NUOVA APPENDICE. A MOLTE CRITICHE UNA RISPOSTA: FATTI NUOVI.

1. Il volgo e i naturalisti antichi credevano a certe serpi, che col guardo affascinate tirasser giù tra’ raggiri di loro annella e a poco a poco in lor bocca, gli uccelli che le guardavano imprudenti e reluttanti dal nido. Questa favola è rigettata dalla scienza moderna, ma può servire a un paragone. Non dissimili mi paiono la polemica personale e gli scrittori, i quali, quantunque avversi, si lasciano trarre al fascino di essa. E poco mancò che mi vi lasciassi trarre io pure, quantunque avversissimo.

2. Il presente libro, primo da parecchi o molti anni che sia surto d’Italia a discorrere apertamente di politica italiana, primo che l’abbia rivolta tutta intiera allo scopo dell’indipendenza, doveva suscitare e suscitò fin dall’apparire non poche critiche. Ma io dissi già brevemente di quelle che precedettero la seconda edizione; qui dirò più brevemente di quelle che seguirono da dieci mesi in qua. Continuarono a venirmene da destra e da sinistra. Ma le prime a voce, in opera, senza pubblicazioni, nè pubblicità. I destri (dico d’Italia) sdegnano l’opinione, e ciò che la fa; sdegnano gli scritti altrui e lo scrivere essi; son conseguenti. E conseguenti sono i sinistri, quando scrivono il più che possono. — Ma in Italia, proibito più o meno severamente ed efficacemente il libruccio dappertutto, ei non potè, naturalmente, esser criticato, nè menzionato, nè annunciato da niun giornale. Due soli scrittori, ch’io sappia, ne fecero cenno pubblico in Toscana, citandone onorevolmente alcuni squarci a proposito di strade ferrate; e due altri poi fecero altrove il medesimo al medesimo proposito in lor relazioni d’ufficio, non pubbliche. Nè io saprei dire quale dei due mi sia più incoraggiante pensiero; d’aver potuto servire così o all’opinione pubblica, o ai governi della patria nostra; motrice quella o aiutatrice massima, effettuatori questi necessari, di qualunque buona impresa italiana. — In Germania, parecchi giornali, mi fu detto, raccomandarono il mio scritto a quella grande e lenta, ma sempre progrediente ed a noi preziosa opinione pubblica. Ma io ne vidi uno solo; e perchè egli mi propose molto cortesemente due questioni supplementari, cercai scioglierle in due lettere pubblicate sotto il titolo Della fusione delle schiatte in Italia. Ed un illustre scrittor di colà diede poi un sunto onorevole ed amichevole del libro mio, nel suo libro sulle condizioni presenti d’Italia. — Dall’Inghilterra non ho notizia, che d’un articolo della rivista più antica e più grave fra le Tories, la quale mi assalì con pensieri e frasi che mi paiono, per vero dire, molto diverse da quella opinione, e ad ogni modo coll’allegazione d’un fatto inesatto; ed io le risposi per rettificare una volta di più quel fatto a me importante‍[49]. — E finalmente, poche lodi pubbliche, e parecchi attacchi mi venner di Francia; alcuni da Francesi propriamente detti, i più da nostri compatrioti. Nè celerò che in tali attacchi mi fu amara, oltre a ciò che mi ero aspettato o preparato, una cosa: che si continuasse talora a travisare le opinioni mie. Già s’era fatto, ma s’insistè; e ciò mi dolse tanto più, che più mi duole essere travisato presso a quegli stranieri, i quali non prenderan probabilmente la fatica di confrontare le opinioni allegate con quelle che io scrissi; e tanto più che quel paese è pur quello la cui opinione, la cui politica mi parve più importante a noi fra tutte le straniere; e quello poi, a cui dopo la patria io sono personalmente più stretto, quello che fu a me pure largo di ospitalità da 47 anni oramai, quello che fu a me pur rifugio nell’esiglio, quello della mia più dolce e più sacra memoria, quello di molti preziosi affetti privati che mi vi rimangono. E quindi parevami l’occasione da dover rispondere, protestare; e più volte presi la penna a ciò; ma ne fui ad ogni volta trattenuto dagli amici di qua o di colà in varii modi. Ho io fatto bene o male di arrendermivi, di non insistere? Certo mi pena ancora, per me, di lasciarmi giudicare colà su quei rendiconti; per la patria, di lasciar cadere colà la discussione sulle cose italiane. Io aveva sperato che questa discussione politica incominciata da un Italiano di fuori, proseguita da un Italiano d’addentro, con serietà, con sincerità, con moderazione (o almen lo spero), fosse continuata di nuovo da fuori al medesimo modo, e continuata colà con più vantaggio; e che continuandosi così, potesse uscire o dalle speranze massime del Gioberti, o dalle già minori mie, o se mai da altre minori ancora, una politica nazionale italiana; una di quelle politiche che non è dato a nessuno, e a me certo men che a niun altro, di fondar solo; ma una di quelle politiche che, fondate dalla discussione sull’opinione dei più di una nazione, e non discordantemente dall’opinione della civiltà universale cristiana, non possono a meno di non condurre una nazione qualunque; a tutti i suoi qualunque sieno, più o men buoni destini. Disgraziatamente, non fu così; e dopo pochissime discussioni d’opinioni (di che ringrazio sinceramente), la polemica si ridusse ad appormi opinioni non mie, e sarebbesi così ridotta per me a protestare: io non ho detto questo o quest’altro. E questa non sarebbe più stata polemica utile, buona a nulla; e fatta tra Italiani, dinanzi a stranieri, e «In Francia, dove in pregio è cortesia,» sarebbe probabilmente stata nociva‍[50]. E quindi in tutto non so se io abbia fatto bene a farne il sacrificio, o se io n’abbia fatto uno utile alla patria; ma mi perdoni ella d’aggiugnere che credo averne fatto uno non lieve.

3. Ad ogni modo, tra tutti questi attacchi prodigiati di fuori al presente libro, e la pubblicazione impeditane addentro a tal segno da non potersi più quasi dir pubblicazione‍[51], 3000 esemplari o poco meno ne corsero di mano in mano e in un anno sul suolo italiano; qui dov’è in somma il corpo, la gran pluralità di miei compatriotti, la vera, la grande opinione italiana. Quindi (per non parlare di alcune simpatie a me preziose, ma che espressemi in modo privato o meno esplicito, io non debbo, miseria patria palesare ulteriormente) quindi quel poco incoraggiamento che può venire in Italia ad uno scrittore sincero; e quindi poi l’occasione della presente edizione terza. Ma quindi pure un nuovo dubbio in me: se avessi in questa ad aggiugnere nuove note, come feci nella seconda, ai due intenti 1.º di rispondere alle nuove critiche; 2.º di accennare i nuovi fatti surti a conferma delle speranze accennate. Ma quanto alle risposte, non so se io mi sia lasciato persuadere di nuovo dalla mia pigrizia, ma in somma mi persuasi: che il rispondere a tutti i nuovi criticanti avrebbe fatto oramai di questo libretto un volumaccio tempestato di note, e quasi di un commento perpetuo, a modo d’un libro d’erudizione; che il rispondere ad alcuni solamente, avrebbe fatto dire che tralasciavo i più forti opponenti; che del resto, alle poche critiche vere, ai principii diversi io aveva risposto già o primitivamente nel testo, o nelle note alla seconda edizione, le quali serbo in questa, ondechè le risposte nuove sarebbero state ripetizioni; e che finalmente le proteste di non aver detto questo o quest’altro, se potevano aver qualche vantaggio dinanzi a un pubblico che non mi conosce, e non ha od ha poco il mio libro in mano, elle sarebbero inutilissime in Italia, dove il libro è volgare oramai, e massime a coloro che, tenendo appunto il libro in mano, possono vedervi da sè ciò che v’è o non v’è‍[52]. All’incontro, quanto alle conferme, a’ fatti nuovi avvenuti da dieci mesi in qua, essi mi parvero di tale importanza da non poterne discorrere adeguatamente in note, e da star meglio collocati qui in calce tutti insieme. E quindi in somma lasciai testo e note come nella seconda edizione, riducendomi alla sola presente aggiunta de’ fatti nuovi. — I quali, per vero dire, se io non m’inganni sovr’essi, se sieno per parer tali altrui come paiono a me, serviranno di risposta sommaria, e la migliore che possa essere alle critiche sincere. Certo, se in così poco tempo, e, pur troppo, con così poca opera nostra, le nostre speranze si sono tuttavia accresciute veramente e notevolmente; ei bisogna pur dire che sia nell’andamento universale di questa civiltà cristiana in cui viviamo, una spinta irresistibile la quale arrivi fino a noi; ei bisogna dire che le speranze tratte dalla certezza di quel gran movimento, non sieno sogni; ei bisogna dire che gl’Italiani speranti abbiano, in generale, ragione contro ai disperanti d’ogni luogo o qualità. E poco importerebbe allora a me, nulla, alla patria, che io, sperante particolare, abbia più o men bene esposte quelle speranze. Torniamo oramai, e sotto rinnovati auspici, al modo nostro; lasciamo le persone, la polemica, le cose dette; andiamo avanti, colla patria; ed anzi, se ci riesca, spingiamola avanti.

4. Del resto, è vero che il tempo, il gran giudice delle politiche proposte ed anche delle effettuate, è lento al solito a pronunciare il giudicio suo; e che quindi può parere presunzione il pretendere che l’abbia pronunciato così prontamente. Ma, altronde, il tempo nostro, non c’inganniamo, è tempo di operosità esaltata, accelerata. Perchè non vi son guerre grandi, non rivoluzioni, quasi nemmeno più parti estreme, contese aspre o pericolose; perciò pare ad alcuni disattenti che noi siamo in un tempo pigro, ozioso, quasi d’aspetto. Ma il fatto sta, che l’opera del nostro tempo è appunto tanto più pronta, più efficace, che ella è men contrastata. Di due persone che vadano, l’una correndo, ma sovente fermata e fatta dar indietro dagli opponenti sulla via, e l’altra stampando i passi giusti, contati, con pochi contrasti, e così sempre all’innanzi, la seconda fa più via, arriva più lungi, naturalmente. E il nostro secolo, nel suo primo terzo si può assomigliare a quella prima persona, d’allora in poi alla seconda. E se continua così, quali speranze, quali disperazioni non s’apparecchiano per la gran metà del secolo ancor restante? Speranze a coloro che prenderan parte al moto; disperazioni a coloro che vorranno pazzamente contrastargli, o stoltamente tenersene discosti? È detto, è fatto, più che a mezzo già nella minor metà: il secolo XIX non sarà solamente, è già secolo di progressi, grandi in sè, grandi al paragone de’ precedenti: se non sorge qualche ritorno proporzionatamente grande all’indietro, che non è probabile di niuna maniera, sarà secolo grandissimo, sarà, è già era di molti fatti nuovi a tutto il mondo futuro. Altro che secolo di transazioni, di dubitazioni, di mediocrità, come dicevano taluni! La transizione è finita, le dubitazioni si mutano in certezze, la mediocrità rimane a quegli uomini, alti o bassi, così mediocri da non prender parte alle grandezze che lor si svolgono all’intorno. Ma volete voi ridurvi a’ fatti presenti, compiuti? Sia pure. Da un dodici o quindici anni in qua, l’Europa, la cristianità camminò forse più che ne’ trenta precedenti; ogni anno vale ora secoli. E così è che, in un anno ed anche meno, poteron sorger fatti confermanti le previsioni, così poterono udirsi giudizi già pronunciati dal tempo. — Del resto, i soli operosi di fatti o almeno di pensieri, capiscono il tempo operoso, accettano i giudizi di lui; gli oziosi non li odono nemmeno, o se li odono, non li intendono, ed anche intendendoli, li ricusano come troppo incomodi; e quindi noi lascierem questi; e co’ primi soli esamineremo, trascurando parecchi eventi minori, due fatti nuovi italiani, e due o tre stranieri. E per non far un altro libro appiccicato al primo, saremo più brevi che mai. Gli operosi che ci abbian letti fin qui e si degnino continuare, ci capiranno in poche parole. Gli oziosi non ci capirebbono in molte, e non saranno arrivati fin qui. Il mio libro, il mio stile non son molli, nè forse facili, lo so. Ma chi m’insegna il modo di dir mollemente, facilmente, di tante cose, nuove ancora in nostra lingua? La novità produce moltiplicità; la moltiplicità, brevità; e la brevità inevitabilmente oscurità, o almeno difficoltà. Lo stile politico moderno, è, esso stesso, da formare in Italia. Nè ho la pretensione di formarlo io. In ciò, come nel resto, desidero essere, non che accompagnato, superato; ed è certamente molto facile. Ma finchè son lasciato solo o poco meno, io imploro questa scusa della solitudine. Chi parla solo, suol parlar tronco, ruvido od anche rozzo. Mi serva di scusa appresso ai compatrioti; i quali non vorrei prendessero per frutto d’impertinente negligenza ciò che è all’incontro di felice od infelice, ma perdurante lavoro.

5. Il I.º FATTO NUOVO italiano da notare è negativo. È, che da un anno in qua cessarono i moti, anzi le minacce di moti (diciam la parola usuale) rivoluzionari. Così continuò a decrescere la serie decrescente notata nel testo più volte.

Nel 1.º decennio del secolo: continuazione della rivoluzione massima e pessima incominciata nel secolo scorso: servitù straniera.

Nel 2.º decennio: rivoluzione minore e migliore; si passa di sotto alla servitù assoluta ad una servitù minore, a semplice preponderanza straniera.

Nel 3.º decennio (incominciando dal secondo semestre 1820): prove di rivoluzioni nazionali, poche e povere in sè, grandi al paragone delle seguenti.

Nel 4.º decennio: prove minori.

Nel 5.º, ove siamo: prove minime.

E noi possiam quindi indurre una speranza che si continui così; che l’ingegno sempre risorgente, che l’operosità indestruttibile italiana si rivolgano da queste prove (buone o cattive, non ne rifarem questione, certo infelici) alla prova nuova e migliore, delle mutazioni a poco a poco, de’ miglioramenti universali, dell’unione tra l’opinion nazionale e il poter de’ governi, della creazione d’una politica, d’una operosità universale. Se continua siffatto rivolgimento dell’operosità sprecata ad operosità efficace, è impossibile ch’ei non produca l’effetto suo. Egli invaderà le amministrazioni, i consigli, i ministeri de’ principi, anche più oziosi e lenti; e gli operosi, invece d’ostacoli ed ostilità, troveranno aiuti. E principi e popoli, divisi già in operosità contrarie, troveranno l’operosità comune, che è il più grande, anzi il solo buono fra gli stromenti di unione.

6. II.º FATTO NUOVO. L’operosità comune è incominciata. Negativamente e positivamente. Negativamente quel disegno di lega doganale dei principati italiani colla provincia straniera, che preoccupava pubblico e governi italiani un anno fa, è caduto. La lega de’ principati soli continua sì ad esser difficile, a parere impossibile. Ma il tempo giudicherà di tale impossibilità; ed è un gran passo intanto, che paia più impossibile la lega colla provincia straniera, quale è‍[53]. — Positivamente poi, pubblico e governi italiani si sono destati, finalmente, al desiderio, al bisogno, al fatto delle strade ferrate. Gran danno che sia un po’ tardi! maggiore, che ci sia venuto dallo straniero. Ma meglio tardi che mai, ed onde che ci venga, il bene. E questo fatto serve già di suggello a ciò che dicemmo sovente; che lo straniero stesso sarà sforzato a farci del bene, a prepararci le vie, la via sino al fine, allo scopo. E questo fatto, questo progresso è immenso. 1.º Egli torrà di mezzo, probabilissimamente (io m’avventuro forse; ma più penso, più confido) i tentativi di rivoluzioni. Quali potranno riuscire, quando potranno i principi in poche ore mandar milizie, portarsi di lor persona sul punto sollevato o minacciante? quando si potranno aiutare essi a vicenda, senza chiamata di stranieri? Od anzi qual tentativo o minaccia seria si farà, quando le popolazioni non sieno più inoperose, oziose, tormentate da quel non saper che fare del proprio ingegno ed animo, il quale nella condizione presente della società, è il gran motore delle rivoluzioni? 2.º Ed all’incontro, le strade ferrate, cioè le comunicazioni agevolate, accelerate, moltiplicate non possono non conferir molto, tutto, alla formazione della politica nazionale, dico la politica di principi e popoli, popolo grande e piccolo insieme, tutta la nazione. Relazioni frequenti, opinione universale, politica nazionale: sinonimi. Questa politica si formerà a poco a poco, allora che si provin comuni gli interessi materiali, gli intellettuali. Lo straniero porrà ostacoli? Saranno incitamenti al desiderio d’indipendenza. Continuerà a dar aiuto a queste comunicazioni di merci, di mode, di usi, di costumi, d’idee? Saranno aiuti a comunanze, e le comunanze aiuti a indipendenza. Nè mi si dica che io sono imprudente, che rivelo pericoli allo straniero. Egli li vede, ma li vede doppi, e non può uscir dall’ambage. 3.º E quindi non disputeremo qui, quali sieno utili di tali comunicazioni nuove. Tutte sono utili più o meno.

Prime forse, quelle che uniscano le capitali, le sedi de’ principati, i centri d’operosità e d’idee italiane, i centri d’idee, or più, or meno diverse, da riaccostare.

Seconde, quelle che uniscano i grandi approdi nostri coll’interno o coll’estero; e così Genova con Torino, Francia e Svizzera occidentale; Genova con Torino e Svizzera orientale; Genova con Milano e Germania; Livorno con Firenze; Adriatico con Firenze; Ancona e Civitavecchia con Roma; Napoli ed Otranto coll’interno del Regno.

Terze, tutte quante le comunicazioni terziarie tra quelle primarie e secondarie.

Ed io voleva dire più a lungo di tutte queste. Ma molti ne dicono; ed è un bene, un progresso pur questo, che i nostri governi ne lascin più o meno dire. Pochi anni fa, una cosa qualunque, anche materiale, che fosse caduta sotto l’opera o il solo pensiero de’ governi nostri, era vietata alla discussione pubblica; or questa si soffre e talor si eccita. Quindi tra le infinite cose da dire, ne scelgo una non o men detta; tra tante strade ferrate di che si parla molto e bene, parlerò io di una sola, che comprenderebbe tutte le prime e gran parte delle seconde sopra accennate, e ne accrescerebbe l’importanza di gran lunga. — Se il principe italiano dell’Italia settentrionale, e il principe italiano dell’Italia meridionale s’intendessero (e non v’è nessuno al mondo che possa impedirli d’intendersi) a fare, il primo la strada che forando l’Alpi mettesse da Torino a Francia, e il secondo la strada che varcando o forando l’ultimo Appennino mettesse da Napoli ad Otranto, queste due strade sarebbero i due sommi capi di quella che riunendo tutte le capitali italiane percorrerebbe tutta la longitudine della longitudinale penisola nostra; e tutta questa strada insieme libererebbe i principati italiani d’ogni loro dipendenza commerciale germanica, e farebbe poi dell’Italia la via più lunga in terra, più breve in tutto, tra l’Occidente d’Europa e l’Asia intiera. Molto probabilmente questa strada torrebbe di mezzo ogni altra concorrenza, rimarrebbe la migliore, la preferita per quella comunicazione, che fu, che sarà sempre la massima di tutte sul nostro pianeta. Le comunicazioni per terra, per istrade ferrate, si preferiscono già, e, perfezionandosi, si preferiranno sempre più alle comunicazioni per mare; le quali per quanto si perfezionino mai, rimarran sempre soggette ed alcune fortune di mare. Guardate la carta; la via diritta tra Londra e Suez attraversa la penisola nostra da Susa ad Otranto. Da Otranto non riman più Golfo di Lione, non Adriatico da navigare; non riman più che il Jonio, un mar solo, che è gran vantaggio a non correre due fortune, due incertezze. Questa via farebbe guadagnare su quella di Marsiglia una giornata forse, la sicurezza certo. Chi può dubitare che il commercio e i due governi di Francia e Inghilterra, i quali pagano così caro la sicurezza e il tempo, ne approfitteranno? — Ma volete voi creder pure che rimarran preferite le vie per Marsiglia o Venezia o Trieste per li loro corrieri? Ammettiamolo, benchè io nol creda. Ma rimarrà quella fila, quella folla di ufficiali pubblici francesi ed inglesi che faranno il passaggio in Levante ed Oriente, e poi quell’altra fila o folla di viaggiatori scientifici, letterari ed oziosi, che ne faranno, come si dice, il giro, e che facendo quel passaggio o quel giro preferiranno senza niun dubbio far per via il passaggio o il giro d’Italia. E questa folla, già grande oggidì, già pur importante che non si pensa, s’accrescerà così certamente, ad uno o più doppi. Io mi meraviglio (se forse non m’inganno per ignoranza) che non siasi fatto un computo, facilissimo, dell’importanza di quella folla presente, e della presumibile in avvenire. Poniamo che vengano da 40,000 stranieri all’anno in Italia‍[54]. Poniam che la media del soggiorno di tutti sia sei mesi, anzi solamente 180 giorni. E poniam finalmente che spendano (voglio porre sempre poco) 10 lire al giorno. Saranno 10 × 180 × 40,000 = 72,000,000. E notate ciò: questi sono settantadue milioni quasi netti portati in Italia, guadagnati dall’Italia. Siano pur servitori di piazza, facchini, postiglioni, vetturini, locandieri che ne guadagnino il più; ma tutti questi si provvedono da agricoltori, fruttaiuoli, fabbricanti e mercanti d’ogni sorta. E poi vi guadagnano direttamente tutti questi fabbricanti e mercanti, e i banchieri, e i padroni di case, e gli artisti, in somma chiunque lavora e guadagna nella penisola. E questi settantadue milioni, ripeto, sono guadagno quasi netto‍[55]; ed equivalgono perciò a quello che in qualunque altro commercio sarebbe solamente guadagno definitivo, risultato ultimo di esso, dopo dedotti i consumi proprii e i profitti stranieri. Ora poniamo (per por sempre tutto contro al calcolo nostro) che il guadagno netto degli altri commerci sia di dieci per cento, che un commercio sia il cento per dieci del suo guadagno netto; resta chiaro, che il guadagno datoci dagli stranieri viaggianti in Italia equivale a quello di qualunque altro commercio che fosse stimato a 720 milioni. Ei non s’è forse badato abbastanza a questo computo; il quale spiega, come siasi così poco impoverita la così oziosa, così poco produttrice Italia. Noi viviamo del benefizio del Cielo, e dell’opera de’ nostri maggiori‍[56]. Essi lavorarono per noi; noi raccogliamo ancor le frutte seminate da essi. I lor monumenti, le opere di lor mani e lor ingegni ci fanno vivere. Noi siamo come i nobili degeneri, che mangiano e bevono sul reddito dei capitali messi insieme da’ maggiori. Sappiamo almeno non far come quelli, che trascurano perfino di migliorare que’ redditi, secondo le opportunità dei tempi. — Poca fatica ci vuole a raddoppiarli, triplicarli, od anche più. Chi può prevedere il totale degli stranieri i quali passerebbono, girerebbero e soggiornerebbero in Italia, quando agli allettamenti del nostro cielo, di nostre campagne, di nostre città, di nostri monumenti, di nostre memorie, s’aggiugnesse quello d’essere il nostro suolo la via più breve tra tutta l’Europa Occidentale e l’Asia, tra le due nazioni più operose del pianeta, e il maggior campo di lor operosità? Io credo esagerare in meno, portando il guadagno nostro probabile in tal caso sotto al triplo del guadagno presente, a incirca 200 milioni all’anno, equivalenti al guadagno d’un commercio di due bilioni‍[57]. Tanto che questo solo guadagno nostro eguaglierebbe quello delle nazioni più produttrici o più commercianti! Tanto che io non m’inquieterei che d’un solo inconveniente, della facilità di tal guadagno, e così dell’allettamento all’ozio che ne verrebbe ai nipoti! Ma incominciamo con essere operosi noi, e non inquietiamoci troppo dei nipoti; li avremo incamminati pure essi. Incamminiamo l’operosità; l’operosità saprà trovare nuove vie. Elle sono infinite. — Che le comunicazioni a vapore, strade e navi combinate insieme, sieno per mutare forma al mondo incivilito, ed anche poi al non incivilito; che ne abbiano a sorgere condizioni, relazioni nuove a tutte le nazioni; è oramai un assioma non più scientifico, ma volgare in tutta la cristianità. Saremmo noi soli a non vederlo? o se il veggiamo, a non farlo entrar nella politica, nella pratica nostra? O se v’entra, a non dargli tutta quella efficacia, tutti quegli svolgimenti di che è capace, e che gli si danno altrove? Se così fosse, allora sì che sarebbe convinta d’incapacità la nazione nostra, o chi per essa; ed alla faccia di tutte l’altre nazioni incivilite, libere, men libere, od anche serve, e tra la servitù trovanti pur modo a questa almeno fra le grandi operosità. Alla fine del secolo, od anche prima, i gradi di civiltà delle nazioni diverse si segneranno probabilmente sulla scala di proporzione delle popolazioni ai miriametri di strade accelerate che esse possederanno. — Materialità, diranno alcuni! E materialità risponderemo noi! Ma materialità come quella d’un corpo sano e ben disposto, il quale serve all’animo, all’intelligenza, ed anche alla virtù.

7. III.º FATTO NUOVO. Ora usciamo d’Italia, e veggiamo se quelle speranze che notammo, or fa un anno, e furono derise, in versi e in prosa da alcuni nostri compatrioti ed anche amici (non meno rimastici amici perciò), sieno pur di quei sogni che si dileguano coll’andare del tempo e della realità. Io parlo della speranza che ci viene, come fu detto, da Turchi, o per parlar sul serio dalle inevitabili mutazioni di quell’imperio, di tutta la civiltà Maomettana. — Questa civiltà è una, è solidaria più o meno, dall’Indo all’Atlantico. Nel qual grande spazio, tre imperii maomettani sono od erano: il Persiano, il Turco e Marocco. Vero è che questo era da gran tempo più supposto, che effettivo; ma appunto in quest’anno, ne’ pochi mesi scorsi, apparve, fu dichiarata a tutti la supposizione. Io notava già timidamente: ecco Francia postasi in contatto, entrata in relazioni sforzate con Marocco. Mal detto, mal preveduto, timidità mia, esitazione ne’ miei proprii principii! Con un grado ulterior di fiducia, io avrei detto fin d’allora: Francia entra a buttar giù l’imperio di Marocco, a far comparir quel sogno, quella bugia. Ad ogni modo, così fu. Una battaglia, due bombardamenti marittimi, bastarono a dileguare lo spauracchio di que’ vincitori di D. Sebastiano, di quella gloria antica, di quel deserto, di quelle nubi di cavalieri, di quell’imperatore. Quell’imperio giace lì, preda disputabile forse tra Francia, Inghilterra, od altri; preda insomma a’ Cristiani, quando che sia che s’accordino in prenderlo; come i due altri imperii di Turchia e Persia. I tre, tutto l’islamismo, giacciono ora nella medesima condizione; sopravvivon per grazia della cristianità; grazia momentanea, fatta loro fino a che ella non abbia tempo od ozio a rivolgervisi, finchè pensa ed opera in altro, finchè non le giova ritirar la grazia, finchè a tutti o molti, od anche a due o ad uno de’ forti popoli cristiani non venga una necessità, una occasione, un piacere, un capriccio di levarsi l’incomodo. — E già è minacciata un’altra parte, già l’istmo di Suez è un incomodo. Chi può credere che rimarrà gran tempo, mal aperto com’è? Che quando sieno moltiplicate, agevolate le comunicazioni in tutta Europa e tutto il Mediterraneo di qua, nell’Indie, e tra l’India e la Cina, e tra l’India e Suez al di là, l’istmo di Suez rimanga a lungo, quasi un’interruzione, abbandonato alle comunicazioni patriarcali sui cameli? Ma, mentre io scrivo, o prima che il mio scritto diventi stampa, sarà forse incamminato il progresso primo; e i cameli saran per diventare locomitivi, e in breve le locomitive accresceranno il tragitto, e il tragitto accresciuto domanderà un canale, e il canale sforzerà a guarentigie, e le guarentigie a nuovi gradi di preponderanze, dominazioni o dominii cristiani. — Ancora, da una terza parte, Grecia s’educa ogni dì (più o men lentamente) a costituzione, a libertà, a pubblicità, ad operosità; Grecia, già quasi tutto russa, si fa or russo-inglese, or russo-francese; finirà con essere anglo-francese in diplomazia, e greca solamente, ma compiutamente in interessi, in parole, in opere. Gli Status quo son buoni per alcuni anni, o lustri. Ma secoli? Chi il può pensare? Chi può credere che resti per secoli un milione di Greci liberi daccanto a quattro o cinque milioni di Greci schiavi, senza che quelli chiamino questi a libertà? Sono sogni buoni tutt’al più per qualche novizio di diplomazia, tutto ancora rispettoso ai protocolli; ma non per chi rammenti la storia de’ protocolli moderni od antichi, da quelli di Londra risalendo su fino a quelli per cui Atene e Sparta riconobbero la dipendenza sotto al gran re delle città grecopersiane; quelle medesime città, le quali elle aiutarono tuttavia in breve a liberarsi, a vendicarsi, a distruggere il gran re. Ei s’ha un bel dire; ma la storia, sovente mal intesa, serve pure talvolta; quando se ne ragioni tenendo conto della natura umana, immutabile in condizioni simili. Una nazione nuova e libera, ficcata in fianco a un imperio vecchio ed assoluto, non può non tendere a distruggerlo. Una nazione libera che ha fratelli schiavi, non può non tentar di liberarli. Sol che l’Europa lasciasse fare a Grecia, Grecia basterebbe probabilmente alla caduta dell’Imperio ottomano. E se l’Europa vi porrà le mani, la caduta sarà forse più lenta, ma tanto più certa e più a profitto di tutti, o di molti, e per nostro, se non teniam noi nostre mani alla cintola. — E tanto più, che oltre queste nuove spinte interne o vicine, una o due altre van pur incalzando da più lontano.

8. IV.º FATTO NUOVO, ma dubbio, e così posto qui solamente per memoria. Pochi mesi sono noi dicevamo impossibile che l’Europa in generale, che la nazione Germanica in particolare ed in vangardia, non s’inorientino un giorno o l’altro in qualche modo; e che l’inorientarsi di Germania non sia inorientarsi d’Austria e Prussia. Ma, un gran dubbio ci rimaneva; come faranno a inorientarsi quelle due potenze assolute, fra que’ popoli slavi che mostrano tante voglie di libertà? Delle tre potenze assolute, Russia, Prussia ed Austria, Russia è la più forte, la più operosa e la più omogenea agli Slavi orientali; ondechè, finchè le tre non adoprano se non mezzi pari, mezzi da potenze assolute, tutto il vantaggio è dell’ambizione russa. Quindi alle due altre non resta se non una speranza: adoprar mezzi diversi, mezzi di libertà; non hanno che la libertà da opporre all’omogeneità di lingua e di religione. Ma questa libertà, nè l’Austria nè Prussia non parevano, pochi mesi sono, volerla offerire, adoprare. Delle due, Austria pareva quasi la meno discosta da tal mezzo; Austria dico, che è pure Ungheria. Ma ecco che, quando meno vi ci aspettavamo (almen noi altri Italiani, mal informati sempre d’ogni cosa straniera, e massime settentrionale), ecco, dico, rumori, parole che annunciano più o meno di libertà politica in Prussia, in quella parte di Germania che è duce di Germania. Saran false, quest’altra volta, siffatte voci? Sia allora per non detto. — Ma sarebbon elle vere? Oh, allora io credo che ei si vorrà esser ciechi, e volontariamente ed assolutamente ciechi per non vedere che questa pure sarà una gran mutazione per tutti gli affari d’Europa, ma principalmente per quelli d’Oriente. Prussia assoluta, o mezzo libera solamente, non ha nulla ad offerire a quelle popolazioni slave, che sono oltre ogni cosa al mondo vaghe, o se si voglia pazze, di libertà. Prussia assoluta non ha di che trarre quelle popolazioni dalla Russia a sè. Può dir loro tutt’al più: non ho Siberia ove mandarvi. Tra Russia slava e Prussia tedesca, e ambe non libere, la scelta degli Slavi sarebbe sempre per Russia slava. All’incontro, se e quando sia libera Prussia, se e quando la scelta sia per gli Slavi, tra l’essere Slavi, servi di Slavi, ovvero Slavi liberi con Tedeschi, io non credo poter ingannarmi, benchè scrivente da lungi, benchè straniero, benchè non informato, dicendo che la scelta degli Slavi non rimarrà dubbia un momento. E so che la scelta di una nazione serva e dispersa non conta molto da principio, o in un’occasione, in un tempo determinato. Ma so pure, che alla lunga, ed a tempo determinato, la scelta di tutta una nazione pazza di libertà, non è, non può essere nulla. E massime in questo secolo; e massime quando quel voto d’una nazione, gloriosamente caduta, consuoni con quello della universa cristianità, simpatizzante; e massime quando questa troverebbe il suo utile a tal mutazione. Io non fo se non tornar al mio dir primo delle precedenti edizioni, ma vi torno con isperanze confermate: il buon ordinamento e la potenza ulteriore della Cristianità dipendono dall’ordinamento reciproco, dalla fusione progrediente delle due grandi schiatte centrali, germanica e slava. — La schiatta, o come si dice ora, il mondo slavo si divide in tre parti: Slavi germanici, Slavi russi, Slavi turchi. Questi tendono a sciogliersi della signoria turca. Rimarran essi indipendenti, o s’accosteranno ad una delle due signorie, russa o germanica? Se si attenda a’ fatti prossimi passati si crederà che diventeran Russi; se alle voci, alle tendenze presenti si crederà che diventeranno indipendenti; ma se a’ grandi insegnamenti della storia antichissima, antica, moderna ed alle grandi previsioni avvenire ed agli stessi destini asiatici, incivilitori, cristiani dell’Imperio russo, si argomenterà che è più naturale insieme e più desiderabile qualche fusione nuova delle due grandi schiatte germanica e slava‍[58]. — E lascio poi un altro grande effetto che verrebbe da questa mutazione prussiana; effetto sul resto di Germania; effetto forse su Austria stessa; effetto sulle relazioni del governo di lei con le provincie sue, colle stesse provincie italiane. Chi può dire ove giungerà tal effetto? O se s’avrà a dir felice od infelice? Felice per quelle provincie italo-austriache immediatamente? Infelice perchè ne sarebbero italo-austriache per sempre o almen per secoli? Per ora non v’è pericolo, è vero. Ma col tempo? chi può giurare, che come furono introdotte da quegli stranieri parecchie novità, non sarà introdotta anche questa? E allora?

9. V.º FATTO NUOVO; e questo adempiuto, indubitabile a parer mio; l’unione confermata delle due politiche francese ed inglese. Pochi mesi sono, erano flagranti una occasione grande e due minori di disunione; il Marocco, Taíti, e il diritto di visita. Ora delle tre la 1.ª e la 2.ª son composte, e la 3.ª si compone. Ma separiam primamente le due ultime, noi che non abbiamo a farne questioni di ministeri o d’opposizioni; noi osservatori stranieri e disinteressati in que’ risultati personali, benchè poi interessantissimi come tutta la cristianità progrediente, più interessati che niun altri come Italiani, all’unione dei due popoli duci di quel progresso. Agli occhi nostri, quelle due questioni minori od altre simili, non fecero, non faranno mai guari pericolare l’unione, non faranno se non tutt’al più mutar ministeri di qua e di là; ed ora nel 1845, di tutti i ministeri probabili o possibili, francesi od inglesi, non è uno che voglia veramente distruggere o menomare l’unione, non ne è uno il cui desiderio, la cui gloria non sia, o non sia per essere, di accrescerla. Uno di questi giorni, il nuovo presidente degli Stati-Uniti diceva con magnificenza; esser salito esso al maggior carico che sia sulla terra. Ma, se mi si faccia lecito dire, io crederei che le due maggiori potenze sulla terra sieno alla nostra età quelle dei due uomini i quali abbiano fra le mani la direzione dei due popoli inglese e francese. Tenendo conto del numero e dell’impulso, queste due potenze sono le maggiori del globo; ed unite, soverchiano forse tutte l’altre insieme; e non è se non divise che possono trovar contrapeso, controstacolo, tra sè. Ed ora, credete voi, o compatrioti, che gli uomini i quali si trovano in sì alta potenza, in sì gran facilità di raddoppiarla, non sentano, non capiscano tal magnifica situazione? Ma se non la sentissero, non vi sarebbero probabilmente arrivati, tra tanti concorrenti che se n’ispirano; e sentendola, non è probabile che vogliano guastarla di tanto, ridurla a metà per niuna causa men grande. Nè tal grandezza è men sentita da coloro che l’invidiano e fanno quelle opposizioni, le quali montano a dire: togliti di lì che mi vi metta io. Essi (anche quelli che son men creduti tali) vi si vorrebber mettere per fare il medesimo, od anche più, nel medesimo senso; i più prudenti per evitare meglio, a creder loro, i pericoli di disunione; i più arditi per troncarli forse d’un tratto, facendo assumere insieme alle due nazioni qualche grande scopo di comune operosità. Io udii già lamentare, compatire la situazione di que’ ministri combattenti colà per que’ sommi luoghi della potenza umana; da alcuni politici od anche letterati di altri paesi. Ma costoro misuravan coloro alla loro spanna, alle facoltà o forse solamente all’abito di lor minute ambizioni; mentre per ambizioni personali, ma ingrandite dal gran campo, od anche (perchè calunniar sempre la natura umana?), od anche per ambizioni patrie più generose, tutti quegli uomini di stato sentono e professano il piacere, la gloria di combattere per le due somme tra le potenze umane, il piacere, la gloria principalmente di tenerle unite. — Ma (insisteran forse i politici minori), ma se gli uomini di stato francesi ed inglesi son per l’unione, le due nazioni sono, od una almeno è per la disunione, per la rinnovazione delle antiche rivalità. Illusione anche questa, a parer mio! La rivalità tra quelle due nazioni non è, come ci dicevano le gazzette dell’Imperio, nè immemoriale, nè incessabile, nè naturale. Antichissimamente per li quattro o cinque mila anni primi del genere umano non esistette; anzi le due nazioni sursero delle medesime schiatte, celtiche, cimbriche, teutoniche. Non è tra Inghilterra e Francia niuna di quelle situazioni reciproche le quali fanno le inimicizie naturali, perpetue; come tra le genti dell’Asia settentrionali e la Cina, tra quelle dell’Asia centrale e l’Indie, tra qualunque signor dell’Asia occidentale e l’Egitto, e tra le nazioni germaniche e l’Italia, le quattro seconde sempre facilmente invase ed assoggettate dalle quattro prime. La più antica grande invasione, e nimicizia e rivalità che si sappia tra Inghilterra e Francia, venne da questa a quella da Normani del 1066. E, nota ciò, il peggior frutto della conquista ricadde in breve su’ conquistatori, riconquistati in gran parte. E allora sì fu bella, fu ragionevole e giusta la rivalità, magnifica la difesa di Francia, che durò tre secoli e più, e finì colla cacciata ultima dello straniero. Poscia, dalla metà del secolo XV fino alla metà del XVII succedette un secondo periodo di rivalità, è pur vero; ma rivalità non più ragionevole, non più avente niuno scopo grande e bello, prolungazione, reminiscenza della rivalità passata, rivalità di vicinato tutt’al più; prolungazioni, rivalità da medio evo, da età male uscite ancora di barbarie. E successe poscia, dalla metà del secolo XVII al principio del XIX fino al 1815, un terzo periodo di rivalità più reale, una rivalità d’interessi, ciò che gli antichi chiamavano una guerra d’imperio, ciò che or direi di primato. E il primato rimase in ultimo all’Inghilterra, e questo inasprisce Francia, per vero dire. Ma, prima, non inasprisce Inghilterra, a cui poca generosità si vuole per non serbar rancori; ed è già molto, quando tra due disputanti, uno voglia cessar di disputare. E poi, quanto a Francia stessa, chi crederà da senno, che una nazione così avanzata nella cognizione e nel proseguimento de’ propri interessi, com’è ora Francia, sia per fare quell’errore da medio evo, di continuare la rivalità, in qualunque modo terminata, ma senza scopo oramai? Perciocchè il primato inglese, qualunque egli sia altrove, non è europeo, non offende nè onore, nè interessi, nè speranze francesi sul Continente, ed anzi le può e dee promuovere; e fuor d’Europa poi, negli spazi de’ mari, il primato inglese è giunto a segno da non potersi estendere, da dover limitarsi da sè, da dover ammettere per interesse proprio altre potenze, ed ammette Francia, come l’ha dimostrato testè nell’Oceania e nella Cina. Ondechè in somma, nel nostro secolo XIX, in mezzo alla nostra civiltà, e nella situazione che vi tengono con profitto e gloria ed orgoglio reciproco Francia ed Inghilterra, non è probabile che si dividano e si guerreggin le due per niuna ragione che di grandi interessi; e niun tale interesse, niun gran casus belli è al presente o si può preveder tra le due, se non fosse forse l’imperio del Mediterraneo.

10. Ma egli è appunto per questo, che fu un gran fatto, un gran progresso il trionfo su Marocco ottenuto da Francia, tollerato da Inghilterra. Quel trionfo è conferma, ultimazione della conquista dell’Algeria; e la conquista ultimata dell’Algeria è divisione irremediabile dell’imperio del Mediterraneo tra Francia ed Inghilterra; è limite posto anche qui al primato dell’ultima. Un anno fa si poteva credere che questa non tollererebbe tal limite postole dalla rivale antica, tal divisione di sì bell’imperio. Ora non è possibile dubitarne, è fatto compiuto, non è possibile credere che Inghilterra l’abbia veduto e voglia tornarne indietro, nè ora nè poi, finchè durerà quella sua mirabil saviezza di stato, che non le è negata oramai se non da’ meno informati di infimo grado. Inghilterra non è così stolta da volere oramai contrastare ad una parità da lei acconsentita, quando poteva impedirla; Francia, assodata ed assodatesi, non così stolta da non soddisfarsene. E Francia ed Inghilterra terranno insieme volentieri il primato del Mediterraneo, perchè elle non hanno solamente intenzione e poter di serbarlo, ma di svolgerlo; e che a svolgerlo, elle sentono, elle sanno di dover rimaner unite; e che in tale svolgimento elle sentono, elle sanno essere le maggiori speranze loro. Così sapessimo noi che ivi pure sono le nostre! Così si lasciassero da tutti noi tutti i pregiudizi contro quelle due nazioni d’oltremonte e d’oltremare, nella cui opera unita è il principio d’ogni nostro buon avvenire! Così i nostri uomini di stato volgessero là la nostra politica, i nostri scrittori la pubblica opinione! Oh un po’ esser giovane e forte e dedicar alla prima o almeno alla seconda di quell’opere, la vita italiana! — Un magnifico libro sarebbe da fare e intitolare IL MEDITERRANEO. Nell’antichità mitologica il Mediterraneo tirreno, fenicio, pelasgo ed ellenico; nell’antichità storica il Mediterraneo romano; nell’età de’ Barbari il Mediterraneo greco ed arabo; nel medio evo dal 1000 od anche prima fino al 1500, il Mediterraneo per la seconda o terza volta lago Italiano; dal 1500, dalla scoperta del giro d’Affrica e dell’America, il Mediterraneo scaduto, quasi insolcato, impoverito, ridotto a cabottaggi e piraterie, quasi inutile, fino al 1814 od anche al 1821; dal 1821, dal grido d’indipendenza levato in Grecia, e traente a sè l’attenzione, le simpatie, le armi, le navi, l’operosità, le nuove invenzioni, la potenza delle nazioni cristiane, il Mediterraneo risalente a sua importanza naturale, quell’importanza che non può indietreggiare, che non può non accrescersi di dì in dì e chi sa fino a qual segno? E questo segno, questo avvenire sarebbe pur bello a prevedere, e ben prevedendo, a preparare per quanto possibile. A niuno più che a un Italiano si converrebbe tale opera di scritto; niuna nazione più che l’Italia ha interesse a quell’avvenire; ha interesse che le due potenze primarie intendano i loro interessi veri, non lottanti, e li svolgano concordemente; Inghilterra nel Mediterraneo orientale principalmente, ond’è il suo passaggio al suo grand’imperio; Francia in quella metà occidentale dove ella imperia di qua e di là, oramai indistruttibilmente; e tutte due insieme, poi opponendosi all’avanzamento della sola potenza che può far pericolare tutti i destini del Mediterraneo, dirigendo e determinando tutte le mutazioni inevitabili de’ popoli ripuarii orientali, da cui que’ destini dipendono in somma. Certo, Francia ed Inghilterra non han lezioni di politica a prender da noi! Noi così piccoli oramai, noi al paragone così poveri di operosità, di potenza, di esperienza, di riputazione politica. Ma, noi siamo più che nessuni sul luogo, noi in mezzo a quel campo marittimo de’ primati altrui. E noi non siamo tuttavia senza qualche ingegno naturale che possa vedere e dire se si lascia dire; siffatto ingegno è la sola facoltà che ci resti; e forse egli acquisterebbe qualche attenzione, quando studiasse gl’interessi propri, così identici con gli altrui. Perocchè in somma, sia io pure accusato dagli uni come troppo speranzoso, dagli altri come sacrificante le speranze del primato italiano, io non mi rimarrò dal notarlo e protestarne: tutte le speranze italiane mi sembrano oramai confermarsi ed unirsi in questa unione delle due potenze più grandi, più incivilite, più progredienti, e così primeggianti nel Mediterraneo. — E v’ha più. Un’ultima speranza mi sembra compresa in quella: la speranza che una terza potenza del Mediterraneo, che l’Austria, s’aggiunga un giorno o l’altro ad Inghilterra sua vecchia alleata, a Francia, più nuova. Il dì che si segnasse la triplice alleanza noi potremmo diventar alleati commerciali od anche politici dell’Austria stessa. Ma intanto o a difetto della alleanza triplice, perchè non accostarci alla duplice? commercialmente e politicamente, per adesso subito, e massime per l’avvenire qualunque alleanza nostra con quelle due potenze ci varrebbe tanto e più che non qualunque lega doganale tra noi. Mentre approfitteremmo di quell’unione, noi la stringeremmo coll’accedervi. E notate come ciò concordi con ciò che accennammo dell’avvenir possibile delle strade ferrate. Tutto concorda in un avvenire operoso. L’essenziale è l’entrarvi; e francamente, alacremente‍[59].

11. Ed ora, accennati questi quattro o cinque fatti nuovi, e abbandonandone le conseguenze ulteriori a chi legga e pensi, e passando a conchiudere, mi si conceda servirmi perciò di due parole italiane d’un mio critico francese, le quali mi vengono molto in acconcio. Questo scrittore, avverso a quasi tutte le mie opinioni, ma pur cortese, e che mi fece l’onor di combattermi dopo Manzoni e Pellico, e con Rosmini, Gioberti e Troya,