasi un tacito compromesso con sè stessi per sorvolare, per lasciare in sospeso tutti i problemi ansiosi, le parti oscure. Si tira via, forse è necessario far così, per conservare forza e voglia di vivere, questa facilità, questa disinvoltura che passa sopra a tutto; e se non ci fosse. Istinto del vivere, irresistibile — Non mi son fermato sul primo incontro del 20º per la via di Chiopris. Colonna d’uomini curvi rassegnati sui due lati della strada polverosa: panni rossastri, colle pieghe del giacere per terra e la crosta di polvere e fango che non s’ha più la forza di sbatterci il rosso della terra del Carso sugli abiti e sui volti, sulle mani scure e stanche, sulla pelle rugginosa; albe delle notti passate su una strada, quando t’alzi senza una goccia d’acqua da lavarti la polvere: occhi brucianti sotto le palpebre che tirano, occhi spenti, atoni; volti invecchiati e infossati — Il riposo tetro, l’andare inesorabile. Il volto della guerra.

“È l’altro volto — quello a cui nessuno vuol guardare — Ma tutti lo fissano muti,.......: non è malcontento, non è sfiducia, non è stanchezza soltanto, è abitudine superficiale di individualismo (che non impedirà il sacrificio e lo star fermi e il correre avanti): è l’istinto della vita che si ribella sordamente, che non vuol vedere, che non sa accettare.....

“Anch’io: come quando andavo in bicicletta, su per una salita, col sangue che mi scoppiava martellando nelle arterie; ancora un paracarro e poi mi fermerò — E seguitavo — Così dico di fermarmi — Ma so che non mi fermerò. Tirerò avanti, ogni tanto, trasportato da qualche ondata improvvisa che non so donde sorga.

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“Finiamo la cronaca. Dormire, scrivere — Passeggiata sul cocuzzolo, dove il bosco ha una radura: e si vedono tutte le cime circostanti affollarsi, dense di macchie e di verdura ondeggiante, scura, riccioluta: schiuma di castagni fresca, verdezza chiara e fragile di rubini tra il fosco dei querceti: e di là dalle gobbe e per le insellature, la pianura che s’intravede come un velo di cenere sotto la caldura — E il cielo.

“La notte ci risveglia dolorosamente, si lotta per trovare una posizione meno incomoda — La terra è dura, le membra informicolate — S’arriva al mattino con una pena lunga — e ci si trova riposati, lieti.

“Sempre così.


“14 — Al solito — davanti alla capanna — Scritto un monte di cartoline.

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“Note della giornata — Minaccia di temporale; il cielo gonfio che si scioglie in acqua: una parete color di lavagna a destra: vento per l’accampamento, che rovista tra le frasche e le immondizie: i primi goccioloni, e il vento che li porta via.

“Crepuscolo fresco, frizzante; con un grigio d’autunno; e i riflessi di tramonto caldi sui volti — Mi scordavo: un quarto d’ora nell’altro boschetto, dietro il cocuzzolo: intrico di rovi e di piante sottili fra cui danza il sole umido e cocente........ cose insignificanti — Dormita breve (appena mi sposto o mi abbasso come sento la testa che non ha ancora ripreso l’equilibrio fisico!) — Notte lunga. Un po’ di dolore alle gengive. E poi queste giornate senza muoversi, rintanati in un buco, stancano l’appetito e il sonno.


“15 — Giornate pigre, senza mangiare, senza scrivere — Sdraiato per terra in un torpore su cui (come sono metallici gli scoppi degli shrapnel stasera) galleggia il senso di qualche malessere: denti, ventre.

“Due quercie che ho guardato a mezzogiorno dal basso, tra la macchia di rubini, accovacciato — Due quercie si profilavano sul cielo: che fogliame duro, cupo, fresco: che calma e che silenzio: cupo argento sull’azzurro brillante profondo e limpido senza fine...

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“Si fa sera — Granate che passano — Prima gli areoplani: uno dei nostri colpito, o minacciato.


“16 — Niente novità — Malessere.

“Pareva che si dovesse partire stasera, e quasi era meglio. Oramai che si sta a fare? Il riposo si sente bene che è finito. Non ho detto niente dell’acqua di stanotte. Siamo ancora infangati. Ma oramai — son cose che bisogna parlarne intanto che avvengono: tutta notte lotta col sonno, coll’umido, coll’acqua che filtra — E poi, è passata — E via.


“17 — Notte penosa, mattinata brutta; senza mangiare da ieri, dissenteria, mal di capo, la parete dell’orecchio sempre più ottusa, s’ingrossa e pesa — le gambe che traballano, caldo e sudore quasi di febbre in pelle in pelle — Giù sulle foglie, spossato.

“Arriva l’ordine di partire, per questa sera — il 3º Battagl. viene a darci il cambio qui — Inasprimento e stanchezza: — Farò una morte oscura e sciupata! Una morte che non mi dispiace. Ma non ne ho coscienza reale nessuna in questo momento — (Prima sì, laggiù disteso nell’afa della capanna) — Meno male che si lascia questo campo che m’è divenuto intollerabile: Riposo! — su questa terra cattiva, pestata, indurita, con queste buche malfatte e questi sentieri a casaccio, che non puoi guardare senza sentire in tutte le membra la noia ingrata e inevitabile del giaciglio insufficiente, che non ti lascia stendere, colle disuguaglianze ti rompe la schiena — degli sdruccioloni e del cammino a zig-zag — a strapponi, che ti snerva senza scopo — tutte le difficoltà e le asprezze delle cose malfatte, provvisorie, che ti tolgono il cuore di provare a raddrizzarle.

“E poi tutti i segni dell’agglomeramento di uomini, che passano e sanno di non restare, e lasciano il peggio di sè, le traccie del vivere abbandonato, bestiale: brani di carta che s’ammucchiano in tutti gli angoli coi resti, e gli stracci, biancheria sporca buttata sui cespugli secchi e sui rami scortecciati, avanzi di cibo tra il fango, pasta che si macera e mescola la sua acredine al puzzo degli escrementi e delle lordure disseminate per tutto; tutti i detriti di un campo, dove si è bevuto e vociato come all’osteria, paglia, ovatta, fiaschi, latte interrate e ammucchiate su questo terreno spelato, in questo sottobosco rado dove il sole che filtra tra i riflessi del verde pare un’ironia sulla terra gibbosa, nuda e tetra, dove non trovi più un filo d’erba, e anche di là dai termini del campo, dove ricomincia la macchia e l’intrico delle fronde, non un angolo, non un ramo, non una zolla, che non conservi la pesta e la sporcizia dell’uomo — E dire che non si può pensare a un bosco, senza l’impressione del riposo nell’ombra, su cui danza il sole, nell’ombra piena di cose secche e molli, verdi e fresche, erba e musco, foglie secche affondate nel terriccio — O una proda di erba vera, vivace, non toccata ancora se non dalla luce — erba per camminarci a piedi scalzi e per dormire distesi, fra il silenzio e il cielo!

“S’accosta il tramonto — Sto meglio.

“Arriva il pacchetto-campione della mamma — Povera mamma! Non parlo mai di lei in queste note — Ma come è possibile! È nel cuore, nel respiro, nel vivere: così naturalmente e continuamente che non si sente il bisogno di parlarne. Se non a urti, a certe scosse che riempiono di commozione dolorosa — Come quando incontrai quella donna vestita di nero con un ragazzo pallido, stretto al braccio — soli loro due uniti e silenziosi nel vasto mondo — E come quando mi arriva questa roba: chi sa quanto impazzire e crucciarsi nel prepararla, e scordare un poco le sue pene senza perderle.


“18-VII: 1915 — Podgora. (Il giorno dell’avanzata?) ore 16...... mentre si aspetta (l’assalto?) — dopo, il bombardamento che dura da stanotte — Odore di esplosivi nell’aria — Poca voglia di scrivere — finchè non si possa fare un po’ di bilancio: o chiusura.


“19 — ore 11. — È cominciato l’attacco.

“In riserva:

“Ore 19 — Sommario di ieri e di oggi — perchè non posso scrivere — Arrivo nella notte, dopo la marcia — Snervamento — La compagnia a posto (ore 2 1⁄4) — La baracca per noi — Nel posto degli altri — Sveglia, stanchi — Ordine di operazioni. 2ª e 4ª — Bombardamento — Sonno — Fotografie — Dalla parte di S. Michele — Arrivo di granate — Per le 4? — Un plotone che avanza, bombardieri, zappatori — La giornata passa — Il temporale — uragano; poi pioggia fina — Il cambio della guardia — Impressioni — Notte, coi piedi nell’acqua — Posta.

“Dormo fino alle 8 — Alle 9 riprende il bombardamento — Notizie dal Carso — Disposizioni — 12 plotoni della guardia pronti per un bisogno. I primi feriti — Raggi — Notizie di soldati — sotto la tettoia del Comando — Raffica di shrapnel che sfiorano il campo — A vedere l’azione, con Genta, poi alle batterie — La mensa — Altri feriti (E i morti) — I prigionieri: prima 3 — Il caporale preso per ufficiale: notizie — Passaggio di 305 — Riposo.

“L’azione che procede: a vedere: i nostri che avanzano. Notizie. Al Comando: Tassinari (il vol.): italiani eroici — sui 4 prigionieri — La 2ª e la 3ª sfilano per pigliar posizione — Toccherebbe a noi dopo — Il povero Combi — Stelluti e gli altri, feriti e feriti — La trincea rioccupata e perduta: le bombe — Genta mi porta la notizia — Scoramento — Da ricominciare — Che cosa resterà da fare a me? Esame di coscienza; triste — Si fa sera, tra le nuvole e la luna fresca”.