1. L’uomo prova un vero orrore per il lavoro mentale. Non è questo un caso unico, ma rientra in quell’orrore di qualsiasi lavoro, muscolare e mentale, che è stato, checchè si dica, ed è ancora uno dei fenomeni più caratteristici della psicologia umana.
Se una cosa l’uomo ha maledetto sulla terra, è stato appunto il lavoro, anche quello dei muscoli. In ebraico la stessa radice ássab significa lavoro, stanchezza, dolore; in greco πένομαι = sforzarsi, lavorare, soffrire; di qui πενία = povertà; πείνα = fame; πόνος = fatica e patimento; πονερὸς = lavorante, povero, cattivo[1]. Il francese travail trova in italiano il suo fratello gemello travaglio con significato di dolore; come l’italiano lavoro ha per padre il latino labor che significava patimento. La leggenda ebraica della Genesi fa che Dio assegni come pena al peccato dell’uomo il lavoro; documento ingenuo e prezioso dei sentimenti dell’uomo primitivo verso l’attività. Il gusto dei selvaggi per l’ozio è del resto così noto che sarebbe quasi inutile di insistervi a lungo: basterebbe a provarlo il fatto che quasi dovunque, i lavori più faticosi sono riservati alle donne, vale a dire al sesso che ha costituita la prima schiavitù e che non si poteva ribellare per la sua debolezza[2]. Le sole forme di lavoro sono pel maschio in quasi tutti i popoli selvaggi la caccia e la guerra: perchè alla caccia e alla guerra si associano i piaceri del successo, cioè quelli che nascono dalla coscienza della potenza personale; e i piaceri della vanità, per la stima che circonda nella tribù primitiva il più forte cacciatore e guerriero[3].
Così una delle più laboriose vittorie della civiltà è stata questa, di imprimere l’abitudine del lavoro così fortemente nella psiche umana, da renderlo, in certi casi, un piacere e perfino un bisogno. Ma quanto non ha costato tale vittoria! C’è voluta la schiavitù, il servaggio, la miseria, il patibolo per piegare il collo dell’uomo a questo pesantissimo giogo: e ancora la vittoria non è che parziale. «La più gran parte degli uomini — scrive Spencer — è costretta a lavorare dalla necessità»[4]. Intere classi sfuggono, a costo di gravi pericoli, alla ferrea legge; i delinquenti, i vagabondi, gli oziosi, le prostitute: il piacere dell’ozio è anzi uno dei caratteri che non mancano mai in tutte le degenerazioni, per quella legge per cui le formazioni più recenti dell’evoluzione sono le più fragili e le prime a sparire nei casi patologici: e anche coloro che si sobbarcano alla dura necessità del lavoro, ne cercano troppo spesso malsani conforti nell’alcool, perchè alleggerisca loro il peso, che son costretti a portare.
Ma se l’orrore del lavoro muscolare è stato vinto in parte dalla civiltà, l’orrore del lavoro mentale è ancor oggi assai più vivo, anche nei popoli civili. Basta, per persuadersene, osservare quella che è la forma tipica del lavoro mentale; l’attenzione, chiamata dal Ribot, volontaria; cioè lo sforzo volontario diretto a regolare le idee e le immagini, che abbandonate a loro stesse si producono accidentalmente, mantenendo nel campo della coscienza quelle che sono utili per un dato lavoro e respingendo le altre. Certo, come notò lo Spencer, la potenza dell’attenzione è nei popoli civili molto più grande che nei selvaggi: ma negli uni e negli altri, non è nei casi ordinari assai grande. «L’attenzione, scrive il Ribot, è uno stato anormale, non duraturo, che produce un rapido esaurimento nell’organismo; perchè lo sforzo finisce alla fatica e la fatica alla inattività funzionale..... Molto piccolo è il numero di coloro per cui l’attenzione è un bisogno, e rarissimi quelli che professano lo stantem oportet mori»[5]. È del resto facile osservare come in ognuno l’attenzione sia sempre parziale e limitata a un piccolo numero di oggetti: un uomo è attento alle cose del suo mestiere e nelle ore del suo lavoro, ma uscito dall’ufficio o dall’officina non bada più a nulla e passa accanto a mille cose e a mille fatti senza badarci: e la parola che in italiano e specialmente in toscano indica il riposo dopo un lavoro intenso, cioè «svagarsi» esprime bene, anche col suono, che il riposo consiste appunto nel rilassamento di questa tensione che è durata troppo a lungo. Anzi l’attenzione intensa e continua è così poco capita dal volgo che, come notò finamente il Richet, esso chiama distratti gli uomini, nei quali appunto l’attenzione raggiunge un massimo di potenza, cioè i pensatori, che assorbiti da una idea, fanno mille cose, senza badare a ciò che li circonda[6].
L’uomo insomma rifugge più che può da questo faticoso sforzo mentale e più che regolare, preferisce lasciar libero il corso alle idee, alle immagini e alle loro accidentali associazioni. Di fatti un piccolo numero soltanto delle nostre idee sono il prodotto della riflessione volontaria e dell’attenzione concentrata: le altre, e le più numerose, sono l’effetto di associazioni, che lentamente e inconsciamente si formano nel nostro cervello, sotto l’influenza delle sensazioni che noi riceviamo dalle cose. Il dominio dell’inconscio è immenso nei fenomeni del pensiero, sebbene ancora poco conosciuto[7]. Il marinaio esplora con una occhiata sicura l’orizzonte e vi riconosce la tempesta o il bel tempo futuri; lo sportmann conosce la psiche del cavallo, meglio talora di Romanes o di Houzeau; senza che nè l’uno nè l’altro abbiamo nei fatti studi metodici di meteorologia o di psicologia generale. Nei proverbi, che sono l’esperienza collettiva, raccolta e riassunta in aforismi, noi troviamo spesso enunciate verità che la scienza dimostra solo con faticose indagini; così noi troviamo già espressa quella legge della maggior longevità della donna, che solo da poco tempo la statistica ha dimostrato scientificamente con raffronti di numerose tabelle. È noto come i selvaggi, così incapaci di attenzione volontaria e quindi di riflessione regolare, hanno saputo utilizzare assai bene certi fenomeni della natura, senza una nozione di fisica o di chimica. «La teoria meccanica del boomerang, scrive l’Espinas[8], questo strumento di caccia che ritorna, dopo aver colpito, verso colui che lo ha lanciato, imbarazzerebbe assai i nostri dotti. Furono necessari lunghi sforzi per spiegare teoricamente i processi chimici di cui l’uomo si serve da tanti secoli per preparare i metalli, il vitto, il latte: l’orticultura ha preceduto la botanica e Darwin ha preso agli allevatori, non gli allevatori a lui, l’idea della selezione. La pratica precedè dovunque la teoria e l’azione si è dovunque adattata alle sue condizioni senza l’aiuto del pensiero astratto». Così non è vero che le opinioni popolari sulle sostanze medicamentose siano tutte immaginazioni; perchè tra l’oscurità delle superstizioni vi è pure laggiù la scintilla di vero, che potrebbe guidare la scienza a scoperte notevoli: e tutti hanno potuto vedere malattie, ribelli ai trattamenti della scienza, guarire con rimedi da comari.
Alla formazione di tutte queste idee la riflessione e lo sforzo volontario non contribuiscono punto. Prendiamo il caso del marinaio che a certi segni riconosce che il giorno di poi scoppierà una tempesta: quale è il processo mentale in questo caso? Una semplice associazione: egli conclude che il giorno dipoi accadrà quel dato fenomeno, perchè l’idea di questo si è in lui associata con la sensazione di dati altri fenomeni (direzioni del vento, ecc.). Ma come si è stabilita questa associazione nel suo cervello o nel cervello di quelli che lo ammaestrarono? Inconsciamente: siccome è una legge psichica che la coesione e quindi l’associabilità degli stati di coscienza è determinata dalla frequenza con cui essi si sono seguiti nell’esperienza, accadrà che a poco a poco, di tutti i fenomeni che precedono una tempesta avranno una maggior tendenza ad associarsi con l’idea della tempesta quelli che sono costanti e si producono sempre, a preferenza di quelli che sono accidentali ad un caso[9]. Nessuno o piccolissimo sforzo è necessario per questo genere di ragionamenti: e il fatto che i ragionamenti dell’uomo in gran parte appartengano a questo tipo, ci è una prova novella del suo orrore per la fatica mentale, della sua tendenza a preferire quei processi che costano meno fatica, di questa che io chiamo legge del minimo sforzo. Tutte le cognizioni dei selvaggi, del volgo, gran parte di quelle della gente istruita, ecc., sono state acquistate con questa forma di ragionamento incosciente.
Un’altra prova che l’uomo cerca di compiere continuamente il minimo sforzo, ci è data da tutto l’andamento dell’evoluzione sociologica. Giustamente lo Spencer ha criticato con vivacità quei sistemi scientifici, che vedono in ogni istituzione umana, anche la più complessa, il risultato ultimo di uno sforzo dell’uomo diretto a crearle, proprio in quella forma in cui le troviamo. L’uomo non pensa tanto; e nessun popolo ha mai creato sopra un piano tracciato precedentemente e compiuto, le proprie istituzioni. Ogni organismo sociale non è mai l’effetto di una idea complessa, creata da un popolo ad un dato momento; ma l’accumulo di tante piccole invenzioni ed idee, che ogni generazione ha portato, come suo contributo all’opera intera. Lo si vede chiaramente studiando la genesi delle istituzioni sociali. I ministeri sono oggi una istituzione molto complessa, e per questo non sono stati creati di un colpo: ora quale fu la loro origine? In Egitto il porta-ventaglio del re faceva parte dello stato maggiore, e comandava in guerra una divisione dell’armata. In Assiria gli eunuchi del re acquistarono una grande importanza politica; divennero i consiglieri del re in pace e i suoi generali in guerra. In Francia, ai tempi merovingi il siniscalco, il ciambellano, che erano servitori della persona del re, diventarono pubblici funzionari. In Inghilterra, nei tempi più antichi, i quattro grandi funzionari dello stato erano il Hroegethegn o propriamente guardarobiere; il Horsthegn o sopraintendente ai cavalli; il Dischthegn o siniscalco; lo Scenco o Byrele o propriamente cantiniere[10]. Ciò dimostra che la carica di ministro non fu creata deliberatamente: ma che quando il re o capo si trovò, specialmente per affari di guerra, a veder troppo numerose le sue funzioni, ne affidò alcune ad un suo servitore; ma non era quello certo nella mente sua che un provvedimento provvisorio, che, solo per il persistere delle condizioni che lo avevano determinato, diventò poi definitivo. Le piccole modificazioni successive trassero da quel primo abbozzo, tutta la struttura politica.
Così il sistema giudiziario non nacque ad un tratto, perchè si sentisse il bisogno di frenare nella società i delitti, che per molti selvaggi sono cosa normale e che il capo, che il più delle volte è esso il primo brigante, non pensa affatto a reprimere. Accadde spesso che un debole spogliato da un più forte, ricorresse al capo offrendogli doni, per riaver le sue cose: questo piccolo ripiego del debole, suggerì al capo l’idea, specialmente in vista dei donativi da ricevere, di costringere i sudditi a portare innanzi a lui le loro questioni: ecco sorgere e modificarsi a poco a poco le istituzioni giudiziarie e le tasse di giustizia. A noi nessuna idea sembra più elementare che quella, che un funzionario pubblico debba esser pagato per le sue funzioni: eppure a questa idea non si è giunti, che attraverso una serie di idee più semplici, create una dopo l’altra durante un gran numero di anni. Infatti in origine nessun funzionario era pagato; ma essi cercavano di farsi dare dei regali in compenso dell’opera loro: tali doni divennero obbligatori col tempo; da doni in natura si convertirono in somme di denaro; poi divennero retribuzioni fisse. In Russia e in Spagna i funzionari minori, che non sono pagati, si fanno dare dei regali dalla gente che ricorre a loro: come a Jummoo ogni suddito poteva farsi ascoltare da Gulab-Singh, pagandogli una rupia. Tra gli Ebrei e nella Francia del Medio Evo i giudici ricevevano dei doni, la cui obbligatorietà fu in Francia riconosciuta da leggi: in seguito poi fu convertita in uno stipendio. Così pure il Damage cleer, che era una gratificazione all’usciere, prima volontaria, poi obbligatoria, divenne nel secolo XVIII in Inghilterra uno stipendio fisso[11].
Evidentemente, tutto ciò accade perchè l’uomo pensa poco, anzi evita di pensare, e innanzi ai bisogni più urgenti, si contenta di provvedere con un rimedio momentaneo; ma per trovare il quale egli deve faticar meno. Tutte le istituzioni, anche le più solide, nacquero da provvedimenti provvisori. Certo, pel maggior sviluppo mentale dei popoli civili, noi possiamo uscire assai più presto dal provvisorio e lavorare anche in vista di risultati definitivi; ma forse il vantaggio è più nella maggior velocità con cui dalla prima umile idea si generano le altre, che la allargano e la compiono, che non nella maggior complessità dell’idea primordiale. La storia delle società cooperative ne è una prova. Certo, idee complesse, grandiose e interamente adattate a un bisogno, nascono talora, ma in cervelli di genio: ora il genio è un fenomeno anormale, e la misera sorte che tocca così spesso a quelle grandi idee ci ammonisce tristamente che esse sono il più delle volte una splendida violazione delle leggi naturali.
Del resto, nessuna meraviglia deve farci questo orrore dell’uomo per il lavoro fisico e mentale. Il lavoro produce sempre una disintegrazione nei tessuti; ed è quindi un dolore, se il tessuto non è abbastanza robusto per sostenerlo. Si potrebbe dire che per un tessuto debole il lavoro e la fatica coincidono; mentre per il tessuto robusto sono separati da uno spazio di tempo, che si può utilmente impiegare. Ora, le corteccie cerebrali sono ancora, nella massima parte degli uomini, in uno stato di debolezza normale, per cui rapidamente si stancano e si esauriscono.
2. La fisica ci dimostra che un corpo in quiete, vi resta eternamente, se non riceve da un altro corpo il movimento: la chimica, che senza la luce o il calore o l’elettricità o un’azione meccanica (urto, pressione), non sono possibili fenomeni chimici, perchè gli atomi dei corpi devono ricevere da quelle forze fisiche il movimento, senza cui non si possono separare e ricongiungere in nuove combinazioni. È la legge dell’inerzia che domina sovrana il mondo della materia: ma pochi sospettano che essa sia pure una legge nel mondo del pensiero[12].
Anche il cervello, per agire e produrre le idee, le imagini, le sensazioni, ecc., ecc., ha bisogno di essere continuamente rifornito di movimento; e il canale per cui queste onde di movimento e di vita gli vengono trasmessi, sono i sensi. A noi, quella confusa attività che ronza di continuo nel nostro cervello, può dare l’illusione che le idee, le immagini, i sentimenti si producano spontaneamente; ma è una illusione prodotta dal fatto che noi non avvertiamo il più delle volte quale è stata la causa eccitatrice di uno stato di coscienza; come, senza gli studi della chimica, crederemmo che certe combinazioni si facciano da loro e non per l’effetto della luce o dell’elettricità.
«L’attività cerebrale, scrive il Beaunis[13], in un dato momento è costituita da un complesso di sensazioni, di idee, di ricordi, di cui solo pochi sono avvertiti dalla coscienza abbastanza vivacemente, perchè noi ne abbiamo una percezione nitida; mentre gli altri non fanno che passare senza lasciar traccia durabile: si potrebbero paragonare i primi alle sensazioni precise che dà la visione nella macchia gialla dell’occhio; le altre, alle sensazioni incerte della visione indiretta. Così accade spesso, in un processo psichico, composto in una serie di atti cerebrali successivi, che un certo numero di anelli intermediari ci sfugge... Probabilmente la maggior parte dei nostri fenomeni interni si produce in noi a nostra insaputa; e, ciò che è più importante, queste sensazioni, queste idee, queste emozioni che noi trascuriamo, possono ancora agir su noi come eccitatori su altri centri e diventar causa di movimenti, di idee, di propositi, di cui noi abbiamo coscienza». Invece che abolite tutte le eccitazioni che vengono dalle sensazioni e che si moltiplicano poi nella psiche per la legge dell’associazione (una sensazione può risvegliare una immagine o una idea e questa mille altre, e così via), lo stato della mente sia una inerzia assoluta, lo dimostrano le esperienze ipnotiche, in cui tale abolizione è effettuata. «Quando si domanda, scrive pure il Beaunis[14], a un soggetto ipnotizzato: — A che pensate? — Quasi sempre la risposta è: — A niente. — È dunque un vero stato di inerzia o di riposo intellettuale, che del resto si accorda assai bene con l’aspetto fisico dell’ipnotizzato; il corpo è immobile, la faccia impassibile ed ha una espressione di riposo e di tranquillità come di rado si vede anche nel sonno ordinario. Di sicuro mancano i sogni e i pensieri d’ogni genere, perchè i soggetti che si ricordano così bene, quando sono ipnotizzati, di ciò che è accaduto loro nel sonno antecedente, non si ricordano nulla di un sonno ipnotico, in cui non sia stato loro fatta alcuna suggestione».
Ora, su questa inerzia del cervello vengono le sensazioni ad agire, come il raggio di sole o la corrente elettrica nello stato di quiete relativa cui si trovano gli atomi di un corpo prima della combinazione. La forma più elementare del fenomeno è quella della dinamogenia, della eccitazione, cioè, che produce in tutta la psiche una sensazione molto intensa, che non è se non una corrente molto forte di movimento molecolare che, spandendosi per il cervello, gli comunica movimento e quindi attività, come il raggio di sole che lo comunica all’atomo. Chi non ha provato che la vista di un paesaggio intensamente luminoso, l’ascoltazione di una musica aumentano la vivacità delle immagini, dei sentimenti, dei pensieri?[15]. Oggi, dopo le esperienze del Feré e del Binet, noi possiamo verificare sperimentalmente il fenomeno. Il Feré infatti trovò che sotto forti sensazioni la forza muscolare aumentava: «una eccitazione forte, egli scrive[16], sia della vista, sia dell’udito, sia dell’odorato o del gusto, determina in soggetti normali una deviazione nell’ago del dinamometro, con reazione variabile secondo l’intensità dell’eccitazione».
Haller aveva già da un pezzo osservato che il suono di un tamburo rendeva più veemente lo sgorgo di una vena aperta; e Binet, trasportando l’osservazione in un campo più propriamente psichico, trovò che, recitando a degli ipnotizzati dei versi e domandato loro se li ricordavano, dopo averli svegliati, dichiaravano non ricordarsene; ma se si mostrava loro un disco rosso, un ricordo parziale, di qualche frammento diverso, tornava. Così pure alcuni soggetti, assolutamente ribelli a qualsiasi suggestione, nello stato ipnotico vi si prestavano docili, se si mostrava loro il disco rosso; e con lo stesso mezzo il Binet potè riavvivare in altri soggetti antiche suggestioni che, per il tempo, andavano indebolendosi. In tutti questi casi, in cui vediamo la sensazione agire proprio come agirebbe una sostanza chimica, per es., uno dei così detti veleni dell’intelligenza, l’alcool, qual dubbio può esistere che la sua funzione sia quella stessa delle forze fisiche nelle combinazioni chimiche, cioè una comunicazione di movimento, che, scuotendo l’inerzia cerebrale, rende possibili o aumenta i fenomeni del pensiero?[17].
La legge delle associazioni mentali, che è la legge suprema dell’attività psichica, si può ricondurre a questo stesso principio dell’inerzia. Una immagine, una idea, un sentimento non durano eterne: una imagine, viva sino che la sensazione è ancora recente, si scolora col tempo, sino a dileguarsi; una idea, che al momento in cui la si pensa occupa quasi il centro della coscienza, tramonta poi a poco a poco nell’oblio; un sentimento, anche se intensissimo al momento in cui si produce, a poco a poco infievolisce sino a spegnersi totalmente. Insomma, gli stati di coscienza, di qualunque specie, durano un certo tempo, poi impallidiscono fino a sparire; perchè, essendo anche essi come tutti i fenomeni naturali, energia, cessano quando hanno consumata la quantità loro iniziale di forza; come i corpi in moto, si fermano per l’attrito, e le sostanze chimiche non durano eternamente attive. Ma anche quando è esaurito, uno stato di coscienza non è perduto per sempre per la coscienza, e può rivivere, come una sostanza chimica, che ha perduta ogni energia, la riacquista, se una forza fisica la rifornisce di movimento. Ora, appunto quella stessa funzione che esercita nelle combinazioni chimiche la luce, l’elettricità, il calore, la pressione, l’esercita nel processo di associazione, per cui gli stati di coscienza trapassati ritornano, la sensazione: perchè ogni associazione ha il suo ultimo punto di partenza in una sensazione, a cui furono congiunti nell’esperienza anteriore e che si ripresenta.
Infatti è una osservazione banale, che i nostri sentimenti hanno risvegli e ritmi bizzarri indipendenti dalla nostra volontà: la causa ne è appunto questa, che essi sono per associazione risvegliati sopratutto dalle sensazioni, come si presentano accidentalmente. Noi non possiamo risentire a volontà un antico dolore o piacere; ma la vista dei luoghi in cui lo provammo ne risuscita almeno una debole imagine, talora anche lo risuscita intenso come prima. Spesso non sentiamo più rancore contro un uomo che ci fece del male; ma se vediamo un altro che gli somigli sentiamo, senza volerlo, una ripulsione verso di lui: sono gli antichi sentimenti di odio rianimati per associazione dalla sensazione analoga del suo volto. Così alla Costa degli Schiavi gli indigeni fanno corresponsabili dei delitti d’un individuo tutti quelli del suo stesso colore; e alcuni missionari francesi furono maltrattati, perchè non un francese, non un missionario, ma un bianco, aveva fatto loro dei torti[18]: vale a dire i sentimenti di avversione non si associano con l’idea della nazionalità, della carica, ecc., ma con la sensazione del colore della pelle.
I sentimenti di affetto per una persona cara, che sonnecchiano nella lontananza, come aveva osservato il proverbio: lontano dagli occhi, lontano dal cuore, e che l’immagine mentale è impotente a eccitare, risorgono vivaci, se ne vediamo un ritratto o una lettera: ed ecco l’origine di quel feticismo così comune e generale dell’amore: si conservano ninnoli, cianfrusaglie appartenenti alla persona amata come cose preziose, perchè, guardandole o toccandole o baciandole, la sensazione visiva o tattile risveglia tutti i sentimenti di affetto, che la sola idea è impotente a eccitare[19]. Questo rapporto tra la sensazione e la reviviscenza dei sentimenti si osserva nei fenomeni ipnotici semplificato e quasi direi ridotto schematicamente, come del resto tutti i fenomeni psichici. Si può nelle esperienze ipnotiche mutare la personalità di un ipnotico (cioè il complesso dei suoi sentimenti e delle sue idee), dandogli un oggetto che sia in qualche rapporto con la personalità che si vuole suggerire: così applicandogli un pettine tra i capelli, diventa donna; ponendogli al fianco una spada, diventa generale; ponendogli una penna sull’occhio sinistro, si crede impiegato; portando tutti questi oggetti contemporaneamente, conserva tutte le personalità, che va perdendo a mano a mano che si tolgono gli oggetti[20], vale a dire che la sensazione di quel dato oggetto ha potere di risvegliare una infinità di stati di coscienza, idee e sentimenti che gli sono associati; e quella abolita, anche gli stati di coscienza spariscono.
Nè diverso è quell’altro curioso fenomeno, che cioè i movimenti e le espressioni, che sono l’effetto abituale di una emozione, possono, se riprodotti volontariamente, divenir essi alla lor volta origine dell’emozione. «Esprimete, scrive il Maudsley[21], con la fisonomia una emozione particolare, la collera, lo stupore, la cattiveria; e l’emozione espressa si sveglierà in voi; anzi vi sarà impossibile provare altra emozione, fuori che quella la cui espressione vi è stampata sul volto». L’Espinas notò come i cani, i gatti, le scimmie, giuocando a mordicchiarsi, a rincorrersi tra loro, finiscono per azzuffarsi sul serio[22]; nè si può dire che almeno per questo rispetto gli uomini siano differenti dagli animali. Anche questo fenomeno è messo stupendamente in rilievo dall’ipnotismo, in quella che si chiama suggestione per attitudine e che fu scoperta dal Braid. «Se si pone, scrive il Beaunis (op. cit.), il soggetto nell’attitudine della preghiera, gli si suggerisce, senza dire una parola, l’idea della preghiera e si provocano allucinazioni ed atti in rapporto con quella idea. Esiste dunque una associazione stretta tra un movimento, anche comunicato, e i pensieri e i sentimenti di cui quel movimento è espressione». Così accade di tutte le altre emozioni, la collera, l’orgoglio, l’amore, la gioia. In questi casi è la sensazione muscolare, nascente dalla contrazione dei muscoli, che entrano in giuoco a produrre quella espressione, che, associata a quegli stati di coscienza che costituiscono la emozione, la fa rivivere.
Ma sempre dunque il rinascere di un sentimento esaurito è determinato da una sensazione, che le fu associata.
Non solo i nostri sentimenti, ma anche le nostre idee sono richiamate per associazione quasi sempre dalle sensazioni. Ripassando per un luogo, in cui ci formammo una data intenzione, l’intenzione ci ritorna alla mente; vedendo un oggetto che tenevamo in mano quando avemmo una data idea, ritorna il ricordo dell’idea; toccando con le dita il nodo che facemmo ad un fazzoletto, risorge il pensiero che avevamo nella mente allorchè intortigliammo quel nodo; vedendo un libro si riaffollano tumultuariamente i ricordi delle idee che vi leggemmo, ecc., ecc. Il punto di partenza d’un ricordo, come quello d’un sentimento che risorge è sempre una sensazione, per quanto questo così semplice rapporto possa essere in realtà mascherato dalla complicazione con cui le idee e i sentimenti suscitati da una sensazione, e spesso da una sensazione appena avvertita, se ne associano altri. «Lo svolgimento mnemonico, scrive il Marzolo[23] comincia dall’essere una parte della superficie sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era sotto la serie affettiva o ideologica già altra volta contemporanea, o immediatamente continua».
Certo vi sono persone che possono serbare anche molto a lungo un sentimento o un ricordo, quando la causa eccitatrice è lontana; ciò significa che in essi quegli stati di coscienza sono di una grande intensità e che quindi solo dopo molto tempo esauriscono la loro energia iniziale. Ma quando questa energia sia consumata, solo una qualche sensazione che fu in origine associata a quel sentimento o a quella idea, può risuscitarli: una sensazione, che portando una corrente di movimento molecolare al cervello, ridia alle cellule le primitive vibrazioni, che si sono estinte: appunto come l’atomo di ossigeno, esauritosi nel lavoro, ha bisogno di nuova provvista di movimento, per ritornare attivo come era prima[24]. Anche insomma il cervello non è capace di entrare in movimento e di agire, se non riceve dal di fuori l’impulso; sottoposto in questo anch’egli alla universale legge di inerzia.
Anche qui l’ipnotismo, questo prezioso strumento di vivisezione psichica, ci mostra semplificata e quasi tangibile la legge. Abbiamo visto che lo stato mentale dell’ipnotizzato, in cui le vie di comunicazione con le cose sono occluse, è una vera inerzia assoluta; ma scrive il Beaunis (op. cit.), basta la menoma suggestione, la menoma parola pronunciata dall’ipnotizzatore perchè all’inerzia succeda l’attività e una attività che può essere anche più grande che allo stato normale. In altre parole, possiamo ricondurre il fenomeno psichico a fenomeni d’inerzia e di movimento comunicato, così: esiste nel fondo della psiche un sedimento di idee, immagini, sentimenti, che sono stati di coscienza esauriti, in riposo; basta che una sensazione penetri in quel fondo e quasi direi in quel deposito, perchè comunicando il suo movimento molecolare ad altre regioni del cervello, risusciti a nuova vita quegli stati di coscienza che furono più spesso in associazione con lei. Non altrimenti la pianta che al buio cresce con foglie senza colore, si tinge di verde se la esponete ai raggi del sole.
Quindi si vede confermata quella splendida intuizione del più grande psicologo del secolo, il Marzolo, che affermava la condizione sine qua non del pensiero essere una sensazione attuale[25].
3. Su questi due concetti, la legge del minimo sforzo e l’inerzia mentale, potremo costruire una teoria naturalistica del Simbolo, di questo strano fenomeno della primitiva vita dell’uomo, che tante traccie di sè ha lasciato anche nella civiltà. Ma se una spiegazione può già essere, dopo quanto ho detto, scartata senz’altro, è quella che fu data finora: che cioè quei simboli del diritto, della religione, della politica primitiva, siano una creazione volontaria dell’uomo, e stiano a significare qualche concetto profondo e nascosto. L’uomo ha avuto e ha ancora così poca coscienza dei risultati ultimi, a cui giunge per l’accumulazione di tutte le sue minime invenzioni, la sua attività, che ha persino distrutte istituzioni credendo di conservarle[26]: immaginarsi se era possibile, che ai primordi specialmente del suo sviluppo mentale, inventasse una specie di crittografia speciale per il diritto o la religione, quando non possedeva che pochi segni e appena sufficienti ai bisogni più elementari della vita sociale[27].
Anche i simboli devono essere un effetto non premeditato di una serie di piccole invenzioni fatte per soddisfare qualche bisogno elementare: Hartmann vi potrebbe forse vedere un’altra manifestazione di quell’Inconscio, che domina secondo lui tutto l’infinito svolgersi della vita.