Maggio 1916.
Improvviso, verso sera, era giunto l’ordine di tenersi pronti alla partenza. Per dove, si ignorava, ma chi pensò all’Albania e chi disse: “Ci mandano nel Trentino”. I comunicati cominciavano a dare notizie dei primi movimenti dell’offensiva; qualche cosa di grosso stava per accadere lassù; eravamo al principio di una nuova fase della guerra. Benchè fosse recente l’episodio di Monfalcone, dove gli austriaci avevano tentato di rovesciare le nostre difese per infiltrarsi nel paese e prenderci alle spalle, ed erano stati trattenuti e poi ributtati in mischie sanguinose da ondate di fantaccini e di bersaglieri; benchè da qualche giorno, su tutta la linea del Carso, dalla groppa di Sei Busi alle cime del S. Michele, e contro il Podgora e il Sabotino e giù nell’imbuto di Plava, le artiglierie nemiche scaraventassero tempeste di proiettili, che pareva preludessero ad un generale attacco; — pure si cominciava a sentire che il fronte vero si spostava dall’Isonzo verso le valli del lontano saliente trentino. I più pensavano che si sarebbe corsi là a far argine contro la nuova pressione.
Si trattava di alcune sezioni di autocarri, che fino allora avevano fatto servizio un po’ qua, un po’ là sull’Isonzo, raccolte in uno dei tanti parchi automobilistici organizzati su quel fronte. Come in Francia, alla Marna e a Verdun, si operava la mobilitazione dei motori, una delle più interessanti della guerra moderna.
E per alcune ore il reparto fu tutto in movimento. Forse, dal principio della guerra non s’era più veduta una cosa simile. Si stava proprio costituendo un fronte nuovo e pareva d’essere nel maggio dell’anno avanti, in quel movimento grandioso e folto, in quella novità di notizie e di ordini, in quella viva e pungente incertezza del domani che sbriglia le fantasie ed eccita i sentimenti, come fa sempre la guerra quando è di movimento e di avventura, e serba agli uomini l’allettamento dell’ignoto e della sorpresa.
Conduttori e meccanici che da mesi e mesi facevano sempre, su per giù, la stessa vita misurata alle esigenze d’uno stesso servizio, benchè avessero finito la loro giornata, si preparavano allegri a una partenza che li avrebbe condotti chi sa dove per altre strade, in settori diversi. Sotto le tettoie era un andare e venire di macchine e di uomini: chi insaccava la propria roba, chi veniva dall’avere disdetto la propria stanza, chi provvedeva al completo rifornimento; sotto i cofani sollevati si ripassavano i carburatori o le candele, per terra erano latte di benzina, di olii, di grassi, cumuli di copertoni vecchi e nuovi, pacchi di camere d’aria, pezzi di ricambio, cassette spalancate che lasciavano vedere gli arnesi meccanici, i martelli, le chiavi, le leve. Nei magazzini, in mezzo all’abbondanza strepitosa d’ogni cosa, si eseguivano i necessari prelevamenti, con quella furia un po’ materiale ch’hanno sempre i conduttori delle grosse macchine, e che la fretta del momento moltiplicava.
Verso le otto, la colonna cominciò a formarsi lungo la strada nell’ordine regolamentare. Man mano che le macchine erano pronte, uscivano dal parco, si raccoglievano a sezione, l’una dietro l’altra, ogni sezione al comando del proprio ufficiale. Alle otto e mezzo il comandante del reparto passò in rassegna le vetture e comunicò il luogo di destinazione. Si doveva andare verso Padova.
I conduttori erano al volante, i meccanici girarono le manovelle, i motori s’accesero con un lungo rispondersi di scoppi: parve lungo la strada una enorme esplosione, e al fischio di segnale le vetture di testa si mossero, e le altre dietro, prendendo subito le distanze. Il lungo treno s’allontanò nel polverone.
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Lasciavano, non senza una punta di nostalgia — cominciavano a sentirla ora che se ne allontanavano — il fronte nel quale avevano fatto servizio, chi da qualche mese e chi dal principio della guerra. Erano fra essi alcuni partiti da Bologna proprio un anno prima: e avevano fatto parte di una famosa colonna di trecento autocarri, che occupava dieci chilometri di strada. Erano arrivati a Padova tutta bianca, con le rose di maggio legate a mazzi sui volanti e sulle scuffie, avevano portato lo strepito della guerra attraverso il Veneto verde e cantante, avevano raggiunto e sorpassato le colonne delle fanterie, i reggimenti di cavalleria che andavano all’invasione. Erano ricordi lontani lontani, ma indimenticabili, l’aurora luminosa della campagna, l’entusiasmo diffuso delle truppe e delle popolazioni, dei contadini, al di là delle siepi, delle donne che lavoravano i campi coi nastri tricolori al petto, dei ragazzi che gridavano al passaggio dei treni: Evviva Trieste! Poi erano venuti i giorni gloriosi e gravi del giugno e del luglio, quando l’esercito si batteva eroico e furibondo contro un nemico che cresceva di numero, di forza e di difese; poi l’altra offensiva memorabile dell’ottobre e novembre, poi la sosta invernale, la guerra lenta ed aspra, la resistenza faticosa e tenace, la volontà di vincere indurita, divenuta cupa e profonda, fatta più solenne da tante prove e tanto sacrificio di uomini, di compagni e di amici.
Era gente che la conosceva la guerra sull’Isonzo, che s’imboscava nel pericolo ogni giorno ed ogni notte. Conoscevano palmo per palmo la strada di Plava; i parecchi chilometri di nastro, che girano su se stessi come un serpente perfido, sotto il tiro delle mitragliatrici puntate, dei cannoncini, dei fucili; sotto il tiro degli shrapnel; con quelle svolte senza un metro di muretto ai lati, che hanno la gola dell’Isonzo spalancata sotto; e bisogna passare di lì, la notte, a lumi spenti, fra le pallottole che vi cercano, al lume dei razzi accesi sulle trincee nemiche del Kuk. Gente che aveva avuto il coraggio di rimanere lì ferma ventiquattr’ore per tirare su una macchina uscita dalla strada, che aveva rischiato cento volte la pelle per riparare un guasto al motore, pur di non abbandonare la propria vettura.
Altri avevano per mesi e mesi battuto le strade del Sabotino, di Lucinico e del basso Isonzo, sulle quali ogni cento metri è un picchio di granata, dove si passa in mezzo alle rovine squallide dei paesi distrutti, delle case che hanno i tetti rovesciati sulla via, che hanno i piani sprofondati nelle cantine, che fumano d’incendi nella pianura vigilata dagli osservatori nemici. Erano le loro strade di ogni giorno, il pane quotidiano dei loro motori. Proprio così: gli imboscati in tutti i pericoli. Bella gente che ci passava in mezzo tenendosi ferma al volante, con la destra alla leva dei cambi, l’occhio alla strada, l’orecchio al motore, e tutto il rimanente a torno non conta nulla.
Andavano ora verso un fronte sconosciuto, incontro ad altri pericoli, verso altre strade, sulle quali il nemico cominciava forse allora a regolare i suoi tiri, rompendo le massicciate coi marmittoni che precipitano a capofitto di sopra i mille metri, ululando.
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Si fece sera nelle terre del Friuli. I paesi erano addormentati; qualche ritardatario su un uscio, qualche piccola luce trapelante dalle imposte.
La colonna passava con un frastuono assordante, tremavano i vetri, si scoteva l’acciottolato. La luce dei fanali era velata dal polverone, i vetri dei fanali erano divenuti quasi opachi.
Andavano così, a circa quindici chilometri l’ora sempre disposti ordinatamente; cento metri fra sezione e sezione, e trenta metri fra vettura e vettura. C’erano macchine da 25-35, che raggiungono anche i 50 chilometri; tipi 18 B. L., 17 A, 15 Ter. Si regolava il passo sulle vetture meno potenti.
E s’entrò a notte alta nelle terre del Veneto, in quella gran dolcezza di strade elastiche e pulite come piste, nella campagna verde e quieta, rigonfia di vegetazione, attraverso paesi e cittadine che sorridono dai giardini pieni di fiori, dalle ville settecentesche disposte sui balzi dei poggi.
A quando a quando un tratto di strada coperto di ghiaia minuta, un viale alberato che pareva condurre in un parco, pieno di frescura, un biancheggiare di grappoli d’acacie che venivano a sbattere contro gli scuffioni di tela.
Ed ecco che da altre strade, altre colonne di autocarri cominciavano a sboccare, alcune che tornavano dalle prime linee lontane, altre che si dirigevano verso quelle, le vetture già cariche di truppa. L’alba spuntava e venivano avanti i carrozzoni traboccanti di elmetti turchini, di canne di fucile, di braccia, di volti, di grida festose, di canti. E di fiori innumerevoli.
Il giorno avanti le popolazioni avevano coperto di rose, di garofani i soldati che andavano su, alle difese. Reggimenti interi, intere brigate fluivano, un torrente di uomini senza fine, che centinaia di motori erano corsi a prendere nei vari accantonamenti della pianura, e che sballottavano da dieci, da quindici ore via per le strade che s’irraggiano verso le alture. Si poteva arguire che verso tutta la zona minacciata migliaia di autocarri erano in moto.
A un bivio entrò nella corrente una colonna infinita di vetture nuove, che venivano da qualche deposito di riserva. Recavano centinaia di latte di essenza. Interi parchi si spostavano, era una improvvisa mobilitazione nel cuore della guerra che dura da un anno: una esplosione di nuove energie intatte, una messa in azione fulminea di riserve.
E a un passaggio a livello la cancellata chiusa arrestò per alcuni minuti tutto il movimento. Transitavano a poca distanza l’uno dall’altro treni anch’essi carichi di soldati, poi uno carico di cannoni. I pezzi, i cassoni erano velati di fronde e di erbe.
Veniva da un tanto movimento, da un tale flusso di forze, di macchine, di mezzi, un senso di energia e di sicurezza. Di contro l’offensiva nemica, sorgeva naturalmente, a poco a poco per molte vie, per le più oscure vie, l’entusiasmo della ripresa, la febbre della rivincita, l’allegro impeto della vendetta.
Le notizie dei nostri ripiegamenti erano giunte molto vaghe a quelle truppe, spostate dalle retrovie lontane, e che non conoscevano il fronte. I più credevano ancora che in poche ore la situazione si sarebbe capovolta; il fatto è che non chiedevano nulla, non volevano saper nulla, andavano cantando là dove c’era bisogno di loro, a formare il nuovo argine, a segnare i nuovi confini.
Si respirava un’atmosfera di riscossa attorno a quelle decine di migliaia di uomini, che il fronte diverso rinnovava, come andassero allora per la prima volta alla guerra.
La colonna giunse il mattino alla prima destinazione, e i conduttori ebbero un’ora di tempo per rifocillare se stessi e rifornire le macchine, prima di caricare le truppe.
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La lunga colonna, come fu carica, ebbe ordine di ripartire senza indugio. I conduttori, al volante da più di dodici ore, avevano gli occhi sbarrati dal sonno e dalla fissità, calcarono il piede sull’acceleratore e il treno uscì di sotto il viale alberato, le cui fronde dovevano celare agli aeroplani nemici i nostri concentramenti.
Centinaia di cittadini acclamavano ai partenti. La bella città veneta non dormiva da più notti, era tutta una attesa e una passione. Ma gli animi fidavano nella sorte; persuasi che si sarebbe fermato il nemico. Il suo primo balzo in avanti era certamente dato, ma la guerra è fatta di alterne vicende. Si erano vedute andare su tante migliaia di uomini che le speranze avevano una ragione d’essere più solida dei facili dubbi, degli scoramenti vili. Del ripiegamento delle truppe sui due settori vicini, d’Arsiero e d’Asiago, non erano giunte al piano che notizie contraddittorie. Ora tutta la massa umana si rinnovava, andavano su contingenti freschi, bei volti sereni di soldati, artiglierie di diversi calibri. Sui treni ferveva una mobilitazione grandiosa, si parlava di centinaia di convogli arrivati e ripartiti, tutti destinati al trasporto delle forze.
Le strade che dalla pianura conducono all’altipiano e ai valichi aperti nella barriera montana che separa l’Italia dalle fortificazioni di Lavarone a destra e più a sinistra da quelle di Rovereto, man mano che le colonne coi rincalzi procedevano, rigurgitavano sempre più di movimento. S’era nelle retrovie immediate della guerra, e il flusso e riflusso delle truppe e dei borghesi riempivano da un capo all’altro i larghi nastri candidi, sui quali picchiava il sole, dai quali fumava la polvere sollevata da un tanto traffico.
Il ritorno dei reggimenti che avevano avuto il comando di ripiegare avveniva in ordine.
Lassù nei boschi fervevano ancora mischie disperate, lotte di piccoli nuclei per difendere i pezzi e i convogli fino all’ultimo minuto, cannoni fatti saltare quando la fanteria nemica era a poche centinaia o decine di metri, calibri difesi con le mitragliatrici, coi fucili, colle baionette: ci si batteva ormai più per i pezzi che non per la vita, più per proteggere i compagni che ripiegavano che non per aprire un varco a sè stessi.
Gli avvallamenti del terreno, gli infiniti tronchi degli abeti, le innumerevoli trune di pietra che avevano servito di ricovero agli operai borghesi, le trincee costrutte dietro le linee principali, le casette, le baracche di legno, tutto serviva di riparo, di punto provvisorio d’arresto, di difesa. Nei boschi ululava una caccia selvaggia di uomini e di cannoni. Dal Lavarone entravano nella foresta migliaia di proiettili a lacerare, a squarciare, a schiacciare le piante, il terreno. Gli immensi gentili abeti che noi avevamo rispettati sempre, la cara profonda foresta nella quale avevamo portato la guerra, ma senza guasti e senza rovine, scrosciava tutta come d’inverno sotto le valanghe, presa ora sotto una valanga strepitosa, senza posa, immane, che rovesciava giù gli alberi dalle cime, che li svelleva come fuscelli, che li piegava gli uni addosso agli altri come giganti feriti; e i tronchi divelti formavano nel fondo delle valli ponticelli improvvisati, sbarravano con le loro membra enormi le strade e i sentieri. Gli uomini ripiegavano ordinatamente e sullo straziato cadavere della foresta.
La ritirata continuava. Sezioni stupende d’artiglieria nuova, montata su autocarri, spiccavano tra le file degli uomini a piedi, tra le colonne dei muletti, tra i carrozzini e le carrette che trasportavano la roba delle popolazioni fuggiasche. Era questa forse la nota più mesta del gran quadro di guerra.
S’era dovuto dare l’ordine di sgomberare i paesi. Quel che non s’era mai fatto in un anno di guerra, s’imponeva da qualche giorno come una necessità. La settimana avanti l’offensiva, il nemico aveva lanciato su Asiago qualche grossa granata, aveva tuonato di lontano, dal di là del confine, la prima sua feroce minaccia. C’era stata in paese qualche vittima e qualche ferito. L’esodo era cominciato subito. Non era più possibile la vita in un paese di qualche migliaio di anime, ormai sotto il tiro di un pezzo della marina austriaca. S’aggiunga che il paese non avrebbe potuto resistere a un altro bombardamento anche per la struttura leggera e pronta all’incendio della maggior parte delle sue abitazioni. Una bomba lanciata da qualche areoplano, che avesse appiccicato il fuoco a una casa avrebbe facilmente provocato un incendio generale. Le abitazioni sono contigue e le fiamme camminano sui tetti di legno e di paglia. Cominciò dunque l’esodo da Asiago e a un tempo dagli altri comuni dell’altipiano. Scendevano a una a una le famiglie, calavano in una corrente continua le singole popolazioni a occidente dell’Assa. L’altipiano si sgombrava. Verso Val d’Astico fluiva la stessa processione.
Vecchi, fanciulli, donne e qualche malato; erano, anzi tutto le vite che cercavano scampo. Poi, i piccoli beni che l’uomo non abbandona se non con la morte. Si vedevano sui carrettini stracarichi gli avanzi delle abitazioni domestiche: i materassi senza i letti, qualche arnese da cucina, qualche rame lucente, qualche sacco pieno di abiti o di oggetti confusi. Non erano le caratteristiche processioni dei nomadi che non hanno casa, che hanno sempre organizzata e pronta la piccola dimora su quattro ruote; era l’esodo di una gente che aveva sconvolto e abbandonato le proprie dimore e recava fuggendo le testimonianze della fretta, della confusione e dell’abbandono.
Traevano seco l’innumerevole bestiame che i pascoli fini, molli come tappeti, alimentano attorno alle case d’ogni comune. Le mucche da latte venivano dietro i carretti, procedevano a due a due, o a mandrie folte. Le mammelle gialle apparivano talmente gonfie che le bestie procedevano lente, scansandosi a fatica, intoppando la strada. Le colonne degli autocarri subivano lunghi arresti, le mucche istupidite dal cammino, dal frastuono andavano a urtare contro i radiatori delle macchine, pareva non avessero la forza di trarsi in disparte. Branchi di pecore venivano anche giù, trotterellando nel polverone. Centinaia di vitellini, legati entro le ceste, o sprofondati tra le masserizie, guatavano, le gambe in aria, e il muso rivolto al cielo, le strane cose che accadevano nel mondo proprio nei giorni ch’essi erano nati. Volti rosei di fanciulli guardavano senza nulla capire, e si passava accanto a donne e bambini grandicelli distesi sui veicoli, sprofondati in un sonno più forte d’ogni ansia, tranquillo, riparatore.
Non una faccia in pianto: una fermezza e pacatezza tutta campagnola, di gente nostra che non grida, non bestemmia, non mormora. Pareva veder passare in un gran sogno calmo, senza voci, le migrazioni usuali dei tempi remoti. Si assisteva a uno spettacolo senza apparente dolore, non si udiva un lagno, non si riusciva a sorprendere nemmeno sui volti femminili un segno di sgomento o di paura. Reggeva gli animi una forza immensa, pacata, che serviva d’esempio e conforto a noi, che salivamo con l’animo sospeso, e il pianto alla gola.
Era la forza inesausta, inesauribile del popolo, che resta sempre la sorgente più ricca d’energie di una nazione: qualche cosa di duro e fermo insieme e tranquillo come la terra che si stendeva all’intorno, come le vallate e i pascoli che non mutavano forma, e restavano uguali, e lasciavano passare la gente tacita che scendeva, e lasciavano passare la truppa che saliva festosa, e reggevano sulle proprie groppe i reggimenti che cominciavano ad accampare sul verde.
Ricordo che il primo giorno si incontrò un vecchio solo che scendeva passo passo, col proprio maiale. L’uomo aveva la barba bianca, come una figura antica, dai tratti duri, senza eloquenza, un volto tagliato nel legno, le scarpe grosse, i panni polverulenti, le ciglia, le labbra polverulente, le mani, quelle aduste mani che hanno i vecchi con le floscie rughe giallognole e le vene grosse e turchine. Veniva giù dietro il maiale bassotto e grasso, ricascante di grasso da tutte le parti, la testa pesante, i fianchi rotondi, le natiche sballonzolanti sui garretti fiaccati; avanzava zoppicando, a stento, lo si sentiva soffiare, lo si vedeva patire. Si soffermavano ogni tanto. Lo perdemmo di vista. Quel giorno stesso al ritorno li trovammo qualche centinaio di metri più sotto. Il giorno dopo, come risalivamo, li rivedemmo ancora non molto lontano dal punto in cui s’erano incontrati la prima volta, al piede di un albero, fermi tutti e due, l’uno accanto all’altro, la bestiola distesa col muso sul margine della strada, accosciata sul fianco, il vecchio candido seduto, solo, in silenzio.
Ma tali episodi che toccavano l’animo, man mano che si saliva sprofondavano nel vasto quadro della guerra.
Una meravigliosa energia di uomini, l’esercito splendido e sereno saliva all’arginatura dell’altipiano.
E la strada fremeva, tumultuava a quel passaggio d’armi, di uomini e di canti; su per le infinite volute della salita fumava un polverone bianco che dava imagine di un incendio diffuso nella vaporosità avvampata del mezzogiorno di maggio.
E pareva vedere i volti accesi dal riflesso di una gran fiamma che ardeva lassù dappertutto: che era come il fuoco dell’immensa fornace crepitante e divoratrice.